Mondo ebraico

Consiglio UGEIConsiglio UGEI14 luglio 2017
abbandono-500x298.jpg

2min1010

Da alcuni anni si fa un gran parlare, nelle comunità ebraiche e in Ucei, di come frenare il grande nemico: l’assimilazione dei famigerati “ebrei lontani”. Già l’uso di questa espressione a me sembra una pessima forma con cui porre la questione, distribuendo patenti di lontananza e vicinanza in modo arbitrario e tendenzialmente unidirezionale. Che se ne parli è peraltro fondamentale, anche se l’auspicio è che prima o poi alle parole seguano politiche concrete di ampio respiro. C’è però anche una piccola minoranza di ebrei italiani, molto presente nell’organizzazione e gestione delle comunità e dalla notevole influenza, che è convinta che “pochi ma buoni” sia meglio. E pazienza se con “buoni” costoro intendono nientemeno che se stessi. E pazienza se i pochi sono sempre meno. Ma quello che a me sembra più importante, e che talvolta ancora dimentichiamo, è che a fronte di un abbandono il problema, in fondo, può essere anche di chi va via, ma è soprattutto di chi resta.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI29 giugno 2017
gerome-411x500.jpg

5min1192
Jean-Léon Gérome, “Il Muro del pianto” (1880)

“Il mio cuore è oriente, e io mi trovo alla fine dell’occidente” scriveva il poeta e rabbino spagnolo Yehuda Halevi (1085-1141). Halevi fu forse il primo sionista della storia, ma sebbene il suo nome ricorra continuamente nelle strade d’Israele, egli morì al Cairo prima di imbarcarsi per la Palestina, o secondo altri, alle porte di Gerusalemme senza però riuscire a varcarle. Il legame di Halevi con Sion era prevalentemente individuale e spirituale, egli riteneva che la Shekinah fosse più palpabile in Eretz Israel rispetto ad altrove. Quasi come Halevi, posso vantarmi in circa trent’anni di aver girato per quasi tutti i paesi del Mediterraneo ed aver visto questo mare da tutti e quattro i punti cardinali, ma mai fino ad adesso ero ancora giunto in Israele. Eppure questo paese ha sempre occupato parte della mia immaginazione e dei miei sogni, sin da quando da bambino ne studiavo i francobolli, le mappe e l’alfabeto, o quando più adulto iniziai a documentarmi sulla sua storia, a leggere i libri dei suoi scrittori, ascoltare le canzoni dei gruppi musicali più in voga o guardare i film dei suoi registi.

Mio nonno z”l era un convinto sionista, partecipava alle attività del KKL (Keren Kayemet LeIsrael) e del KH (Keren haYesod), come assessore comunale della giunta PCI fece parte della delegazione che nel 1961 firmò il gemellaggio tra la mia città e Bat Yam, e sosteneva al tempo che “Israele fosse l’unico paese veramente socialista al mondo”. Arrivato alle soglie dei vent’anni cominciai a frequentare un corso di ebraico con l’intenzione di fare un’esperienza di qualche anno in Israele, magari in un kibbutz, successivamente la mia vita prese inaspettatamente direzioni diverse, e ancora un’altra volta quando rinunciai ad un viaggio con Taglit-Birthright a causa di un impiego, dovetti rimandare la “salita” verso questa meta.

Alcune settimane fa sono riuscito finalmente a compiere questo viaggio partendo con solo uno zaino in spalla. Difficile raccontare l’emozione provata senza ricorrere a pure sensazioni o immagini mentali. Solo so che scoprendo Israele, nel mentre mi perdevo nella città vecchia in una mezzanotte spettrale, passavo senza accorgermene tra quartieri ortodossi, secolari, ebraici, arabi o russi, guardavo dal finestrino del treno un deserto verdeggiante ascoltando Shlomo Artzi, incontravo ragazzi israeliani che mi portavano a mangiare hummus in ristoranti arabi “perché lo fanno più buono”, sentivo parlare italiano al Minian Italkim nel cuore di Tel Aviv, o camminavo a fianco di altri coetanei ai quali non è importante avere il padre o la madre ebrea, perché qui come sei e da dovunque provieni sei comunque israeliano… per una volta non mi sono sentito un estraneo. Io che sempre in ogni luogo mi sento a casa e contemporaneamente fuori posto, che sono immune al fascino dei nazionalismi e delle bandiere, ho provato orgoglio nel trovarmi in un luogo che nonostante le sue contraddizioni, i suoi problemi, un governo in carica che non stimo particolarmente, è stato costruito anche grazie al contributo della mia famiglia, che vi abita qualcuno con il mio stesso cognome o qualcun altro, come l’autista del autobus, la ragazza scorbutica alla reception del mio ostello o il mendicante haredi per strada, che potrebbe avere qualche lontana ed ipotetica parentela con me. Strano averlo visto soltanto adesso per la prima volta, e percepire, che per quanto lontano e su un’altra sponda di questo stesso mare, è sempre stato e sempre sarà dentro la mia testa e il mio cuore.

Francesco Moisés Bassano

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI18 giugno 2017
ajc.jpg

6min1150

Da una settimana si è concluso il AJC Global Forum in Washington DC, kermesse americana dell’American Jewish Committee, organizzazione da sempre impegnata nella difesa degli ebrei in tutto il mondo e nella Advocacy per Israele, a cui quest’anno ha preso parte una ampia delegazione di giovani attivisti dell’European Union of Jewish Students (EUJS), fra cui io stesso come consigliere dell’Unione dei Giovani Ebrei d’Italia.

La delegazione, composta da quaranta giovani provenienti da venticinque paesi europei, ha affrontato una due-giorni di confronto e presentazione delle varie realtà ebraiche presenti in ciascun paese e acquisito importanti strumenti per affrontare al meglio il Global Forum, in cui sono stati chiamati a tenere due sessioni di dibattito sulla situazione politica ed ebraica in ciascun paese.

Ciascuna sessione, organizzata in tavole rotonde, ha affrontato diverse tematiche: la realtà ebraica in ciascun paese, l’antisemitismo, la crescita del BDS (Boycott Divestment Sanctions, movimento anti israeliano) nelle università, la rinascita dei movimenti nazionalisti e populisti, la minaccia islamista legata alle migrazioni. Non sono mancati poi gli incontri vis-a-vis con partecipanti al forum, complessivamente oltre 2500, interessati ad approfondire ulteriormente i temi affrontati.

La kermesse ha poi visto un susseguirsi di dibattiti e conferenze che spaziavano dal dibattito interreligioso, fra le quali anche un ifthar, tipica cena islamica al termine della giornata di digiuno durante il mese del Ramadan ospitata dall’ambasciata indonesiana, alla situazione politica in Europa, da Israele alle nuove minacce antisemite.

David Harris, direttore dell’AJC

Di grande impatto sono state inoltre le sessioni plenarie, in cui importanti personaggi hanno ripreso il tema della kermesse “The Power to Act”, riallacciando i fili di discussione delle varie conferenze. Particolare coinvolgimento ha caratterizzato le sessioni di apertura e chiusura che hanno visto, tra gli altri, i discorsi dell’ambasciatore italiano Armando Varricchio, dei ministri e presidenti di Giappone, Cipro, Romania, Austria, i dibattiti fra ospiti del calibro di Tzipi Livni e Bernard-Henri Lévy, e i premi consegnati a persone di particolare levatura morale, come l’imam, il sacerdote e il rabbino di Haifa impegnati in una reciproca assistenza.

Di grande impatto emotivo anche i discorsi di apertura e chiusura tenuti da David Harris, direttore del AJC, che ha ricordato il cinquantesimo anniversario dello scoppio della Guerra dei Sei Giorni, la drammatica espulsione di centinaia di migliaia di ebrei dai paesi musulmani a seguito della guerra del ’67, fra cui la comunità libica che ha trovato accoglienza in Italia, e l’impegno da sempre profuso da parte dell’organizzazione in difesa degli ebrei in tutto il mondo, nella lotta all’antisemitismo e nella promozione di Israele nelle sedi internazionali. Speciale menzione ha poi ricevuto il nostro paese: l’Italia è stata ringraziata per il prezioso supporto all’organizzazione e alle comunità ebraiche. Lunga è la storia che lega infatti l’AJC e il nostro paese, a cominciare dagli anni del dopoguerra in cui l’AJC ha fatto imbarcare centinaia di sopravvissuti ai campi di concentramento e sterminio nazisti attraverso i porti italiani, per poi proseguire verso il nuovo stato di Israele, Sud e Nord America, per poi aiutare negli anni settanta gli ebrei provenienti dai paesi oltre la cortina di ferro a imbarcarsi verso la libertà dai porti nel Lazio, fino all’importante voto contrario dell’Italia in una vergognosa votazione contro Israele all’Unesco, che ha convinto la Germania a fare altrettanto.

L’attenzione e l’affetto riservati al nostro paese sono stati ricambiati con una cena privata presso la residenza dell’ambasciatore italiano, alla quale hanno presenziato anche David Harris, l’ambasciatrice AJC presso l’Italia e la Santa Sede e io stesso. Durante la cena, rispondendo a una mia domanda, l’ambasciatore ha evidenziato il ruolo importante che le comunità ebraiche possono giocare nel contenimento della minaccia islamista e nel contrasto dei movimenti nazionalisti e populisti.

Ho sollevato nuovamente questi due temi nel corso di incontri privati con lo staff di due senatori degli Stati Uniti, nella giornata conclusiva della kermesse, toccando anche il delicato tema dell’accordo internazionale TTIP, nel corso dell’incontro con il team della senatrice del Michigan Stabenow, particolarmente attenta ai temi legati all’agricoltura.

La missione si è poi conclusa con importanti follow-up che si terranno nelle prossime settimane fra le organizzazioni giovanili ebraiche di alcuni paesi europei per pianificare insieme momenti di aggregazione e confronto che vedranno proprio il nostro paese come promotore. Fra i paesi coinvolti compare anche l’organizzazione ebraica studentesca del Regno Unito che ha voluto così rimarcare il proprio sentimento di appartenenza europeista, nonostante l’imminente uscita dalla comunità europea del proprio paese.

Benedetto Sacerdoti


Consiglio UGEIConsiglio UGEI16 giugno 2017
mosesundaron.jpg

4min5310

Se è vero in generale che l’identità scaturisce dal confronto tra le idee e la complessità variopinta del mondo, lo è in particolare per quanto riguarda l’identità ebraica. Per la quale il confronto è quasi sempre scontro, cozzare in battaglia, e l’identità scintilla preziosa e transeunte. Alla ricerca di difficili identità è dedicato il recente libro di Enrico Fubini “Musicisti ebrei nel mondo cristiano”, pubblicato da Giuntina. Attraverso la descrizione di figure di primo piano di musicisti ebrei, emerge uno spettro di atteggiamenti differenti e di modalità di relazionarsi con l’identità ebraica. Non è un testo di storia della musica per specialisti: sintetico e agile, si rivolge davvero a tutti gli interessati ponendo un interrogativo quanto mai attuale: esiste un nesso, per gli ebrei, tra miglioramento delle condizioni di vita, integrazione e perdita della differenza, ovvero assimilazione?

La domanda comincia a porsi nel tardo Rinascimento, nel contesto dei tentativi di riforma della musica sinagogale in senso polifonico da parte di figure come Salomone Rossi e Leone da Modena. Ma è nell’Ottocento che la questione si impone. Qui Fubini ripercorre le vicende umane di musicisti ebrei la cui opera è considerata unanimemente cardinale per la cultura europea. Sono numerosi, ma di particolare significato mi sembra il percorso di tre di loro.

Gustav Mahler

Di Felix Mendelssohn, l’enfant prodige del pianoforte e della composizione convertito per volontà del padre, leggiamo il conflitto interiore e la consapevolezza che un cognome aggiunto, Bartholdy, non risparmiasse dagli attacchi antisemiti. Assistiamo al tentativo del “tre volte senza patria” Gustav Mahler di recuperare barlumi di un mondo di cui avvertiva il progressivo, inesorabile spegnimento. Il mondo della cultura dei salotti viennesi, dell’autonomia del bello, della formazione come ideale di affrancamento dell’uomo dalla storia, per entrare nel quale Mahler era stato costretto alla conversione, un mondo di ieri a cui il compositore torna con un’ironica nostalgia analoga, per alcuni aspetti, a quella di Hofmannsthal e di tanti altri cantori ebrei della finis Austriae.

E infine Arnold Schönberg, il cui tragitto di europeo e di ebreo è forse il più complesso e paradigmatico. Nel 1898, con la conversione al protestantesimo, Schönberg stacca come molti altri il biglietto d’ingresso in società. Negli anni del dopoguerra comincerà un percorso di riscoperta dell’ebraismo, significativamente parallelo a quello che lo porterà all’invenzione della dodecafonia. E allora, dalla Scala di Giacobbe al Mosè e Aronne, l’ebraismo incide sempre più a fondo la sostanza musicale, la fa sua, ne determina i moduli e i concetti. Ma il cammino non finisce qui: musica e identità ebraica hanno ancora una lunga strada da percorrere, insieme.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI4 giugno 2017
magrittedecalcomanie1966.jpg

4min2100
René Magritte, “Decalcomania”

Mia nonna Flora mi ha spesso raccontato di uno scambio di battute intercorso tra sua madre Ida, z’l, e un suo amico. “La mamma diceva: – Io sono italiana-ebrea; Raul invece: – Io sono ebreo-italiano”. Così, in una semplice conversazione, si annidano i differenti modi di intendere l’identità ebraica in rapporto a quella nazionale. Come noto nel Talmud Bavli appare il principio Dina de-malkuta dina (La legge del paese è legge). Se le declinazioni halakiche di questo principio sono materia rabbinica è tuttavia possibile riconoscervi la capacità da parte del diritto ebraico di articolare la propria identità di comunità minoritaria in accordo con il profilo della maggioranza ospitante. In tal senso questo principio è stato letto alla luce di Geremia (29, 7) “ricercate la pace della città dove vi ho esiliato (…)” – da cui l’uso, interrotto in Italia a seguito delle Leggi Razziali, di inserire nelle tefillot la preghiera per lo Stato di cui si è cittadini.

Forse anche tali presupposti, in rapporto (non sempre pacifico) con i processi di emancipazione, hanno fatto si che le minoranze ebraiche dell’Europa occidentale partecipassero a pieno titolo a plasmare le rispettive identità nazionali, sia sotto il profilo culturale che politico. Mi pare che tanto nelle parole di Ida quanto in quelle di Raul sia riscontrabile questo non univoco lascito dell’incontro tra principi della tradizione e le istanze dell’emancipazione. Un lascito che continuava a plasmare la percezione di sé da parte ebraica, anche quando questa si era vista tradita dal proprio paese, come era il caso dei protagonisti del dialogo, avvenuto nella Milano dell’immediato dopoguerra.

Mino Ceretti, “Uomo allo specchio rotto”

Quale che fosse l’ordine dei termini (ebreo, italiano) rimaneva che la loro identità ebraica era, come ebbe modo di dire Dewey in riferimento a quella statunitense, un’identità “con il trattino”, costituita da due poli, tra loro in rapporto e tra loro distinti, tale da preservare dalla retorica dell’autenticità, di un’identità univoca e omogenea. Un accidente della storia dovuto a un esilio non scelto. Oppure, un aspetto peculiare a un popolo che si forma nell’esilio e che, come ha indagato in diverse occasioni Donatella Di Cesare, porta tale condizione nella terra affidatagli, dove all’autodeterminazione politica – all’affermazione di sé – si accompagna la consapevolezza, proveniente tanto da racconti familiari quanto dalla coscienza biblica, di esser stati stranieri; di non essere, per quanto sabra, intrinsecamente autoctoni. Ovvero di essere israeliani-ebrei, o ebrei-israeliani.

Cosimo Nicolini Coen

Da Moked.it



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


Contattaci