Mondo ebraico

Consiglio UGEIConsiglio UGEI30 aprile 2014
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Melissa Sonnino 28 aprile 2014

Ci sono un ebreo, un musulmano, un cattolico, un buddista e un sikh che parlano seduti attorno ad un tavolo. No, non è l’inizio di una barzelletta. Secondo una personalissima statistica, questo è piuttosto lo schema classico della gran parte degli eventi dedicati al dialogo interreligioso, o cambiando gli attori, interculturale, intracomunitario, tra chi insomma ha voglia di confrontarsi con la diversità e, magari, apprezzarla. Grandi sorrisi a favore di fotografo, se possibile un intermezzo del politico di turno a suggellare la solennità dell’incontro e neanche a dirlo, di donne e giovani neppure l’ombra.

Sarà forse una colpa essere giovani e allo stesso tempo interessati a queste tematiche? Dopo lunga riflessione, la mia risposta è “NI”. Sicuramente è legittimo perseguire i propri interessi, ma è stupido ostinarsi a farlo nelle sedi sbagliate. É indubbio che un pizzico di gioventù gioverebbe, e non poco, alle iniziative che oggigiorno promuovono il dialogo e offrono strumenti per confrontarci con una società che muta così rapidamente.

Da qualche tempo ormai, sono abbastanza convinta che il metodo più efficace per approfondire la consapevolezza delle proprie identità, inclusa quella ebraica, sia proprio il confronto con l’esterno, con il cosiddetto “diverso”. A forza di esplorare la mia d’identità, sono finita a lavorare per un’organizzazione ebraica che non solo questo tipo di confronto lo promuove, ma crede anche che i valori dell’ebraismo e tutto ciò che di buono ne consegue, debbano essere esportati fuori dal mondo ebraico. É cosi che da un giorno all’altro mi sono ritrovata promoter di diversità e società inclusive con il compito aggiuntivo, come se non fosse abbastanza, di convincere i miei correligionari a mettersi in gioco e contribuire alla missione.

Dopo il comprensibile smarrimento iniziale, l’istinto di sopravvivenza ha avuto la meglio e la creatività è arrivata in aiuto. In fondo si trattava “semplicemente” di fornire una piattaforma di dialogo originale, che fosse d’interesse per le comunità ebraiche europee e dove diverse minoranze potessero instaurare un rapporto di solidarietà autentico, traendo al contempo benefici che rispondessero a bisogni reali. Questo è lo spirito in cui, circa tre anni fa, è nato il progetto europeo “Facing Facts! – rendere visibili i reati d’odio“.

Purtroppo, se esiste un campo nel quale, volenti o nolenti, le comunità ebraiche d’Europa hanno maturato un’esperienza significativa, è proprio quello del monitoraggio di crimini ed episodi motivati da odio antisemita. In Europa esistono veri e propri casi di eccellenza, come il Community Security Trust (CST), partner nel progetto, che si occupa della registrazione degli episodi di antisemitismo nel Regno Unito sin dal 1984.

La raccolta, l’analisi e la segnalazione di dati relativi ai reati d’odio possono dotare le comunità o le organizzazioni che rappresentano minoranze oggetto di discriminazione, di un potente strumento per comunicare i propri timori al governo, alle forze dell’ordine, ai mezzi di comunicazione ecc. I reati di odio implicano un’aggressione premeditata a una vittima sulla base della sua reale o presunta identità (età, razza, credo, genere, orientamento sessuale, identità di genere o disabilità). La componente d’odio rende le conseguenze di questi reati più gravi di quelle di altri tipi di reato. Perchè siano adottate politiche pubbliche migliori, volte alla prevenzione e alla lotta ai reati di odio e alla garanzia di servizi adatti alle necessità delle vittime, sono necessari dati affidabili basati su fatti oggettivi.

Oggi in Europa sono ancora poche le comunità e le organizzazioni in grado di raccogliere e verificare i dati in maniera sistematica. Facing Facts! nasce con lo scopo di colmare questo vuoto, mettendo al servizio di altre comunità l’esperienza delle comunità ebraiche più avanzate nel campo. Questo obiettivo è stato raggiunto mettendo a punto delle linee guida e un corso di formazione per formatori unico nel suo genere che, non solo fornisce gli strumenti per stabilire un sistema di monitoraggio credibile e adeguato, ma anche di insegnare ad altre persone all’interno, ma soprattutto all’esterno, della propria comunità o organizzazione, a fare lo stesso.

Poco più di un mese fa, ventitré persone provenienti da tredici paesi differenti, hanno preso parte all’ultima edizione del corso di formazione per formatori organizzato da Facing Facts! a Budapest, presso lo European Roma Rights Centre. Quattro giorni di formazione no-stop che hanno visto rappresentanti di organizzazioni ed individui che lavorano per promuovere i diritti di rom, ebrei, musulmani, disabili, LGBT e transessuali collaborare, condividere esperienze ed imparare l’uno dall’altro.

Oltre ad espandere il proprio portfolio di conoscenze e competenze, i partecipanti hanno riconosciuto nella possibilità di entrare in contatto e lavorare fianco a fianco con rappresentanti di altre minoranze, il valore aggiunto del corso.

Se state alzando il sopracciglio un po’ scettici, come a dire “questo succede solo nelle favole” posso aggiungere che a seguito dell’edizione 2012 del corso di formazione tenutosi a Londra, l’organizzazione CIDI, che si occupa della registrazione di episodi di antisemitismo in Olanda, utilizzando le conoscenze apprese durante il corso, ha a sua volta formato con successo un’organizzazione musulmana, SPIOR, assistendola nella creazione di un sistema di monitoraggio dei crimini motivati dall’odio contro i musulmani. Un gruppo di formatori certificati Facing Facts!, tra cui rappresentanti della comunità ebraica locale, ha unito le forze per rendere i reati di odio maggiormente visibili in Ungheria, specie quelli perpetrati nei confronti della popolazione rom.

La lista degli esempi positivi è lunga, a dimostrare che il confronto con gli altri non solo è possibile ma può addirittura migliorare in maniera significativa la nostra esistenza. Facing Facts! è solo un esempio che può essere declinato in molti modi diversi.

Credeteci!

Melissa Sonnino

 

Per chi volesse saperne di più del progetto Facing Facts e`possibile consultare il sito www.facingfacts.eu

Per chi e`arrivato sveglio fin qui ed e`interessato a leggere le linee guida sul monitoraggio dei crimini di odio (finalmente) tradotte in italiano questo e`il link http://www.ceji.org/media/guidelines-for-monitoring-of-hate-crimes-and-hate-motivated-incidents-IT-web-version.pdf

Per chi volesse sapere qualcosa di piu`sull’organizzazione per cui lavoro www.ceji.org


Consiglio UGEIConsiglio UGEI24 aprile 2014
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Altro che stereotipi potenti  tipo stagioni e celebrazioni, i weekend Ugei segnano implacabilmente e inesorabilmente lo scorrere del tempo e della svolazzante giovinezza. Che si partecipi o non si partecipi non importa, tanto nel secondo caso basta sguinzagliare insiders per farsi raccontare tutti i dettagli più scabrosi. E in effetti pensandoci bene ho un sacco di testimonianze da lasciare ai posteri.

Ho camminato fra distese di trolley formato bagaglio a mano pieni dei vestiti e sentimenti migliori.

Ho indossato braccialetti di plastica di colori pochissimo abbinabili tipo l’arancione fluo e dall’adorabile  tendenza ad appiccicarsi al mio polso sudaticcio.

Ho degustato cene a base esclusivamente di challah perché non avevo nessuna voglia di alzarmi e sgomitare per ottenere tre polpette. E comunque la challah è una delle cose più buone del mondo.

Ho bevuto bicchieri di vino dopo il Kiddush o dopo cori da stadio che mi incitavano a finirli.

Ho colto in flagrante nei corridoi coppiette di innamorati e di cospiratori.

Ho visto brillanti oratori arringare nel tentativo di farsi valere e arrancare nel tentativo di ottenere attenzione.

Sono stata spettatrice di scontri fra titani e battibecchi sul colore dei bicchieri di plastica.

Ho osservato distrattamente chi andava alla ricerca di voti e aiutato chi andava alla ricerca di orecchini perduti.

Sono stata sopraffatta da dichiarazioni forti e metafore decisamente coraggiose.

Ho sentito negare l’evidenza e l’appartenenza, due cose a quanto pare impossibili solo all’apparenza.

Ho rinunciato una volta a travestirmi da Cleopatra con una corona a forma di cobra d’oro per evitare di perdere la mia già scarsa credibilità, e troppe volte a dire la mia per evitare di sprecare fiato con chi non aveva nessuna intenzione di starmi a sentire con il minimo indispensabile di benevolentia.

Mi hanno affibbiato soprannomi carini ed etichette evergreen.

Ho avuto gli occhi col trucco sbavato la mattina a colazione dopo festeggiamenti folleggianti e sbarrati di fronte alla quantità di tempo che a volte viene perso per l’eternità.

Dopo anni di fuga a gambe levate ci ho un po’ ripensato sulla gioventù ebraica (quest’inverno ho persino avuto una vita sociale sulla Tayelet di Tel Aviv dopo un’adolescenza sprecata), però ogni tanto mi spaventa ancora un po’ la sua intemperanza.

Mi è balenato per un attimo il pensiero di scappare di nuovo per questioni di principio, ma poi l’ho abbandonato un po’ per altre questioni di principio e un po’ perche prima o poi mi ci voglio davvero travestire da Cleopatra.

Ho provato un vago spiazzamento per il coinvolgimento incredibile e totalizzante di alcuni in questioni che tutto sommato riguardano semplicemente uno sparuto gruppo di giovani felici di essere giovani e associati (come li definì una volta un’amica autoironica), ma poi guardando un po’ in giro per l’Europa e scoprendo che tanti paesi non hanno niente di tutto ciò mi sono sentita fortunata.

Ecco, più o meno questo mi aspetto che succeda anche al prossimo weekend di delicatezza e ardore, con quel tocco grazioso che solo la cornice di Mitteleuropa può dare. In realtà mi avevano chiesto uno spunto di discussione, ma mi sa che non sono abbastanza intellettuale engagé. Che qualcosa cambi in questo pittoresco quadretto però un pochettino lo spero, l’importante è che ci sia abbastanza challah.

 

Francesca Matalon

Nella foto (dell’autrice): piazza dell’Unità, Trieste


Consiglio UGEIConsiglio UGEI17 aprile 2014
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Masa-Logo8Cerchi un tirocinio dopo la laurea o un’esperienza di studi o di volontariato in Israele? Masa Italia potrebbe essere quello che fa per te.

“Se sei alla ricerca di un cambiamento di vita in Israele, Masa Israel ti accompagna in questa fase e ti aiuta a fare la scelta migliore in base alle tue esigenze. Si tratta di un programma congiunto del governo d’Israele e dell’Agenzia ebraica per Israele che offre ai giovani ebrei di età compresa tra i 18 e i 30 anni l’opportunità di abbinare periodi di studio, perfezionamento nella ricerca, alta formazione, stage professionali, volontariato e divertimento in Israele. E’ un’occasione per riscoprire la propria identità ebraica.”

Per quanto mi riguarda sono venuta a conoscenza dei programmi Masa Italia, la “sezione” italiana di Masa Israel Journey, tramite Valeria Milano, che si occupa di farli conoscere ai giovani studenti ebrei interessati. Valeria mi ha fornito il contatto del rappresentante di Masa Italia, Gilad, e abbiamo organizzato un incontro. Gilad mi ha fornito tutte le informazioni necessarie riguardo alla borsa di studio che offre l’organizzazione e i nomi di vari programmi offerti.

I programmi che offre Masa Italia sono molto variegati e si adattano bene al tipo di esperienza che si vuole fare in Israele. Gvahim Young Leaders, per esempio, è un programma che offre l’opportunità di fare uno stage di 5 mesi in un’azienda israeliana. Il programma è stato ideato per consentire al tirocinante di capire il funzionamento della società israeliana. Gvahim è un programma gratuito eccetto una tassa di 150 dollari e offre una serie di attività extra: come corsi di ebraico, Shabbat organizzati, visite di start-up, incontri con esperti su diversi argomenti.

Un altro programma è Career Israel che offre l’opportunità di effettuare stage in diversi campi: come Business e Finanza, Politica e Governo, Diritti Umani, Educazione, Cinematografia e Fotografia, Scienza e Ingegneria, Comunicazione e molti altri. Career Israel è il programma di punta di Israel experience, che fornisce programmi su misura, offrendo i più alti standard di servizio e qualità. L’obiettivo del programma è quello di rafforzare il senso d’identità ebraica del partecipante, approfondendo la sua connessione con Israele e aumentando il legame con le comunità d’origine.

Real Life Israel è un programma che offre tirocini anche per il periodo estivo e borse di studio nella ricerca. All’interno di questo programma è previsto anche L’Israel Public Diplomacy Program, che consente ai giovani di avvicinarsi al mondo della diplomazia. Il programma in questione offre anche una serie di borse di studio ed esenzioni a seconda del reddito del partecipante.

In particolare, mi sono interessata ai programmi Masa Israel Journey perché volevo avere un’esperienza in Israele che fosse inerente al mio percorso di studi. Mi sono laureata da poco in Scienze Politiche e i programmi Masa offrono opportunità di effettuare tirocini presso organizzazioni governative e non nel campo della Politica, del Governo e dei Diritti Umani e anche nel Consiglio Israeliano per gli Affari Esteri. Per questo motivo mi è sembrata un’occasione da cogliere al volo!

Masa Italia, quindi, offre una serie di opportunità ai giovani studenti appena laureati che hanno la possibilità di effettuare tirocini nelle loro aree di competenza ma anche di migliorare la loro conoscenza della lingua ebraica e di fare un’esperienza unica e divertente in Israele.

Se come me volete arricchire il vostro curriculum con un’esperienza utile per il vostro futuro, i programmi offerti da Masa Italia sono un’opzione da tenere in considerazione!

Michela Di Nola

Fonte: http://masaitalia.org/#/home


Consiglio UGEIConsiglio UGEI25 marzo 2014
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Bologna

Da Moked 23/3/2014

Comunicazione, nuovi media, problemi e degenerazioni di un mondo, quello del modo di fare informazione, ma anche di interagire con gli altri, che è cambiato radicalmente negli ultimi anni. A questo tema è stato dedicato l’incontro del pomeriggio di Shabbat nell’ambito del tradizionale fine settimana per la festa ebraica di Purim organizzato dall’Unione giovani ebrei d’Italia. Un tema di grande attualità tanto nella società quanto nell’Italia ebraica, che il Consiglio Ugei 2014 guidato dal presidente Simone Disegni ha tenuto ad approfondire, organizzando un momento di riflessione e dibattito con la partecipazione di Marco Contini, giornalista di Repubblica, e Matteo Fornaciari, politologo dell’Università cattolica di Milano, moderato dalla giornalista di Pagine Ebraiche Rossella Tercatin, per poi affrontare l’approccio dell’etica ebraica con il rabbino capo di Bologna Alberto Sermoneta. Rav Sermoneta che insieme al presidente Daniele De Paz ha partecipato alla cena dello Shabbat esprimendo grande emozione nel vedere i locali comunitari animati da tanti giovani provenienti da tutta Italia. Quale l’impatto dei social network nella comunicazione politica? E quale l’effetto della scomparsa in tanti casi del ruolo di mediazione tra notizia e lettore del giornalista? Queste le domande da cui ha preso le mosse la discussione, con una sola certezza, la percezione di trovarsi ad affrontare cambiamenti radicali rispetto ai quali è difficile individuare regole di comportamento certe, anche di fronte a situazioni sempre più diffuse: la moltiplicazione dei contenuti d’odio, magari anche tra i propri contatti sulla rete, eventualmente veicolati da “amici” virtuali, ma non sempre reali, la tendenza ad assumere, protetti da schermo e tastiera, atteggiamenti aggressivi e un alto tasso di litigiosità. Anche se, come ha ricordato rav Sermoneta, il problema, più che nei mezzi, sta nell’impiego che se ne fa: usare anche i nuovi mezzi di comunicazione con intelligenza, in modo ebraico, il suo input fondamentale. E dopo la festa in maschera del sabato sera, domenica dedicata a un giro di Bologna, con una speciale attenzione ai luoghi della sua storia e vita ebraica, accompagnati da guide d’eccezione, i ragazzi della Comunità.

http://moked.it/blog/2014/03/23/qui-bologna-i-social-network-e-noi/


Consiglio UGEIConsiglio UGEI16 marzo 2014
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CarnevaleCarnevale. Le strade romane, colorate di coriandoli, brulicano bambini mascherati e divertiti. Principesse, mostri, pirati e quest’anno anche un piccolo Papa.  In questa atmosfera di festa e divertimento con tante iniziative anche per i più grandi, se si chiudono bene gli  occhi, con un po’ di immaginazione, si può intravedere una Roma diversa: Roma Dove una festa poteva per qualcuno trasformarsi in un vero incubo.

Anche se oggi in Italia il Carnevale più celebre è quello di Venezia, in passato a Roma il Carnevale ha rappresentato uno dei momenti più attesi dell’anno. In questi giorni che precedono la Quaresima, a Roma, come altrove, nei secoli passati, era consuetudine trasgredire le regole.  I romani, liberi di mascherarsi e divertirsi, non esitavano a lasciarsi andare ad eccessi nei festeggiamenti.

In primo luogo si possono ricordare i ‘giochi di Agone e Testaccio’ durante i quali fra i vari divertimenti,  si parla di una sfida in groppa non ad un cavallo bensì ad un ebreo. L’obbligo venne meno  dietro il pagamento di una tassa di 1.130 fiorini annui (la cosiddetta contribuzione di ‘Agone e Testaccio’). Attilio Milano racconta “della tradizione secondo cui negli Statuti di Roma, riformati sotto Paolo II nel 1464, si asseriva che gli ultimi 30 fiorini erano stati aggiunti in memoria dei  30 denari per cui fu venduto Gesù”.  Questa tassa fu riscossa per ben 550 anni e venne impiegata per finanziare le celebrazioni.

Più noto è invece il divertimento costituito dal far rotolare giù per Monte Testaccio uno sfortunato anziano ebreo, chiuso in una botte chiodata, entro la quale spesso moriva.

Nel 1466 fu Papa Paolo II, il veneziano Pietro Barbo, a valorizzare il Carnevale a Roma.
Questi stabilì che i festeggiamenti si sarebbero dovuti svolgere soprattutto lungo via Lata, l’odierna via del Corso (che secondo alcuni fu così denominata proprio con riferimento alle corse che vi si svolgevano). Proprio qui i romani potevano assistere alle corse ‘dei barberi’ e dei bipedi. Si trattava di corse di bellissimi cavalli (appartenenti alle nobili famiglie romane), di giovani ma anche di anziani e di ebrei.

Con il tempo questi ultimi furono costretti a correre svestiti sotto gli sguardi divertiti dei romani in festa e del Papa che assisteva ai festeggiamenti dalla sua residenza, Palazzo di San Marco (presso piazza Venezia).  Alessandro VI invece, avendo cambiato residenza, ordinò che la meta delle corse avrebbe dovuto essere piazza  San Pietro mentre ‘ il punto di scappata’ doveva confluire nel palazzo della Cancelleria (Palazzo Sforza-Cesarini).
Inizialmente gli ebrei che partecipavano alle corse del Carnevale non erano umiliati, anzi vi partecipavano spontaneamente. Con il passare del tempo, invece, come racconta Ademollo nel ‘Il Carnevale di Roma’, l’antisemitismo iniziò a manifestarsi soprattutto nelle corse del Carnevale. Ancora nel 1581 sebbene corressero nudi  erano ancora trattati come gli altri romani ”bipedi” che partecipavano alle corse ..anch’essi svestiti. Come è noto, i trattamenti riservati ai romani di religione ebraica iniziarono a peggiorare notevolmente. Sempre nel ‘Carnevale di Roma’ si racconta del fatto che gli ebrei fossero costretti a correre ‘forzatamente ben pasciuti anzi rimpinzati di cibo perchè fossero più lenti nelle corse’.

Montaigne scrisse nel 1583 ”Lunedì i soliti otto ebrei corsero ignudi il palio loro, favoriti da pioggia vento et freddo degni di questi perfidi mascherati di fango al petto delle grida. (Bandi).” Gli sfortunati iniziarono ad essere bersaglio di umiliazioni venendo colpiti da sassi e fango, lanciati dagli spettatori.

Papa Clemente IX nel 1668 abolì la corsa in cambio del pagamento di un tributo di 300 scudi (che si aggiunsero al precedente tributo di 1130 fiorini che continuò ad essere obbligatorio) e di un umiliante atto di  sottomissione, ‘l’omaggio’,che si sarebbe dovuto svolgere in Campidoglio, da parte dei capi della comunità. Questo atto di ‘omaggio’ fu poi abolito a metà dell’ottocento dopo una brevissimo periodo in cui si svolgeva in forma privata.

Testimonianze di ulteriori mortificazioni sono facilmente individuabili da  editti volti a vietare la possibilità di molestare, umiliare  e infastidire gli ebrei romani.  Cosa che si protrasse sino alla fine del settecento soprattutto con riferimento alle ‘giudiate‘. Queste erano caratterizzate da satire e motteggi contro gli ebrei, si pensi a carri, palchi, da dove si prendevano in giro usi e costumi ebraici, spesso anche con il contributo oltre che del popolino anche di religiosi.
Piazza Navona, Testaccio, Via del Corso luoghi immortalati anche dalla penna di grandi scrittori stranieri quali: Goethe, Montaigne, Gregorovius, Keats, Shelley, Dumas, nei secoli passati furono dunque centro di disprezzo e di umilianti mortificazioni nei confronti di una parte della cittadinanza che sin dal II sec a.C. (con l’ambasceria di Pompeo) aveva contribuito allo sviluppo e alla grandezza di Roma.


Sarah Tagliacozzo

Fonti

Alessandro Ademollo, Il Carnevale di Roma nei secoli XVII e XVIII,   A.Sommurga e C., 1883

Riccardo Calimani, Storia degli ebrei italiani, vol. 1- dalle origini al XV secolo, Mondadori,2013

Attilio Milano, Il Ghetto di Roma, Carucci editore-Roma, 1988.

                                                                      



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L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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