Hatikwà

Consiglio UGEIConsiglio UGEI24 febbraio 2018
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Alcuni giorni fa il Jerusalem Post ha pubblicato un editoriale sulla situazione geopolitica in Medio Oriente e il ruolo degli Stati Uniti. L’articolo è stato tradotto in italiano e pubblicato sul sito Israele.net, un luogo virtuale che dimostra nel modo più limpido come si possa difendere le numerose ragioni di Israele preferendo agli schiamazzi equilibrio e professionalità. I curdi siriani sono stati il gruppo che più di ogni altro ha contribuito alla lotta contro lo Stato islamico (Daesh), ma questo – sottolinea il Jerusalem Post – non è bastato a evitare l’abbandono da parte degli Stati Uniti. Nell’epoca di Donald Trump le dichiarazioni roboanti hanno finora tenuto la scena, con esiti a oggi non certo brillanti, cacciando nell’angolino i fatti. Il disimpegno materiale, strategico e ideologico degli Stati Uniti in Medio Oriente, peraltro, non è una novità introdotta dall’attuale inquilino della Casa Bianca: come dimenticare le linee rosse di Barack Obama in Siria, sistematicamente violate senza che questo portasse ad alcuna reazione sostanziale, con conseguente apicale perdita di credibilità per Washington? È abbastanza evidente che più gli Stati Uniti si allontanano dal Medio Oriente, più crescono le probabilità di nuovi conflitti. Nello scenario possibile di una guerra tra Teheran (e suoi alleati, non solo Hezbollah ma anche Russia e Turchia) e Gerusalemme, che cosa succederebbe se gli Stati Uniti si comportassero con Israele come con i curdi siriani? Le dichiarazioni di amicizia e sostegno degli Stati Uniti verso Israele avranno lo stesso valore di quelle profuse nei confronti dei curdi, di fronte ai quali gli americani hanno girato le spalle?

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI19 febbraio 2018
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“Ha avuto, nella sua vita, la sfortuna di incontrare due diverse forme del fascismo, un qualcosa che noi oggi dobbiamo ascoltare dalla viva voce di chi ha sperimentato come il totalitarismo può prendere forme mortifere.” Con queste parole la giornalista Daniela Ovadia ha presentato Vera Vigevani Jarach, attivista ebrea italo-argentina che durante la dittatura militare perse la figlia Franca e contribuì a creare il movimento di proteste delle Madri di Plaza de Mayo, in un incontro al Magazzino Musica organizzato dall’UGEI e da JOI giovedì 15 febbraio.

Dopo il benvenuto del Presidente UGEI Carlotta Jarach, la Vigevani ha iniziato partendo proprio dall’introduzione della Ovadia: “Direi che siamo preoccupati di nuovo, perché anche qui in Italia ci sono serie preoccupazioni di nuovi movimenti fascisti. Qui e in altri paesi.” Proprio il giorno prima ne ha parlato con la neoeletta senatrice Liliana Segre, “e abbiamo condiviso questa preoccupazione, perché ci sono dei bruttissimi segni.” Ha aggiunto che sui giornali italiani si tende a non parlare di ciò che succede attualmente in Argentina: “Sta succedendo che abbiamo un governo legittimo, regolarmente votato, che però è un governo autoritario, che sui diritti umani fa delle cose che sembrano quasi totalitarie, non li rispettano sia nel mondo del lavoro sia con questo modello economico, più o meno lo stesso che avete voi in Italia.”

In seguito ha raccontato un fatto che le è capitato tempo fa, quando ebbe occasione di incontrare Papa Francesco, in Piazza San Pietro, e in quell’occasione gli disse: “Caro Papa, io mi chiamo tal dei tali, ho avuto due genocidi, mio nonno è rimasto in Italia, è finito ad Auschwitz, non c’è tomba, poi molti anni dopo mia figlia, diciottenne, per la dittatura civico-militare, e anche lei finì in un campo di concentramento e non ‘è tomba perché ci furono i voli della morte. Caro Papa, perché non (mandare) non un’enciclica, ma un messaggio di solidarietà non solo ai cristiani ma a tutto il mondo, e in mezzo a questo messaggio perché non ci metti questo: ‘Mai più in silenzio.’ Mai più l’indifferenza.” Poco dopo, una suora che la accompagnava in piazza, e che era nipote di un’altra desaparecida, le disse: “Sa signora, questa parola, ‘solidarietà’, io credo che stanno cercando di cancellarla dal vocabolario.”

Ha continuato chiedendo al pubblico, e soprattutto ai giovani, cosa volevano sapere poiché, come le disse una volta Primo Levi, “quello che è accaduto una volta può accadere un’altra volta.” “Cosa si può fare perché questo non accada?” si è chiesta. “Si possono fare molte cose, non c’è mai una garanzia ma ci sono delle cose che si possono fare, e il mio impegno, da molti anni a questa parte, è cercare di trasmettere la memoria ma non soltanto per guardare verso il passato, è soprattutto per guardare il presente e quello che potrebbe accadere nel futuro.” A tal fine, spesso va a parlare nelle scuole superiori e nelle università, sia in Argentina che in Italia, per rivolgersi ai giovani.

Parlando dell’Argentina, ha spiegato che il concetto di “desaparecido” non è nato in Argentina, ma è stato importato da militari francesi, che da anni facevano le stesse cose in Algeria, e che vennero in Argentina apposta per insegnarlo agli argentini. Inoltre, ha raccontato che anche nei campi argentini i prigionieri politici portavano un numero e subivano orribili torture, incatenati mani e piedi. “Non è vero che non si sapeva, ancora oggi ci sono persone che dicono ‘ma no, io non sapevo niente’; non è possibile. Innanzitutto, dal momento in cui noi Madri di Plaza de Mayo abbiamo cominciato a scendere in piazza, noi le storie le conoscevamo e cercavamo di dirle, ma la gente guardava dall’altra parte. E c’era la paura, la paura esisteva, anche noi avevamo paura, ma l’abbiamo vinta.”

Ripartendo dalle origini del movimento, la Vigevani ha raccontato che all’epoca c’era un silenzio connivente su ciò che accadeva; le madri degli scomparsi iniziarono a parlare tra loro, facendo le stesse cose e vedendosi negli stessi posti, e a volte andavano in un ufficio del governo per chiedere dov’erano i loro figli: a lei una volta risposero: “Non si preoccupi, faccia finta che sua figlia sia in vacanza.” A un certo punto, dopo che avevano anche mandato lettere ai politici o ad Amnesty International una di loro, Azucena Villaflor, disse “basta, qui bisogna andare in piazza!” Ciò nonostante ci fosse lo stato d’assedio e fosse proibito, per un gruppo, riunirsi in piazza. “Non siamo state eroine,” ha detto, “eravamo madri e avevamo bisogno di sapere dov’erano i nostri figli.”

Concentrandosi invece sulla situazione degli italiani in Argentina, ha raccontato che spesso chiedevano aiuto all’ambasciata che però chiudeva le porte. Inoltre, per molto tempo i grandi giornali italiani non parlavano dell’Argentina, come il Corriere, che influenzato dal membro della P2 Licio Gelli ritirò il proprio corrispondente da Buenos Aires in quel periodo.

Parlando di come vivevano gli ebrei, ha ricordato un episodio della sua infanzia: quando arrivò in Argentina, nel marzo 1939, aveva 11 anni ma aveva perso delle classi delle elementari, e il padre la mandò in una scuola italiana, che però dipendeva dal Ministero degli Esteri, e quindi era fascista: “Il libro era lo stesso libro che si usava in Italia. Eravamo tre bambine ebree, due di Milano e una di Napoli. Eravamo piccole, ma non eravamo stupide, capivamo quello che stava accadendo. Un giorno ci portano in uno scantinato, dove ci fanno sedere tutte per terra, per ascoltare il discorso di Mussolini dell’entrata in guerra. E ci siamo messe a piangere, tutte e tre. La direttrice ci vede, ci porta in direzione e ci da un tè per calmarci, e ci spiega ‘io capisco voi, ma è nostro obbligo.’ Poi però abbiamo capito una cosa, che ci ha molto addolorato: non era solo il nostro tema di essere migranti ed ebrei, ma abbiamo capito che il discorso di Mussolini e l’entrata in guerra significava la morte di molti soldati italiani.” Ha aggiunto che, durante la dittatura, le autorità argentine erano molto antisemite, tanto che su 30.000 desaparecidos 2.000 sono ebrei, quelli che venivano internati subivano torture atroci e raramente si sono salvati.

Infine, ha voluto dare un messaggio di incoraggiamento: “Allora c’era solo un organo per i diritti umani in Argentina, oggi sono 13. Siamo una resistenza abbastanza forte, e anche se non vorrebbero devono rispettarci.”

Nathan Greppi

Da Mosaico-cem.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI18 febbraio 2018
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Se è vero che la dimensione etica pervade, pur senza esaurirla, tutta l’halakhà, il volume La giustizia seguirai. Etica e halakhà nel pensiero rabbinico (Giuntina) è una introduzione organica e limpida alle domande che la tradizione ebraica ha affrontato, elaborando costantemente una pluralità di risposte che, a propria volta, vengono a dare forma a nuove domande. L’autore Massimo Giuliani non rinuncia ad approfondire questioni come l’etica del lavoro, il primato della giustizia, il ruolo dei principi etici, delle mitzwot, di doveri e diritti, ma anche ecologia e vegetarianesimo, la sovranità nazionale ottenuta con la fondazione del moderno stato di Israele, la possibilità di un tiqqun ‘olam (aggiustamento del mondo) dopo Auschwitz.

Tra i molti passi di particolare interesse anche il capitolo sul significato del martirio nella tradizione ebraica (pp. 53-70), un motivo in bilico tra testimonianza della propria appartenenza e idolatria. “Non si trova nella spiritualità ebraica una celebrazione della sofferenza come valore e strumento di (auto)redenzione”, non c’è spazio per “la morte cercata ed esibita appunto come testimonianza o come ‘sacrificio di sé’”. Non stupisce, dunque, l’assenza dal canone ebraico dei libri dei Maccabei, presenti invece significativamente in quello cristiano, la mancata elevazione a modello di Sansone e il silenzio totale sui fatti di Masada narrati da Giuseppe Flavio: il suicidio collettivo degli ebrei assediati sulla fortezza erodiana che domina il Mar Morto è “un racconto commovente di eroismo teso a celebrare, direbbe Yeshayahu Leibowitz, un ideale umano tenuto in gran conto dall’ellenismo, ma non a santificare haShem”, come vorrebbe invece la tradizione ebraica.

Marc Chagall, “Crocifissione bianca” (particolare)

Anche in riferimento alla Shoah l’utilizzo della categoria di martirio è fuorviante. Innanzitutto perché il martire (dal greco “martys”, testimone, passato al latino cristiano) fa una scelta consapevole di testimonianza, mentre gli ebrei assassinati ad Auschwitz di solito non sapevano neanche perché venivano messi a morte. Inoltre “spesso il martire ha una scelta: abiurare o morire”, scelta che gli ebrei deportati non avevano: “il milione e più di bambini uccisi nella Shoah non morirono né per la loro fede né malgrado la loro fede […] Ad Auschwitz non vi fu scelta” (Emil Fackenheim, “La presenza di Dio nella storia”). In questo contesto anche la categoria teologica di qiddush haShem, la santificazione del Nome di Dio, ha subito una elaborazione. “Ne fu codificatore, dal ghetto di Varsavia destinato a distruzione, il rabbino Yitzchak Nissenbaum che elevò a mitzwà la mera sopravvivenza e non il martirio: contro l’accettazione e la celebrazione della morte, anche per fede, è piuttosto la vita e ogni atto di resistenza, attiva o passiva, a dover essere equiparata a un qiddush, a una santificazione”.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI16 febbraio 2018
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Una foto un po’ sfuocata, per un’esperienza invece quanto mai vivida.

Ieri è stata una serata speciale, quella passata con Vera Vigevani Jarach: con una lucidità rara, si è dimostrata subito preoccupata dei rigurgiti fascisti italiani, europei, mondiali, preoccupata di ciò che rivede così famigliare. Silenzio e indifferenza, questi i corresponsabili di ogni totalitarismo, che devono essere combattuti con forza, incoraggia Vera. Lei, ora 90enne, fuggita alle leggi razziali quando ancora non aveva finito le elementari fino alla lontana Argentina, durante la dittatura militare (“e civile”, sottolinea Vera) di quest’ultima, un altro lutto. La sua unica figlia, diciottenne, è vittima di un volo della morte e Vera diventa una delle più attive madri della Plaza de Mayo, e fa di questo la sua causa di vita.

Ieri sera Vera ci ha raccontato, tra le tante cose, che oltre duemila dei trentamila desaparecidos erano di famiglia ebraica: a loro fu riservato un trattamento, se possibile, ancora più duro.

Sono personalmente molto orgogliosa di averla invitata a parlare; e in questo breve spazio ci tenevo pubblicamente a ringraziare JOI per questo primo evento insieme, e per l’ottimo lavoro di squadra, Daniele Zuffanti per aver reso possibile l’incontro con Vera, e Magazzino Musica per averci accolto.

E un sentito grazie alle oltre cento persone che sono rimaste, come me, per più di due ore, ad ascoltare una Donna con la d maiuscola.

Hai detto che bisogna credere ai giovani e imparare da loro. Cara Vera, siamo noi ad avere imparato tanto da te, e da oggi racconteremo anche noi la tua storia.

Carlotta Micaela Jarach, Presidente Unione Giovani Ebrei d’Italia


Consiglio UGEIConsiglio UGEI11 febbraio 2018
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In numerosi libri Lia Levi ha raccontato la normalità, l’esperienza quotidiana sull’orlo di essere rovesciata e di tramutarsi in tragedia. E’ così fin dall’opera prima “Una bambina e basta”, in cui ha narrato la propria storia di salvezza nella Roma controllata dalle forze nazifasciste, e di nuovo nel più recente romanzo “Questa sera è già domani”, pubblicato ancora con le edizioni e/o e da poche settimane disponibile in libreria. In questi libri, come nell’attività che la vede impegnata da anni nelle scuole, Lia Levi elabora i ricordi per trasformarli in memoria: un processo in cui si perde qualcosa e si conserva altro, essenziale in ogni caso per mantenere vivi accadimenti del passato in un contesto mutato.

In “Questa sera è già domani” la scrittrice di famiglia piemontese recupera i ricordi del marito Luciano Tas, giornalista e saggista noto nell’ambiente ebraico italiano scomparso nel 2014. Lia Levi racconta la sua storia, quella di un ragazzo prodigio in grado di stupire tutti e di iscriversi a classi con compagni più grandi, che a un certo punto però rientra nella normalità dei propri coetanei. Siamo a Genova negli anni trenta, anni di regime ormai consolidato. Al centro della vicenda la figura della madre del ragazzo, che quando si rende conto che il figlio non è un genio matura nei suoi confronti un atteggiamento di opposizione e autentico rancore.

Lia Levi con il marito Luciano Tas (1927-2014), la cui storia è raccontata nel romanzo “Questa sera è già domani”

Non mancano gli spunti di riflessione sull’ebraismo. “Tu credi in Dio solo qualche volta. Sappi che invece Dio crede in te sempre”, dice il rabbino Bonfiglioli al ragazzo. E molte pagine più avanti: “La tradizione, sai, è l’albero. La foglia, se non è attaccata all’albero, diventa secca, vola via e dopo poco non è più neanche una foglia”. A ricordare agli ebrei, senza eccezioni, una appartenenza più o meno sbiadita interviene la campagna antisemita del regime fascista e la legislazione razzista del 1938, che trasforma gli stranieri in apolidi e priva dei diritti tutti. Si sviluppa allora a più riprese, durante riunioni affollate di parenti, il dibattito tra chi consiglia di andare via, finché è possibile, e chi vuole rimanere.

Nell’ultima parte del romanzo la famiglia del protagonista cerca di riparare in Svizzera dopo l’occupazione tedesca del Paese in seguito all’armistizio dell’8 settembre 1943, con cui ha inizio per gli ebrei italiani la persecuzione delle vite. Sulle ultime avventurose pagine aleggia l’incubo del respingimento alla frontiera elvetica per persone ormai prive di risorse economiche e spossate dalla paura e dalla fuga. Sono pagine commoventi che richiamano alla mente i fatti di oggi, a noi così vicini eppure percepiti di solito come tanto lontani, di fronte ai quali solo a parole, e neanche sempre, Paesi democratici sono disposti ad accogliere chi giunge dopo percorsi spesso rocamboleschi da contesti di stenti e di conflitto. Mentre “si sente ribollire la terra, con questa nuova vena di stampo fascista”, come ha dichiarato Lia Levi in una recente intervista. E’ un’analogia però e non un paragone, perché i contesti sono molto differenti e il Mediterraneo del 2018 non è l’Europa sotto il dominio nazifascista. Ma la vita, la vita delle persone è la medesima. Ed è quello che più conta: la vita delle persone e basta.

Giorgio Berruto

Da Moked.it



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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