Mondo ebraico

Consiglio UGEIConsiglio UGEI7 maggio 2017
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Quando cambiai scuola e cominciai il terzo anno delle superiori feci amicizia con Marco – il nome  è naturalmente di fantasia – un ragazzo particolarmente problematico al quale cercai di offrire il mio aiuto. Durante una delle nostre conversazioni mi raccontò che non sapeva niente riguardo alla famiglia paterna, con la quale il padre aveva tagliato ogni relazione. Anni dopo, quando ormai avevo perso di vista Marco, conobbi i suoi parenti in comunità ebraica, scoprendo così che suo padre gli aveva nascosto completamente le proprie origini ebraiche. In effetti già il suo cognome non mentiva su questo, almeno per me che ero un appassionato di onomastica.

Sinceramente non so a cosa sarebbe servito e come sarebbe cambiata la vita di Marco se gli avessi rivelato questo “particolare”, probabilmente a niente, sebbene ritenga che in un mondo spersonalizzato e alienante come quello contemporaneo, conoscere le proprie origini e la propria storia familiare possa essere d’aiuto per costruire la nostra persona. Ma in fondo penso anche che se Marco fosse stato cosciente delle proprie origini ebraiche e si fosse voluto ricollegare a esse, non sarebbe stato considerato comunque un ebreo, ma soltanto appunto un ragazzo di “discendenza ebraica” o un ebreo non halakhiko come sostengono altri, un po’ come Alberto Moravia o Frida Kahlo. Diverso invece se al posto del padre ebreo avesse avuto la madre.

Eppure se un giorno tornasse al potere un regime dichiaratamente antisemita, come quello fascista, la polizia politica non avrebbe difficoltà a rintracciare le origini di Marco e a perseguitarlo per esse, perché i nazisti consideravano comunque i “mezzi ebrei” come dei Mischling, i quali subivano molto spesso le stesse discriminazioni degli altri ebrei. E ugualmente il resto della società non fa comunque grandi distinzioni tra un ebreo halakhiko e uno che invece ha soltanto il padre o il nonno, dove sovente è la percezione che gli altri hanno di noi a creare la nostra identità. Hannah Arendt a questo proposito affermava nel 1964 che “se uno è attaccato come ebreo, uno deve difendersi come ebreo”.

Le “Prove di Mosè”, di Sandro Botticelli (Cappella Sistina, affresco)

Marco, o i suoi figli e le relative famiglie, nel caso di un’ondata di antisemitismo potrebbero però decidere di fare l’aliyah e di emigrare in Israele, perché la Legge del Ritorno in vigore dal 1950 prevede la cittadinanza israeliana anche ai figli e ai nipoti di ebrei. E questo spiega perché in Israele ci siano oggi giorno almeno 400.000 ‘olim, provenienti soprattutto dalle repubbliche ex sovietiche, che pur di discendenza ebraica non sono ebrei e per questo non possono contrarre matrimoni con ebrei o essere sepolti come tali.

Il concetto di matrilinearità all’interno dell’ebraismo è dedotto soprattutto da un pasuk in Devarim (Numeri) 7:3 e dalle successive interpretazioni rabbiniche, e sebbene dibattuto nel corso dei secoli è ormai consolidato nell’ebraismo ortodosso. Nonostante ciò nel Tanakh i figli di Mosè, di Yehouda o di Shlomo, sono considerati ebrei come i genitori sebbene non sia specificato che anche le madri si  fossero convertite. Lo status di Cohen o di Levi viene tramandato per via patrilineare, e l’ebraismo caraita, così come alcune comunità africane o del Caucaso, riconosceva soltanto questa discendenza. Il principio matrilineare è pensato in parte sulla locuzione dei latini “mater semper certa” e più propriamente, come scrisse rav Gianfranco David Di Segni, non da un fattore genetico ma dal forte legame che può crearsi tra la madre e il proprio figlio, più intenso di quello col proprio padre, da un discorso dunque di educazione ebraica. C’è inoltre da considerare che se anche il principio matrilineare fosse stato presente ai primordi – altri pensatori non ortodossi sostengono invece che si sia originato nel secolo IV a.C. – nelle società patriarcali del Mediterraneo e nelle comunità ebraiche premoderne era più frequente il rischio che un uomo sposasse una straniera rispetto a una donna, e in generale un requisito essenziale era che entrambi i genitori fossero comunque ebrei. In Italia era poi praticato in alcuni casi il ghiur katan, la conversione dei minori appunto figli di padre ebreo ma madre non ebrea, e in generale il ritorno all’interno della comunità di un “discendente” di ebrei non era così raro neanche altrove. Il caso dei cripto-ebrei e dei marrani, o di altri anusim, e dei falashà rientra anche in questa casistica, e difatti torna attuale in tempi recenti. In Israele qualcuno, come rav Haim Amsalem, ha riproposto la categoria halakhika di “zerà Israel” per coloro che pur non essendo ebrei apparterrebbero al popolo di Israele.

Lungi dal contestare l’halakhà, e quindi i parametri ufficiali di “ebraicità” e conversione nell’ebraismo, una riflessione su questa strada sarebbe auspicabile, soprattutto per contrastare l’allontanamento di molti individui nelle comunità diasporiche, i figli di matrimoni misti e la condizione ambivalente di molti cittadini israeliani.

Francesco Moisés Bassano


Consiglio UGEIConsiglio UGEI28 aprile 2017
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Negli anni Cinquanta alcune personalità di rilievo dell’Unione delle comunità israelitiche italiane (Ucii) criticavano senza mezze misure la linea della federazione giovanile (Fgei), che prevedeva l’organizzazione di numerose attività di mera aggregazione a fianco di una minoranza di momenti di approfondimento e studio. Ne ha scritto Guri Schwarz in un volume pubblicato alcuni anni fa da Laterza con il titolo “Ritrovare se stessi. Gli ebrei nell’Italia postfascista”, una dettagliata analisi della situazione dell’ebraismo italiano negli anni dalla Liberazione al governo Tambroni (1960) e di quella ristrutturazione identitaria inevitabile dopo sette anni di discriminazione e persecuzione (1938-1945). Lo stesso si potrebbe dire dell’Ugei di oggi, che della Fgei è erede, perché è indubbio che siano molte più le risorse, in termini economici e di impegno, investite per l’organizzazione di eventi conviviali e ludici, di quelle dedicate ad altro genere di iniziative, che un po’ genericamente siamo soliti definire “culturali”.

L’Ugei, d’altra parte, è un’unione: non un gruppo raccolto intorno a un programma ma il cappello rappresentativo del multiforme mondo giovanile ebraico in Italia. Questo, a mio modo di vedere, autorizza a pensare l’aggregazione come elemento centrale. Ben vengano dunque cene e pranzi di Shabbat in compagnia, feste e aperitivi: è quello che aspetta chi parteciperà allo shabbaton di Lag BaOmer organizzato a Roma dal 12 al 14 maggio per giovani tra 18 e 35 anni. Un’occasione per stare insieme e divertirsi, anche se non mancheranno alcuni momenti di approfondimento e discussione. Cos’altro dire? Vi aspettiamo a Roma! (per iscriversi visitate la nostra pagina Facebook e non esitate a contattare i ragazzi Ugei scrivendo a info@ugei.it).

Giorgio Berruto

Da Moked.it

 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI28 marzo 2017
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Svastiche dai Chabad in un campus universitario negli States. La notizia già di per sé farebbe rizzare i capelli ai più, immaginatevi poi la mia reazione nel leggere che il campus è proprio quello dove mi sono laureata io, nemmeno un anno fa. Cerco notizie su ogni portale e sito internet disponibile. Il riassunto è presto fatto: lo scorso sabato pomeriggio, dopo la funzione di Shabbat, sono apparse più di 100 croci uncinate alla Virginia Tech University, quel posto che tutti a Blacksburg, la piccola cittadina immersa nella campagna della Virginia, riconoscono essere il punto di incontro e di aggregazione di migliaia di studenti ebrei. L’identità del colpevole, a una settimana di distanza, resta ancora ignota.

Chiudo ogni articolo. Apro Facebook. “Ciao Or, sono Carlotta”. Or è il rappresentante dell’Agenzia Ebraica lì nel campus, nonché mio compagno di sedarim e shabbaton. “Senti, ho letto quello che è successo, assurdo”. Chiacchieriamo, e scopro che il giorno dopo il centro Hillel avrebbe organizzato un rally, poco lontano dal centro del campus, per manifestare tutti insieme il proprio disdegno. “Se possibile”, chiedo, “vorrei poi un vostro commento”.

E così hanno fatto. Nonostante le 6 ore di fuso, ho intervistato Dan Kramer, 22enne studente di letteratura e linguistica, nonché Presidente dell’associazione Amici di Israele, alla VT.

Dan Kramer

Ciao Dan, grazie del tempo che mi dedichi. Figurati Carlotta, è un piacere. Questi episodi mi toccano particolarmente: come ebreo, e come israeliano. Un tempo io stesso avevo paura a dichiarare la mia identità, ma le cose sono cambiate una volta iscritto in questa stupenda Università, che mi ha dato l’opportunità di esplorare e partecipare attivamente alla vita ebraica. Per questo, forse, sono stato seriamente sorpreso nell’apprendere questo incidente che, per dovere di cronaca, non è il primo in generale negli Stati Uniti. Ma mai mi sarei aspettato di viverlo qui, alla Tech.

E come ha reagito l’Università? La risposta da tutto il corpo accademico, dagli studenti, e dagli stessi residenti di Blacksburg è stata incredibile. Avrebbero benissimo potuto nascondere tutto sotto il tappeto, ma invece hanno reagito a testa alta. Il Rettore Timothy Sands ha accusato con forza l’atto vandalico, indicandolo come vile e codardo, e l’Università in collaborazione con la polizia sta cercando i colpevoli, che saranno puniti adeguatamente.

Ho sentito che avete organizzato un rally di protesta. Come è andato? Amazing! C’erano centinaia di persone a supportare la gara, un mix eterogeneo. Importantissimo anche l’appoggio delle chiese locali e in generale di tutti gli studenti non ebrei accorsi così numerosi. L’atmosfera non era per nulla depressa, o tesa, anzi. Si respirava un clima gioioso, e di speranza. Questo evento non ha fatto altro che renderci più forti e uniti.

E ora? Ovviamente questo è solo l’inizio, il rally in sé è stato un buon segnale, ma in generale credo che la VT sia un campus davvero atipico e speciale in termini di tolleranza e equità, a differenza magari di cosa si può leggere e sentire di altri campus. Mi sento di dire che quello che abbiamo vissuto lunedì sia stato importante, ma non bisogna sottovalutare i recenti atti vandalici a sfondo antisemita incorsi nel resto del paese. So personalmente di altri college dove gli abusi fisici e verbali sono all’ordine del giorno, nei confronti di studenti ebrei o dei loro leader. Sono spaventati di manifestare la loro ebraicità. Come ho detto, so cosa si prova. Ed è frustrante perché gli anni di formazione universitaria sono in realtà il periodo migliore per conoscere se stessi e per celebrare la propria identità e unicità, messa però a dura prova dall’esterno.

Scusami se te lo chiedo. C’entra Trump? Se Trump ha un’influenza in questa escalation di eventi? È possibile certo che abbia incoraggiato qualcuno, ma è bene sottolineare che chi compie tali gesti non ha giustificazioni e cova di per sé nel proprio cuore odio. Credo che gli Stati Uniti, così come ogni paese, con il tempo cresce e cambia, ma sono fiducioso che la direzione sia quella dell’uguaglianza e dell’inclusività. Ci sarà sempre chi combatterà contro il progresso che stiamo cercando di portare, chi per paura, chi per odio. Ma sono convinto che le buone persone siano numericamente di più di quelle cattive.

Da Mosaico, sito ufficiale della Comunità ebraica di Milano

Carlotta Micaela Jarach, milanese. Dopo gli studi in Svizzera, per lo stage ha scelto Colonia

Consiglio UGEIConsiglio UGEI26 marzo 2017
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Se ieri la riflessione politico-economica cercava un’alternativa ai sistemi capitalisti da una parte e comunisti dall’altra, oggi la questione appare diversa: si ragiona sempre e comunque in termini dualistici ma l’interesse sembra spostato su altri versanti. Parlare e pensare per mezzo di opposizioni richiede minore sforzo: semplifica il discorso e lo rende accessibile. Si pensa di guadagnare quel poco di chiarezza che finisce con il far perdere alle parole e ai concetti l’esattezza che dovrebbero mantenere. Si parla di dicotomia essere-avere, progresso-regresso, evoluzione-involuzione e tanto altro, tralasciando i vari strati che i due poli delimitano. Se l’opposizione avere/essere di cui Fromm parla nel 1976 era vera ieri, lo è mille e una volta in più oggi – facendo attenzione però alla semplificazione a cui i due concetti contrapposti mirano. Fromm riprende queste modalità esistenziali e  tenta di criticare lati della nostra società che non apprezziamo e che tentiamo di cambiare. Modifica l’approccio subordinando per una volta la pulsione dell’accumulo e possesso a quella dell’esserci. Alla piaga dell’avere ne corrisponde una più fisica e attuale: quella della macchina burocratica che ingloba dentro di sé tutto ciò che trova, senza nessuna distinzione. Lo faceva nel Novecento e lo fa oggi con abiti differenti, presentandosi come imperfetta anche se necessaria.

Un’inefficienza che si presenta dapprima nella sfera istituzionale ma che riesce a estendersi anche in quella individuale. Un meccanismo che parla di sé, da sé e a sé e che, non riuscendo a esser compreso, rimane nell’autoreferenzialità. Questo riproduce sempre i propri metodi reiterando lo stesso percorso, non riuscendo a intraprendere strada diversa. La sensazione è quella dell’insufficienza, dell’impotenza, della spersonalizzazione e della necessità di assorbire quante più cose possibili. Si è in un vicolo cieco che non mostra apparentemente alcuna via d’uscita.

Nella riflessione che Fromm attua in “Avere o essere”, che vuole essere più un manifesto programmatico che una mera utopia, si tenta di stabilire una chiave di lettura e una soluzione a quel male tipico della modernità: se ne tracciano le linee e si riflette su un’alternativa in grado di condurre all’elaborazione di una società giusta ed equa. I toni sono ottimisti ma disincantati. Fromm vaglia una critica a quella disumanizzazione del carattere sociale e della religione industriale che nella seconda metà del XX secolo cominciava ad affacciarsi sul mondo e che oggi si impone più che mai. Scrive di protesta nei confronti di una società che sembra marcire. E’ una disapprovazione che si sviluppa nel quadro di un cristianesimo monoteistico, di un panteismo ateo, di un conservatorismo intransigente e di un socialismo di ascendenza marxista che, a modo loro, rispondono come possono. Fromm esamina quel “senso dell’avere” elaborato da Eckhart e ripreso da Marx, facendo riferimento al suo opposto: a una modalità dell’essere che non veda le azioni degli individui come espressioni di alienazione e subordinazione al consumismo ma come espressione di religiosità umanistica. La burocrazia è all’antipodo di questa concezione positiva: è pericolosa perché non vi è in essa distinzione tra coscienza e dovere ma piena identificazione tra i due; fingendo di presentare la strada per la libertà finisce per soffocarla. Non vi è richiamo a nessun tipo di riverenza, sia essa religiosa o no. Se esiste una degenerazione dell’eccessiva istituzionalizzazione, che si dovrebbe presentare come imparziale, razionale e impersonale (ma che finisce per diventare parziale, arazionale e personale), deve esistere anche un suo opposto che include diverse sfumature. Fromm ha individuato l’alternativa: è la strada verso un umanesimo ricco ma non “cratico”, lo stesso che l’occidente ha posto come base per la propria cultura ma che continua a dimenticare.

Da Shalom.it

Marta Spizzichino, di Roma, studia filosofia alla Sapienza
Marta Spizzichino, di Roma, studia filosofia alla Sapienza

Consiglio UGEIConsiglio UGEI24 marzo 2017
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Dina Brawer (fotografia di Ben Gurr)
Dina Brawer (fotografia di Ben Gurr)

Il problema dell’inclusione della donna nel mondo ebraico ortodosso, sorto già dalla metà del Novecento, è diventato sempre più attuale negli ultimi 10-15 anni. Nel 2002 è nata a Gerusalemme Shirà Chadashà, che ha fornito il modello – esportato poi in USA, Canada, Australia, Israele e adesso Europa – di “partnership minyan”. Si tratta di un gruppo di preghiera nato con lo scopo di favorire l’inclusione delle donne nella liturgia nel modo più ampio possibile, ma restando nei confini dell’Halakhà: uomini e donne sono separati da una mekhizà e il minyan è composto da 10 uomini (a differenza del minyan reform, che richiede la presenza di 10 ebrei indipendentemente dal genere), ma le donne sono invitate a condurre parti della preghiera (zemiroth e kabbalat Shabbat) e leggere la Torà in pubblico. La stessa struttura della sinagoga riprende l’idea di parità di genere perché la mekhizà viene collocata esattamente al centro del tempio, che figura così suddiviso in due parti uguali.

Le pratiche, però, spesso variano caso per caso: in certi casi viene concesso alle donne di condurre anche altre parti della tefillà (di regola non dvarim shebikdusha) e, anche se il minyan rimane di 10 uomini, come prassi si aspetta anche l’arrivo di 10 donne, per segnalare che la presenza femminile è ugualmente importante. In altri casi invece le pratiche sono più restrittive del modello base. L’inclusione nella liturgia trascina con sé la ancora più problematica questione di una leadership ebraica femminile: se le donne possono condurre parti della tefillà o salire a sefer, possono assumere anche un ruolo di guida della comunità, il ruolo di rabbino?

A destra, Sara Hurwitz
A destra, Sara Hurwitz

Nel 2009 è stata fondata a New York da rav Avi Weiss e Rabba Sara Hurwitz la Yeshivat Maharat, il primo istituto al mondo nato per dare una formazione alle donne intenzionate a servire la comunità ortodossa come “leader spirituali”. Yeshivat Maharat e in particolare la scelta di Sara Hurwitz, prima allieva di Avi Weiss, di usare il titolo di “rabba” o “rabbanit”, ha aperto una disputa molto accesa tra Avi Weiss e il Rabbinical Council of America e, di recente, con l’Orthodox Union, che ha pronunciato uno statement contro la possibilità da parte di donne di assumere ruoli rabbinici in modo regolare. In realtà, dal punto di vista strettamente halakhico, la possibilità per le donne di ricoprire un ruolo rabbinico (derivante dalla possibilità di studiare Halakhah e dare responsi halakhici), trova paradossalmente meno ostacoli dell’inclusione a livello liturgico, tanto che già nel 1998 a New York due donne hanno lavorato per la prima volta in due comunità ortodosse assumendo il titolo di “clergy”.

Di questo e in generale del rapporto tra ebraismo ortodosso e questione femminile abbiamo parlato con Dina Brawer, allieva presso la Yeshivat Maharat di New York e fondatrice di JOFA (Jewish Orthodox Feminist Alliance) UK. Nella sua visione il femminismo ortodosso non chiede (solo) uguali diritti, ma soprattutto uguale impegno: le donne per molto tempo sono state “esentate” da una piena partecipazione alla vita comunitaria e religiosa per potersi concentrare sugli impegni familiari, ma ha senso questa esenzione oggi che molte donne hanno un livello di istruzione elevato e sono in grado di bilanciare vita lavorativa e familiare?

YeshivatMaharatLogo_squareAnche in Europa, e in particolare proprio a Londra, stanno nascendo diversi partnership minyanim costruiti sul modello di Shira Chadasha, in cui anche le donne assumono ruolo di officiante. Il rabbino capo del Regno Unito, rav Ephraim Mirvis, nel 2016 ha definito i partnership minyanim come “contrari all’Halakhà”, eppure il fenomeno non sembra arrestarsi. Ha seguito la nascita di questi minyanim? Cosa crede che succederà? Negli scorsi tre anni sono nati spontaneamente a Londra cinque partnership minyanim. Gli uomini e le donne coinvolti rappresentano il lato migliore dei membri della United Synagogue: giovani, con una solida educazione ebraica, entusiasti di creare opportunità per la partecipazione delle donne e per una liturgia più inclusiva all’interno dei confini dell’Halakhà. Hanno studiato i numerosi responsa halakhici sulle aliyot la’Torah da parte di donne e sono consapevoli che l’halakhà ortodossa non è uniforme ma viene modellata sulla visione del mondo del decisore halakhico. Seguono la p’sak halakhà di importanti studiosi di Torà in Israele e USA perché consapevoli che l’inclusione della donna è una questione urgente per un’ortodossia ebraica fiorente e dinamica.

Lei ha sempre lavorato a fianco di suo marito, il rabbino di una congregazione inglese, e ha avuto da sempre un ruolo attivo nella comunità, tenendo corsi e lezioni di Torà. L’anno prossimo dovrebbe conseguire il titolo di maharat alla Yeshivat Maharat di New York. In che modo la scelta diventare maharat ha influenzato la sua vita? Come pensa che cambierà il suo ruolo nella comunità? Le mie radici sono nella comunità chabad e da adolescente volevo diventare shluchà e servire la comunità ebraica. E’ quello che ho fatto assieme a mio marito nel ruolo contemporaneamente di shluchà e “rebbetzin”. Scegliere di studiare per la semikhà ortodossa alla Yeshivat Maharat mi ha permesso di immergermi nello studio della Torà 8 ore al giorno, ampliando e approfondendo le mie conoscenze. Ha già cambiato il mio ruolo nella comunità dandomi non solo gli strumenti per educare e avere un ruolo di guida ma anche la capacità di rispondere a quesiti halakhici, qualcosa per cui né una rebbetzin né un’educatrice sono specificamente formate.

jofaCosa distingue una maharat da una rebbetzin o da una “semplice educatrice”? Non credo che il ruolo di un educatore sia mai “semplice”. Le persone che hanno avuto l’impatto maggiore su di me sono stati uomini e donne che erano abili educatori, e la loro capacità di affrontare un compito così difficile non dovrebbe essere data per scontata. Rebbetzin è un titolo che viene attribuito a qualsiasi donna che si ritrovi sposata con un rabbino, e non dice quasi niente sulla sua istruzione religiosa, abilità educative o interesse a servire la comunità. Conosco molte donne mogli di rabbini che desiderano una professione fuori dalla comunità ebraica e altre che sono ottime educatrici e guide spirituali ma non sono sposate a rabbini. Se vogliamo parlare seriamente di una leadership religiosa femminile dobbiamo “divorziare” e quindi separare il ruolo di leader da quello di moglie di rabbino. Dobbiamo dare una definizione di guida spirituale che sia sganciato dall’essere moglie di un rabbino, anche se questa corrispondenza può essere vera per diverse candidate qualificate. Yeshivat Maharat offre alle donne la possibilità di avere una formazione in Halakhà, testi ebraici e leadership spirituale parallela a quella offerta dalle scuole rabbiniche ortodosse. Programmi simili esistono adesso a Gerusalemme, tra i quali il programma Susie Bradfield per Mahnigot alla Midreshet Lindenbaum. Il titolo di “rabbino” attribuisce automaticamente al suo titolare una voce autorevole nel mondo ebraico, e il titolo di maharat o rabbà può adesso dare alle voci femminili la stessa autorità.

L’essenza dell’ebraismo ortodosso è la tradizione, una tradizione che è riuscita a sopravvivere ai secoli restando coerente a se stessa. Perché cambiarla? Non si rischia di stravolgerla, o creare una spaccatura interna? L’ebraismo ortodosso ricerca stabilità in quelli che considera i valori tradizionali. Questo intento si esprime nella sua resistenza alle pressioni di adattarsi a una società in continuo cambiamento, ma il segreto della sopravvivenza dell’ebraismo è nel modo in cui è riuscito a gestire la tensione tra stabilità e cambiamento. Sono proprio la flessibilità e adattabilità dell’ebraismo, il ricercare nuove soluzioni nei periodi di cambiamento, e la capacità di incorporare rituali nuovi attribuendo a essi un aspetto tradizionale che lo hanno sostenuto così a lungo.

L’ebraismo oggi deve affrontare sfide fondamentali, in particolare l’assimilazione. Come vede il futuro? Come leader spirituale il mio sforzo è quello di offrire esperienze ebraiche che siano importanti, inclusive e portino alla crescita di ebrei di varie affiliazioni e livelli di osservanza.

Talia la cabalista

Biografia di Dina Brawer

Nata a Milano, ha frequentato le scuole superiori a Gerusalemme e l’università a Londra, dove ha prima conseguito una triennale in Hebrew and Jewish Studies presso la London School of Jewish Studies e in seguito una specializzazione in Education presso l’Institute of Education. Per molti anni ha lavorato a fianco di suo marito, rabbino in due comunità a Londra, come educatrice. E’ la prima ambasciatrice di JOFA UK e, per il suo impegno nella creazione di un movimento femminista all’interno dell’ebraismo ortodosso britannico, è stata recentemente inserita da The Jewish Chronicle nella lista dei 100 personaggi più influenti nella comunità ebraica inglese.



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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