Mondo ebraico

Consiglio UGEIConsiglio UGEI31 gennaio 2016
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Ruth Dureghello
Ruth Dureghello

Tante sono le mie riflessioni dopo la storica visita di papa Francesco e tanti sono gli argomenti su cui si può approfondire il discorso. Potrei parlare dell’importanza di questa visita e riflettere sui tre discorsi: quello della presidente della CER, quello del presidente dell’UCEI e quella del rabbino capo della CER Riccardo Di Segni. Questo però richiederebbe un articolo molto più lungo: tanto è il mio apprezzamento per le loro parole. A mio parere sono stati tutti ottimi discorsi, ciascuno con una sua specialità. Desidererei qui commentare le parole scritte dal mio amico Ariel Nacamulli e pubblicate su “Hatikwà”. Vorrei sottolineare che anche se sono contrario ad alcune sue posizioni, Ariel per me rimane sempre un caro amico.

L’articolo suscita una domanda importante sul discorso della presidente della CER, Ruth Dureghello che apre la discussione su un argomento più complesso. La domanda è se fosse giusto e adeguato all’occasione parlare d’Israele durante la visita del papa . Anticipo la risposta chiarendo che in Israele – dove mi trovavo durante il discorso – in “terra santa” come l’avrebbe chiamata il papa – una donna, una mamma di sei figli, veniva uccisa dentro la propria casa con decine di coltellate da un palestinese. La televisione quindi ha riportato due notizie: la visita del papa e l’accoltellamento della donna innocente. Una notizia di carattere storico e una notizia che sembra ormai purtroppo parte della normalità di ogni giorno nella realtà israeliana. Per tornare alla domanda, penso sia importane capire quali fossero gli obiettivi dell’incontro. Uno era l’avvicinamento della Chiesa alla comunità ebraica.

Tristemente, la Chiesa di solito non sostiene lo Stato d’Israele. Perché era lo stesso importante parlare d’Israele? Su questo Dureghello ha risposto benissimo in un’intervista dopo la visita: “Sarebbe stato ipocrita non farlo”, ha detto. “Bisogna fare chiarezza senza cadere nelle ipocrisie che sviliscono le sofferenze in Israele in confronto a quelle patite altrove. Sono cose che troppo spesso vengono nascoste”.

Ma c’è chi nonostante questo insisterebbe insopportabilmente: “Ma era un dialogo interreligioso”. Proviamo quindi ad esaminare il significato dello Stato d’Israele da un punto di vista ebraico, quindi anche religioso. Proprio di questo parlò il rabbino capo Elio Toaff 30 anni fa, nel 1986, durante la visita del primo pontefice al tempio.

E così disse rav Toaff: Questo ritorno si sta verificando: gli scampati dai campi di sterminio nazisti hanno trovato in terra d’Israele un rifugio e una nuova vita nella libertà e nella dignità riconquistata. Per questo il loro ritorno è stato chiamato dai nostri maestri ‘l’inizio dell’avvento della redenzione finale’, reshit tzemihat geulatenu”. Rav Toaff parlando del ritorno degli ebrei in Israele, dava allo stato ebraico lo stesso significato del sionismo religioso, che vede in Israele n modo per accelerare la aliyà e di conseguenza, l’arrivo del messia. Rav Toaff non solo parlava d’Israele ma perfino lo sosteneva di fronte al papa e lo chiamava “reshit tzemihat geulatenu”. Cioè l’inizio della crescita verso la nostra redenzione. In questo senso si può dire che Dureghello rinforza le parole del grande rabbino. D’altra parte molti di coloro che vogliono la distruzione d’Israele e lo sterminio degli ebrei lo vogliono per una ragione religiosa islamica e non solo politica – per il jihad che viene implicato dall’islam radicale. Non sempre, quindi, parlare d’Israele vuol dire “parlare di politica”.

Papa Francesco incontra Abu Mazen
Papa Francesco incontra Abu Mazen

Ma parlare di politica non fa sempre male. Proprio nel mese della visita del papa al tempio è entrato in vigore l’accordo fra il Vaticano e lo “Stato di Palestina”. Un accordo ufficiale con una autorità che al di là della discussione se sia giusto riconoscere o no come stato, incita all’odio in modo chiaro e brutale. Lo stesso odio che viene da Abu Mazen che è stato chiamato dal papa “angelo della pace” e pochi giorni fa ha incitato un giovane di 16 anni (come tanti altri) ad accoltellare una donna a sangue freddo. Anche qui si tratta di un terrorismo palestinese che minaccia l’esistenza del popolo ebraico. Ma non lo minaccia e colpisce solo a Gerusalemme, Tel Aviv, Otniel. Lo minaccia e colpisce in tutto il mondo. Anche a Roma e Milano ha già colpito, come ha detto Dureghello ricordando il bambino Stefano Gaj Tachè z.l. Dobbiamo condannare questo terrorismo ovunque perché ci colpisce ovunque. Poveri noi quindi, se non lo condanniamo in sinagoga!

Per questi motivi e per altri ancora, ritengo che sia importante sostenere la legittimità dell’esistenza dello Stato d’Israele anche durante un dialogo interreligioso. Non penso che sia compito solo dei rappresentanti dello Stato d’Israele ma di qualunque persona che ha a cuore questo stato. La legittimazione dell’esistenza dello Stato d’Israele e la condanna del terrorismo palestinese e islamico possono in questa occasione avere un valore unico proprio per giungere da un rappresentante della comunità ebraica. Solo così si può mandare al papa e a tutto il mondo cattolico il messaggio che per conquistare la stima e la vicinanza degli ebrei bisogna riconoscere la legittimità dell’esistenza d’Israele, e condannare il terrorismo che lo vorrebbe distruggere.

A mio parere Dureghello è riuscita a trasmettere questo messaggio con coraggio e chiarezza, esprimendosi con tatto e diplomazia e sottolineando i punti più rilevanti con un timbro di voce efficace. E’ importante che l’abbia fatto ed è importante che ci siano altri discorsi come questo in futuro. Perché non esiste un’occasione inadeguata per condannare il terrorismo e non esiste un’occasione inadeguata per sostenere Israele.

Michael Sierra vive a Gerusalemme. Sta svolgendo il servizio militare
Michael Sierra vive a Gerusalemme. E’ responsabile delle attività giovanili della comunità italiana in Israele

Consiglio UGEIConsiglio UGEI29 gennaio 2016
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consiglio-2016-500x375L’UGEI riparte da Venezia con un cambio del 100% dei membri del consiglio esecutivo. Gli eletti sono Arièl Nacamulli, romano studente a Milano, presidente e responsabile delle attività per la città di Milano; Filippo Tedeschi, torinese, vicepresidente con delega al dialogo interreligioso; Sara Bedarida, livornese anche lei studente a Milano, responsabile delle piccole comunità e dei gruppi locali; Simone Bedarida, fiorentino, tesoriere; Max Bruno Cavazzini, di Genova, responsabile dei rapporti con le organizzazioni internazionali quali EUJS e WUJS e le Union nazionali, coordinatore dei giovani presenti nelle commissioni UCEI e con delega alla comunicazione; Giulio Piperno, responsabile delle attività a Roma; Giorgio Berruto, torinese, che sarà responsabile del giornale Hatikwà e del sito con delega alla cultura.

Durante lo shabbaton si sono alternati momenti di aggregazione, come la cena del venerdì sera alla quale ha partecipato rav Bahbout, a nuove attività proposte dal consiglio uscente, come il Caffè dilemma, una discussione a rotazione su alcuni temi caldi dell’attualità italiana, quali immigrazione, terrorismo, libertà religiosa. Il Congresso si è riunito in commissioni, che hanno elaborato le mozioni che verranno portate avanti dal consiglio 2016.

Il consiglio esecutivo si è riunito a Milano a metà dicembre per stabilire le linee guida dell’attività per il 2016. Il principale obiettivo che si è posto, in base anche a quanto emerso a Venezia, è cercare di risolvere il problema aggregativo. Per poterlo perseguire, questo è stato diviso in sotto-obiettivi.

veneziaIn primo luogo si è deciso di focalizzare l’attenzione sulle comunità di Roma e Milano, le quali, pur rappresentando ben più della metà dei ragazzi in fascia di età UGEI, sono solo una minoranza in quanto a partecipazione. Il consiglio ha quindi stabilito di organizzare eventi a cadenza fissa nelle due città, diversificandone la tipologia (cineforum con discussione, incontri con dibattito, ecc.) e quindi tentando di avvicinare persone con gli interessi più vari.

Per quanto riguarda le piccole comunità, si organizzeranno, oltre agli shabbaton, per i quali rimangono le mete preferite, eventi a livello regionale, al fine di raggiungere anche le comunità più piccole con numeri di partecipanti sufficientemente grandi.

Per Hatikwà è stato invece pensato un “gruppo di lavoro” che si occuperà di organizzare la redazione degli articoli e la pubblicazione sul cartaceo e sul sito UGEI.

Sul fronte del dialogo interreligioso verranno mantenuti i contatti già esistenti con alcune organizzazioni giovanili, quali COREIS e FUCI, cercando di allargare la rete a nuovi interlocutori.

Infine, facendo seguito ad alcune discussioni e proposte di mozioni fatte al Congresso, e al fine di diversificare gli eventi proposti, il consiglio si impegnerà nell’organizzazione di nuove attività sul tema della Memoria.

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Gabriele Fiorentino, dottorando presso l'Università di Roma Tre
Gabriele Fiorentino, dottorando presso l’Università di Roma Tre
Arièl Nacamulli, nato a Roma, studente al Politecnico di Milano
Arièl Nacamulli, nato a Roma, studente al Politecnico di Milano

Consiglio UGEIConsiglio UGEI21 gennaio 2016
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sinagogaIl 17 gennaio sono stato invitato al Tempio Maggiore di Roma in qualità di Presidente UGEI, in occasione della visita di Papa Francesco. Non scrivo per farvi una cronaca dell’evento, cosa che potete trovare ovunque con video associati, ma per raccontare impressioni e pensieri.

Ad aprire le danze è stata Ruth Dureghello, Presidente della Comunità di Roma.
Un discorso in cui la Presidente ha voluto mandare il messaggio di essere una donna forte, adatta a guidare una grande comunità come quella romana, discorso che si è concluso con  una denuncia dei continui attacchi terroristici islamici che subisce Israele, così come l’Europa.
Un discorso che ha emozionato migliaia di membri comunitari, che hanno espresso con energia il proprio appoggio a questa presidenza.
Un discorso però, secondo il mio parere, a tratti, fuori contesto.

Non fraintendetemi, ho apprezzato il contenuto di ciò che è stato detto, semplicemente credo che alcuni argomenti non fossero adatti né al momento né alla figura politica da lei rappresentata.
In un’occasione unica di dialogo interreligioso, condivisione e confronto è giusto rinnovare la volontà di collaborazione e il riconoscimento reciproco delle autorità religiose, seppur marcando la propria autonomia (come ribadito da אני מאמין , cantato in chiusura), ma non è l’occasione in cui sfruttare la visibilità per discorsi prettamente politici, discorsi che mi sarei eventualmente potuto aspettare da un rappresentante del governo israeliano, piuttosto che dal Presidente della Comunità di Roma.

Ruth Dureghello, Papa Francesco, Renzo Gattegna
Papa Francesco con Ruth Dureghello e Renzo Gattegna

A seguire un altro bell’intervento, quello del Presidente dell’Unione delle Comunità Renzo Gattegna che, seppur con un registro meno sensazionalistico, ha affrontato i temi dell’antisemitismo sia nell’opinione pubblica sia come causa di attentati. Gattegna ha concluso il proprio discorso trattando un tema molto attuale, l’utilizzo di simboli e stereotipi, da sempre esistenti e ancora più oggi, per veicolare il messaggio di odio antiebraico. L’unica spiacevole nota rimane il fatto che un intero settore del pubblico presente, forse troppo affaticato dagli entusiasmi suscitati dal discorso precedente, o forse non coinvolto da un intervento poco enfatico, sembrava incapace di applaudire alle sue parole.

Il successivo discorso del padrone di casa, rav Di Segni, impegnato tra l’altro a sottolineare che “le differenze religiose non devono essere giustificazione all’odio e alla violenza”, passando per citazioni di versi di Torà e Talmud, è stato il più incisivo e calzante. Già dall’incipit in modo amichevole e molto intelligente, il suo chazaqà è apparso realmente come l’aspettativa che questa occasione diventi una consuetudine, un invito a portare avanti le nostre battaglie comuni insieme anche in futuro. Il discorso ha toccato il tema del confronto, anche negli usi religiosi, portando come esempio il Giubileo che trova le proprie radici nella Torà. Rav Di Segni ha poi ribadito però come l’incontro non dovesse essere finalizzato a una discussione teologica, cosa che sarebbe risultata insensata essendo le due fedi distinte e autonome, ma fosse invece un momento per riaffermare con forza che tali differenze religiose non devono essere causa di odio e violenze, bensì di collaborazione, anche nello schierarsi contro ogni tipo di fondamentalismo di matrice religiosa.

Papa Francesco incontra rav Riccardo Di Segni
Papa Francesco incontra rav Riccardo Di Segni

L’ultimo intervento è stato quello del Papa. Israele, inteso come Stato, non è stato nominato nel suo discorso, è stato invece chiamato “Terra Santa”. Sembra questo l’unico messaggio recepito nel mondo ebraico, da quello che leggo online. Una grossa mancanza, sia chiaro, ma davanti al forte monito contro l’antisemitismo, la condanna del terrorismo la cui violenza, ha detto, è “in contraddizione con ogni religione degna di questo nome”, il ricordo della Shoah, l’importanza data alla Memoria e l’augurio di proseguire un percorso iniziato cinquant’anni fa, una mancanza che passa in secondo piano.

Saremo noi, le nuove generazioni e quelle future, ad essere chiamati a continuare questa chazaqà, e a far sì che il legame e il rispetto tra le due istituzioni possano essere tali che nel prossimo incontro non ci sia bisogno di parlare di Israele ma che il nome dello Stato di Israele possa essere nominato anche da un Papa.

Arièl Nacamulli, nato a Roma, studente al Politecnico di Milano
Arièl Nacamulli, nato a Roma, studente al Politecnico di Milano

Consiglio UGEIConsiglio UGEI19 gennaio 2016
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Da sinistra: Paolo Sciunnach, Roberto Jarach, Yaya Pallavicini
Da sinistra: Paolo Sciunnach, Roberto Jarach, Baykar Sivazliyan, Yaya Pallavicini

Mercoledì 13 gennaio, presso il Memoriale della Shoah al Binario 21 della Stazione Centrale di Milano e organizzato da Accademia ambrosiana, Accademia Isa e Scuola ebraica di Milano, si è svolto un incontro sul tema della Memoria a cui l’Ugei ha partecipato con il presidente Arièl Nacamulli e il sottoscritto.

Ad aprire i lavori, dopo il saluto di Roberto Jarach, l’articolato intervento di rav Paolo Sciunnach “Ricordiamo per vivere nella giustizia: Abramo e l’accoglienza dello straniero”. Commentando un florilegio di citazioni, rav Sciunnach ha insistito sulla presenza costante, nella Torah, della figura dello straniero. Non affliggerai lo straniero – questo il monito ricorrente – perché stranieri voi siete stati nella terra d’Egitto.

Marc Chagall, "Abramo e i tre angeli"
Marc Chagall, “Abramo e i tre angeli”

E’ il viaggio di Abramo – lech lechà, vai verso te stesso attraverso l’abbandono della tua terra, del tuo paese e della casa di tuo padre – che definisce l’ebreo. Ivrì è colui che ha compiuto il passaggio (la’avor significa “passare”, “attraversare”), colui che è stato capace di divenire straniero. Lo stesso Abramo, d’altra parte, si considera “straniero e residente (gher vetoshav) con voi” (Gn, 23:4). Secondo rav Soloveitchick è condizione propria a ciascun ebreo, a qualsiasi latitudine spaziale e storica, quella di residente, ma anche di straniero: un doppio ruolo ineliminabile dettato dall’assunzione di specificità pratiche e valoriali vissute in una terra condivisa con altri. Lo straniero residente protagonista nella Torah permette d’altronde l’instaurarsi di una responsabilità biunivoca: mia verso lo straniero, dello straniero verso di me. E così la creazione di uno spazio di convivenza civile fondato sulla condivisione dei precetti noachici.

Gli armeni sopravvissuti ai massacri ottomani hanno cercato di fare propria questa idea, secondo il prof. Baykar Sivazliyan, presidente dell’Unione degli armeni d’Italia. E’ l’integrazione stessa a promuovere un processo bidirezionale che è un po’ come il tango: si balla in due, e bisogna cercare di non pestarsi i piedi a vicenda.

Anche a Muhammad – similmente ad Abramo – fu ordinato di emigrare dalla Mecca. Il profeta dell’islam, ha ricordato l’imam e vicepresidente della Coreis italiana Yaya Pallavicini, andrà a fondare una città, la “città”: Medina, e il suo gesto ha preso forma ideale nella figura storica e simbolica dell’egira. Come per Abramo, un abbandono a una ricerca, un’apertura e un ritrovarsi, un allontanamento dalla propria terra e un viaggio verso se stesso.
L’identità, ha insistito Pallavicini, è oggi antidoto all’omologazione e a quella psicosi collettiva di massa che è stato fattore decisivo per il determinarsi dell’esperienza storica della Shoah. Solo facendosi portatori di specificità religiose e culturali e di valori forti, a suo dire, è possibile porsi come interlocutori nello spazio pubblico.

Giorgio Berruto ha studiato filosofia a Pavia. Vive e lavora a Torino
Giorgio Berruto ha studiato filosofia a Pavia. Vive e lavora a Torino

Consiglio UGEIConsiglio UGEI17 gennaio 2016
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kippahIn un clima di indifferenza pressoché generale al di fuori del mondo ebraico, abbiamo visto, negli ultimi tempi sempre di più, il susseguirsi in tutta Europa di attentati, intimidazioni o semplici situazioni spiacevoli ai danni di molti nostri correligionari. È vero che ciò avviene in un momento storico in cui tutta l’Europa, e non solo, si ritiene sotto la costante minaccia del sedicente Stato islamico, ma è altrettanto evidente, dato il numero esiguo della minoranza che il popolo ebraico rappresenta nel mondo, che esiste un problema più antigiudaico che antisemita.

Fa notizia, dopo l’ultima aggressione di Marsiglia, l’invito fatto agli ebrei dalle autorità francesi di non indossare pubblicamente la kippà o altri simboli distintivi della nostra fede. Forte la reazione del Rabbino capo di Francia Haim Korsia: “Continueremo a portare la kippà”. Forte anche la reazione dell’UEJF, Union des Etudiants Juifs de France, che si è fatta promotrice di un iniziativa che consisteva nel girare per le strade di Parigi proponendo ai passanti (uomini e donne) di farsi una foto con la kippà in testa e un cartello con suscritto l’hastag #kippapeur.

Da qui le imitazione nostrane: Il Foglio, in prima pagina, invita tutti per la Giornata della Memoria del 27 gennaio a indossare una kippà. Tralasciando l’infelice scelta della data, con cui personalmente faccio davvero fatica a vedere una connessione, è interessante osservare come il mondo ebraico abbia reagito alla proposta. C’è chi aderisce con entusiasmo, chi coerentemente con le proprie abitudini sostiene che non la indosserà e chi per le stesse ragioni sostiene che la continuerà a indossare.

Haim Korsia, Rabbino Capo di Francia
Haim Korsia, Rabbino capo di Francia

Siamo sicuri che siano queste le risposte giuste da dare? Non si rischia forse di politicizzare un simbolo intimo, quale è la kippà, che dovrebbe ricordarci della presenza divina al di sopra di noi?

Io ormai da molti anni indosso la kippà tutti i giorni: a scuola, per strada, ora all’università. Forse mi è difficile intendere il senso di questa “reazione d’orgoglio” nell’indossare qualcosa che considero parte del mio vestiario quotidiano. Tanto più mi riesce difficile accettare l’idea che dei non ebrei intendano usare un mio simbolo religioso per una campagna che lasciano intendere, non troppo velatamente, di mettere in opposizione al World hijab day del primo febbraio, in una sorta di guerra, questa sì molto velata, tra civiltà in cui quella ebraica vuole essere chiamata a rappresentare i valori dell’occidente.

Mentre questi pensieri mi balzano per la mente, però, interviene dentro di me un inaspettato senso di déjà vu. Ma nishtana ha-laila ha-zeh mi-kol ha-leilot? Durante i giorni di Pesach siamo soliti cambiare le nostre abitudini. Modificare sensibilmente la nostra vita per renderci conto di chi siamo e di quale sia la nostra storia. In questi anni abbiamo visto in tutto il mondo nascere iniziative come lo Shabbat project: giornate in cui tutto il popolo ebraico si dovrebbe ritrovare unito a condividere  tramite lo shabbat un momento di comunità. A prescindere dall’effettivo risultato in termini di ritorno di partecipazione nelle nostre comunità a fronte di queste iniziative, resta comunque valido il concetto di fondo. Forse allora ha senso anche che tutti gli ebrei si trovino insieme in uno stesso giorno a indossare la kippà per ricordarci ancora di più chi siamo, quale sia il significato di quel pezzo di stoffa e quale sia realmente ciò che ci rende, dovunque nel mondo, un unico popolo.

Filippo Tedeschi, torinese, è vicepresidente Ugei
Filippo Tedeschi, torinese, è vicepresidente Ugei


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L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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