Hatikwà

Consiglio UGEIConsiglio UGEI2 maggio 2014
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rav kahaneman

Per la prima volta quest’anno ho trascorso la settimana di Pesach in Israele.

Dopo aver aiutato (più o meno) mia madre a cucinare per il seder, sono andata in terrazza a parlare con mia sorella Elisa che studia in Israele e torna raramente a Roma.   Davanti alla splendida vista del mare di Tel Aviv, Elisa ha acceso il computer per ascoltare della musica.  Dopo un paio di canzoni di Rino Gaetano e di qualche cantante a me sconosciuto, ha insistito perché ne ascoltassi una in particolare. ‘Shemà Israel-Memory of the Shoah’  di Yaakov Shwekey.

Inizialmente non riuscivo a capire. ‘Perchè dovremmo ascoltare una canzone dal titolo così malinconico e triste?’ Ero già pronta a protestare quando Elisa ha iniziato a raccontarmi la storia della canzone.

‘Rabbi Yosef Shlomo Kahaneman, rabbino di una delle più importanti comunità ebraiche della Lituania, fondatore di più yeshivot e di un orfanotrofio perse gran parte della propria famiglia, dei suoi studenti e della sua comunità durante la guerra. Emigrato in Israele fondò a Bnei Brak la Ponevez Yeshivà, uno centri di studio di Torah più importanti al mondo. Era anche vicino agli ideali sionisti tanto che ancora oggi continua la tradizione da lui iniziata di issare la bandiera dello stato di Israele fuori dalla sua Yeshivà il giorno di Yom Ha’Azmaut’

La canzone non era ancora finita e io continuavo a non capire perché mi stesse raccontando la storia di un rabbino della Lituania e cosa c’entrasse lo Shemà. Quasi senza permettermi di ascoltare le parole ha continuato a raccontarmi la storia.

‘Come sai, molti genitori di religione ebraica in tutta Europa, per salvare i propri figli dalla deportazione nei campi di concentramento nazisti, decisero di nasconderli in conventi o in istituti religiosi cattolici.  La maggior parte di questi bambini, spesso molto piccoli, divennero purtroppo orfani.

Dopo la fine della guerra, i famigliari sopravvissuti andarono a riprenderli ma in molte di queste strutture si negò la presenza di bambini di religione ebraica.
Rabbi Kahaneman dopo la fine della guerra, secondo una leggenda intrisa di fondamenti di verità, cercò anche lui in giro per l’Europa questi bambini per ricongiungerli ai loro famigliari o per portarli in Israele. Nella canzone si racconta di come anche a lui fu spesso risposto che ‘quelli della tua religione non si trovano fra noi’ ma il rabbino senza perdersi d’animo cercò comunque un modo di individuare i bambini.  Secondo la leggenda raccontata nella canzone, sarebbe entrato nelle stanze in cui i bambini dormivano e avrebbe cantato i primi versi dello Shemà. I bambini, ricordandosi dei genitori che prima di addormentarsi gli recitavano lo Shemà avrebbero portato la mano agli occhi o avrebbero iniziato a chiamare la mamma.’

La sera del Seder, per tradizione, leggiamo il Rituale della Rimembranza. Ogni anno penso ai miei bisnonni. Lui morto ad Aushwitz lei, mia nonna Tosca, la prima donna tornata a Roma dopo un tormentato viaggio dallo stesso campo di concentramento. Anche loro nascosero mio nonno e i suoi fratelli al Collegio Nazzareno.

Non sono riuscita a scoprire se la storia del Rabbino lituano che recitava lo Shemà ai bambini nei conventi fosse del tutto vera, ma mi piace crederlo. Purtroppo, molti bambini non rividero più le loro famiglie e in molti non furono più ritrovati.

 

*I bambini furono sempre al centro degli  interessi di Rabbi Kahaneman. Quest’ultimo si prese infatti cura anche di alcuni dei ‘Bambini di Teheran’. Si trattava  circa 3000 bambini polacchi che in seguito all’accordo fra gli Alleati e l’Unione Sovietica nella primavera del 1942,  furono trasferiti in Iran insieme a migliaia di soldati polacchi e di rifugiati.  I bambini furono portati in Israele grazie all’Agenzia Ebraica. Quando arrivarono, furono al centro di una famosa polemica circa l’educazione più ortodossa (yeshivot) o laica (kibbutzim) che lo Stato gli avrebbe dovuto garantire.

Sarah Tagliacozzo

 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI30 aprile 2014
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Melissa Sonnino 28 aprile 2014

Ci sono un ebreo, un musulmano, un cattolico, un buddista e un sikh che parlano seduti attorno ad un tavolo. No, non è l’inizio di una barzelletta. Secondo una personalissima statistica, questo è piuttosto lo schema classico della gran parte degli eventi dedicati al dialogo interreligioso, o cambiando gli attori, interculturale, intracomunitario, tra chi insomma ha voglia di confrontarsi con la diversità e, magari, apprezzarla. Grandi sorrisi a favore di fotografo, se possibile un intermezzo del politico di turno a suggellare la solennità dell’incontro e neanche a dirlo, di donne e giovani neppure l’ombra.

Sarà forse una colpa essere giovani e allo stesso tempo interessati a queste tematiche? Dopo lunga riflessione, la mia risposta è “NI”. Sicuramente è legittimo perseguire i propri interessi, ma è stupido ostinarsi a farlo nelle sedi sbagliate. É indubbio che un pizzico di gioventù gioverebbe, e non poco, alle iniziative che oggigiorno promuovono il dialogo e offrono strumenti per confrontarci con una società che muta così rapidamente.

Da qualche tempo ormai, sono abbastanza convinta che il metodo più efficace per approfondire la consapevolezza delle proprie identità, inclusa quella ebraica, sia proprio il confronto con l’esterno, con il cosiddetto “diverso”. A forza di esplorare la mia d’identità, sono finita a lavorare per un’organizzazione ebraica che non solo questo tipo di confronto lo promuove, ma crede anche che i valori dell’ebraismo e tutto ciò che di buono ne consegue, debbano essere esportati fuori dal mondo ebraico. É cosi che da un giorno all’altro mi sono ritrovata promoter di diversità e società inclusive con il compito aggiuntivo, come se non fosse abbastanza, di convincere i miei correligionari a mettersi in gioco e contribuire alla missione.

Dopo il comprensibile smarrimento iniziale, l’istinto di sopravvivenza ha avuto la meglio e la creatività è arrivata in aiuto. In fondo si trattava “semplicemente” di fornire una piattaforma di dialogo originale, che fosse d’interesse per le comunità ebraiche europee e dove diverse minoranze potessero instaurare un rapporto di solidarietà autentico, traendo al contempo benefici che rispondessero a bisogni reali. Questo è lo spirito in cui, circa tre anni fa, è nato il progetto europeo “Facing Facts! – rendere visibili i reati d’odio“.

Purtroppo, se esiste un campo nel quale, volenti o nolenti, le comunità ebraiche d’Europa hanno maturato un’esperienza significativa, è proprio quello del monitoraggio di crimini ed episodi motivati da odio antisemita. In Europa esistono veri e propri casi di eccellenza, come il Community Security Trust (CST), partner nel progetto, che si occupa della registrazione degli episodi di antisemitismo nel Regno Unito sin dal 1984.

La raccolta, l’analisi e la segnalazione di dati relativi ai reati d’odio possono dotare le comunità o le organizzazioni che rappresentano minoranze oggetto di discriminazione, di un potente strumento per comunicare i propri timori al governo, alle forze dell’ordine, ai mezzi di comunicazione ecc. I reati di odio implicano un’aggressione premeditata a una vittima sulla base della sua reale o presunta identità (età, razza, credo, genere, orientamento sessuale, identità di genere o disabilità). La componente d’odio rende le conseguenze di questi reati più gravi di quelle di altri tipi di reato. Perchè siano adottate politiche pubbliche migliori, volte alla prevenzione e alla lotta ai reati di odio e alla garanzia di servizi adatti alle necessità delle vittime, sono necessari dati affidabili basati su fatti oggettivi.

Oggi in Europa sono ancora poche le comunità e le organizzazioni in grado di raccogliere e verificare i dati in maniera sistematica. Facing Facts! nasce con lo scopo di colmare questo vuoto, mettendo al servizio di altre comunità l’esperienza delle comunità ebraiche più avanzate nel campo. Questo obiettivo è stato raggiunto mettendo a punto delle linee guida e un corso di formazione per formatori unico nel suo genere che, non solo fornisce gli strumenti per stabilire un sistema di monitoraggio credibile e adeguato, ma anche di insegnare ad altre persone all’interno, ma soprattutto all’esterno, della propria comunità o organizzazione, a fare lo stesso.

Poco più di un mese fa, ventitré persone provenienti da tredici paesi differenti, hanno preso parte all’ultima edizione del corso di formazione per formatori organizzato da Facing Facts! a Budapest, presso lo European Roma Rights Centre. Quattro giorni di formazione no-stop che hanno visto rappresentanti di organizzazioni ed individui che lavorano per promuovere i diritti di rom, ebrei, musulmani, disabili, LGBT e transessuali collaborare, condividere esperienze ed imparare l’uno dall’altro.

Oltre ad espandere il proprio portfolio di conoscenze e competenze, i partecipanti hanno riconosciuto nella possibilità di entrare in contatto e lavorare fianco a fianco con rappresentanti di altre minoranze, il valore aggiunto del corso.

Se state alzando il sopracciglio un po’ scettici, come a dire “questo succede solo nelle favole” posso aggiungere che a seguito dell’edizione 2012 del corso di formazione tenutosi a Londra, l’organizzazione CIDI, che si occupa della registrazione di episodi di antisemitismo in Olanda, utilizzando le conoscenze apprese durante il corso, ha a sua volta formato con successo un’organizzazione musulmana, SPIOR, assistendola nella creazione di un sistema di monitoraggio dei crimini motivati dall’odio contro i musulmani. Un gruppo di formatori certificati Facing Facts!, tra cui rappresentanti della comunità ebraica locale, ha unito le forze per rendere i reati di odio maggiormente visibili in Ungheria, specie quelli perpetrati nei confronti della popolazione rom.

La lista degli esempi positivi è lunga, a dimostrare che il confronto con gli altri non solo è possibile ma può addirittura migliorare in maniera significativa la nostra esistenza. Facing Facts! è solo un esempio che può essere declinato in molti modi diversi.

Credeteci!

Melissa Sonnino

 

Per chi volesse saperne di più del progetto Facing Facts e`possibile consultare il sito www.facingfacts.eu

Per chi e`arrivato sveglio fin qui ed e`interessato a leggere le linee guida sul monitoraggio dei crimini di odio (finalmente) tradotte in italiano questo e`il link http://www.ceji.org/media/guidelines-for-monitoring-of-hate-crimes-and-hate-motivated-incidents-IT-web-version.pdf

Per chi volesse sapere qualcosa di piu`sull’organizzazione per cui lavoro www.ceji.org


Consiglio UGEIConsiglio UGEI27 aprile 2014
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fachiro

La recensione di questo libro potrebbe essere superflua: in fondo, nel chilometrico titolo è racchiuso tutto ciò che dovete sapere sulla trama di questo libro. Il punto è che quando si legge un bel libro si ha una gran voglia di consigliarlo e, in fondo, dello svolgersi degli eventi che vengono raccontati poco importa: io voglio spiegarvi perché non dovete farvi sfuggire questa storia deliziosamente originale.

La dura verità è che è molto più facile far piangere che far ridere. Sono innumerevoli le volte che abbiamo versato lacrime guardando un film o leggendo un libro, eppure non ci ricordiamo l’ultima volta che abbiamo riso di gusto di fronte a uno schermo o una pagina scritta.

Se neanche voi riuscite a ricordarlo, comprate il libro esordio di Romain Puértolas e leggetelo non appena avrete del tempo libero. Vi ricrederete e penserete a quanto sia incredibilmente bello ridere, leggendo.

 

Ajatashatru, il cui nome si pronuncia Accatta-sta-gru ma anche Accasciati-Artù, è un fachiro indiano piuttosto imbroglione, che vive di piccoli imbrogli e trucchetti.

E’ riuscito a convincere la gente del villaggio in cui vive a pagargli un viaggio in Europa, per la precisione verso Parigi, per acquistare un nuovo letto di chiodi. Il suo è ormai molto vecchio e, come potete ben capire, è diventato piuttosto scomodo. Il nostro fachiro ha dunque ben poco di valoroso e la sua “odissea” dall’India alla capitale francese è intrapresa solo per un fine: raggiungere un magazzino Ikea e acquistare il tanto desiderato letto di chiodi con l’unico biglietto (falso)da 100 euro che ha portato con sé. Ed è come rivedere ciascuno di noi, nei capitoli ambientati nel magazzino svedese: noi, che ci perdiamo tra i corridoi e vorremmo solo uscire ma ci manca ancora la zona bagno, quella cucine e quella bambini e per finire la serra (che poi da quand’è che Ikea che vende le piante?); noi che ma sì in fondo le matite e i metri sono gratis, prendiamocene una ventina; noi che ma chi me la fatto fare di venire all’Ikea per comprare un letto e adesso mi ritrovo nel carrello un’enorme quantità di prodotti la cui utilità, mentre li sistemo uno a uno sulla cassa, pian piano mi sfugge.

Ajatashatru, dovendo ripartire l’indomani, decide di dormire proprio in quel magazzino Ikea che ha raggiunto dall’India per compiere la sua missione.

La cattivissima idea di rinchiudersi in un armadio per sfuggire alla vista della guardia notturna, sarà per lui l’inizio di un’avventura in giro per il mondo, senza un soldo e senza la minima capacità di parlare una lingua che non sia la sua.

Il nostro fachiro che dunque di eroico ha ben poco, si svela pian piano e rivela ai suoi lettori, ammaliati dalla sua ingenuità e astuzia, un personaggio di cui è difficile non innamorarsi.

Tenta di imbrogliare una giovane francese al self service Ikea ma, tra una polpetta di renna e un succo di mirtilli, se ne innamora; finisce su un camion diretto in Inghilterra e incontra dei clandestini che con le loro storie lo commuovono; si nasconde come un contorsionista in una valigia e finisce in Italia. Balza da un paese all’altro senza alcuna preoccupazione e anzi con la curiosità del turista un po’ ingenuo che si fa trasportare dal cuore e non da quello che gli dice l’Iphone. Ajatashatru ha quella capacità di sorprendersi di fronte a ciò che non conosce che non so a voi, ma a me fa tanta nostalgia.

Rebecca Pakin

 

Consigli pratici.

Autrice: Romain Puértolas

Pagine: 215.

Prezzo: 16,00 euro.

Casa Editrice: Einaudi.

E’ un elogio dell’ingenuità. E’ un libro che vi farà ridere di gusto e che ha un lieto fine di quelli che non van più tanto di moda, ma fanno sempre piacere. E’ un libro che piace a qualsiasi età.

La citazione: “Il cuore è un po’ come un grosso armadio”.

 

 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI25 aprile 2014
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Resistenza

Come ogni anno ci ritroviamo con le nostre Comunità a partecipare alle commemorazioni del 25 Aprile, anniversario della Liberazione d’Italia dal cancro nazifascista. Le solenni celebrazioni si svolgono in quasi tutta Italia con il consueto cerimoniale che prevede quasi sempre la conclusione dell’evento con il discorso di qualche reduce partigiano. Si resta stupiti dalla lucidità nei discorsi di questi uomini sempre più anziani e dalla loro capacità di analizzare la situazione politica attuale nel loro fondamentale compito di promotori della difesa perenne della Costituzione e dell’identità nazionale.

A queste celebrazioni le Comunità ebraiche hanno sempre partecipato col duplice sentimento di gratitudine nei confronti di quegli uomini che per senso del dovere e ferma convinzione antifascista scelsero di salire sui monti o nascondersi nelle campagne nelle brigate partigiane, ma anche di orgoglio nel ricordo di tutti i nostri correligionari che di fronte alle leggi fasciste e all’invasione tedesca decisero di imbracciare il fucile e di unirsi ai partigiani.

Da qui può partire una riflessione molto importante che noi giovani ebrei italiani dobbiamo assolutamente compiere: sarà un caso che con l’invecchiare della generazione dei partigiani, col venir meno del loro numero, assistiamo ad una crescita sempre più preoccupante di forze di estrema destra, spesso antisemite ed in generale razziste e xenofobe? Forse no, ed anzi sicuramente questo fenomeno è concausato anche dalla scomparsa dei testimoni dei campi di concentramento.

Quale allora deve essere il nostro compito di giovani Ebrei in Italia di fronte all’antisemitismo dilagante in tutta Europa e alla perdita dei valori antifascisti nei cuori della gente? La mia personalissima ricetta è quella di uscire, di esporci e di farci vedere. Lasciare ogni tanto la comodità della zona di sicurezza delimitata dalla Comunità e far conoscere ai nostri connazionali cosa sono gli Ebrei, cosa fanno, che cosa pensano e cosa ricordano. Tutto questo rimanendo fermamente convinti della nostra identità ebraica ed evitando l’assimilazione.

È un dato di fatto che anche nelle due città in cui le Comunità Ebraiche hanno più iscritti, la maggior parte della cittadinanza non ha mai conosciuto un Ebreo, li vede di sfuggita magari quando si trova a passeggiare nelle zone in cui vivono, ma non ha forse mai avuto la possibilità di sapere cosa significa quel particolare copricapo che indossano solo loro e gli alti prelati del cristianesimo, nessuno sa perchè di sabato non usiamo auto e strumenti elettronici (sempre che si sappia che non li usiamo). Pretendiamo tanto dai goyim nostri connazionali in termini di rispetto, ma siamo generalmente troppo pigri a dare validi motivi quotidiani per meritarcelo. Non bastano i musei ebraici (che restano comunque utilissimi e fondamentali) perchè rispondono all’esigenza di un pubblico già in partenza interessato, che è lui a venire da noi; dobbiamo essere noi ad andare da chi non verrebbe, ma non verrebbe non per odio o convinzioni politiche di qualche genere, ma semplicemente da chi non verrebbe perchè non ci ha mai pensato, perchè non ha mai avuto un contatto con noi e non ha mai minimamente considerato l’ipotesi di conoscerci. Ecco, se almeno riuscissimo a raggiungere questa parte della popolazione probabilmente riusciremmo a rubare terreno fertile per il diffondersi dell’antisemitismo e del razzismo in Italia ed in Europa.

Concludo questa mia personale riflessione augurandovi a nome del Consiglio UGEI il più sereno 25 Aprile, che sia un giorno di riflessione e di festeggiamenti.

 

Filippo Tedeschi

Consigliere UGEI con delega all’educazione, memoria e lotta all’antisemitismo


Consiglio UGEIConsiglio UGEI24 aprile 2014
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Altro che stereotipi potenti  tipo stagioni e celebrazioni, i weekend Ugei segnano implacabilmente e inesorabilmente lo scorrere del tempo e della svolazzante giovinezza. Che si partecipi o non si partecipi non importa, tanto nel secondo caso basta sguinzagliare insiders per farsi raccontare tutti i dettagli più scabrosi. E in effetti pensandoci bene ho un sacco di testimonianze da lasciare ai posteri.

Ho camminato fra distese di trolley formato bagaglio a mano pieni dei vestiti e sentimenti migliori.

Ho indossato braccialetti di plastica di colori pochissimo abbinabili tipo l’arancione fluo e dall’adorabile  tendenza ad appiccicarsi al mio polso sudaticcio.

Ho degustato cene a base esclusivamente di challah perché non avevo nessuna voglia di alzarmi e sgomitare per ottenere tre polpette. E comunque la challah è una delle cose più buone del mondo.

Ho bevuto bicchieri di vino dopo il Kiddush o dopo cori da stadio che mi incitavano a finirli.

Ho colto in flagrante nei corridoi coppiette di innamorati e di cospiratori.

Ho visto brillanti oratori arringare nel tentativo di farsi valere e arrancare nel tentativo di ottenere attenzione.

Sono stata spettatrice di scontri fra titani e battibecchi sul colore dei bicchieri di plastica.

Ho osservato distrattamente chi andava alla ricerca di voti e aiutato chi andava alla ricerca di orecchini perduti.

Sono stata sopraffatta da dichiarazioni forti e metafore decisamente coraggiose.

Ho sentito negare l’evidenza e l’appartenenza, due cose a quanto pare impossibili solo all’apparenza.

Ho rinunciato una volta a travestirmi da Cleopatra con una corona a forma di cobra d’oro per evitare di perdere la mia già scarsa credibilità, e troppe volte a dire la mia per evitare di sprecare fiato con chi non aveva nessuna intenzione di starmi a sentire con il minimo indispensabile di benevolentia.

Mi hanno affibbiato soprannomi carini ed etichette evergreen.

Ho avuto gli occhi col trucco sbavato la mattina a colazione dopo festeggiamenti folleggianti e sbarrati di fronte alla quantità di tempo che a volte viene perso per l’eternità.

Dopo anni di fuga a gambe levate ci ho un po’ ripensato sulla gioventù ebraica (quest’inverno ho persino avuto una vita sociale sulla Tayelet di Tel Aviv dopo un’adolescenza sprecata), però ogni tanto mi spaventa ancora un po’ la sua intemperanza.

Mi è balenato per un attimo il pensiero di scappare di nuovo per questioni di principio, ma poi l’ho abbandonato un po’ per altre questioni di principio e un po’ perche prima o poi mi ci voglio davvero travestire da Cleopatra.

Ho provato un vago spiazzamento per il coinvolgimento incredibile e totalizzante di alcuni in questioni che tutto sommato riguardano semplicemente uno sparuto gruppo di giovani felici di essere giovani e associati (come li definì una volta un’amica autoironica), ma poi guardando un po’ in giro per l’Europa e scoprendo che tanti paesi non hanno niente di tutto ciò mi sono sentita fortunata.

Ecco, più o meno questo mi aspetto che succeda anche al prossimo weekend di delicatezza e ardore, con quel tocco grazioso che solo la cornice di Mitteleuropa può dare. In realtà mi avevano chiesto uno spunto di discussione, ma mi sa che non sono abbastanza intellettuale engagé. Che qualcosa cambi in questo pittoresco quadretto però un pochettino lo spero, l’importante è che ci sia abbastanza challah.

 

Francesca Matalon

Nella foto (dell’autrice): piazza dell’Unità, Trieste



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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