Mondo ebraico

Consiglio UGEIConsiglio UGEI26 giugno 2015
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shabbt

Lo shabbat è il giorno del riposo. Che tu sia lavoratore o studente, bambino o anziano, in Italia o in Israele, il settimo giorno della settimana hai il diritto e i dovere di fermarti e staccare la spina.
Usciamo dalla frenesia degli impegni giornalieri, riprendiamo fiato dopo una lunga e stancante corsa settimanale per godere della tranquillità dello shabbat. O almeno, così dovrebbe essere.
Sappiamo tutti quanto sia difficile permettersi il lusso di spegnere i computer e telefoni, non rispondere a mail e telefonate, non scrivere o prendere appunti, o anche solo non usare i mezzi per andare al tempio.
Insomma, tra coloro che non ne hanno intenzione, e coloro che vorrebbero ma non possono, sono ben poche le persone che osservano lo shabbat; e – come si sarà intuito – io non sono tra queste.

Eppure io so cosa sia per me lo shabbat.
Per motti anni, lo ammetto con dispiacere, ho vissuto questo giorno come un qualsiasi altro giorno della settimana. Ma da qualche tempo c’è stato qualcosa che mi ha dato una prospettiva diversa.
Ricordo quando due amiche, Ariela e Noemi, vennero da me per dirmi: “Che fai sabato? Nostra mamma organizza una seudà shlishit. Se ci sei, ci vediamo alle 17.00 a casa nostra”.
Non avevo idea di cosa fosse una seudà, e loro lo avevano probabilmente capito. “È una cosa molto informale: una breve lezione e merenda tutti insieme”. Si comincia a spargere la voce e con i ragazzi della comunità ci salutiamo dicendo “Ci vediamo sabato dalla Chiara!”.

Arriva shabbat e appena entro in casa di Chiara vedo già qualche ragazzo seduto sui divani a chiacchierare, qualcuno che aggiunge sedie e altri che aiutano Ariela e Noemi ad apparecchiare la tavola.
Il salotto è quasi riempito e arriva Chiara con dei libri, si mette gli occhiali e si siede per terra, sul tappeto.
Comincia a parlare della parashà della settimana.
L’atmosfera è distesa, ognuno si sente libero di fare domande, commenti, battute o semplicemente di stare in silenzio ad ascoltare. Qualche volta ci vengono poste domande a cui non sappiamo rispondere, altre volte tutti vogliamo esprimere il nostro parere, scatenando anche qualche fragorosa risata.
Finita la “lezione”, mangiamo qualcosa tutti insieme. Caffè, tè, dolci…Ovviamente in casa Coen non manca niente. Nel frattempo continuiamo a parlare tra noi, discutiamo del CGEF o di qualsiasi altra cosa. Qualcuno si affaccia sul terrazzo per vedere il tramonto. È allora il momento di fare havdalà.
(Impariamo e) cantiamo le berachot sul vino, sui profumi, sul fuoco e ci  auguriamo “shavua tov”.

Questo per me significa shabbat: condividere, imparare, trascorrere del tempo lontano dagli obblighi quotidiani per dedicarsi a qualcosa di costruttivo, personale e umano. Per qualche ora abbiamo la possibilità di smettere di correre. Ci sediamo, parliamo, discutiamo, mangiamo e ridiamo insieme.
Questo piacevole rito è stato finora per me il modo migliore di imparare qualcosa sull’ebraismo e, più in generale, su me stessa e sugli altri ragazzi della comunità.

Concordo con Chiara quando spiega che secondo lei il successo della seudà sia dovuto al fatto che si svolge nel salotto di una casa privata, senza insegnanti, dove un gruppo di persone si ritrova per parlare di Torà a prescindere da quanto ognuno ne sappia.
Io vorrei aggiungere che la tranquilla semplicità con cui la seudà si svolge nasconde una grande preparazione. Chiara riesce a trattare argomenti inerenti alla parashà settimanale trovando spunti per attualizzare, senza mai risultare monotona e ripetitiva, permettendo a ciascuno di intervenire ed esprimersi con la massima libertà.
Chissà se un giorno osserverò shabbat in tutte le sue regole… Intanto, ho comunque la bellissima sensazione di averne colto lo spirito.
Grazie e Shavua Tov!

Diletta Camerini


Consiglio UGEIConsiglio UGEI12 aprile 2015
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Piatto pesach

Da quando mi sono trasferita alla LUISS per la laurea magistrale di Scienze politiche, molti dei miei nuovi compagni mi fanno spesso domande sull’ebraismo. Nel mio corso, infatti, ci sono studenti provenienti da tutta Italia, anche da piccoli paesi, in cui la presenza ebraica è molto scarsa o nulla.

Non passa giorno che qualcuno non mi chieda cosa io possa o non possa mangiare, se festeggi il Natale, cosa si faccia durante lo Shabat e molte altre domande. Forse sono la prima ragazza ebrea che conoscono, forse semplicemente vogliono sapere di più sull’argomento.

Ho intervistato alcuni miei amici per capire cosa sapessero su Pesach, Tra loro, solamente un ragazzo romano è a conoscenza di cosa si festeggi, ovvero la liberazione degli Ebrei dall’Egitto, dopo secoli di schiavitù. Altri ragazzi, provenienti anche da piccole città italiane (Pesaro, Savona, Sulmona), conoscono la durata della festività (circa una settimana), e che si mangia il pane azzimo perché i cibi lievitati sono vietati.

Quando chiedo loro il perché di questa restrizione, non mi sanno rispondere. Allora inizio a raccontare che quando  gli ebrei fuggirono  dall’Egitto non ebbero il tempo di far lievitare il pane e, per ricordare quest’avvenimento, non mangiamo cibi lievitati per otto giorni. Chiedo loro se sanno quali sono i cibi tipici della cena di Pesach e visto che non ne sono a conoscenza, glielo spiego. Parlando con loro ho notato che la cosa che li stupisce maggiormente è che rispettiamo ancora tutte le regole della festività. Mi dicono che, invece, loro non rispettano così rigidamente la Pasqua cattolica. Inoltre, di fronte alle nuove informazioni, ho riscontrato un sincero interesse e la richiesta di saperne di più. Molte delle informazioni che sanno, mi dicono, le hanno apprese guardando film, alle lezioni di religione del Liceo, o in qualche caso perché hanno conosciuto altri ebrei.

La curiosità e l’interesse spinge questi ragazzi ad avere più notizie sull’argomento e quindi sono contenta di poter far luce su alcuni loro dubbi o perplessità. Mi è capitato, in altre occasioni, di dovermi confrontare con persone ignoranti, che avevano una mentalità ristretta e non riuscivano a capire realtà diverse dalle loro.

D’altra parte, come i miei colleghi mi fanno spesso domande sulla mia religione, anch’io chiedo dettagli sulla loro e quindi si tratta di uno scambio reciproco.  Il rispetto per gli altri è uno dei doveri della religione ebraica, perciò mi sento in dovere di rispettare il credo altrui e soddisfare le curiosità sull’ebraismo.

Michela Di Nola


Consiglio UGEIConsiglio UGEI26 dicembre 2014
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Pochi giorni fa abbiamo festeggiato la festa delle luci, accendendo i lumi di Hannukkà.

Proprio in quei giorni, un’altra piccola fiammella si è riaccesa.

Varsavia, anche se non paragonabile a ciò che fu prima della guerra, sta riscoprendo la sua identità ebraica e la comunità sta cercando di dare nuovo vigore alle sue attività.

Tra le varie iniziative, una ha catturato la mia attenzione, perché per me simbolica.

Domenica 14 dicembre sono ripartite ufficialmente le attività dell’Hashomer Hatzair proprio a Varsavia, città che fu un centro ebraico della cultura yiddish (prima della guerra almeno il 30% degli abitanti della città erano ebrei), che ospitò il più grande ghetto in Europa e che assistette ad una delle più celebri pagine di resistenza ebraica durante la Seconda guerra mondiale.

Nel buio dell’Europa in guerra, una luce si accese. L’organizzazione ebraica di combattimento, che riuniva anche altri movimenti ebraici come il Bene Akiva, combatté con onore l’occupazione nazista. Fu una fiamma forte, che tentò di impedire la deportazione degli Ebrei dal ghetto ma che, sin dal principio, fu destinata ad essere annientata.

Il comandante dell’organizzazione, Mordechai Anielewicz, era membro del movimento sionista socialista Hashomer Hatzair.

Purtroppo, il movimento uscì devastato insieme alla popolazione ebraica e terminò le sue attività nel 1950.

Oggi, 71 anni dopo la valorosa resistenza, la comunità polacca ha espresso la volontà di riaprire le attività dello storico movimento. Questo avvenimento è ancor più carico di significato pensando che l’Hashomer Hatzair ha appena festeggiato la ricorrenza dei 100 anni dalla sua fondazione proprio in Polonia.

Omer Hakim, Direttore del dipartimento europeo e australiano del movimento, ha ricevuto, due mesi fa, la richiesta dei membri della comunità di Varsavia di aiutarli a mettere in piedi le attività per i ragazzi.

In questo momento è in corso una sorta di formazione per alcuni ragazzi di 16/17 anni che potranno essere i futuri  responsabili dei ragazzi più piccoli.

Si coglie molta soddisfazione nelle parole di Omer mentre afferma: “la Polonia è il cuore del movimento” e sarà il 22esimo paese dove il movimento è attualmente attivo nel mondo.

Una nuova luce si riaccende quindi a Varsavia, sperando che il periodo di Hannukka sia di buon augurio perché questa fiamma sia destinata ad illuminare ancora per molto.

Daniele Di Nepi

Twitter: @danieledinepi


Consiglio UGEIConsiglio UGEI21 novembre 2014
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Qualsiasi riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale.

………Lo so, lo so, di solito è una frase che si legge alla fine di un film o di una serie televisiva (nella maggior parte dei casi, fra l’altro, estremamente realistica). Ogni volta che la leggo, non riesco comunque ad evitare di cercare assurdi collegamenti con la realtà. Beh, onde evitare apocalittici litigi famigliari, vorrei precisare che non mi sto riferendo a mia madre, lei ovviamente non ha neanche un difetto (i miei tre fratelli saranno certamente d’accordo).

            Quando penso a ‘madre di religione ebraica’ non posso non pensare automaticamente all’enorme volto della signora nel cielo di New York che incoraggia, ammonisce e  consiglia molto pubblicamente ,l’imbarazzato e ‘socially awkward’ figlio, Woody Allen, in ‘New York Stories’.

Si tratta ovviamente di una situazione surreale. Geniale e ironica si, ma surreale. Sicuri?

            Per fortuna, salvo nei casi di gravi allucinazioni (dovute spesso a sensi di colpa che solo una madre è in grado di trasmettere) non capita spesso di vedere il volto di tua madre nel cielo mentre ti rimprovera davanti all’intera città.  Ciò non significa che tu non debba essere comunque sempre reperibile ventiquattro ore su ventiquattro, sette giorni su sette, in qualsiasi parte del mondo ti dovessi trovare e  indipendentemente dalla tua età. Forse si rischia di parlare di banali stereotipi, ma in fondo, ogni tanto, cosa c’è di male?

            Da adolescente, quando hai ancora il coraggio di  rispondere male senza temere gli sguardi delusi dei tuoi genitori, si ha spesso il coprifuoco. Prima di uscire di casa non riuscirai ad evitare di sentire una voce forte e perentoria che ti urlerà “A mezzanotte a casa. Mi raccomando!”.  Alle 23.40 il telefono inizierà a vibrare ininterrottamente mentre si alternano chiamate perse ed sms che ti chiedono ripetitivamente ‘dove sei? perché non sei già qui? è successo qualcosa ? dobbiamo preoccuparci? se non mi rispondi chiamo la mamma di Giovannina!’.

             La vera crisi si verifica, tuttavia, quando ritardi. E’ il classico caso in cui la batteria del telefono si scarica facendolo spegnere, è allora che ti ferma il vigile   perché sei passato con il rosso (nella speranza di arrivare in tempo a casa) mentre cercavi disperatamente allo stesso tempo di rivitalizzare il telefono. Inutile dire che nel frattempo il motorino si è fermato ed è impossibile trovare un tassì perché ha iniziato a diluviare.  Anche se tutto ciò avesse causato solo mezz’ora di ritardo, una volta arrivato a casa troverai in salotto una riunione famigliare di emergenza. Tua madre, in lacrime, è pronta a chiamare la polizia per denunciare la tua  scomparsa e ha già fatto minacciosamente uscire tuo padre per andare a cercarti.

             Crescendo questa situazione cambia, se per caso dovessi andare a vivere da solo e non dovessi risponderle al telefono,alla terza chiamata persa, preparati ad aprirle al citofono dopo un’oretta. Al massimo.

                        Una delle qualità migliori di una madre ebrea, come è noto è l’attenzione alla cucina. Indipendentemente dalle diverse tradizioni famigliari, cucinerà sempre tantissimo (anzi, troppo). La sua concia sarà sicuramente la più buona rispetto alle altre ed è l’unica a rendere lo strato superiore delle lasagne croccante al punto giusto. Si offenderà di una qualsiasi critica su quanto cucinato con grande amore e durante la cena continuerà a ripeterti se ne vuoi ancora (anche se  dovessi aver già ripreso quella stesso pietanza tre volte). Oltre alle numerose chiamate che quotidianamente ti farà per chiederti gentilmente se hai bisogno della spesa, il Lunedi mattina con grande entusiasmo ti chiederà che cosa vorresti a cena.. Venerdì.

            Infine, non invidio chi ha una mamma in continua apprensione perché il figlio/a poco più che maggiorenne non si è ancora sposato. E’ proprio quest’ultima tipologia di mamma, che ogni volta che ti vedrà al tempio, ti fermerà, ti porterà da suo figlio per poi dirti ‘conosci mio figlio Shaul?’. Nel 99% dei casi, Shaul lo conosci da venticinque anni, eravate in classe insieme ed è segretamente fidanzato con una delle tue migliori amiche.

            Insomma, le generalizzazioni sulle mamme ebree sono tantissime. Nonostante l’apparente banalità del discorso c’è anche chi sostiene che a contribuire alla nascita di questo stereotipo sia stata una importante antropologa, Margaret Mead. Quest’ultima studiando su incarico del American Jewish Commettee gli shtetl europei intervistò  alla Columbia University 128 ragazzi ebrei nati in Europa e indipendentemente dalle diverse strutture famigliari ed esperienze personali ha concluso che ‘la madre ebrea è una donna che ama profondamente i propri figli ma al tempo stesso li controlla con grande rigidità  al punto da  soffocarli e da generare in loro una grande senso di colpa’. Chissà forse è giunta ad una conclusione esagerata.  Ora vado però, devo rispondere al telefono. E’ mia madre.

 

Sarah Tagliacozzo


Consiglio UGEIConsiglio UGEI1 ottobre 2014
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Al tramonto di Venerdì 3 ottobre, 10 giorni dopo Rosh Ha Shana (il capo d’anno), il popolo ebraico celebrerà il solenne giorno del Kippur.

Come riporta anche la descrizione della ricorrenza tratta dal sito UCEI, Kippur “E’ un giorno di digiuno totale, in cui ci si astiene dal mangiare, dal bere e da qualsiasi lavoro o divertimento e ci si dedica solo al raccoglimento e alla preghiera”.

Oltre quindi ad essere una giornata di digiuno (proibita anche l’acqua), è una giornata che, seguendo le restrizioni della ricorrenza, tiene lontani da qualsiasi contatto con il mondo lavorativo, con i soldi e da qualsiasi contatto con i moderni apparecchi di comunicazione (cellulare, computer o tv).

Oggi invece viviamo in un mondo che ci spinge ad essere sempre aggiornati, portando apparecchiature sempre collegate con noi in ogni luogo. Ci sentiamo spaesati e completamente disinformati se non controlliamo gli aggiornamenti sui social network. Perdere qualche ora di lavoro, o almeno qualche ora per tenersi informati, sembra qualcosa di ormai completamente superato. Ci è richiesto di essere sempre attivi, e sempre raggiungibili, mai in pausa.

Insieme ai comportamenti prescritti per lo Shabat (simili, ma con la grande differenza del digiuno), non è forse un comportamento completamente anacronistico e poco adatto allo stile di vita di oggi?

La mia risposta è quella invece di decidere di attenermi a queste restrizioni scrupolosamente, decidendo di staccarmi dal mondo rapido e continuamente aggiornato in cui mi piace vivere il resto dell’anno, e prendermi, almeno per 26 ore all’anno, una lunga pausa di riflessione interna e di introspezione.

Proprio perchè il mondo moderno non ci permette di “scollegarci”, è invece un grande aiuto quello di fermarsi.

Credo infatti che questi precetti aiutino ancora oggi a far entrare l’uomo in uno stato psicofisico necessario, almeno una volta durante l’anno, per riflettere veramente a fondo e capire su quale strada ci troviamo.

Dobbiamo sicuramente continuare a guardare avanti, come singoli e come popolo, ma non dobbiamo scordarci di prenderci una pausa per riflettere. Fermarci per guardarci indietro, e per guardare dentro di noi, è indispensabile.

Potrei aggiungere che porsi dei limiti come questi, votati alla riflessione e all’analisi di quello che abbiamo fatto, è un’elemento importante che aiuta l’uomo a distinguersi dagli animali, che agiscono semplicemente seguendo i propri istinti, senza limitazioni.

Anche se dovessimo pensare di essere nel pieno della ragione, è sempre necessario trovare qualcosa in cui migliorarsi. Infatti, ciò che ci tiene in movimento, è la volontà di porsi sempre obbiettivi distanti.

Ed è proprio per andare avanti nella giusta direzione, che ogni tanto è necessario fermarsi completamente, anche se solo per 26 ore.

Hatimà Tovà

Daniele Di Nepi

 

Twitter @danieledinepi



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L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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