Hatikwà

Consiglio UGEIConsiglio UGEI30 marzo 2014
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“Sto per cancellarmi da Facebook”

A quanti di voi è capitato di esprimere ad alta voce, sussurrare o anche solo pensare questa frase?  Quanti hanno sentito l’esigenza di imparare a fare a meno del social network più popolare del mondo? Quello che ha compiuto dieci anni a febbraio, regalandoci dei mini trailer della nostra vita virtuale, quella che troppo spesso confondiamo con la vita vera.

Mi sento di scommettere che l’idea di prendere una decisione così radicale, sia passata per la testa a molti voi almeno una volta al mese, magari a settimana, addirittura una volta al giorno. Altrettanto probabilmente però  nessuno ha mai avuto il coraggio di premere quell’icona grigio-azzurro, se non pochissimi impavidi degni di tutta la nostra stima. Come con ogni dipendenza che si rispetti allora, cerchiamo  di giungere a compromessi con noi stessi, ci raccontiamo di poterne fare a meno quando vogliamo, promettiamo di non controllarlo più la mattina a con la tazza del caffè ancora in mano e la sera quando siamo già sotto le coperte, cancelliamo l’applicazione sullo smartphone con l’impegno di accedervi solo dal pc. Il fallimento però è in agguato  dietro l’angolo e, ancora una volta, ci ritroviamo con il telefono in mano alla fermata dell’autobus a reistallare quell’app….

Come dei fumatori incalliti:  solo una sbirciatina rapida alla nostra Home, per controllare che il mondo proceda su binari giusti e che la Terra continui a girare intorno al Sole. La verità delle verità, quella che cerchiamo però disperatamente di tenere nascosta,è che chiudendo quella Home non ci sentiamo affatto più tranquilli e sereni, ma anzi siamo spesso presi da ansia, angoscia , frustrazione, lo conferma un recente studio di Anxiety UK società no-profit che si impegna a promuovere la riabilitazione di persone affette da panico e stress.

Forse in cerca di ispirazione per questo articolo, apro Facebook e trovo solo foto di gente che si laurea (136like), si sposa (218like), fa figli bellissimi (354like), di serate indimenticabili (46like)  di vestiti che stanno d’incanto (37like), di torte magnifiche (29like) di gente che scia abbronzata e sorridente sotto al  sole, (27like), di panorami mozzafiato e tramonti sulla spiaggia di Bali,  di vacanze in luoghi del mondo che non sapevo nemmeno esistessero, di deliziosi brunch e aperitivi, di messe in piega sempre perfette, di coppie felici e primavere che ci corrono incontro. E i like non si contano più….

Tutti scrivono status interessanti o divertenti o ironici al punto giusto, alcuni sono addirittura informati sulla politica estera del Burkina Faso. Due settimane fa tutti erano critici cinematografici della “Grande Bellezza”, il giovedì tutti si trasformano in critici gastronomici davanti a Masterchef, (Masterchef Junior sono certa ci regalerà grandi sorprese)

Mi rendo conto che il social network del nostro caro Mark, genera una costante ansia da prestazione, quella continua sensazione di dover essere abbastanza. E non saprei dire abbastanza cosa, dipende dal momento: abbastanza sole, abbastanza brunch, abbastanza mare, abbastanza felici, abbastanza movida, abbastanza innamorati, abbastanza qualcosa su cui qualcuno abbia un motivo per mettere like. Realizzo che qualsiasi cosa, evento, emozione, qualsiasi bella giornata deve essere condivisa su Facebook – meglio se  in tempo reale – per poter dimostrare (agli altri o a noi stessi?) che l’abbiamo davvero vissuta.

Realizzo che si è quasi invertita la consecutio fotograforum: che se prima facevo una bella foto e poi pensavo di volerla condividere, ora ho quasi la sensazione di essere alla ricerca di scatti like-abili da postare sul mio wall. Come se il numero di like altrui potesse rafforzare un po’ il mio ego, o meglio la mia consapevolezza di aver fatto una cosa particolarmente figa.

Per un attimo mi viene il dubbio che solo io abbia le occhiaie prima di truccarmi, che solo a me capiti la sfuriata con quell’amica, che solo io abbia giornate in cui mordo o in cui voglio restare sdraiata sul divano con un barattolo di nutella e i DVD di Grey’s Anatomy, che solo i miei capelli  non stiano bene in nessun modo, che solo io dimentichi di mettere il lievito nell’impasto della torta.

Ma uno spasmo di razionalità mi riporta alla realtà, quella vera, quella delle leggi di Murphy e del sito www,vitadimerda.it . E – d’improvviso- mi sento sollevata,  a tutti capitano giornate di m****!!

Allora lo prometto, domani mi cancello. Forse no, ma magari una selfie con il cipollone e il pigiama di Titti la posto.

Sara Astrologo


Consiglio UGEIConsiglio UGEI25 marzo 2014
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Bologna

Da Moked 23/3/2014

Comunicazione, nuovi media, problemi e degenerazioni di un mondo, quello del modo di fare informazione, ma anche di interagire con gli altri, che è cambiato radicalmente negli ultimi anni. A questo tema è stato dedicato l’incontro del pomeriggio di Shabbat nell’ambito del tradizionale fine settimana per la festa ebraica di Purim organizzato dall’Unione giovani ebrei d’Italia. Un tema di grande attualità tanto nella società quanto nell’Italia ebraica, che il Consiglio Ugei 2014 guidato dal presidente Simone Disegni ha tenuto ad approfondire, organizzando un momento di riflessione e dibattito con la partecipazione di Marco Contini, giornalista di Repubblica, e Matteo Fornaciari, politologo dell’Università cattolica di Milano, moderato dalla giornalista di Pagine Ebraiche Rossella Tercatin, per poi affrontare l’approccio dell’etica ebraica con il rabbino capo di Bologna Alberto Sermoneta. Rav Sermoneta che insieme al presidente Daniele De Paz ha partecipato alla cena dello Shabbat esprimendo grande emozione nel vedere i locali comunitari animati da tanti giovani provenienti da tutta Italia. Quale l’impatto dei social network nella comunicazione politica? E quale l’effetto della scomparsa in tanti casi del ruolo di mediazione tra notizia e lettore del giornalista? Queste le domande da cui ha preso le mosse la discussione, con una sola certezza, la percezione di trovarsi ad affrontare cambiamenti radicali rispetto ai quali è difficile individuare regole di comportamento certe, anche di fronte a situazioni sempre più diffuse: la moltiplicazione dei contenuti d’odio, magari anche tra i propri contatti sulla rete, eventualmente veicolati da “amici” virtuali, ma non sempre reali, la tendenza ad assumere, protetti da schermo e tastiera, atteggiamenti aggressivi e un alto tasso di litigiosità. Anche se, come ha ricordato rav Sermoneta, il problema, più che nei mezzi, sta nell’impiego che se ne fa: usare anche i nuovi mezzi di comunicazione con intelligenza, in modo ebraico, il suo input fondamentale. E dopo la festa in maschera del sabato sera, domenica dedicata a un giro di Bologna, con una speciale attenzione ai luoghi della sua storia e vita ebraica, accompagnati da guide d’eccezione, i ragazzi della Comunità.

http://moked.it/blog/2014/03/23/qui-bologna-i-social-network-e-noi/


Consiglio UGEIConsiglio UGEI23 marzo 2014
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Tel aviv Fashion week

Si è conclusa lo scorso 13 marzo la Gindi Fashion week durante la quale Tel Aviv ha mostrato un suo aspetto di cui non tutti sono a conoscenza: regina della movida mediterranea e meta per studiosi e ricercatori, la metropoli israeliana primeggia ormai anche nel mondo fatto di lustrini e paillettes della moda internazionale. Da qualche anno, infatti, Tel Aviv si sta assicurando un posto nell’olimpo del glamour, facendosi strada tra Londra, Parigi e New York.

Fiducia nei giovani e cosmopolitismo sembrano essere state le parole d’ordine della Fashion week israeliana. Anche per questa edizione, infatti, dopo il successo della collaborazione dello scorso anno con Roberto Cavalli, la settimana della moda è stata aperta dalla sfilata di un brand straniero, italiano per l’esattezza: Missoni. Sembra dunque essere stato riconfermato il connubio tra Italia ed Israele, almeno nel mondo del glamour.

Al Fashion show di Missoni era presente la direttrice di Vogue Italia, Franca Sozzani, la quale ha affermato che la chiave del successo della moda israeliana dovrà essere investire sui nuovi designer, promuovendoli e supportandoli. La direttrice di Vogue Italia sembra aver compreso appieno la politica israeliana in fatto di giovani: start-up, stages e borse di studio sono ciò che più attira ragazzi da tutto il mondo verso le istituzioni israeliane capaci, più di tante altre, di offrire chances lavorative.

Nel corso della fashion week Israele non si è smentita, aprendo le porte alle nuove generazioni in ogni aspetto della manifestazione, iniziando dalla musica che ha intrattenuto gli ospiti, suonata da bambini in età compresa tra gli otto e i dodici anni e non da famose band locali.

Le passerelle, però, sono state il vero e proprio palcoscenico delle nuove leve: insieme alle collezioni di stilisti affermati come Shai Shalom e Dorin Frankfurt, sono state presentate le creazioni delle giovani promesse della moda israeliana, primi fra tutti, gli studenti dello  Shenkar College of Engineering and Design.

Durante la Gindi Fashion Week la moda ha dato quindi spettacolo, ma non solo sulla passerella. Gli ospiti d’eccezione e gli invitati provenienti da ogni parte del mondo hanno reso Tel Aviv un crocevia modaiolo in cui il concetto di stile è stato reinterpretato in infiniti modi. C’è stato chi, improvvisandosi Frida Kahlo, ha celebrato Purim con qualche giorno di anticipo e chi, invece, sembrava essere uscito da un servizio fotografico di Vanity Fair.

A chiudere in grande stile questo tripudio di stravaganza e glamour sono state le creazioni di Maskit, indossate da donne famose ed eleganti come Lea Peretz e l’attrice Yuval Scharf.

Concludere la fashion week con la sfilata di Maskit, maison israeliana fondata nel 1954 da Ruth Dayan (presente in prima fila durante il fashion show), è stata la scelta più riuscita di tutta la manifestazione. Rappresentando una delle prime tappe fondamentali per l’ascesa dello stile israeliano in tutto il mondo, la partecipazione di Maskit ha permesso una riscoperta delle origini necessaria per poter guardare al futuro, perché serve uno sguardo sul passato per riuscire ad avere fiducia nell’avvenire.

 

Sara Pavoncello                                                                                                                                                                                      

Foto di Daniele Di Nepi 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI20 marzo 2014
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 Gatekeepers
“The gatekeepers” è forse il film che, fra tutti quelli proposti al Festival del Cinema Israeliano, ha creato la maggiore aspettativa:  novanta  minuti in cui vengono per la prima volta intervistati sei vecchi capi dello Shin Bet, il servizio di spionaggio antiterrorismo israeliano.  Tanta curiosità era abbastanza prevedibile, da una parte per la prima volta diventa possibile avvicinare figure altrimenti irraggiungibili, dall’altra forse si nasconde al suo interno il desiderio di scoprire il perché, il per come, e sviscerare ogni possibile retroscena. L’ultima cosa che però si può trovare nel documentario è, però, la morbosità: il regista, Moreh Dror, ha la capacità di lasciare allo spettatore la possibilità di trarre le proprie conclusioni, e di riproporre momenti dolorosi degli ultimi cinquant’anni di storia in maniera senz’altro toccante, ma mai patetica (basti pensare alla sequenza dedicata al periodo dell’uccisione di Rabin).

Dopo un’ora e mezza in cui osservi sei signori, diversi per età, idee, modo di approcciarsi, darsi il cambio e ”cedersi” la scena a vicenda, dopo un’ora e mezza di strette allo stomaco, ciò che più rimane impresso è un filo rosso che li unisce tutti e sei: non importa in che anni abbiano lavorato, e non importa adesso che lavoro facciano -molti di loro si sono “riciclati” come politici o giornalisti- comune è l’assoluta sfiducia con cui ripensano alla classe politica contemporanea al loro mandato –unica eccezione è Carmi Gillon, che lavorava gomito a gomito con Yitzhak Rabin, che ricorda con stima e affetto. Comune a tutti era l’impressione di lavorare con chi non aveva un piano a lungo termine, una proposta politica efficace, ma soluzioni momentanee (viene detto per la precisione “nessuna strategia, solo tattiche”).  Potevano essere profondamento diversi fra di loro, chi era stato maggiormente indurito da una vita all’interno di un’organizzazione militare e chi meno, chi riteneva accettabili un maggior numero di azioni e chi meno, ma tutti loro guardavano all’intera classe politica con l’occhio disilluso di chi ci ha creduto, e ora non riesce più a crederci per davvero. Il “vecchio uomo in fondo al corridoio” –come veniva chiamato durante l’infanzia il Primo Ministro, espressione che poi nell’età adulta diventa un idioma per indicare l’intera classe politica- visto attraverso i loro occhi sembra annaspare tra le difficoltà, senza riuscire a prendere un direzione chiara. Alla domanda finale posta dal regista, “Cosa bisogna fare ora?” nella sostanza, tutti questi sei signori, anche quelli da cui non ti saresti aspettato una risposta del genere, o almeno non così categorica, rispondono, “Dialogare, dialogare con tutti”, dimostrando quella capacità di andare oltre se stessi di cui lamentano la mancanza in chi li rappresenta.

Talia Bidussa

 

 

 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI18 marzo 2014
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Lo sport in Israele non si ferma di Shabbat.

Calciatori, giocatori di basket, pallavolisti, schermidori e professionisti di altre pratiche sportive scendono in campo di sabato. Un po’ come di domenica in Italia, un po’ come siamo abituati da sempre. Durante il weekend, dopo la dura settimana di lavoro, è concesso stendersi sul divano, godersi qualche orribile junk food guardando la squadra del cuore o il campione in carica. Così anche in Israele arriva il tanto atteso weekend e con esso le trasferte allo stadio, le partite in TV. Ma come si fa se è Shabbat?

Un giornalista di Haaretz lo ha chiesto al giovanissimo fiorettista Yuval Freilich:

“Quando avevo 13 anni l’unica cosa che volevo era diventare un bravo ragazzo religioso”, racconta Yuval che viene da una famiglia religiosa. Quando ha scelto la scherma, era solo per hobby e non pensava di diventare così forte, ma oggi impugnando il fioretto vince e il suo sogno è l’Olimpiade. Nell’intervista spiega che rinunciare al rispetto dello Shabbat per la passione della scherma non è stata una decisione facile. Racconta che nel 2008 ha fatto appello all’alta Corte suprema israeliana, ma poi ha deciso: “Quando ho gareggiato nel 2010 di Shabbat si è scatenata una grande polemica, ma da quel momento io ho deciso che se le competizioni fossero cadute di Shabbat, io avrei gareggiato”. Il suo è un sogno di ragazzo e i suoi genitori l’hanno accettato e si sono adattati. Quando ci sono le trasferte la mamma e il papà di Yuval scelgono un albergo vicino alla palestra e prenotano dalla sera prima, così sabato mattina sono pronti per raggiungere il luogo a piedi e tifare per il figlio.

La Corte suprema non interviene in decisioni puramente religiose e rimanda la questione. Così in Israele, paese di grandi libertà ma anche di grandi contraddizioni, gli ultraortodossi protestano e rimangono esclusi anche dalle competizioni sportive. Il Beitar, squadra di Gerusalemme storicamente schierata a destra, aveva protestato e promesso ai fedeli tifosi che non ci sarebbero state, nella città santa, partite di Shabbat. Ma il campionato non si ferma e, se a Gerusalemme il calcio diventa una questione politica e religiosa, i giocatori e i professionisti come il giovane Yuval Freilich, preferiscono giocare e non rinunciare alla carriera.

Ma lo Shabbat non è la sola questione religiosa, in Israele ci sono calciatori emergenti arabi che giocano in squadre israeliane e ci sono squadre arabe (Bnei Sakhnin per esempio) dove giocano calciatori ebrei israeliani. E se in Italia siamo abituati a vedere giocatori che si fanno il segno della croce sul petto prima di entrare in campo o prima di tuffarsi in piscina, da gennaio 2014 ci abitueremo a vedere giocatori in campo con la kippa, dopo il permesso ufficiale dato dalla FIFA.

La libertà di espressione scende in campo e gli sportivi incontrano culture, religioni e abitudini da tutto il mondo, ma come si fa a difendere tutte le sensibilità senza mettere troppi paletti? Come si fa a far rimanere le palestre luoghi in cui a dettar legge è la disciplina sportiva, non gli egoismi politici e le rigidità religiose?

Come dice Yuval Freilich: “Non penso che la religione debba influenzare le possibilità che ognuno ha, di avere successo nello sport, nell’arte o nella musica”. E allora quando si entra in campo o si sale in pedana ciò che conta più di tutti è avere la possibilità e la forza per giocare, tutto il resto è puro scenario.

Rebecca Treves

Foto di Rebecca Treves

 



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L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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