Mondo ebraico

Consiglio UGEIConsiglio UGEI16 giugno 2016
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Illustrazione di Emanuele Luzzati

Cosa vuol dire essere ebrei? Gli ebrei sono per eccellenza il popolo delle domande, quindi mi sembrava doveroso iniziare con una domanda.
Da sempre io nel mio piccolo ho cercato di indagare e di ritrovare il significato che ha per me questa eredità, conscia del fatto che non avrei mai potuto trovare una risposta definitiva, né per me, né per altri.

Che cosa intendiamo noi con Comunità, che caratteristiche ha questa realtà di cui facciamo parte, o che invece ricerchiamo? Che significato ha conservarci nel corso del tempo? L’unica risposta che mi sono data si chiama ”religione”, ma essa stessa racchiude in sé una domanda. Esiste una sola religione ebraica? Una religiosità condivisa? Oppure una sorta di relazione particolare con l’Eterno, relazione che si può definire ebraica, che fa quindi da collante tra tutti noi? Un tempo la religiosità c’era, ma ora? Ora la si chiama tradizione, la si chiama comunanza, per gli estranei magari tenacia. Ma non necessariamente la risposta é “religione”. Se fosse “nazione”? Certo, sappiamo bene che Israele c’è ed esiste e resiste con la sua vita travagliata, ma anche prima del 1948 l’ebreo è sempre stato ebreo, ebreo nel mondo, nella diaspora, ebreo ricco di relazioni con i popoli più diversi. L’ebreo è ed era solo, non nel senso brutto del termine: era solo davanti al mondo, autonomo, e da questa sua autonomia derivava la sua grande forza.

Martin Buber
Martin Buber

Viaggiando mi è capitato di incontrare le persone più diverse ed eterogenee: ma ecco che l’incontro con un ebreo era speciale, scattava qualcosa, qualcosa di strano, inusuale, come se quello sconosciuto non fosse in realtà così sconosciuto. Chiamiamola comunanza di sangue, di religione, di idee, ma quel qualcosa di (mi piace di più) ”magico”, non l’ho mai davvero capito. Ci sentiamo parte di qualcosa di grande di immenso di invincibile: ma poi dopo i nostri viaggi ritorniamo alla normalità, agli ebrei che conosciamo, alla nostra grande o piccola Comunità, e ci dimentichiamo tutto. Di quanto sia forte un popolo che tra mille diversità è comunque unico. Forse sbagliamo a monte, vedendo la Comunità sempre e solo come un ente, e non come ciò che realmente è: collettività. Forse dovremmo cambiare la nostra visione dell’ebraismo, inteso non come religione né come nazione, ma come tutto il resto, come collante in una collettività: non solo come passato (o passati), ma come avvenire, futuro. Dovremmo essere, come diceva Buber, illimitati nel tempo. E forse così riusciremo a dare delle parziali risposte ai nostri interrogativi; sempre finché non ci verrà in mente un’altra domanda.

Carlotta Micaela Jarach, milanese. Studia in Svizzera
Carlotta Micaela Jarach, milanese. Studia in Svizzera

Consiglio UGEIConsiglio UGEI15 maggio 2016
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mdk2L’esistenza dell’omosessualità e di coppie omosessuali non è un’ipotesi in attesa di dimostrazione. E’ un fatto, una realtà ormai solida che come tale meriterebbe non solo una maggiore tutela legislativa, ma anche crescente attenzione da parte di un ebraismo italiano che solo di recente e non senza difficoltà e timori ha cominciato a discuterne. Eppure siamo abituati a pensare che la centralità che l’ebraismo dà alla persona, al soggetto morale consapevole e capace di scegliere responsabilmente, vada di pari passo con la difesa dei diritti di coloro che ne sono privati.

Anche per partecipare al dibattito dall’interno, il primo luglio scorso si è costituito a Roma Magen David Keshet Italia (MDKI), una organizzazione indipendente che unisce ebrei Lgbt, per lo più iscritti alla comunità ebraica della capitale. Il gruppo vuole promuovere e sostenere le rivendicazioni della comunità Lgbt sia in generale sia in ambito precipuamente ebraico; si propone, al contempo, di organizzare attività sociali e conviviali legate alla cultura e alla tradizione ebraica e di offrire un supporto agli ebrei italiani Lgbt, in piena coerenza con il principio di tikkun haolam.

mdkiLa nascita ufficiale del gruppo è stata preceduta da una serie di attività, tra cui la partecipazione al Gay Pride di Roma il 13 giugno. Complice il successo riscosso in quella occasione, nell’arco di poche settimane è stato creato ufficialmente il gruppo, che ha già ricevuto l’affiliazione come associazione con diritto di voto al World Congress of Lgbt Jews (Keshet Ga’avah), il network che collega le più importanti realtà Lgbt attive in Europa, Nord e Sud America e Israele, e che si traduce in una piattaforma globale per informazioni, scambi e mutuo sostegno all’interno del mondo ebraico Lgbt. MDKI è la prima associazione italiana che entra a far parte di questa rete. “Come obiettivo principale – afferma Marco Fiammelli, tra i fondatori del gruppo e fresco di nomina a coordinatore responsabile delle associazioni Lgbt europee e israeliane al Keshet Ga’avah che si è tenuto il mese scorso a Washington – ci prefiggiamo quello di promuovere nella società ebraica, e non solo, la piena uguaglianza delle persone Lgbt e delle famiglie formate da persone dello stesso sesso, di aggregare gli ebrei e le ebree omosessuali che si sentono discriminati dalle loro comunità di appartenenza perché vogliono vivere in piena libertà la loro vita, senza dover rinunciare a nessuna delle due componenti della propria personalità”.

Negli Stati Uniti le associazioni sorelle di MDKI, alcune nate oltre trent’anni or sono, vengono spesso sostenute dalle comunità ebraiche riformate. In Italia, invece, il gruppo non ha finora legami né con la comunità ortodossa né con le piccole realtà riformate presenti in alcuni dei centri principali, e organizza dunque in piena autonomia le proprie attività. “Vogliamo recuperare in fretta questo ritardo – spiega ancora Fiammelli – aiutando i giovani nel processo di emancipazione personale e facendo capire loro che si può essere buoni ebrei e continuare a vivere con gioia la propria omosessualità”.

mdkiiObiettivo di MDKI, in ogni caso, non è soltanto la rivendicazione dell’identità ebraica di persone Lgbt e la costruzione di una rete di scambio e solidarietà interna; è anche la possibilità di vivere, cioè praticare, una vita ebraica. Per questo il gruppo ha organizzato un seder di Rosh HaShana, a Roma, che ha visto la partecipazione di 40 persone, e uno di Pesach, feste per Sukkot, Hanukka, Purim e un importante convegno in Senato in occasione della Giornata della Memoria, “Le ragioni del silenzio: il triangolo rosa e la Shoah”, replicato al centro ebraico “Il Pitigliani” il 14 aprile (ne rende conto nel dettaglio l’articolo sottostante di Giulio Piperno). Un successo, considerando che l’associazione sta muovendo i primi passi e che finora non ha goduto di visibilità alcuna sui mezzi di informazione ebraici italiani. Sono numeri che testimoniano un’esigenza che c’è e tenderà verosimilmente a crescere, e a cui MDKI cerca di dare risposta, tra le altre cose, anche con una pagina facebook, Magen David Keshet Italia – LGBT Jews Group, continuamente aggiornata con attività e discussioni su ebraismo e omosessualità. “E – assicura Fiammelli – non siamo che all’inizio”.

Per essere aggiornati sulle attività del gruppo è possibile consultare la pagina facebook, oppure scrivere a magen.david.keshet@gmail.com

Giorgio Berruto, responsabile di Hatikwà, l'organo dell'Ugei. Vive e lavora a Torino
Giorgio Berruto, responsabile di Hatikwà, l’organo dell’Ugei. Vive e lavora a Torino

Consiglio UGEIConsiglio UGEI5 maggio 2016
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fgeiPremessa E’ giunto il momento, come tutti gli anni di tirare le somme, tirare le somme non solo dell’attività fatta, ma anche della situazione attuale della FGEI [ndr. Federazione Giovani Ebrei d’Italia]. Non ci si può nascondere, e sarebbe pericoloso farlo, in che stato versi oggi la base dei CGE [ndr. Centri Giovanili Ebraici]: essi sono, con poche lodevoli eccezioni, quasi tutti chiusi per mancanza di persone e di idee. La FGEI è ormai federazione solo di nome, si è ridotta in pratica ad un vertice, il consiglio Esecutivo, che organizza l’attività comune, nazionale, ma che non può evidentemente supplire alla mancanza di un’attività locale nei vari centri […] E’ quindi probabile che si debba giungere in un futuro ormai vicino ad una evoluzione che consenta la continuità dell’attività nazionale; evoluzione che potrebbe consistere sul piano formale nel passaggio da federazione di centri ad associazione di singoli, e sul piano sostanziale, più importante, nell’assunzione di una persona (fieldworker) che, dietro compenso, si faccia carico di quel lavoro organizzativo, che attualmente ruba ai consiglieri il tempo per dedicarsi maggiormente all’impegno politico-culturale. Ed è su questi temi, a nostro parere fondamentali per il futuro della FGEI, che invitiamo il presente Consiglio a pronunciarsi.

Politica L’anno appena trascorso è stato forse uno dei più drammatici nella recente storia del popolo ebraico, sia sotto il profilo dell’antisemitismo che in riferimento alla situazione mediorientale. Per quanto riguarda il primo punto, ricordiamo i numerosi attentati antisemiti di Parigi e Bruxelles, tutti duramente condannati dalla FGEI […] Questi episodi si inseriscono in una attività in costante crescendo già da alcuni anni, e non solo all’estero: da noi, accanto alle periodiche deturpazioni di sinagoghe e cimiteri, vanno ricordati con crescente timore atti razziali discriminatori ai danni dei singoli ebrei, nonché, per la loro gravità, la gazzarra antisemita avvenuta davanti alla sinagoga di Roma, durante una manifestazione e l’ultimo recente attentato dinamitardo contro la Comunità di Milano […]

Cultura È giunto adesso il momento di parlare un po’ del riflusso, della difficoltà di fare discorsi seri in un ambiente che non è preparato, della scomparsa di vecchi modelli culturali a vantaggio di nuovi importati ma di minor valore, e via di questo passo. Ma ve lo risparmiamo. Sono discorsi già fatti altre volte, e la cui validità è ancora da verificare. Con questo non si vuole certo negare che sotto questo profilo attualmente alla FGEI si vivacchi ad un livello notevolmente inferiore a quello esistente in tempi ormai lontani, ma questo potrebbe essere molto più semplicemente dovuto al calo demografico dell’ebraismo italiano (con contemporanea paurosa diminuzione della base giovanile) e all’emigrazione, specialmente verso Israele, di buona parte delle menti migliori […]

fil1HaTikwà Quest’anno sono usciti solo tre numeri del giornale, rispetto ai cinque o sei abituali. Le ragioni vanno ricercate nel trasferimento della redazione da Roma a Firenze. Il nuovo gruppo infatti, sia pur animato da buona volontà, difettava di esperienza e soprattutto di coesione al suo interno, e si è peraltro sciolto dopo aver realizzato due soli numeri […] Urge soprattutto un rilancio del giornale in termini di diffusione e contenuto […] Ci appelliamo pertanto a questo Congresso affinché il problema di H.T. venga affrontato e discusso con la dovuta serietà, in modo da pervenire ad una soluzione che assicuri la continuità all’organo ufficiale della FGEI.

Rapporti con l’Unione delle Comunità Israelitiche Italiane Al momento attuale l’UCII, nonostante i ripetuti solleciti non ha ancora fornito alla FGEI, se non in minima parte il contributo previsto dal suo bilancio, che costituisce per la FGEI un indispensabile sostegno finanziario [ndr. Meno male che almeno qui le cose sono cambiate!] […]

Proposte del Consiglio uscente al XXXV congresso FGEI Sulla base dell’esperienza maturata in questi ultimi anni ed in particolare durante il proprio mandato, il Consiglio raccomanda al Congresso di preannunciarsi favorevolmente sulla proposta di assumere (eventualmente per un prefissato periodo di tempo) una persona (fieldworker)  che attenda al lavoro organizzativo necessario all’attività della FGEI […]

CORREVA L’ANNO 1982… ma a pensarci bene non è cambiato molto.

Cosa possiamo imparare da tutto questo? Che forse questo, per noi, è solo un momento passeggero, un ricambio generazionale fisiologico che va comunque guidato nel modo meno traumatico possibile.

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Filippo Tedeschi, torinese, è vicepresidente Ugei
Filippo Tedeschi, torinese, è vicepresidente Ugei

Consiglio UGEIConsiglio UGEI1 maggio 2016
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judaism-islam-common_e582422b46bf8aa4Nonostante le numerose divergenze che ci sono tra due delle più importanti religioni monoteiste del mondo, Ebraismo e Islam, le somiglianze e i punti di contatto sono più di quelli che a prima vista appaiono.

Lo stesso Maometto si presentò come l’ultimo profeta appartenente a una tradizione, comune a quella ebraica e cristiana, che partiva da Abramo. I rapporti con l’elemento ebraico presente nella sua città, La Mecca, furono inizialmente buoni. Nel Corano, nelle prime sure, musulmani, ebrei e cristiani sono considerati “fratelli nella fede”, accomunati dalla dottrina monoteista e dall’attesa di un giudizio finale. Tra gli aspetti pratici della religione musulmana, quello della preghiera in direzione della Mecca è senz’altro il più noto: la direzione originaria di tale pratica era verso Gerusalemme, a imitazione di quanto facevano gli ebrei residenti in Arabia che erano a diretto contatto con i primi musulmani. In ambito alimentare le somiglianze sono moltissime – molto probabilmente mutuate direttamente dalla kasherut: divieto di mangiare particolari categorie di animali, macellazione rituale, divieto di consumare sangue. All’interno del Corano sono inoltre presenti numerosi personaggi con le loro vicende – seppur con qualche differenza – prese in prestito sia dall’Antico sia dal Nuovo Testamento; ad esempio Abramo è una figura centrale, sarebbe stato infatti, nella versione musulmana, il primo ad adorare D. nella Ka’ba.

L'Egira di Maometto
L’Egira: Maometto si trasferisce dalla Mecca a Medina

Questo primo periodo di concordia terminò con la cosiddetta Egira, il trasferimento di Maometto e della comunità musulmana a Medina. Qui risiedevano tre potenti clan ebraici, che rifiutarono di convertirsi all’islam. Di fronte alla loro ostinazione i musulmani intervennero sia sul piano pratico, esiliandoli o condannandoli alla pena capitale, sia su quello ideologico. Nelle sure rivelate dopo il trasferimento a Medina, gli ebrei, non più “fratelli nella fede”, vennero accomunati ai pagani e accusati del gravissimo peccato di aver traviato la parola di D.

Dopo la morte di Maometto i suoi successori, i califfi, dovettero affrontare numerose ribellioni di stampo religioso. A causa di ciò chiunque non fosse di religione musulmana, ebrei inclusi, fu cacciato dalla penisola arabica. La situazione era diversa all’esterno: nei territori conquistati ai bizantini e ai persiani le popolazioni ebraiche appoggiarono gli invasori arabi in quanto vi videro coloro che li avrebbero liberati dalle persecuzioni cui erano sottoposti da secoli. I musulmani, dal canto loro, furono molto tolleranti nei confronti delle cosiddette “genti del Libro” (ebrei, cristiani, zoroastriani) che vennero sottoposti a protezione in cambio di un’imposta.

Islam_percent_population_in_each_nation_World_Map_Muslim_data_by_Pew_Research.svgNel vastissimo impero musulmano, le società ebraiche, grazie anche all’intensa attività mercantile svolta, costituirono una catena di comunità che si estendeva dall’Iran fino alla Spagna. La collaborazione tra ebrei e musulmani fu di fondamentale importanza anche per la cultura occidentale. Grazie a personalità come Abraham ben Ezra, Abraham bar Hiyya e Pedro Alfonso, opere perdute da secoli furono riscoperte e diffuse in Europa grazie alle traduzioni dall’arabo. Anche in ambito artistico sono numerosi i punti di contatto. Spesso l’iconoclastia musulmana è erroneamente messa in relazione con quella ebraica. In ambito architettonico ci sono somiglianze sia a livello morfologico sia concettuale; nelle moschee, per esempio, è presente una piccola nicchia per indicare la direzione della preghiera: sarebbe stata concepita, secondo alcuni studiosi, ispirandosi all’aron a-qodesh.

Da queste poche righe si può capire come, al di là delle profonde differenze che separano i due modi di vivere e intendere la religione e nonostante i numerosissimi contrasti che per motivi diversi li hanno visti opporsi, soprattutto nell’ultimo secolo, non mancano le similitudini, in alcuni casi veri e propri “prestiti”. Non sono mancati nella storia nemmeno casi di collaborazione tra due modi di vivere che, oggi più che mai, sembrano lontanissimi e inconciliabili.

Fabrizio Anticoli


Consiglio UGEIConsiglio UGEI17 aprile 2016
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chagallIn questo disordine generale in cui l’Europa ristagna da anni, si fa sempre più pressante l’idea di un ritorno in massa degli ebrei in Terra di Israele. Questa è una costante della tradizione ebraica che culmina con la venuta del Messia e che con il tempo è divenuta l’unica alternativa a un mondo che appare sempre più intollerante e inospitale. L’aliyah è il pellegrinaggio o, per meglio dire, quel cammino in salita compiuto per raggiungere Gerusalemme durante i tre pellegrinaggi prescritti per le festività di Pesach, Shavuot e Sukkot. Da un secolo però la parola assume un contenuto differente: essa è sinonimo di sicurezza per gli ebrei della diaspora. Ogni qual volta si presenta incertezza politica ed economica si pensa a Israele come terra materna pronta ad accogliere chi ha bisogno di professare la propria identità ebraica liberamente. Questa certezza va però barattata con l’insicurezza provocata dalla guerra e molti sono ben disposti a convivere con la seconda per ottenere la prima. Il fenomeno provoca svariati effetti sull’orizzonte ebraico ma anche più genericamente su quello collettivo. L’aspetto ideale o religioso della faccenda va però sommato a quello economico.

Israeli passports passport sitting on an open passport with passport stampsInfatti si può dire che sia la crisi economica la chiave di lettura del fenomeno dell’aliyah nel 2009, quando i paesi con il maggior tasso di disoccupazione sono stati proprio quelli che hanno visto andar via il maggior numero di cittadini verso Israele di cui il 60 % ha meno di trentacinque anni. Lo Stato è pronto a offrire numerose alternative in termini di lavoro e istruzione che allettano chi in Europa non vede che disoccupazione.

Questa è la sintesi di ciò che è avvenuto alcuni anni fa e che si ripresenterà in modo ancora più massiccio se le condizioni socio-economiche non cambieranno a breve. L’aliyah assume così un significato più ampio. Ciò che all’origine si limitava a descrivere il pellegrinaggio ora definisce l’ascesa  in senso fisico, come immigrazione, che ingloba a sua volta anche la crescita economica.

Diverse domande sorgono spontanee: quale sarà il futuro per gli ebrei della diaspora? O più precisamente: vi sarà futuro? Come si dovrà declinare il rapporto tra ebraismo e diversità se il cittadino ebreo della diaspora è destinato a tornare nella terra d’origine? È dovere ricordare che la forza del popolo ebraico nei secoli è stata quella che ha recato ai suoi membri maggiore pena e sofferenza: il dover coniugare la propria identità con la diversità della nazione che lo ospita. Questa incertezza d’altro canto ha determinato un vantaggio notevole: la capacità di guardare le cose con occhio distaccato pur essendo pienamente coinvolti. In un paese in cui domina la somiglianza le tradizioni distinte verranno sempre più a offuscarsi e il rapporto con la diversità sempre più a scemare. Ciò che ci rende sicuri è ciò che a lungo andare ci svuoterà. Sarà dunque ancora possibile mantenere quell’attitudine all’analisi critica che è possibile trovare quando si è pienamente dentro e parzialmente fuori?

Marta Spizzichino, di Roma, studia filosofia alla Sapienza
Marta Spizzichino, di Roma, studia filosofia alla Sapienza


UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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