Mondo ebraico

Consiglio UGEIConsiglio UGEI11 marzo 2017
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mishloachÈ una tranquilla serata di giovedì in quel di Colonia: la pioggia mi dà finalmente un po’ di respiro, e il tramonto mi ricorda che la settimana sta finendo. Mi preparo una tisana, leggerò finalmente quel libro che ormai fa la polvere sul comodino.
Scheiße.
Domenica è Purim e non ho fatto le mishloach manot. Guardo l’orologio. Sono le 19, niente panico. Scendiamo sotto casa e vediamo se trovo qualcosa. Ringrazio di aver lasciato la Svizzera, almeno qui i negozi chiudono a un orario decente. Ringrazio anche la tradizione dei cestini di Pasqua per le uova colorate, almeno non devo usare antiestetici piatti di plastica. Vorrei pure ringraziare la mia lungimiranza e organizzazione che mi ha permesso di non ridurmi all’ultimo al solito, ma tant’è, compro il necessario per le mie bellissime e pienissime mishloach manot e torno a casa. Pericolo scampato.

Ah no.
Aspetta.
Ma a chi le regalo?!
Un genio, proprio.
Va beh, vediamo, le opzioni sono due: la prima è aspettare domenica, come dovrei, e portarle in tempio. Dove non conosco assolutamente nessuno.
Ipotesi scartata.
La seconda opzione è citofonare ai vicini, che sicuro non spiccicano parola di inglese, cercare di far capire loro che il cibo non è avvelenato, e che non voglio ucciderli, nonostante ieri abbiano fatto un rumore assurdo.
No, non funziona.
Non resta che portarle domani al lavoro. E così, con un meeting alle 8:30 e un’ora spesa tra spostamenti vari di metro e treni, io e il mio ingombrante sacchetto Ikea andremo in ufficio.

purimmmOvviamente le cose non sono andate così semplicemente, figurarsi.
Nella fretta salgo sul treno sbagliato, e me ne rendo conto alla fermata dopo. Sono nel mezzo del nulla. Fermo un tipo chiedendogli di chiamarmi un taxi (perché vi sfido io a prenotare un taxi in inglese quassù). Lo chiama, non arriva, fermo un’altra tipa, aspetta con me. Un uomo losco in una macchina nera mi si approccia. È il taxi. Strano è strano, ma non posso fermarmi a pensare alla mia incolumità ora, devo volare per quel maledetto meeting su Skype che sono già in ritardo. E i cestini in borsa si stanno pure disfacendo.

Arrivo in un ufficio, faccio le mie cose trafelata.
Sono le 10, e mi guardo attorno. Non c’è nessuno dei miei colleghi. Si sono presi la giornata libera, i maledetti.
E ora a chi consegno le mishloach manot?!

carlobigl“Goodmorning”.
Mi guarda con sospetto. D’altronde in 10 giorni che sono qui le ho parlato forse due volte. Di cui una perché l’ho urtata.
“Volevo consegnarti questo. Domenica è Purim, una sorta di Carnevale per noi ebrei, durante la quale si consegnano le misloach manot, porzioni di cibo letteralmente, per assicurarsi che ognuno abbia abbastanza da mangiare per il banchetto di Purim, ma anche per condividere amore e amicizia. Perché è obbligatorio essere felici durante questa festa”.
La sua espressione, da scettica, si apre in un sorriso: “Grazie mille Carlotta, è un gesto stupendo”.

Sarà che sono fortunata, non tutti gli ambienti lavorativi sono solari e accoglienti. Sarà che in fondo sono una stagista, agli inizi, e tutti sono cordiali e accondiscendenti. Sarà anche vero tutto ciò, ma venerdì, mentre lavoravo, avevo il sottofondo più bello: un continuo sgranocchiare di noci e uno scartare caramelle. E, facendo attenzione, si poteva sentire anche il battere di cuori felici.

Chag Purim Sameach

Carlotta Micaela Jarach, milanese. Studia in Svizzera
Carlotta Micaela Jarach, milanese. Dopo gli studi in Svizzera, per lo stage ha scelto Colonia

Consiglio UGEIConsiglio UGEI9 marzo 2017
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“Assuero, Haman e Esther”, di Rembrandt H. van Rijn

Quello di Esther, che precede la festa di Purim, non è certamente il digiuno più noto dell’ebraismo né il più sentito oggi dalla maggior parte degli ebrei. Tra i criptogiudei in Spagna, Portogallo e in America latina, invece, il digiuno di Esther è stato spesso tramandato a lungo, di generazione in generazione, a volte persino prolungato per tre giorni. Per molti ebrei nascosti era di fatto impossibile osservare il Sabato o Kippur senza andare incontro alla longa manus dell’Inquisizione. Ma il motivo primo della persistenza ostinata, nel mondo sommerso dei convertiti giudaizzanti, di questo digiuno è un altro: il legame di identificazione che i criptogiudei tessevano con la regina di Persia. Come Esther, vivevano nel nascondimento, nell’assimilazione. E poco importa se l’assimilazione è imposta con la violenza oppure dalle circostanze in cui ci si trova a vivere, pur rimanendo formalmente una scelta libera. Ma soprattutto: poco importa per coloro per cui conta davvero: non chi va via, ma chi resta.

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“La regina Esther”, di Edwin Long

Esiste almeno una “Cansoun d’Esther” composta nella Francia meridionale in giudeo-provenzale, e non mancano notizie di una “Santa Esther”, punto d’incontro tra un ebraismo voluto ma nascosto e la necessità ad adeguarsi ai moduli del culto cristiano, insieme alla inevitabile influenza dei suoi modelli. Non stupisce, allora, la popolarità della regina Esther e del digiuno presso i criptogiudei, ben più della ritualità legata a Purim, che non sopravvisse alla generazione dei convertiti o al massimo a quella dei loro figli. Digiunare era un modo per affermare privatamente la propria identità. Non di meno, un modo per espiare la “colpa” della conversione, dell’allontanamento coatto dalla tradizione dei padri.

Oggi molto è cambiato, ma Esther è ancora un personaggio centrale. E’ bello pensare che la sua storia richiami altre mille storie, storie vere dei nostri tempi. Esther l’assimilata che salva il suo popolo, ma anche Mardocheo che cerca Esther, conta su di lei suggerendole il silenzio sulle proprie origini, conosce il contributo che la giovane può dare al suo popolo. E’ probabile che Mardocheo non consideri l’adesione a un concorso di bellezza, e a maggior ragione il matrimonio di convenienza con un non ebreo ricco e potente, il coronamento di una vita ebraica. Eppure parla a Esther, non la dimentica, non la ignora. La considera davvero, non solo in teoria ma anche di fatto, una ebrea parte del popolo ebraico. Come finirebbe la storia se Mardocheo considerasse Esther ormai perduta all’ebraismo, lapsa, contaminata da una alterità apparentemente irriducibile? Esther può fare molto – e infatti lo fa – ma quanto è importante la mano tesa dell’ebreo osservante Mardocheo?

"La regina Esther", di Andrea Del Castagno
“La regina Esther”, di Andrea Del Castagno
Giorgio Berruto, responsabile di Hatikwà, giornale Ugei. Vive e lavora a Torino
Giorgio Berruto, responsabile di Hatikwà, giornale Ugei. Vive e lavora a Torino

Consiglio UGEIConsiglio UGEI5 marzo 2017
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ravviterbo“Eli ata veodeka… ecco qua una bistecca”. Ti devo molto rav Achille Viterbo. Ti dobbiamo molto tutti noi. Quando eravamo piccoli ci radunavi per il talmud torah del mercoledì, ci traslitteravi le principali preghiere e ce le facevi imparare. Io, Beniamino, Giulia, Isak e Ruben eravamo delle pesti, ma tu ci volevi bene, e ti dedicavi a noi con passione. Per farci imparare a memoria lo Shemà ci avevi promesso una tavoletta di cioccolata per ogni brano, una ricompensa ghiotta per dei bambini alle elementari: una piccola per il primo brano, una grande per il secondo e un’altra piccola per il terzo. Venivi a casa nostra quando non eravamo noi a venire da te. Con un registratore e un audio cassetta ci hai registrato le nostre prime teffilot e aftarot. Io dissi la mia prima a dieci anni, il secondo giorno di Pesach; Beniamino invece ne aveva undici e lesse l’aftarà di Shabbat chol hamoed. L’anno dopo ci facesti fare a cambio. Ognuno aveva la propria parte del seder di Pesach da dire, anche se quella della Giulia era più lunga, perché lei la leggeva senza cantarla.

Ci radunavi, da più piccoli, a Purim, per fare il pozzo. Ognuno portava dei regalini incartati e venivano messi nel “pozzo”, da cui a turno li pescavamo. Ognuno tornava a casa con dei nuovi regali. A ogni festa facevi in modo che noi fossimo coinvolti: le favette a Simchat Torah, le bische clandestine di cioccolatini giocati al sevivon a Chanukkà e gli schiaffetti alla benedizione dei bambini.

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La sinagoga di Padova

Mi ricordo quando venivi dalla nonna, lei ci teneva molto che tu mi insegnassi l’Allelujà dell’Allel. L’ultima preghiera che mi hai insegnato è stato Musaf. Con il tuo fare gentile venivi a casa per registrarmi una nuova parte e per sentire come avessi imparato quelle registrate la settimana precedente. Conserverò per sempre con grande affetto quelle audiocassette. Mi ricordo quando mi dicesti di farmi insegnare da rav Locci la parte della kedushà, perché lui la cantava meglio. Ti ho pensato molto questo Shabbat, quando l’ho recitato, così come ieri sera, quando ti ho ricordato durante una cena di Shabbat per ragazzi che ho organizzato.

Ci siamo visti l’ultima volta alcuni anni fa al tempio a Trieste. Eri così orgoglioso di presentarmi come un tuo allievo, e ricordo l’affetto con cui mi desti la berachà.

Grazie mille di tutto rav, veglia su noi tutti.

Benedetto Sacerdoti


Consiglio UGEIConsiglio UGEI2 marzo 2017
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Un momento dello Shabbaton Ugei a Napoli: minian a Rosh Chodesh (capomese) dopo molti anni
Un momento dello Shabbaton Ugei a Napoli: minian a Rosh Chodesh (capomese) dopo molti anni

Come ebreo e argentino non potevo stare fermo, sono arrivato in Italia a settembre per finire la laurea magistrale in Ingegneria Civile all’università di Salerno.

In Argentina ogni anno si fa un incontro di ebrei dove ci conosciamo, facciamo amicizia, scambiamo idee su concetti della Torà, parliamo di che cosa vogliamo fare nel nostro futuro o semplicemente della nostra vita in comunità.

Per venire in Italia a studiare purtroppo ho dovuto lasciare persone importanti per me, i miei genitori, zii e cugini, amici, ecc. ma non volevo lasciare la vita comunitaria, interagire con altri ebrei e passare uno shabbat al tempio.

Alcuni dei partecipanti
Alcuni dei partecipanti

È per questo che prima di cominciare a studiare la prima cosa che ho fatto è stata entrare su facebook e cercare “Judios en Italia”, ma sono rimasto deluso perché ho trovato pochissima informazione e non sapevo come ottenere contatti, sapendo che nel sud è abbastanza difficile trovare ebrei e anche con la difficoltà della lingua.

Mi sento adesso fortunato per aver trovato l’Ugei, un insieme stupendo di giovani, che nella prima attività a cui ho partecipato già mi ha fatto sentire parte del gruppo.

Abbiamo condiviso un fine settimana a Napoli e con tefillà, lezioni e divertimento abbiamo costruito un rapporto molto stretto che fa bene all’anima.

David Goldman, di Tucuman (Argentina), studia Ingegneria Civile a Salerno
David Goldman, di Tucuman (Argentina), studia Ingegneria Civile a Salerno

Consiglio UGEIConsiglio UGEI24 febbraio 2017
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Un fotogramma del film "Persona", di Ingmar Bergman
Un fotogramma del film “Persona”, di Ingmar Bergman

Quando parliamo di persone, di vite individuali, quando facciamo scelte che influenzano l’esistenza e le scelte dell’Altro, disponiamo di un grande potere. Vale anche nel piccolo mondo di ciascuno di noi, se ci si pensa bene, e i danni che possiamo fare sono spesso gravi, talvolta irreparabili.

Credo che l’ebraismo si fondi su regole, anche se mi fa piacere discutere con chi non è d’accordo. Ma una cosa è certa: l’ebraismo ha a che fare con persone. Capita sovente che la legge e la sua applicazione sembrino scontrarsi con i valori, le aspirazioni, i desideri molteplici e sfuggenti in infinite direzioni delle Persone. Gli Altri: tanto vicini eppure così lontani, a portata di mano eppure irraggiungibili. Ma la Persona non è canna d’organo, non tasto di pianoforte, non è un numero. E’, piuttosto, l’apertura di qualcosa di incommensurabile, irriducibile al soggetto, Altro da sé, infinito. La forma pura della legge, la regola che pretende di porre se stessa a prescindere dal contesto, ignorando l’Altro e la sua Presenza, a me sembra non basti. E’ legge impoverita, ridotta alla sistematica applicazione di regolamenti, burocrazia normativa. Legge senza comprensione, cioè senza compromesso, l’inizio di una strada che finisce dove l’Altro sbiadisce, diventa anonimo, neutro, lontano, senza volto. Una strada in cui perdiamo quell’apertura di significato su ciò che ci circonda e che facciamo ogni giorno, che solo l’irruzione dell’Altro pone.

shemaNon è mia intenzione addentrarmi qui nel merito delle dinamiche di inclusione ed esclusione che contraddistinguono l’Ugei e, più in generale, le istituzioni ebraiche italiane, ma suggerire che i principi, da soli, non bastano e, anzi, se applicati con rigore indifferente ai colori del mondo possono preludere a tragedie, piccole tragedie personali oggi e forse grandi tragedie domani.

“Velo taturu acharè levavechem veacharè enechem” è scritto nel terzo brano che compone lo Shemà: “e non devierete seguendo il vostro cuore e i vostri occhi”. Poco tempo fa ho assistito a una bella lezione di rav Roberto Della Rocca imperniata su quel “lo taturu” (non devierete), letto etimologicamente come “non scaverete”, “non svelerete”. Non andrete alla ricerca ripetuta, ossessiva di piccoli e grandi difetti dell’Altro, non scaverete nella sua storia alla ricerca di qualcosa (un errore forse?) da poter esporre e con cui deriderlo, non lo umilierete, non lo denuderete di fronte a tutti. Forse è, questo, un buon punto da cui ripartire.

Giorgio Berruto, responsabile di Hatikwà, giornale Ugei. Vive e lavora a Torino
Giorgio Berruto, responsabile di Hatikwà, giornale Ugei. Vive e lavora a Torino


UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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