Hatikwà

Consiglio UGEIConsiglio UGEI4 dicembre 2017
praga1-500x333.jpg

7min990

Per i turisti che decidono di trascorrere una vacanza a Praga, una delle tappe fondamentali è la visita al quartiere ebraico. Lo Josefov ha una storia secolare che ha inizio nel XIII secolo e ha un aspetto decisamente diverso rispetto alle origini: un incendio nel 1689 distrusse quasi interamente l’area, lasciando illesa solo la Sinagoga Vecchianuova (Staronová). Questa, costruita tra 1270 e 1275, è un simbolo delle origini, ma al contrario delle altre sinagoghe storiche, è ancora attiva e la sua struttura interna, situata leggermente sotto il livello del terreno in segno di umiltà, è particolare e concede una diversa percezione della cerimonia religiosa: la zona principale è divisa in due navate, mentre il matroneo è chiuso con mura spoglie e ha solo strette fessure che permettono una visione estremamente limitata dell’area centrale. Sembra di essere immersi in un’altra epoca.

La comunità si ampliò nel corso dei secoli e fu necessario costruire altre sinagoghe: la Maiselova (il nome rimanda al finanziatore Mordechai Meisel, che diede un grande contributo alla ristrutturazione del quartiere alla conclusione del XVI secolo), la Pinkasova e la Klausova, edificata in stile barocco dopo il grande incendio del 1689, tutte oggi adibite a museo. La sinagoga più recente all’interno del quartiere è la Spagnola (Španĕlská), sulle fondamenta della Scuola Vecchia e costruita secondo uno stile moresco, che nelle sue decorazioni interne ricorda l’Alhambra di Granada.

Sicuramente l’elemento caratterizzante del quartiere è il cimitero monumentale, ricordato anche in numerosi romanzi, tra cui il racconto delle vicende di Simone Simonini narrate da Umberto Eco nel 2010. Immerso in un’ambientazione fiabesca, si estrania dagli edifici circostanti. Ci si immerge in un paesaggio distante dalla vita cittadina, silenzioso e rispettoso, quasi come se la moltitudine dei turisti in visita in una calda giornata d’estate non ci fosse. Le lapidi sono accatastate una sull’altra, a causa delle radici che hanno inclinato il terreno e del tempo che ne ha corroso le incisioni che indicavano nomi e date dei defunti; inoltre sono aggiunti simboli che specificano le origini o la professione: mani benedicenti per i kohanim, brocca e bacinella per i leviim. Sotto di esse, vi sono nove strati di sepolture, di cui la più antica risale al Quattrocento. Nessun ritratto, come da tradizione ebraica, solo i simboli associati al lavoro o alla condizione sociale del defunto. I turisti poggiano sassi e visitano le tombe più note, tra cui di quella Judah Loew ben Bezalel, vissuto tra XVI e XVII secolo, conosciuto come rabbi Löw ed entrato nei racconti leggendari per la creazione del Golem. Il mito di questa creatura creata magicamente ha origini molto antiche e si mischia con le leggende popolari degli ebrei del ghetto, che lo caratterizzavano come servitore in grado di sbrigare le mansioni quotidiane e di proteggere la popolazione dai frequenti pogrom. Secondo il mito, i resti di questi esseri mostruosi di argilla creati dal rabbino Löw si trovano ancora nella soffitta della sinagoga Staronová. La leggenda dei Golem che si moltiplicavano diventando talmente grandi da essere incontrollabili ricorda l’opera “L’apprendista stregone”, la ballata scritta da Goethe e ispirata da uno scritto dell’autore greco antico Luciano di Samosata. Terminata la visita dal sapore quasi mistico, si ritorna immediatamente alla realtà e la leggenda si trasforma in attività commerciale: bancarelle che vendono souvenirs e biscotti a forma del mostro attirano l’attenzione della moltitudine di turisti.

Allontanandosi dal principale centro della Repubblica Ceca non si perdono le tracce ebraiche, nonostante i pogrom e le espulsioni dell’età moderna: vi sono altri sei piccoli centri in Boemia. Uno di questi è nella cittadina di Plzen, che oltre a essere conosciuta per la birra prodotta, ha anche la seconda più grande sinagoga d’Europa, dopo quella di Budapest. La costruzione iniziò nel 1888, proprio nel quarantesimo anno dall’incoronazione dell’imperatore Francesco Giuseppe I d’Austria, e si concluse nel 1893. Ha tre navate, quella centrale conclusa dall’Aron Akodesh, mentre le due laterali sono sovrastate dal matroneo; i soffitti e le vetrate sono decorati in stile moresco, che colorano e illuminano lo spazio. L’esterno, altrettanto prezioso, riprende la divisione interna, ma ricorda anche uno stile misto tra il romanico e il gotico, fatta eccezione per le due cupole delle torri laterali che rievocano quelle delle chiese russe ortodosse. Gli ebrei di Plzen non hanno potuto godere a lungo della sinagoga, chiusa ma sopravvissuta al regime nazista e alla fine della guerra restituita ai pochi sopravvissuti alla Shoah.

Un’ulteriore testimonianza della presenza ebraica nelle altre località boeme si coglie dalle pietre d’inciampo sparse in varie località, si trovano anche nella cittadina di Kutnà Hora: qui sono state volute dalla signora Dagmar Lieblová, ultimo membro vivente della comunità ebraica di Kutnà Hora, ex deportata e sopravvissuta alla Shoah.

Susanna Winkler, romana, studia beni culturali

Consiglio UGEIConsiglio UGEI26 novembre 2017
melencolia_i-396x500.jpg

4min800
Albrecht Dürer, “Melencolia I”

“La sua melanconia non rappresenta né l’avarizia né l’insania mentale, ma un essere pensante in uno stato di perplessità. Non è fissa su un oggetto che non esiste, ma su un problema che non può essere risolto”: così Erwin Panofsky descrive l’incisione di Albrecht Dürer “Melencolia I”. Quando questo passo della “Vita e l’opera di Albrecht Dürer” mi è capitato sotto gli occhi un po’ per caso alcuni giorni fa, ho subito pensato alle parole pronunciate poche ore prima da Georges Bensoussan, ospite a Torino in un convegno su Israele e antisemitismo nel mondo islamico. A conclusione del proprio intervento, lo storico francese aveva sottolineato, riferendosi al conflitto israelo-arabopalestinese, che alcuni problemi, grandi o piccoli che siano, non hanno soluzione.

È forse banale affermarlo, ma credo che abbia colto nel segno. Perché è vero che capita di cullarsi nell’idea positivista, o forse soltanto esageratamente ottimista, che a ogni problema corrisponda almeno una soluzione, che ogni matassa di filo, per quanto intricata, possa essere dipanata. È radicata l’idea che sia possibile sciogliere ogni nodo, con pazienza e buona volontà. Eppure forse chi vuole riflettere seriamente su un conflitto, di qualsiasi tipo si tratti, dovrebbe prima di tutto porsi il quesito: “Esiste una soluzione possibile, ovvero accettabile, per le parti coinvolte?”. Nel caso del conflitto tra porzioni consistenti del mondo arabo-islamico e Israele, temo sia complicato rispondere positivamente, almeno da alcuni anni a questa parte. A questo proposito, è peraltro difficile sopravvalutare le responsabilità di una leadership arabopalestinese che a tutto sembra interessata tranne che alla ricerca del benessere e della tutela delle persone che sarebbe chiamata a rappresentare.

Le parole di Bensoussan, per converso, possono venire strumentalizzate e trasformarsi in una comoda scusa. Se infatti a un problema non corrisponde una soluzione accettabile, potrebbe pensare qualcuno, qualsiasi sforzo verso la soluzione stessa è inutile, frutto di un atteggiamento non realista fedele ai principi generali e poco attento alla materia grezza da cui il mondo prende forma. Chi argomenta in questo modo, però, non si accorge di stare abbracciando un ordine di principi differente ma ancora più astratto, rinunciando in partenza all’azione efficace, che è sempre confronto, compromesso, ricerca.

C’è infine una terza via. È quella che Panofsky individua nell’incisione di Dürer: malinconia, inazione, depressione, silenzio, attesa, paralisi. Anche questa strada di disillusione e indifferenza, evidentemente, non conduce in nessun luogo.

Resta ancora una possibilità, la più ovvia ma non sempre la più semplice: fare il possibile qui e ora. Senza cullarsi nell’illusione che non possano esistere problemi senza soluzione; senza rifiutare il confronto in nome di un presunto iperrealismo che è di fatto affermazione dei più astratti principi e spesso comoda scusa per giustificare la propria mancanza di buona volontà; senza rinunciare programmaticamente all’azione. Quello che resta è forse poco, ma è quello che possiamo fare.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI24 novembre 2017
Periodic_table.jpg

6min790

Il “Sistema periodico” è il risultato della raccolta di racconti molto diversi, scritti da Primo Levi in periodi diversi e pensati, in alcuni casi, nel corso di decenni. Levi ha cercato a lungo un principio unificatore, una struttura attorno a cui riunire i contributi che vanno, nell’ordine delle pagine infine adottato, dagli antenati ebrei piemontesi di “Argon”, una costellazione di personaggi “nobili e inerti”, allo straordinario viaggio di un atomo di carbonio che è una riflessione sulla vita e il suo rigenerarsi perpetuo, “storia del tutto arbitraria” e “tuttavia vera”, ma anche sui mestieri di chimico e di scrittore. Il “Sistema periodico” e la scrittura di Levi sono stati al centro del convegno “Cucire parole, cucire molecole” che ieri e oggi si è svolto a Torino, organizzato dall’Accademia delle Scienze e dal Centro Internazionale di Studi Primo Levi. Tra i relatori, Robert Gordon, Gian Luigi Beccaria, Martina Mengoni e Luigi Cerruti.

La chimica è magia e la sua pratica quotidiana, tra alambicchi e vernici, apre al senso della meraviglia scientifica. E’ una ricerca per “dragare il ventre del mistero con le nostre forze”, perché “tutto intorno a noi era mistero che premeva per svelarsi”, scrive Levi nel racconto “Idrogeno”. E ancora, altrove: “Per me la chimica rappresentava una nuvola indefinita di potenze future”.

Ma è anche e soprattutto nel momento della scrittura che Primo Levi è chimico. Levi scrive con chiarezza estrema, soppesando elementi e assemblando molecole. Il risultato è una esemplare limpidezza, lontana dagli espressionismi plurilinguistici di Gadda, altro scrittore scienziato. Primo Levi, secondo la mia opinione di lettore appassionato ma non specialista, dimostra che quello della scrittura è un alacre lavoro di laboratorio, non colpo di genio isolato ma impegno di lunga durata, limatura e progressivo perfezionamento. Non perché non ci sia anche il genio, ma perché questo è precondizione, non causa della grandezza. Primo Levi va spesso alla ricerca delle parole e attinge, per esempio, da parlate locali e dal giudaico piemontese. La chimica stimola la vitalità della scrittura, è ricerca di combinazioni linguistiche nuove. Levi è filologo ricco di acume quando va alla radice di modi di dire e espressioni popolari, o compie digressioni sul significato delle parole. Nel “Canto di Ulisse” di “Se questo è un uomo” scrive: “Ma misi me per l’alto mare… Di questo sì, di questo sono sicuro, sono in grado di spiegare a Pikolo, di distinguere perché ‘misi me’ non è ‘je me mis’, è molto più forte e più audace, è un vincolo infranto, è scagliare se stessi al di là della barriera”. Oppure nella “Chiave a stella”, leggendo il quale sembra di entrare in officina, con quella lingua ricca di metafore aziendali e di fabbrica.

L’opera del chimico scrittore si fa forte di sobrio rigore e periodare terso, una lingua florida e parole che vengono accuratamente pesate. Nessuna concessione effimera al “bello scrivere”: il risultato sgorga naturalmente dal lungo e difficile lavoro, “un trapasso dall’oscuro al chiaro” secondo Levi, come emergono naturalmente dal marmo le figure di Michelangelo. Limare e fresare parole e frasi, come eliminare i frammenti superflui di marmo, significa applicare un principio di economia e tendere all’eleganza. “Concentrare, cristallizzare, asciugare alla pompa, lavare e ricristallizzare”: è la preparazione del solfato di zinco descritta nel racconto “Zinco”, ma può indicare anche il mestiere di scrittore di Primo Levi.

Elementi, vernici e materiali, inoltre, sono protagonisti con caratteri umani, e lo scrittore, come un alchimista, percepisce significati umani nella materia. E’, in fondo, nient’altro che la chimica: materia viva, metamorfosi, trasformazione. “Pensare con le mani e con tutto il corpo”, come spiega Faussone nella “Chiave a stella”. Cucire parole, cucire molecole.

Nell’opera di Primo Levi in generale e nel “Sistema periodico” in particolare è evidente, come già notava Calvino, il tentativo di saldare la cultura umanistica e quella scientifica, ricomponendo una frattura che nella cultura italiana è particolarmente lacerante e che con il tempo, purtroppo, non accenna a diminuire. “Perché Primo Levi scrive, visto che fa il chimico?”, potrebbe allora chiedere qualcuno. Bisognerà allora prendere la parola e raccontare che il “Sistema periodico” – “il miglior libro di scienza mai scritto” secondo il “Guardian” – narra la storia della chimica, cioè della vita. Per farlo, si può cominciare da un minuscolo atomo di carbonio.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI22 novembre 2017
warsaw-500x281.jpg

5min820

L’Europa si è risvegliata. Ricorda un po’ il film “Nell’anno del Signore” del 1969 di Luigi Magni, i due carbonari Leonida Montanari e Angelo Targhini prima di essere condotti al patibolo, sentono il vociare del popolo che sembra sollevarsi per liberarli e compiere l’attesa rivolta contro il papato, quando in realtà il popolo si era svegliato sì, ma per accorrere in festa alla loro esecuzione in Piazza del Popolo. A Varsavia a destarsi è l’Europa bianca, quella cristiana e non di sangue misto s’intende, quella che grida contro gli “ebrei al potere”, i neri, gli arabi e tutto ciò che è altro. C’era anche Forza Nuova, Casa Pound no, troppo impegnata probabilmente nei dibattiti televisivi e a darsi “sembianze democratiche” prima delle elezioni, per il manganello e le ronde c’è tutto il tempo dopo. Non importa se visto il passato e l’invasione nazista, la Polonia dovrebbe essere un paese sensibile verso l’antisemitismo e la xenofobia, la storia si può sempre cambiare e adattare ai tempi che corrono. Persino la destra e la sinistra adesso possono finalmente combaciare nel nome di una lotta comune, il sovranismo, l’Alt-right, Diego Fusaro o Alain de Benoist ne sono gli esempi, si prende qualche lotta e termine della sinistra, utile a incantare le masse, e ci si aggiunge i “valori” patriottici della destra. Già il primo fascismo ed il nazionalismo di Iosif Stalin ne furono i precursori, del resto se si guarda per l’appunto all’Est Europa, il mantra “non esistono più destra e sinistra” acquista pieno valore.

Quindi se queste definizioni non hanno più senso, sarebbe inutile parlare di fascismo e antifascismo, ci s’ispira al fascismo senza chiamarlo così in modo esplicito, perché in fondo adesso i problemi sarebbero “altri” e più urgenti, quello che chiamano “fascismo” non è altro che un’ “ossessione dei media”, e allora anche la Shoah è “una cosa accaduta 70 anni fa, che senso ha riparlarne?” – parole degli amministratori dalla pagina di 60.000 membri “Donald Trump Italian Fan Club”, sul caso degli adesivi di Anna Frank. Anche per altre vulgate, la xenofobia e il neofascismo sono pur sempre problemi minori o inesistenti e fittizi, tra cui per buona parte di quella destra che si considera filo-israeliana e “vicina agli ebrei”. Il vero antisemitismo per essa, è soltanto quello proveniente dalla sinistra e dall’Islam “che controlla media ed istituzioni” ed ha come fine la distruzione di Israele e l’invasione islamica.

L’antisemitismo è certo un fenomeno insito ovunque, il jihadismo è un problema reale con cui fare seriamente i conti anche per contrastare questi moti regressivi. Ma se nell’Islam oltre ai tagliagole di Daesh possiamo trovare anche personaggi come Dervis Korkut il quale mentre la Bosnia era invasa da nazisti e ustasha mise a repentaglio la propria vita per salvare degli ebrei e la Haggadah di Sarajevo (nascosta poi da un chierico dentro una moschea), e se essere di sinistra non dovrebbe equivalere ad essere antisemita o anti-israeliano, sfiderò invece a trovare un qualunque suprematista bianco o neofascista che non vede nell’ebraismo, senza distinzioni, un nemico. Quando l’antisemitismo e la xenofobia sono, velatamente o no, tratti distintivi insiti nei nazional-populismi, dove l’altro sarà ogni qual volta percepito come elemento avulso e nocivo per una supposta integrità nazionale. Si potrà poi controbattere, che i neofascisti o gli xenofobi sono nient’altro che degli haters presenti soprattutto nel mondo del web, ma essi non sono creature mitologiche, vivono intorno a noi, votano, e un giorno potrebbero (come già accade) sedere in parlamento.

Francesco Moises Bassano

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI15 novembre 2017
dialogo1-500x372.jpg

3min840

Ci hanno appena lasciato due importanti figure del secondo Novecento, due grandi uomini, leader carismatici delle loro comunità: rav Giuseppe Laras e lo Shaykh Abd al-Wahid Pallavicini. Due uomini diversi per storia, per il modo in cui sono giunti alla loro fede, ma accomunati dall’impegno speso negli anni nel dialogo interreligioso.

Lo hanno fatto in modi diversi: Pallavicini in una chiave più ecumenica, Laras forse in chiave più politica o perlomeno più pratica, ma entrambi con lo stesso impegno e con la stessa passione.

Come giovani ebrei siamo chiamati a continuare sulla strada segnata da questi due grandi maestri cercando di cogliere da entrambi il meglio delle loro visioni per questo dialogo. Il dialogo religioso va fatto se questo risulta essere un dialogo utile, costruttivo di qualcosa di tangibile e non un mero esercizio di erudizione teologica. Tramite il dialogo dobbiamo costruire ponti, capisaldi comuni che ci permettano di avvicinarci e creare punti d’incontro tra le diverse comunità. Questa prima fase è la base di partenza del dialogo, quella che porta al rispetto reciproco, condizione essenziale per poter giungere alla seconda fase, quella più complicata ma più importante: quella in cui si mettono sul tavolo i punti che invece non sono condivisi a livello culturale, teologico, o anche politico. È nella condivisione pacata, e mediata dal rispetto precedentemente costruito, che si può pensare di discutere di ciò che invece non ci accomuna, restando quindi diversi, consapevoli che nelle nostre diversità risiede la nostra ricchezza.

Solo tramite il rispetto del prossimo è possibile poi discutere dei veri problemi di questa nostra società.

Filippo Tedeschi, torinese, è vicepresidente Ugei


UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


Contattaci