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Consiglio UGEIConsiglio UGEI7 settembre 2018
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La UIL Scuola collabora da oltre dieci anni con l’UCEI nell’organizzazione di percorsi di formazione sui temi della memoria della Shoah e quest’anno organizza “un viaggio nella memoria” ad Auschwitz-Birkenau indirizzato prevalentemente ai giovani, per circa 100 partecipanti. Vorrebbero che ci fosse una rappresentanza di circa 20 ragazzi provenienti dalle Comunità Ebraiche di tutta Italia, ed è proprio per questo motivo che invitano persone ad andare gratuitamente.

Tutti i partecipanti in questo percorso sono anche invitati ad un incontro con un reduce che si terrà a Roma in una data ancora in via di definizione nel mese di settembre. Il viaggio avrà luogo dal 3 al 5 ottobre (sarà garantito rientro entro Shabbat) e il gruppo sarà accompagnato da esponenti delle Comunità ebraiche e della UIL.

Questo viaggio è il risultato di un lavoro lungo e di molte persone e risorse che vi sono state dedicate, consapevoli di quanto sia fondamentale infondere tale valore soprattutto nei giovani a cui è affidato il futuro della nostra società, anche nei luoghi di lavoro, per esaltare la centralità del dialogo e della convivenza, specialmente nell’ottantesimo anniversario delle Leggi antiebraiche e alla luce degli sviluppi cui assistiamo in tutta l’Europa.

La UIL sta organizzando il tutto per garantire ai partecipanti di origine ebraica pasti kasher.

Per maggiori informazioni contattateci a info@ugei.it

 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI31 maggio 2018
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Si è conclusa il 27 maggio la 101esima edizione del Giro d’Italia: dopo tre intense settimana la Corsa Rosa è giunta al capolinea facendo l’ultima tappa nella città di Roma.

Palazzo Venezia, Altare della Patria, Campidoglio, Circo Massimo, Terme di Caracalla, Colosseo, Fori Imperiali, Trinità dei Monti, sono solo alcuni dei luoghi che i ciclisti hanno attraversato, percorrendo il circuito di 11,5 chilometri per dieci volte.

Moltissime le persone che si sono radunate a Piazza Venezia per sostenere la squadra israeliana Israel Cycling Academy, sventolando la bandiera d’Israele.

Gli atleti sono poi stati accolti ai giardini del Tempio Maggiore per un cocktail di benvenuto organizzato dall’UCEI, insieme alla Comunità Ebraica di Roma, alla Fondazione Museo della Shoà e alla Signora Gioia Bartali, in omaggio a Gino Bartali, riconosciuto Giusto tra le Nazioni, e a cui è stata conferita la cittadinanza onoraria postuma da parte dello Stato di Israele.

Dopo i saluti della Presidente della Comunità Ruth Dureghello, di Noemi Di Segni, Presidente dell’UCEI, di Mario Venezia, Direttore del Museo della Shoah e del Rabbino Capo di Roma Riccardo Di Segni, i ciclisti hanno poi visitato la mostra “La bicicletta di Eva” esposta a Casina dei Vallati.

 

Giorgia Calò


Consiglio UGEIConsiglio UGEI3 aprile 2018
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Penina Moise

Quando si pensa alla città americana con il maggior numero di ebrei e con la storia ebraica più densa di eventi e riferimenti culturali, affiorano sempre immagini di quartieri di Brooklyn pieni di cappelli neri il sabato mattina, dei palazzi dell’Upper West Side dove quasi tutte le porte hanno le mezuzot, dei soliti comici e autori; insomma non ci si sposta molto dall’Hudson e dall’East river. Oppure al massimo si pensa a quei contesti che hanno accolto gli ebrei in fuga dall’Europa durante il nazismo. In realtà fino a fine ‘800 – con il picco più alto nel 1830 – la più grande comunità ebraica del Nuovo Mondo era immersa nei profumi del tè freddo alla pesca appena fatto, nei suoni del banjo country, nelle tenute di “Via col Vento”, in estati con una luce magica passate tra i campi e le “porches” (verande) delle case coloniali e fiumi e spiagge da sogno. Charleston, ironicamente soprannominata la Città Santa per la quantità di chiese antiche del ‘600,  ha ospitato migliaia di ebrei dal 1695, soprattutto sefarditi, per secoli, anche grazie alla proclamazione di John Locke che garantì a tutti i coloni, con particolare riguardo per ebrei, miscredenti e simili, la libertà di professare la propria religione e portò quindi a un’emigrazione di massa di quasi tutti gli ebrei sefarditi di Londra (e in parte dell’Olanda). Ancora fino agli anni ‘50, una delle sue vie principali, King Street, che tra le palme, l’architettura potrebbe sembrare Israele, veniva completamente chiusa il sabato e non ci camminava anima viva. Era una comunità colta, ricca, che si distingueva dai proprietari terrieri bianchi protestanti e cattolici, mantenendo una sua identità riconosciuta persino dal presidente Washington o da funzionari importanti, ma partecipava alla guerra, alle funzioni ufficiali e alla creazione del paese nascente. Il più antico cimitero ebraico del paese, Coming street cemetery ha più di 600 tombe (è uno dei vari della zona) tra cui quella di chi ha combattuto l’American Revolution, una Spoon River di storie incredibili, tra cui quella di Penina Moise. Non sarete accolti come stranieri qua, venite nelle case e negli abbracci della libertà” sono i versi finali di una delle sue poesie.

Penina era nata in una luminosa giornata di aprile del 1797, la sesta di nove figli di cui alcuni erano nati nei Caraibi, in un’isola in cui era nata la madre, un’immigrata belga sefardita, discendente dalla cacciata di Spagna. Il padre Abraham era un mercante dell’Alsazia.  Faceva da infermiera, studiava, scriveva poesie e articoli su miriadi di argomenti politici e culturali, insegnava, aveva un sense of humor fuori dal comune anche quando divenne povera durante la Guerra Civile e componeva centinaia di inni per la sinagoga. Oggi guarderebbe felice un suo concittadino ‘gentile’ come Stephen Colbert usare l’ironia e l’intelligenza per discutere del mondo costantemente come faceva lei e sarebbe felice che la sua “hometown” è una delle gemme degli Stati Uniti, lontana dagli stereotipi, attira i giovani più brillanti del paese, ha una qualità della vita altissima, unendo gli stimoli da festival culturali, eventi cittadini, scuole eccezionali, a una vita più connessa che nelle campagne, ma con anche lo charme della small town; ha alcuni tra i ristoranti e street food migliori del mondo, vie antichissime che sembrano uscite da un quadro. Come Austin in Texas, Nashville in Tennessee, Portland in Oregon, è una città che non è né provincia sperduta né metropoli, ma un po’ come Ferrara o Livorno, più in disparte ma con un’anima ben definita. Dopo i primi arrivi a fine ‘600, quasi un secolo dopo c’erano già diverse congregazioni, di cui la più importante Beth Elohim, e la benedizione di George Washington che aveva scritto diverse lettere alle comunità ebraiche garantendo la sua protezione ‘sia nella vita quotidiana che in quella eterna’. Nell’immaginario collettivo del Sud moderno l’ebreo è lo yankee che viene dal Nord nevrotico, ridicolizzato, ma fino a fine ‘800, i rapporti tra comunità di diversi credi ma  simili nello stile di vita, tradizioni pragmatiche e di duro lavoro, erano idillici, lavoravano a stretto contatto con il congresso (Francis Salvador fu il primo ebreo eletto).

I primi Seder di Pesach mentre confiscavano il tè, ribellandosi, imitando i loro connazionali di Boston per ribellarsi alla corona, avranno avuto un sapore diverso cantando e pensando alle catene dell’Inghilterra alla ricerca di una nuova terra e non stupisce che la comunità si attivasse per comprare le matzot a chi non potesse permetterselo. Intrecciandosi alle guerre, le ideologie politiche più diverse, ma soprattutto la tzedakà. Per ogni immigrato ebreo (e non) malato che arrivava c’era la Hebrew Benevolent Society dal 1784, dopo terremoti e uragani erano gli ebrei che avevano raccolto fondi per ricostruire la città e aiutarsi. Mentre Eliza Hamilton, la moglie di Alexander, fondava uno dei primi orfanotrofi a New York, gli ebrei di Charleston fondavano nel 1801 la Hebrew Orphan Society. Anche se ci furono sicuramente ebrei proprietari di schiavi, la sensibilità alle problematiche etiche si mischiava con le difficoltà di un’altra minoranza che cominciava a combattere per i propri diritti, quella degli afroamericani. Non è un caso che i Gerschwin decidano di andare a Charleston a scrivere Porgy and Bess, lo spettacolo che racconta delle pene delle famiglie di colore della città, infuse però nel dialogo dei dolori di altri perseguitati e delle loro storie familiari. Summertime, forse una delle canzoni più famose di tutti i tempi ha melodie yiddish.

Oggi Charleston non è più così centrale nel panorama ebraico, i suoi numeri scesero vertiginosamente a causa della povertà e malattie fino ad accogliere nuovi arrivati con la seconda guerra mondiale ma che portarono con sé le usanze di un ebraismo più moderno e vicino al nostro. Eppure non nega questo suo passato. Nella modernità poi arriva il politically correct, cibo kasher nelle scuole, ci sono diverse sinagoghe attive e i discendenti del primo ebreo di Charleston, un olandese che faceva l’interprete per John Archdale o del primo hazan Isaac Da Costa. A volte per chi la vede dall’Europa, l’America si porta dietro lo stigma di essere una nazione giovane, e ci si dimentica che si vivevano situazioni molto simili a quelle raccontate sui libri di storia europei. La comunità di Charleston raddoppiò a metà ‘700 dopo l’invasione spagnola della Georgia del 1733: per paura di una nuova inquisizione gli ebrei si spostarono nello stato accanto. Di questi mercanti, traduttori, intellettuali erranti, finanzieri, che passarono da qui, oggi rimangono poche migliaia.

Beth Elohim, la più importante sinagoga di Charleston

Oggi la bandiera della Confederacy – che un tempo era simbolo di orgoglio patriottico in un senso più ampio del termine e, anche se rappresentava i valori dei perdenti, quelli sbagliati per la schiavitù, non era un simbolo d’odio – è stata pian piano inglobata nelle varie ondate del Ku-Klux-Klan, fino ai movimenti neonazi moderni. Non a caso l’America si è divisa recentemente sulle statue dei confederati, non tanto per riscrivere il passato cancellando quelli “meno perfetti”, ma perché sono diventati luoghi di ritrovo di gruppi astiosi di estrema destra con le fiaccole e spesso antisemiti con cartelli espliciti contro gli ebrei (come nelle manifestazioni della non lontana Charlottesville l’anno scorso) e occasione per vandalismi contro sinagoghe, luoghi ebraici. La cultura country e folk ha assorbito alcune modalità dello storytelling ebraico, ne ha sparso indizi in alcuni suoi canti politici, alcune ballate piene di colpi di scena e ironia. Un protestante perbene di alcune piccole città della Carolina del Sud ha più in comune come valori con gli ebrei rimasti, di estremisti politici. Charleston però rimane uno di quei luoghi che sembrano un po’ quei libri per bambini dove tirando una piccola linguetta sulla pagina, si rivela un disegno nascosto. Le vie colorate piene di colonne bianche, botteghe di oggetti antichi portano tutti nomi ebraici, le vigne sulle colline della Carolina de Sud fanno riecheggiare le ultime lettere di Penina in cui decantava i poteri del vino come inno alla vita, e Summertime, cantata da quasi ogni artista musicale vivo o morto, diventa quindi un canto di Pesach, di ricerca della libertà perché una di queste mattine “ti sveglierai cantando e aprirai le ali e ti lancerai verso il cielo”.

Fly from the soil whose desolating creed,
Outraging faith, makes human victims bleed,
Welcome! where every
Muse has reared a shrine,
The respect of wild
Freedom to refine.
Upon OUR Chieftain’s brow no crown appears;
No gems are mingled with his silver hairs.
Enough that
Laurels bloom amid its snows,
Enriched with these, the sage all else foregoes.
If thou art one of that oppressed race,
Whose name’s a proverb, and whose lot’s disgrace,
Brave the Atlantic—Hope’s broad anchor weigh,
A Western Sun will gild your future day.
Zeal is not blind in this our temp’rate soil;
She has no scourge to make the soul recoil.
Her darkness vanished when our stars did flash;
Her red arm, grasped by Reason, dropt the lash.
Our Union, Liberty and Peace imparts,
Stampt on our standards, graven on our hearts;
The first, from crush’d Ambition’s ruin rose,
The last, on Victory’s field spontaneous grows.
Rise, then, elastic from Oppression’s tread,
Come and repose on Plenty’s flowery bed.
Oh! not as Strangers shall welcome be,
Come to the homes and bosoms of the free.

Penina Moise (1797-1880 – Charleston, South Carolina)

Benedetta Grasso


Consiglio UGEIConsiglio UGEI15 novembre 2017
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Ci hanno appena lasciato due importanti figure del secondo Novecento, due grandi uomini, leader carismatici delle loro comunità: rav Giuseppe Laras e lo Shaykh Abd al-Wahid Pallavicini. Due uomini diversi per storia, per il modo in cui sono giunti alla loro fede, ma accomunati dall’impegno speso negli anni nel dialogo interreligioso.

Lo hanno fatto in modi diversi: Pallavicini in una chiave più ecumenica, Laras forse in chiave più politica o perlomeno più pratica, ma entrambi con lo stesso impegno e con la stessa passione.

Come giovani ebrei siamo chiamati a continuare sulla strada segnata da questi due grandi maestri cercando di cogliere da entrambi il meglio delle loro visioni per questo dialogo. Il dialogo religioso va fatto se questo risulta essere un dialogo utile, costruttivo di qualcosa di tangibile e non un mero esercizio di erudizione teologica. Tramite il dialogo dobbiamo costruire ponti, capisaldi comuni che ci permettano di avvicinarci e creare punti d’incontro tra le diverse comunità. Questa prima fase è la base di partenza del dialogo, quella che porta al rispetto reciproco, condizione essenziale per poter giungere alla seconda fase, quella più complicata ma più importante: quella in cui si mettono sul tavolo i punti che invece non sono condivisi a livello culturale, teologico, o anche politico. È nella condivisione pacata, e mediata dal rispetto precedentemente costruito, che si può pensare di discutere di ciò che invece non ci accomuna, restando quindi diversi, consapevoli che nelle nostre diversità risiede la nostra ricchezza.

Solo tramite il rispetto del prossimo è possibile poi discutere dei veri problemi di questa nostra società.

Filippo Tedeschi, torinese, è vicepresidente Ugei

Consiglio UGEIConsiglio UGEI3 novembre 2017
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Tutti gli anni, all’inizio di novembre, a Torino viene organizzata una serata in ricordo di Yitzhak Rabin, lo statista israeliano assassinato da Ygal Amir, ebreo, il 4 novembre 1995. In molte comunità ebraiche di tutto il mondo, e naturalmente anche in Israele, si svolgono momenti di ricordo analoghi. Perché, a distanza di oltre venti anni, continuare a dedicare questo spazio alla figura di Rabin? La domanda non è retorica: al contrario, viene posta sempre più frequentemente, soprattutto in Israele, non senza intenti polemici e strumentalizzazioni. Una prima risposta, come ha scritto Simone Disegni su HaKehillah, è che la figura di Rabin è quella del combattente per la difesa di Israele e del sognatore di una pace possibile, di un uomo straordinariamente realista e di chi è convinto che ci sia un tempo, un tempo giusto, per ogni cosa.

Ma c’è di più, perché ricordare Rabin non basta. Dobbiamo ricordare anche il suo assassino, il suo assassino ebreo. Dobbiamo mostrare, dobbiamo guardare tutti gli anni le immagini che precedettero il 4 novembre. Le manifestazioni di decine di migliaia di persone, non solo ebrei residenti nei territori oltre la Linea verde, in cui sventolavano insieme bandiere del Likud e dei gruppi extraparlamentari della destra estremista e violenta, cartelli mostravano Rabin con la divisa di Eichmann e la croce uncinata al braccio o la kefiah dei terroristi palestinesi, venivano gridati slogan contro i “traditori di Oslo”, gli “ebrei che odiano se stessi”, il “governo antisionista”. E poi striscioni di “morte ai traditori” e roghi di fotografie di Rabin al grido “con il sangue e con il fuoco cacceremo Rabin”. A pochi passi, tra gli altri, Benjamin Netanyahu, il politico che più di tutti seppe cavalcare la protesta, non disse una parola contro le violenze che cominciavano a diffondersi, ma anzi ne fu corresponsabile, incitando a “difendere Gerusalemme unita” di fronte a chi letteralmente dipingeva il primo ministro laburista come uno degli assassini di Auschwitz. L’uccisione di colui che tanto aveva fatto in direzione di una pace difficile ma possibile da parte di un altro ebreo è simbolo della fine dell’età dell’innocenza per Israele.

E’ importante, credo, ricordare questo, e insieme ricordare la manifestazione per la pace voluta da Rabin, che ebbe partecipazione molto superiore, e al termine della quale Ygal Amir sparò. Non è importante ripetere e ricordare per non dimenticare una tragedia del passato, ma per un altro motivo, molto più semplice e evidente: perché ci riguarda, ci riguarda da vicino oggi più che mai. Ci riguarda perché la tomba di Rabin, sul monte Herzl a Gerusalemme, vicino a quelle dei fondatori e dei soldati caduti in difesa dello Stato, è l’unica sorvegliata da telecamere, poiché è stata vandalizzata più volte da estremisti ebrei. Ci riguarda perché i responsabili del clima di violenza e odio che nel 1995 ha armato la mano dell’assassino sono gli stessi che ancora oggi diffondono odio: medesimi gli ambienti, medesime spesso anche le persone. Ci riguarda perché è fortissima la voglia, da parte di una certa Israele, di dimenticare Rabin, perché nel 2016 le stesse manifestazioni che si sono tenute nello Stato ebraico sono state ridotte e sotto tono, l’evento più partecipato e sentito, in piazza Rabin a Tel Aviv, è quasi saltato per “mancanza di fondi” ed è stato organizzato in extremis solo per iniziativa del Partito laburista. Il rischio è che questi momenti siano sempre più isolati, fugaci, insignificanti. Nasce perciò un’altra domanda: come fare per evitare che il ricordo e l’insegnamento si trasformino in cerimonia?

Giorgio Berruto, responsabile di Hatikwà, giornale Ugei. Vive e lavora a Torino


UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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