Mondo ebraico

Consiglio UGEIConsiglio UGEI28 agosto 2017
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Al largo delle coste toscane, separata dal continente dal Canale di Piombino, l’isola d’Elba fa da sovrana sulle altre “colleghe”, con cui forma l’Arcipelago Toscano. Un’isola che d’estate diventa una colonia di turisti da tutta Europa, che giungono per godersi un po’ di sano e meritato relax in un vero e proprio paradiso di acqua di mare cristallina e di natura ancora incontaminata e protetta. Centro principale della vita dell’isola è Portoferraio, tra l’altro una delle culle dell’antica civiltà etrusca. Ebbene, anche l’isola d’Elba, nei secoli passati, fu sede di una comunità ebraica, e attirò gli ebrei grazie alle ricchezze che possedeva nonostante le modeste dimensioni.

Tutto cominciò nel lontano 1593, quando Ferdinando II de’ Medici promulgò le celebri leggi “liburnine”, grazie a cui le minoranze perseguitate, tra cui gli ebrei, avrebbero goduto di piena libertà politica, economico-commerciale e religiosa. Fu così che la città di Livorno divenne un porto di accoglienza di enorme importanza per i mercanti ebrei di tutto il Mediterraneo, specialmente per quelli di origine spagnola. Alcuni degli ebrei che si erano stabiliti a Livorno e a Pisa, decisero in seguito di traferirsi proprio all’Isola d’Elba, resisi conto delle possibili prospettive di guadagno.

La prima presenza ebraica isolana pertanto è attestata già all’inizio del ‘600, mentre si ha notizia dell’edificazione della prima sinagoga sull’isola nel 1631, esattamente a Portoferraio. All’epoca, circa dieci famiglie ebraiche abitavano all’Elba. Agli inizi del ‘700, le dimensioni della comunità ebraica erano aumentate, tanto che il Governatore di Portoferraio, su suggerimento del Granduca di Toscana, decise di assegnare agli ebrei un’unica strada (via Elbano Gasperi), denominata all’epoca “via degli ebrei”, con lo scopo di evitare un mescolamento con la popolazione cristiana. In realtà, non erano mai sorti reali conflitti e malumori tra la popolazione locale e la comunità ebraica, e la scelta di radunare in “ghetto” gli ebrei di Portoferraio fu tacitamente indotta dalle autorità ecclesiastiche, timorose che questi potessero “indottrinare” i cristiani con le proprie idee, oltre al fatto che, all’epoca, gli ebrei di origine spagnola erano considerati portatori di eresia.

I decenni successivi videro l’insorgere di alcuni contrasti e disguidi tra l’allora presidente della Comunità Abram Pardo e il Governatore, specialmente in relazione alla costruzione di una nuova sinagoga, più capiente e consona alle aumentate dimensioni della comunità. Il conflitto si risolse con l’edificazione della sinagoga poco dietro il Forte Stella, sulla baia di Portoferraio. Il cimitero ebraico invece era stato costruito dietro la spiaggia delle Ghiaie, situata all’ingresso di Portoferraio “dal retro”.

Il ‘700 fu il secolo di massimo splendore della Comunità ebraica elbana, sia per i numeri, sia, come detto, per i rapporti generalmente buoni con la popolazione locale, che portarono tra l’altro ad alcuni matrimoni misti tra ragazzi ebrei e ragazze locali. A partire dall’800 la Comunità iniziò un lento e inesorabile declino: la pace con l’Impero Ottomano e, soprattutto, l’Unità d’Italia segnarono la fine della protezione fisica (le guarnigioni di stanza contro le invasioni nemiche) e politica (i privilegi di cui l’isola aveva goduto sotto l’autorità del Granducato di Toscana). Gli ebrei dell’Elba iniziarono a emigrare e a cercare fortuna altrove, attratti dalle nuove opportunità economiche e commerciali.

Tuttavia ai primi del ‘900 si segnò un’inversione di tendenza, dato che la ripresa economica e l’apertura di uno stabilimento siderurgico avevano richiesto una notevole manodopera: di conseguenza, alcune famiglie ebraiche furono attratte da questa opportunità e decisero di trasferirsi sull’isola, trovando anch’esse un clima pacifico e di accoglienza. Furono le Leggi Razziali del 1938 a mettere definitivamente i titoli di coda alla presenza ebraica isolana, con le ultime famiglie che decisero di scappare, e nessun ebreo tornò più a vivere all’Elba dopo la Seconda Guerra Mondiale. L’ultima testimonianza ebraica rimasta dopo il conflitto mondiale era il cimitero: sopravvisse fino al 1964, quando il terreno su cui era edificato fu sconsacrato e venduto a un privato, mentre le tombe, con le rispettive lapidi, furono trasferite al cimitero ebraico di Livorno, dove sono visibili tuttora.

(Fonti: Preziosi A., Fermenti patriottici, religiosi e sociali all’Isola d’Elba (1821-1921), Olschki, 1976, capitolo: La Comunità israelitica di Portoferraio, pag. 137-147; Id., Una Comunità Israelitica, Lo Scoglio, 2009, n. 37)

Simone Bedarida

Consiglio UGEIConsiglio UGEI18 agosto 2017
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“Doikeyt. Noi stiamo qui ora!” è la parola d’ordine del Bund ed è anche il titolo di un volume fresco di stampa scritto da Massimo Pieri e pubblicato da Mimesis in occasione del centesimo anniversario della Rivoluzione d’Ottobre. “Doikeyt” indica lo stare qui, la consapevolezza di esserci (in tedesco “Da-keit”, in inglese “hereness”). La consapevolezza, per le masse ebraiche dell’Europa orientale, di essere soggetto, e non più solo oggetto, della grande storia.

L’Unione generale dei lavoratori ebrei di Russia, Polonia e Lituania (Bund), fondata il 7 ottobre 1897 a Vilna, è il primo movimento politico ebraico di massa dell’età contemporanea. L’ottimo libro di Pieri si apre con una sintesi storica della presenza ebraica nell’Impero degli zar da metà Seicento, e si sofferma sull’ultimo ventennio del secolo XIX, quando, dopo un periodo di caute riforme, sotto Alessandro III la situazione degli ebrei peggiora rapidamente. Sono gli anni dei pogrom. A Vilna, la “Gerusalemme dell’Est” centro del socialismo ebraico e di multiformi fermenti intellettuali, viene organizzata dapprima la propaganda tra gruppi ristretti di operai, per poi passare all’edificazione di un seguito proletario di massa tramite l’agitazione. Quello del Bund rimane in ogni caso un socialismo peculiare, perché l’ebraismo è pensato non in termini di fede, ma di nazione, una nazione senza territorio. Come per l’Israele antica, costituita da dodici tribù e da regole comuni che definiscono la collettività, per il Bund il federalismo è un esito naturale. E’ la cultura ebraica, prima ancora di quella socialista, il collante scelto per muovere le masse nella storia; il suo veicolo naturale è la lingua yiddish.

L’idea federalista parte dunque dalla lingua e dalla cultura. E infatti quando nel 1903, al secondo Congresso del Partito operaio socialdemocratico russo (POSDR), Lenin impone il centralismo, il Bund si fa da parte. Di fronte alla decisione tra continuare a essere la voce del proletariato ebraico oppure fare parte del POSDR, i rivoluzionari ebrei scelgono la prima. E’ una rottura dolorosa, perché il Bund è l’organizzazione che più di ogni altra aveva lottato per la fondazione di un partito da cui adesso si trova costretto a uscire. Il federalismo del Bund aspira all’unità del fronte socialista, partendo però dalle diversità e senza abdicare ad esse. Il centralismo di Lenin, al contrario, implica e sostiene l’assimilazione, e quello che Lenin e Trockij chiedono al Bund è di rinunciare all’identità ebraica. Il Bund considera invece l’assimilazione un obiettivo non socialista ma reazionario, e ritiene che proprio nella rivendicazione dell’autonomia nazionale risieda un’istanza autenticamente socialdemocratica. La nazione ebraica, inoltre, secondo i bundisti esiste anche se non ha un territorio: è questo un elemento fondamentale, e un motivo in più di scontro con i bolscevichi, che merita di essere approfondito in altra occasione. Per teorici marxisti come Otto Bauer, Kautsky o Lenin, gli unici ebrei buoni sono quelli che non sono più ebrei: “Contro l’assimilazione strepita soltanto chi continui a venerare il ‘passato’ ebraico” (Lenin, p. 156). Per questo il Bund, che rivendicava l’identità ebraica, era accusato di essere reazionario, nazionalista, particolarista.

Bundisti a Odessa durante la rivoluzione del 1905

Dopo l’uscita dal POSDR, il Bund organizza con efficacia sempre maggiore l’autodifesa ebraica durante i pogrom del 1903, che vengono invece minimizzati e di fatto giustificati da chi, come Lenin e Kautsky, vede nella società un’unica, onnicomprensiva contraddizione, quella di classe. I bundisti svolgono poi un ruolo cruciale nel 1905, al tempo della prima rivoluzione, imponendosi come modello di organizzazione e guadagnando enorme influenza tra i milioni di ebrei polacchi. Nel 1906 il Bund rientra nel POSDR, e nel 1917 i bundisti sono presenti nei soviet fino alla Rivoluzione d’Ottobre. Con la presa del potere da parte dei bolscevichi si conclude la parabola del Bund in Russia, mentre la popolazione ebraica si vede costretta a un’alleanza con l’Armata Rossa, l’unica forza in grado di opporsi ai sanguinosi e ripetuti pogrom scatenati dai bianchi durante la guerra civile. In Polonia il Bund rimane egemone tra gli ebrei fino al 1939, quando conta 100.000 iscritti. Negli anni della Shoah guida la resistenza ebraica, ma troppo grande è il divario di forze con gli sterminatori nazisti.

“Doikeyt” è un libro dai molti pregi: molto ben scritto, denso e ricco di dettagli ma sempre estremamente chiaro. La storia che dalle pagine di Pieri prende forma è quella di un’esperienza che ha ancora molto da insegnare. Quella di un’organizzazione ebraica, il Bund, che si oppone sia al centralismo sia all’assimilazione, ed esprime un progetto federalista di integrazione fondato sul mantenimento della diversità e proteso a chiedere il pieno riconoscimento del diritto alla differenza. Da un gruppo di persone che pensavano di poter cambiare qualcosa, o forse molte cose, e si sono messe in gioco per farlo nel proprio contesto di vita, abbiamo certamente tanto da imparare.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI8 agosto 2017
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Moshe Hacmun, rabbino, allenatore, padre, maestro, educatore. Classe ’69, un trascorso all’Yeshivat Bnei Akiva di Natanya e una specializzazione in Sociologia ed Economia alla Bar Ilan. A 19 anni la chiamata della tzavà, entra nell’unità paracadutisti. Nel frattempo inizia a disputare i primi incontri nella serie A basket israeliana, nelle file del Elitzur Natanya. L’amore per lo sport lo porta all’Orde Wirgate, istituto sportivo che gli conferisce la qualifica di “allenatore nazionale”, allena squadre di serie A e B israeliane. Nel 2004 conclude gli studi rabbinici presso il Bet Amidrash Sfaradi. Sempre nel 2004 fonda a Roma, l’Eli Hay, un’associazione sportiva dilettantistica di stampo ebraico, che oggi raccoglie più di un centinaio tra bambini e ragazzi, che praticano la Pallacanestro e partecipano ai Campionati Regionali, rappresentando l’orgoglio ebraico nel Lazio.

E’ nel 2011 che viene istituito il centro comunitario dell’Eli Hay, lo “YoungEly”. Ben presto il centro diviene, non solo una sinagoga su misura per i ragazzi, ma il centro nevralgico di tutte le attività, sportive e comunitarie, ospitando diversi eventi, sia ludici che culturali.  All’attività di routine che dura tutto l’anno, viene affiancata l’organizzazione dei campeggi estivi e invernali, vero fiore all’occhiello dell’Associazione, che negli ultimi 3 anni ha riscontrato un successo inaspettato, con circa 200 bambini  a campeggio. Il grande lavoro è stato notato anche ai piani alti. Infatti quest’anno è stato insignito del Premio UCEI “Educazione e Cultura Ebraica 5777” nel corso del Moked Edot e Deot, di Milano Marittima.

Lo abbiamo intervistato per voi. A lui la parola, a voi la lettura.

Come nasce l’associazione Eli Hay? Eli Hay sorge nel 2004, come frutto della mia grande passione per la pallacanestro. Nasce sotto il segno della convinzione che, tramite l’istruzione sportiva è possibile educare e formare ragazzi ad un comportamento migliore. Il confronto-scontro gli uni con gli altri migliora i rapporti interpersonali, preparando il singolo ad affrontare la vita all’interno della società, con tutte le sue difficoltà.

In questi anni come si è evoluta? Inizialmente, nei nostri primi anni di attività, dal 2004 al 2012, ci siamo focalizzati puramente sulla pallacanestro. Inoltre, ogni estate organizziamo centri estivi. Grandi obiettivi sono stati raggiunti sia dal punto di vista individuale che dal punto di vista collettivo. Dal 2012, grazie all’iniziativa e alla collaborazione con la comunità ebraica di Roma e al grande aiuto di cari generosi amici nasce il Centro YoungEly, sede attuale dell’Eli Hay. Da quel momento in poi, l’Eli Hay ha toccato più discipline sportive, oltre che alla pallacanestro, come ad esempio: il karate, corsi di danza per piccoli e adulti, ginnastica posturale, pilates, zumba e Krav Maga. Assieme a quest’ondata di novità, è stato fondato il nostro bet akneset, il tempio Eli Hay si distingue per la particolare Kabalat Shabbat, che alterna il rito Carlibach alle preghiere tradizionali, coinvolgendo molti giovani che partecipano con entusiasmo e sentimento. Il centro Eli Hay ospita anche mizmarot, bar mitzva, shabbatot hatan, milot, compleanni, eventi pubblici e privati, che lo rendono a tutti gli effetti, un centro propulsore di eventi ebraici. Durante la settimana, in aggiunta, l’Ufficio Giovani svolge le proprie attività nella nostra sede, occupandosi di far trascorrere ai nostri “piccoli” piacevoli pomeriggi di attività, formazione e cultura ebraica.

Quali sono i fattori che hanno determinato il vostro successo? Tra i fattori che riteniamo abbiano maggiormente influito sul nostro successo sono da menzionare le attività estive: il centro estivo e il nostro Sporting Summer Camp. Solitamente il nostro staff é formato da ragazzi che sono cresciuti all’interno dell’Eli Hay, e si riflettono nei valori da essa profusi. Infatti, il nostro staff costituisce un altro grande punto di forza. I madrichim costituiscono dei modelli da seguire, sono dei leader giovani e qualificati. Oltre a investire sulla professionalità dello Sport e su strutture ben attrezzate, elementi per noi fondamentali e sui quali ci è impossibile rinunciare, crediamo che sia il divertimento la chiave di accesso all’educazione. Abbiamo sulle nostre spalle l’onere di formare gli adulti di domani, un onore che ci obbliga al raggiungimento del successo.

Quali sono i prossimi traguardi? Il nostro prossimo obiettivo è quello di migliorare ulteriormente il livello di professionalità dello staff, come anche la sincronizzazione con il corpo della sicurezza e la creazione di una più organizzata squadra medica, che possa fornire risposta immediata ad ogni esigenza. Siamo già attivi nell’organizzazione del campeggio invernale e all’orizzonte sogniamo di internazionalizzarci, spostandoci all’estero ed ospitando altri paesi europei, israeliani e americani.

In questi anni di duro lavoro, qual è stata la soddisfazione più grande? Tra le più grandi soddisfazioni, ciò che più mi emoziona è rincontrare ragazzi che sono cresciuti con me, nel nostro campo, sotto i valori dell’Eli Hay, i ringraziamenti per quello che hanno vissuto, per le esperienze che hanno esperito, e per i principi che hanno assimilato. Negli ultimi tre anni, abbiamo registrato nei nostri campeggi degli “overbooking”, fenomeno che ci rende orgogliosi del nostro duro lavoro ed é conferma della fiducia da voi riposta in noi. Siamo solo all’inizio.

Ruben Spizzichino,
Vicepresidente UGEI
Responsabile Politico e Rapporti Internazionali.
Studia e lavora a Roma

Consiglio UGEIConsiglio UGEI14 luglio 2017
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Da alcuni anni si fa un gran parlare, nelle comunità ebraiche e in Ucei, di come frenare il grande nemico: l’assimilazione dei famigerati “ebrei lontani”. Già l’uso di questa espressione a me sembra una pessima forma con cui porre la questione, distribuendo patenti di lontananza e vicinanza in modo arbitrario e tendenzialmente unidirezionale. Che se ne parli è peraltro fondamentale, anche se l’auspicio è che prima o poi alle parole seguano politiche concrete di ampio respiro. C’è però anche una piccola minoranza di ebrei italiani, molto presente nell’organizzazione e gestione delle comunità e dalla notevole influenza, che è convinta che “pochi ma buoni” sia meglio. E pazienza se con “buoni” costoro intendono nientemeno che se stessi. E pazienza se i pochi sono sempre meno. Ma quello che a me sembra più importante, e che talvolta ancora dimentichiamo, è che a fronte di un abbandono il problema, in fondo, può essere anche di chi va via, ma è soprattutto di chi resta.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI29 giugno 2017
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Jean-Léon Gérome, “Il Muro del pianto” (1880)

“Il mio cuore è oriente, e io mi trovo alla fine dell’occidente” scriveva il poeta e rabbino spagnolo Yehuda Halevi (1085-1141). Halevi fu forse il primo sionista della storia, ma sebbene il suo nome ricorra continuamente nelle strade d’Israele, egli morì al Cairo prima di imbarcarsi per la Palestina, o secondo altri, alle porte di Gerusalemme senza però riuscire a varcarle. Il legame di Halevi con Sion era prevalentemente individuale e spirituale, egli riteneva che la Shekinah fosse più palpabile in Eretz Israel rispetto ad altrove. Quasi come Halevi, posso vantarmi in circa trent’anni di aver girato per quasi tutti i paesi del Mediterraneo ed aver visto questo mare da tutti e quattro i punti cardinali, ma mai fino ad adesso ero ancora giunto in Israele. Eppure questo paese ha sempre occupato parte della mia immaginazione e dei miei sogni, sin da quando da bambino ne studiavo i francobolli, le mappe e l’alfabeto, o quando più adulto iniziai a documentarmi sulla sua storia, a leggere i libri dei suoi scrittori, ascoltare le canzoni dei gruppi musicali più in voga o guardare i film dei suoi registi.

Mio nonno z”l era un convinto sionista, partecipava alle attività del KKL (Keren Kayemet LeIsrael) e del KH (Keren haYesod), come assessore comunale della giunta PCI fece parte della delegazione che nel 1961 firmò il gemellaggio tra la mia città e Bat Yam, e sosteneva al tempo che “Israele fosse l’unico paese veramente socialista al mondo”. Arrivato alle soglie dei vent’anni cominciai a frequentare un corso di ebraico con l’intenzione di fare un’esperienza di qualche anno in Israele, magari in un kibbutz, successivamente la mia vita prese inaspettatamente direzioni diverse, e ancora un’altra volta quando rinunciai ad un viaggio con Taglit-Birthright a causa di un impiego, dovetti rimandare la “salita” verso questa meta.

Alcune settimane fa sono riuscito finalmente a compiere questo viaggio partendo con solo uno zaino in spalla. Difficile raccontare l’emozione provata senza ricorrere a pure sensazioni o immagini mentali. Solo so che scoprendo Israele, nel mentre mi perdevo nella città vecchia in una mezzanotte spettrale, passavo senza accorgermene tra quartieri ortodossi, secolari, ebraici, arabi o russi, guardavo dal finestrino del treno un deserto verdeggiante ascoltando Shlomo Artzi, incontravo ragazzi israeliani che mi portavano a mangiare hummus in ristoranti arabi “perché lo fanno più buono”, sentivo parlare italiano al Minian Italkim nel cuore di Tel Aviv, o camminavo a fianco di altri coetanei ai quali non è importante avere il padre o la madre ebrea, perché qui come sei e da dovunque provieni sei comunque israeliano… per una volta non mi sono sentito un estraneo. Io che sempre in ogni luogo mi sento a casa e contemporaneamente fuori posto, che sono immune al fascino dei nazionalismi e delle bandiere, ho provato orgoglio nel trovarmi in un luogo che nonostante le sue contraddizioni, i suoi problemi, un governo in carica che non stimo particolarmente, è stato costruito anche grazie al contributo della mia famiglia, che vi abita qualcuno con il mio stesso cognome o qualcun altro, come l’autista del autobus, la ragazza scorbutica alla reception del mio ostello o il mendicante haredi per strada, che potrebbe avere qualche lontana ed ipotetica parentela con me. Strano averlo visto soltanto adesso per la prima volta, e percepire, che per quanto lontano e su un’altra sponda di questo stesso mare, è sempre stato e sempre sarà dentro la mia testa e il mio cuore.

Francesco Moisés Bassano

Da Moked.it



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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