Hatikwà

Consiglio UGEIConsiglio UGEI14 luglio 2014
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Mohammed Abu Khudair è il ragazzo palestinese di sedici anni trovato morto martedì mattina nei pressi di Gerusalemme. Il piano del suo rapimento sarebbe stato elaborato nei diciotto giorni passati dal rapimento dei tre ragazzi israeliani alla sera del ritrovamento dei loro cadaveri. Secondo l’autopsia il ragazzo è stato colpito alla testa e bruciato vivo. I responsabili sono stati scovati dalla polizia israeliana. Per ora, sono sei i fermati e uno di questi sembra aver confessato. Prima del raid, il gruppo avrebbe partecipato a una manifestazione antiaraba insieme agli ultrà de La Familia, i tifosi razzisti e violenti del Beitar. Si tratta dunque di una frangia estremista e probabilmente l’omicidio è a sfondo nazionalista. Gli assassini dovrebbero far parte del gruppo “Price Tag” così definito dal 2005 quando, in seguito alla decisione di Sharon del ritiro dalla Striscia di Gaza a cui erano contrari, scelsero di far pagare agli arabi la demolizione di insediamenti illegali come quello di Amona. Netanyahu si è occupato di questo gruppo nel 2013 definendolo proibito, ma evidentemente l’azione del premier non è stata abbastanza efficace. Ora l’intento della polizia israeliana è di sgominare l’intero network di complicità che ha consentito il rapimento. Rimane da risolvere anche il caso del cugino della vittima, picchiato in seguito ad un arresto per lancio di pietre e bottiglie Molotov contro agenti della polizia. Si è indotta un’enorme confusione tra le operazioni di ricerca dei colpevoli del rapimento dei tre ragazzi israeliani chiamate rappresaglia senza ragione e l’eliminazione a Gaza di lanciamissili di Hamas. I missili seguitano a piovere sul sud d’Israele rendendo impossibile la vita dei cittadini e l’esercito cerca di fermarli. Ciò non ha nulla a che vedere con un’operazione di risposta al rapimento. Nel frattempo, sempre ieri, è stato arrestato Hussein Khalifa, un tassista arabo colpevole di aver pugnalato a morte la diciannovenne ebrea Shelly Dalon che due mesi fa era salita a bordo del taxi del killer per andare a un colloquio di lavoro. Nonostante il grande dolore, non è cambiata assolutamente la posizione dell’opinione pubblica israeliana riguardo l’uccisione del giovane sedicenne palestinese. Netanyahu ha dichiarato che: “Non distinguiamo tra terrorismo e terrorismo: condanno le invocazioni di “morte agli arabi” così come quelle di “morte agli ebrei”. Amos Oz li paragona a “neonazisti”, l’ex leader degli insediamenti Dany Dayan li definisce “un disastro morale” e i grandi rabbini di Israele li hanno messi all’indice. Israele processa gli assassini e non osanna il gesto criminale mentre continuano a circolare le foto di giovani palestinesi con tre dita alzate in segno di festeggiamento per la morte di Eyal, Gilad e Naftalì. Stamattina, Netanyahu ha chiamato il padre del sedicenne ucciso. ’’Voglio esprimere la mia indignazione per il fatto che cittadini di Israele si siano resi responsabili dell’omicidio di vostro figlio ”, ha detto il Primo Ministro. ‘’Abbiamo agito immediatamente per catturare gli assassini. Li condurremo a processo e saranno giudicati sulla base della più ampia estensione della nostra legge”, ha assicurato. ” Denunciamo questa condotta brutale. L’uccisione di vostro figlio è ripugnante e non può essere approvata da alcun essere umano ”, ha concluso. La testimonianza di quanto sia scosso il senso comune israeliano è data proprio dalle parole di Yishai Fraenkel, zio di Naftalì, nonché uno dei tre ragazzi rapiti e uccisi da militanti di Hamas. Lo zio colpito dalla scomparsa del nipote e ancora avvolto dal dolore e dalla sofferenza ha dichiarato senza alcuna esitazione che: “La vita di un arabo è altrettanto preziosa di quella di un ebreo. Il sangue è sangue, un assassinio è un assassinio”.


Micol Debash
La foto di Tel Aviv è di Daniele di Nepi

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Non avevano più di 16 anni, Gilad Shaar e Naftalì Frenkel, giovani studenti di una yeshivà nei pressi di Gush Etzion, 19 ne aveva il loro compagno Eyal Yifrach. Il mondo ha vissuto con trepidazione i diciotto giorni passati dalla notizia del loro rapimento, lo scorso 12 giugno, nel’attesa febbrile di notizie finalmente certe sulla loro sorte e di una loro rapida liberazione, fra appelli di ogni genere. Nulla di tutto questo aveva un senso – scopriamo con terribile dolore ora: finiti nelle mani di uomini di Hamas, Eyal, Gilad e Naftalì non erano neppure mai stati presi davvero in ostaggio, ma immediatamente uccisi, i loro corpi gettati in un campo fra qualche cespuglio nei pressi del villaggio di Halhul.
La loro perdita è come quella di tre fratelli, il dolore per quelle vite spezzate semplicemente indescrivibile, la rabbia per il vile agguato difficile da reprimere. In queste ore di profonda commozione, non possiamo che stringerci moralmente attorno alle famiglie dei tre ragazzi ed auspicare che i responsabili di questo barbaro attentato siano al più presto individuati e paghino per la loro colpa. Che il ricordo di Eyal, Gilad e Naftalì, come vuole la tradizione ebraica, sia di benedizione, e che l’immagine del loro sorriso pieno di fiducia e di speranza per il futuro possa dare la forza a ciascuno di noi e a tutte le democrazie di riaffermare sempre l’amore per la vita e battersi contro ogni cultura o ideologia di morte.
Unione Giovani Ebrei d’Italia

Consiglio UGEIConsiglio UGEI15 giugno 2014
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In questi giorni una decina di anni fa, nel 2005, nella città di Lucca, si era appena concluso il IX Convegno Internazionale « Italia Judaica ». L’argomento scelto in quell’anno era «Donne nella storia degli ebrei d’Italia».

Teso a sottolineare la convergenza esistente tra la storia degli ebrei e la storia delle donne, il convegno si proponeva di analizzare, in particolare, la condizione e il ruolo delle donne nel mondo ebraico italiano nell’arco degli ultimi dieci secoli. Quella di Lucca è solo una delle numerose iniziative che possono dar conto dell’interesse risvegliatosi nel mondo ebraico negli ultimi anni circa la questione femminile, in misura proporzionale alla nascita dei gender studies, e più in particolare della gender history.

L’ebraismo, con il suo millenario patrimonio religioso e culturale, si presta ad essere un ricchissimo bacino al quale attingere per portare a termine riflessioni, discussioni e studi sul ruolo della donna, sui diritti che devono esserle riconosciuti, sulle sue responsabilità e sui suoi compiti, differenti da quelli dell’uomo, ma non per questo necessariamente subalterni. Ed è anche attraverso la microstoria delle vicende di donne ebree vissute nei secoli passati, che si riescono a illuminare dei vuoti, dei silenzi, delle zone lasciate sino ad ora in ombra.

Donne ebree audaci, intraprendenti e autonome popolano il XVI secolo: poetesse (la veneziana Sara Copio Sullam e la romana Debora Ascarelli), imprenditrici e benefattrici (Gracia Nasi), donne medico (si pensi alle ricerche di Angela Scandaliato sulla tradizione ginecologica tutta femminile). Già nel XV secolo alcune donne dovevano godere di ampia autonomia se, come viene messo in luce da Yarhona Pinhas (nel volume La saggezza velata, Giuntina, Firenze 2004), ordinavano agli scribi addetti alla compilazione dei siddurim per uso personale, una variante liturgica della tefillà del mattino.

Si trova scritto, infatti, differentemente da quanto si recita oggi, “Benedetto il Signore che mi fece donna, Benedetto che non mi fece schiava…”. Già nel ‘500 si discuteva su come interpretare la  berakhà del mattino – “Benedetto il Signore che mi fece uomo e non donna” – e si agiva in merito? Sicuramente no, era pur sempre il XVI secolo. Però è chiaro che ci si fosse già accorti della difficoltà della donna al momento della prima preghiera della giornata. Sebbene questi documenti non siano prova di un dibattito, dimostrano una notevole sensibilità circa la questione della differenza del genere femminile rispetto a quello maschile. Una sensibilità che aveva permesso di coniare una variante, seppur limitata, della liturgia tradizionale. Insomma, senza dubbio, si può considerare questa vicenda come un episodio di coscienza di genere.

Del resto, la storia degli ebrei in Italia tramanda la memoria di accesi dibattiti tra rabbini e letterati ebrei e non ebrei che, inserendosi in una tradizione letteraria molto nota al tempo, la querelle des femmes, si esprimevano circa la difesa o il biasimo delle donne. La lista è lunga.

Nel 1490 Avraham de Sarteano, un poeta toscano, scrive un poemetto in terzine, Il misogino, dando avvio a una vera e propria tenzone poetica con altri due letterati che svolgono il ruolo di difensori delle donne: Avigdor da Fano, che oltre a lodare gli esempi di virtù muliebre presenti nella Torah, prende a elogiare anche alcune sue contemporanee, ed Elia da Genazzano. Anche un altro poeta ebreo, Y Ha Penini scrisse un’opera in difesa del genere muliebre, dal titolo L’amante delle donne. Infine nel 1556, Leone de’ Sommi Portaleone, uno dei più noti letterati di religione ebraica del Rinascimento, termina il suo Magen Nashìm, in italiano la Difesa delle donne, poema dalla straordinaria originalità, giacché composto per metà in lingua ebraica e per metà in lingua italiana. Anche quest’ultimo testo era stato portato a termine in risposta a uno scritto contro il genere femminile dello stesso anno. Le accuse di Avraham de Sarteano, erano le tradizionali critiche dei difetti connaturati, secondo i misogini, all’indole e al temperamento delle donne e, cosa non meno importante, facenti parte di una plurisecolare tradizione misogina che accomuna molte culture d’occidente. Si trattava di accuse circa l’incontinenza, la lussuria, la frode e l’instabilità. Leone de’ Sommi di tutta risposta, definisce la misoginia come una forma di follia, un comportamento contro la logica (sono le donne stesse a mettere al mondo gli uomini, perché serbare rancore contro esse?).  Ecco i versi della stanza d’apertura:

Ascoltate le mie parole
Donne sagge honeste e belle
Che unito è il mio canto
Contra queste ciurme felle
Degli vecchi che a le stelle
Hanno innalzato la vostra vergogna
E quind’io vengo in vostro aiuto
Per diffendervi a ogni via.

Leone de’ Sommi denuncia i detrattori delle donne, colpevoli di aver offeso l’onore e la reputazione pubblica del genere femminile. Non è un’intuizione scontata per l’epoca. Il poeta riesce a svincolarsi dalla logica dominante per cui è l’uomo l’unico modello esistente (ovviamente positivo), e riesce a cogliere l’eccellenza e la preziosità delle donne, giungendo a proclamarsi loro fedele difensore. Si tratta di un vero e proprio ribaltamento del codice culturale egemone, di un punto di vista rivoluzionario, in cui tessere l’elogio delle donne non è altro che un atto di giustizia, grazie a cui è possibile riparare un torto inflitto alla parte femminile della società. Inoltre, smaschera con questi versi – pur non essendone consapevole – il pensiero che giudica come difetti e mancanze l’alterità e la differenza rispetto alla centralità di un canone maschile.

Ancor prima che lo stimolo della fiorente produzione editoriale di questi anni, concentratasi spesso su questo tema (nel 1532 Ariosto nell’Orlando Furioso imposta la difesa delle donne, ospitata in numerosi punti del suo capolavoro, in modo analogo), vi è la concezione positiva della donna lampante nella Torah e, più in generale nella cultura ebraica, in cui le matriarche, e non solo loro, sono donne attive, partecipi alla vita del loro popolo, autrici di gesti di fondamentale importanza.

In questo, in fondo, sta la fertilità dei discorsi sulla questione femminile: nel riconoscere la differenza che ogni donna rappresenta rispetto a quella che per secoli è stata una storia tutta maschile. E nel rivendicarla come ricchezza.

Queste e tante altre sono le ragioni che rendono l’appuntamento della Giornata della Cultura Ebraica, dedicata alla donna, un’occasione per perdersi nell’originalità del contributo che l’ebraismo può offrire a un tema così essenziale, oggi, per la nostra società.

Gaia Litrico      


Consiglio UGEIConsiglio UGEI13 giugno 2014
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If you hire people just because they can do a job, they’ll work for your money. But if you hire people who believe what you believe, they’ll work for you with blood and sweat and tears.

 

Come ci possiamo spiegare quando le cose non vanno come vorremmo? Oppure: come si spiega quando gli altri sono in grado di fare cose straordinarie, sfidando tutte le variabili che si oppongono al raggiungimento dei loro obiettivi? Come mai, nel mondo del mercato, alcune aziende sianopiù competitive di altre, nonostante i prodotti che vendono siano validi allo stesso modo?

Tutti noi, nel corso della nostra vita, ci siamo posti queste domande osservando il mondo che ci circonda e probabilmente non siamo riusciti a trovare una risposta che ci soddisfacesse adeguatamente. Simon Sinek, esperto di leadership, racchiude la risposta nel suo modello denominato “Golden Circle”  : esso spiega il motivo per cui noi veniamo ispirati all’azione da una certa tipologia di leader, messaggi ed organizzazioni. È un modello “a matrioska” costituito da 3 strutture concentriche: nella parte più esterna è presente il “WHAT” ovvero l’azione concreta, ciò che ogni persona, od  organizzazione, solitamente fa; a seguire, troviamo il “HOW” , il modo in cui le persone realizzano ciò che fanno; infine, nella parte più interna e centrale, c’è il “WHY” da intendere non come “fare profitto” ma come “qual è il motivo per cui facciamo quello che facciamo?” “perché l’organizzazione esiste?” “ perché a qualcuno dovrebbe importare ciò che faccio?”. Il modo in cui normalmente agiamo e comunichiamo, secondo l’autore, va dall’esterno verso l’interno, dalle cose più chiare e tangibili a quelle più sfocate. L’ispirazione, invece, nasce dal cambiamento dell’ordine delle informazioni: quando comunichiamo dall’interno verso l’esterno parliamo direttamente alla parte del cervello che controlla il comportamento senza aver bisogno del linguaggio.

 

People don’t buy what you do; people buy why you do it.

 

Così Adi Altshuler, a soli 16 anni, fondò il primo movimento giovanile in Israele per bambini disabili dal nome “Krembo Wings”: ispirata dalla sua attività di volontariato quando aveva soli 12 anni, è diventata in poco tempo fonte di ispirazione per molti altri ragazzi che hanno fatto loro la sua causa e diffuso il suo “why”. L’organizzazione, fondata nel 2003, opera ora in 22 rami diversi e conta oltre 2000 persone impegnate in essa. Adi è  presidente di “Krembo Wings” e lavora a Google come manager di Google IL Education.

People don’t buy what you do; people buy why you do it.

 

Cosi Shimon Shocken, professore di informatica e appassionato di ciclismo, ha realizzato un programma di attività all’aperto per giovani detenuti in Israele. Il ciclismo come mezzo per permettere a quei ragazzi di esplorare la bellezza di Israele imparando valori come la condivisione, il lavoro di gruppo, l’autostima. Realizzare ciò in cui si crede, ispirare gli altri per fare del bene.

 People don’t buy what you do; people buy why you do it.

 

Cosi ZE-ZE (che in ebraico significa “this is it”) fu fondata da un gruppo di giovani che volevano divertirsi e allo stesso tempo fare qualcosa di utile. Essi riuscirono a fare in modo che tutti contribuissero alla realizzazione di un progetto mettendo a disposizione le proprie abilità e passioni in modo da contribuire alla causa ma anche migliorare se stessi.

 Questi alcuni esempi di persone esattamente come noi ma che, grazie alla forza dei loro “why”, hanno realizzato i propri sogni.

Miriam Sofia



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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