Mondo ebraico

Consiglio UGEIConsiglio UGEI1 maggio 2016
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judaism-islam-common_e582422b46bf8aa4Nonostante le numerose divergenze che ci sono tra due delle più importanti religioni monoteiste del mondo, Ebraismo e Islam, le somiglianze e i punti di contatto sono più di quelli che a prima vista appaiono.

Lo stesso Maometto si presentò come l’ultimo profeta appartenente a una tradizione, comune a quella ebraica e cristiana, che partiva da Abramo. I rapporti con l’elemento ebraico presente nella sua città, La Mecca, furono inizialmente buoni. Nel Corano, nelle prime sure, musulmani, ebrei e cristiani sono considerati “fratelli nella fede”, accomunati dalla dottrina monoteista e dall’attesa di un giudizio finale. Tra gli aspetti pratici della religione musulmana, quello della preghiera in direzione della Mecca è senz’altro il più noto: la direzione originaria di tale pratica era verso Gerusalemme, a imitazione di quanto facevano gli ebrei residenti in Arabia che erano a diretto contatto con i primi musulmani. In ambito alimentare le somiglianze sono moltissime – molto probabilmente mutuate direttamente dalla kasherut: divieto di mangiare particolari categorie di animali, macellazione rituale, divieto di consumare sangue. All’interno del Corano sono inoltre presenti numerosi personaggi con le loro vicende – seppur con qualche differenza – prese in prestito sia dall’Antico sia dal Nuovo Testamento; ad esempio Abramo è una figura centrale, sarebbe stato infatti, nella versione musulmana, il primo ad adorare D. nella Ka’ba.

L'Egira di Maometto
L’Egira: Maometto si trasferisce dalla Mecca a Medina

Questo primo periodo di concordia terminò con la cosiddetta Egira, il trasferimento di Maometto e della comunità musulmana a Medina. Qui risiedevano tre potenti clan ebraici, che rifiutarono di convertirsi all’islam. Di fronte alla loro ostinazione i musulmani intervennero sia sul piano pratico, esiliandoli o condannandoli alla pena capitale, sia su quello ideologico. Nelle sure rivelate dopo il trasferimento a Medina, gli ebrei, non più “fratelli nella fede”, vennero accomunati ai pagani e accusati del gravissimo peccato di aver traviato la parola di D.

Dopo la morte di Maometto i suoi successori, i califfi, dovettero affrontare numerose ribellioni di stampo religioso. A causa di ciò chiunque non fosse di religione musulmana, ebrei inclusi, fu cacciato dalla penisola arabica. La situazione era diversa all’esterno: nei territori conquistati ai bizantini e ai persiani le popolazioni ebraiche appoggiarono gli invasori arabi in quanto vi videro coloro che li avrebbero liberati dalle persecuzioni cui erano sottoposti da secoli. I musulmani, dal canto loro, furono molto tolleranti nei confronti delle cosiddette “genti del Libro” (ebrei, cristiani, zoroastriani) che vennero sottoposti a protezione in cambio di un’imposta.

Islam_percent_population_in_each_nation_World_Map_Muslim_data_by_Pew_Research.svgNel vastissimo impero musulmano, le società ebraiche, grazie anche all’intensa attività mercantile svolta, costituirono una catena di comunità che si estendeva dall’Iran fino alla Spagna. La collaborazione tra ebrei e musulmani fu di fondamentale importanza anche per la cultura occidentale. Grazie a personalità come Abraham ben Ezra, Abraham bar Hiyya e Pedro Alfonso, opere perdute da secoli furono riscoperte e diffuse in Europa grazie alle traduzioni dall’arabo. Anche in ambito artistico sono numerosi i punti di contatto. Spesso l’iconoclastia musulmana è erroneamente messa in relazione con quella ebraica. In ambito architettonico ci sono somiglianze sia a livello morfologico sia concettuale; nelle moschee, per esempio, è presente una piccola nicchia per indicare la direzione della preghiera: sarebbe stata concepita, secondo alcuni studiosi, ispirandosi all’aron a-qodesh.

Da queste poche righe si può capire come, al di là delle profonde differenze che separano i due modi di vivere e intendere la religione e nonostante i numerosissimi contrasti che per motivi diversi li hanno visti opporsi, soprattutto nell’ultimo secolo, non mancano le similitudini, in alcuni casi veri e propri “prestiti”. Non sono mancati nella storia nemmeno casi di collaborazione tra due modi di vivere che, oggi più che mai, sembrano lontanissimi e inconciliabili.

Fabrizio Anticoli


Consiglio UGEIConsiglio UGEI17 aprile 2016
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chagallIn questo disordine generale in cui l’Europa ristagna da anni, si fa sempre più pressante l’idea di un ritorno in massa degli ebrei in Terra di Israele. Questa è una costante della tradizione ebraica che culmina con la venuta del Messia e che con il tempo è divenuta l’unica alternativa a un mondo che appare sempre più intollerante e inospitale. L’aliyah è il pellegrinaggio o, per meglio dire, quel cammino in salita compiuto per raggiungere Gerusalemme durante i tre pellegrinaggi prescritti per le festività di Pesach, Shavuot e Sukkot. Da un secolo però la parola assume un contenuto differente: essa è sinonimo di sicurezza per gli ebrei della diaspora. Ogni qual volta si presenta incertezza politica ed economica si pensa a Israele come terra materna pronta ad accogliere chi ha bisogno di professare la propria identità ebraica liberamente. Questa certezza va però barattata con l’insicurezza provocata dalla guerra e molti sono ben disposti a convivere con la seconda per ottenere la prima. Il fenomeno provoca svariati effetti sull’orizzonte ebraico ma anche più genericamente su quello collettivo. L’aspetto ideale o religioso della faccenda va però sommato a quello economico.

Israeli passports passport sitting on an open passport with passport stampsInfatti si può dire che sia la crisi economica la chiave di lettura del fenomeno dell’aliyah nel 2009, quando i paesi con il maggior tasso di disoccupazione sono stati proprio quelli che hanno visto andar via il maggior numero di cittadini verso Israele di cui il 60 % ha meno di trentacinque anni. Lo Stato è pronto a offrire numerose alternative in termini di lavoro e istruzione che allettano chi in Europa non vede che disoccupazione.

Questa è la sintesi di ciò che è avvenuto alcuni anni fa e che si ripresenterà in modo ancora più massiccio se le condizioni socio-economiche non cambieranno a breve. L’aliyah assume così un significato più ampio. Ciò che all’origine si limitava a descrivere il pellegrinaggio ora definisce l’ascesa  in senso fisico, come immigrazione, che ingloba a sua volta anche la crescita economica.

Diverse domande sorgono spontanee: quale sarà il futuro per gli ebrei della diaspora? O più precisamente: vi sarà futuro? Come si dovrà declinare il rapporto tra ebraismo e diversità se il cittadino ebreo della diaspora è destinato a tornare nella terra d’origine? È dovere ricordare che la forza del popolo ebraico nei secoli è stata quella che ha recato ai suoi membri maggiore pena e sofferenza: il dover coniugare la propria identità con la diversità della nazione che lo ospita. Questa incertezza d’altro canto ha determinato un vantaggio notevole: la capacità di guardare le cose con occhio distaccato pur essendo pienamente coinvolti. In un paese in cui domina la somiglianza le tradizioni distinte verranno sempre più a offuscarsi e il rapporto con la diversità sempre più a scemare. Ciò che ci rende sicuri è ciò che a lungo andare ci svuoterà. Sarà dunque ancora possibile mantenere quell’attitudine all’analisi critica che è possibile trovare quando si è pienamente dentro e parzialmente fuori?

Marta Spizzichino, di Roma, studia filosofia alla Sapienza
Marta Spizzichino, di Roma, studia filosofia alla Sapienza

Consiglio UGEIConsiglio UGEI28 marzo 2016
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logoyeudYeud – Future Leader Training è un corso organizzato dall’Ucei a partire dal 2009 per formare quei giovani ebrei italiani che in futuro si occuperanno della gestione delle comunità di cui fanno parte. L’edizione di quest’anno è la seconda che si svolge a Gerusalemme, sotto la direzione scientifica di rav Roberto della Rocca e Dan Wiesenfeld, e con l’indispensabile impegno di Claudia Jonas con il gruppo e di Genny Di Consiglio a Roma. Il programma, molto denso, si è svolto dal 6 al 13 marzo e ha previsto laboratori di team building e leadership, incontri con rabbini e esperti di ebraismo e Israele, visite mirate a luoghi di importanza focale per lo stato di Israele e occasioni di approfondimento su attualità e politica. Il filo rosso che ha unito il programma è stato quello del dialogo e del dibattito: innescato dagli stimoli che sono stati proposti, ha presto superato i muri dell’aula di Kyriat Moriah per trasformarsi in una rete di libero confronto che per tutta la settimana non ha smesso di venire tessuta.
Quelle che seguono sono le riflessioni dei partecipanti.

yeudgruppoElena Gai Ye’ud mi ha dato la possibilità di confrontarmi, di creare un dibattito sano e costruttivo che mi ha permesso non solo di conoscere le opinioni e i punti di vista altrui, ma anche di conoscere meglio i miei punti di forza e i miei limiti. Bisogna sapersi mettere sempre in gioco, saper mostrare ciò in cui si crede e contemporaneamente saper rivalutare le proprie certezze, sapersi confrontare e saper imparare dagli altri. Questo è alla base delle relazioni umane, e comprenderne l’importanza è essenziale per chi si vuole definire “leader”.

Charlotte Eman Quest’esperienza è stata unica e molto formativa. Abbiamo imparato a condividere idee, obiettivi, scopi e strategie, per creare qualcosa di molto importante: un gruppo di amici molto legati, ma, cosa più importante, un team indissolubile in grado di risolvere situazioni.

Ruben Spizzichino Evitare di definire opinioni non affini alle mie “diverse”, ma semplicemente “altrui”. Il diverso presuppone l’autoreferenzialità, comporta l’impossibilità di comunicare e relega la discussione in uno stato stagnante di idee. “Diverso” indica il dislivello di concetti e posizioni. “Altro”, implica il rispetto per il prossimo, pone la parità di idee, condizioni fondamentali per la loro evoluzione. Insomma, solo uno stupido resta cristallizzato sulla propria idea e irrispettoso verso quelle “diverse”.

yeudlezioneSabra Salvadori Yeud per me è stato un modo per conoscere da vicino la realtà israeliana grazie ai numerosi temi affrontati, ma soprattutto un momento di confronto con altri ragazzi che, come me, vivono e partecipano alla vita delle comunità ebraiche italiane. Grazie a questo confronto ho potuto constatare le differenze culturali dei ragazzi a seconda che questi vivano nelle comunità di grandi dimensioni o nelle comunità più piccole.

Nathan Bendaud Come formare un team? Chiedete a Claudia Jonas, Dan Wiesenfeld e rav Roberto della Rocca e vi spiegheranno di prendere 15 ragazzi dai 18 ai 30 anni provenienti da varie comunità italiane con il sogno un giorno di diventarne leader.

Michael Sierra Al di la delle ottime conferenze del programma, penso che Yeud abbia costruito un ottimo team formato da futuri leader di tutte le comunità ebraiche italiane, compresa quella in Israele. L’investimento nella formazione di leadership giovanile per rinforzare i contatti fra le comunità, a mio avviso, è fra i compiti più importanti. Sono sicuro che la scelta di svolgere il seminario in Israele non sia stata casuale. Le comunità in Italia hanno tanto da imparare da Israele e la comunità italiana in Israele ha tanto da imparare dalle comunità italiane. A nome di “Giovane kehilà”- il gruppo giovanile degli italiani in Israele che ha come scopo rinforzare i contatti con le comunità italiane e contribuire allo sviluppo della società israeliana, ringrazio molto l’UCEI, e Rav della Rocca in particolare, per questa occasione. Sono sicuro che presto vedremo i frutti di questo programma.

Simone Somekh Mi sono confrontato con docenti e ospiti dalle più svariate idee politiche e religiose, ma anche con gli altri partecipanti. Per sette giorni, ho respirato un’atmosfera di apertura al confronto e voglia di collaborare che ho raramente visto in altri eventi e programmi. Un ebraismo in decadenza come quello italiano necessita urgentemente di leader più lungimiranti e più spazio per i giovani. Valori di base della vita ebraica come l’osservanza dello shabbat e lo studio dei testi si stanno perdendo per dare spazio a faziosità e politica. Il seminario di Yeud è stato un’esperienza per crescere; credo che tutti i ragazzi partecipanti siano di grande esempio per molte figure di spicco dell’ebraismo italiano, che ancora stentano ad adottare vedute più larghe e strumenti di management anglosassoni.

yeudlezDaniel Foà Una settimana dedicata alla scoperta. Abbiamo scoperto luoghi e persone, ma principalmente idee. La conoscenza dell’altro è occasione di crescita. La discussione è ricchezza.

Arièl Nacamulli Yeud è stata un’esperienza fantastica, un’occasione in cui incontrare ragazzi molto diversi tra loro ma con il desiderio comune di mettersi al servizio dell’ebraismo italiano. È quello di cui abbiamo bisogno.

Yael Di Consiglio Yeud è stata un’esperienza fantastica che difficilmente dimenticherò. Pur essendo la più piccola mi sono integrata da subito nel team. Nonostante i ritmi frenetici delle lezioni la curiosità di conoscerci e confrontarci su diverse visioni ci ha spinto a interagire tutto il giorno, discutendo delle nostre opinioni, sempre diverse le une dalle altre. Eppure nessuno voleva prevaricare: siamo stati pronti ad ascoltare le opinioni degli altri e da esse apprendere. E’ stata una settimana con un giusto mix di leadership, Torah, pizza, shawarma e waffles.

Saleyha Leah Hossain Partendo dalla comune convinzione che un leader sia il capobranco di un gruppo meno importante, siamo giunti, grazie al sostegno continuo di Dan Wiesenfeld e di altri rilevanti professori e rabbini, non solo a demolire quest’errata interpretazione ma a creare ed essere un team coeso, arricchito dalle peculiarità di ciascuno di noi e forte grazie alla profonda amicizia che si è creata.

David Giuili E’ stata un’esperienza bella e costruttiva. Durante i giorni di Yeud mi sono sentito proprio a casa. Mi ha emozionato molto la riconoscenza verso Herzl e come viene mantenuto il suo ricordo: in Israele è sentito molto il patriottismo e la fratellanza, in Italia non interessa minimamente…

Giorgio Berruto Se condividere uno spazio è sempre una sfida, tanto più lo è lavorare insieme. Ci insegna Dan Wiesenfeld che anche un team ha una vita. C’è la formazione, un innamoramento in cui l’entusiasmo primeggia. Poi vengono i contrasti: il negativo, la percezione dell’altro, il confrontarsi talvolta sordo. C’è l’assestamento e la fase normativa: la capacità decisiva di codificare regole – regole non scritte – e di stringere il mirino sull’obiettivo e sul metodo. E c’è lo stadio performativo, in cui l’altro è ormai Altro, uno spazio che si dischiude, interlocutore con cui confrontarsi non più per necessità, ma per scelta.

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Consiglio UGEIConsiglio UGEI2 marzo 2016
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ghettoIl giorno 7 febbraio al Teatro Eliseo di Roma è stato rappresentato “Ghetto”, uno spettacolo di danza portato in scena dal coreografo e regista Mario Piazza con gli studenti dell’Accademia Nazionale di Danza. Questo è, come già assunto da un articolo di Pagine Ebraiche del mese scorso, uno schiaffo a un razzismo e antisemitismo oramai sempre più dilaganti. Siamo soliti considerare strumenti di divulgazione o conoscenza solo testi scritti o documentari televisivi ma questa volta abbiamo di fronte  un ballo che si rende militante e che tenta di esprimere come può le sofferenze di una vita.

Le tematiche affrontate spaziano dalla persecuzione razziale a quella sessuale e religiosa e al conseguente stato di emarginazione e discriminazione che procurano a chi ne è vittima. Con un sincretismo musicale che vede il compositore serbo Goran Bregović accompagnato da motivi kletzmer l’opera si rende portavoce di una forza vitale profonda e ancestrale. L’intensità dell’ebraismo prorompe in tutta la sua essenza fin dalle prime scene in cui i due ballerini, guidati dall’Hatikwà, si lasciano andare sul palcoscenico.

Mario Piazza
Mario Piazza

Mia intenzione è accennare quel poco che basta sulla struttura e sul messaggio dell’opera, già ben affrontati su Pagine Ebraiche, soffermandomi invece su quali possano essere le ragioni che hanno reso il pubblico così coinvolto. Parte del merito va ai temi trattati in grado di suscitare interesse per un passato che si presenta sempre dietro l’angolo e che mostra radici ben piantate.  Ma al contenuto si unisce la forma che agli occhi risulta spesso gradita. Le gonne colorate delle ballerine, unite al suono della musica, si completano creando perfetta armonia. Le luci proiettano sul muro sagome ben definite creando una strana corrispondenza con i corpi su un palco privo di scenografia.

Ciò che conta è la danza, i colori e il ritmo. Lo spettatore capisce che ciò che ha davanti agli occhi gli appartiene, accomunandolo a colui che gli siede accanto o forse a tutto il pubblico in sala perché, per quanto un’opera possa parlare diverse lingue, ve ne è una capace di dialogare con tutti, indistintamente.

Hatikwà, ovvero la Speranza, è il messaggio che l’opera intende esprimere, valicando ogni confine spaziale o limite temporale. Questa è rappresentata da una ragazza di celeste vestita che si mostra all’inizio e alla chiusura dell’opera, conferendole circolarità. Dove finiscono le parole inizia la musica e dove non arriva questa c’è il ballo. Il tutto termina con ripetuti applausi che fanno ben intendere che il messaggio è stato colto.

Marta Spizzichino, di Roma, studia filosofia alla Sapienza
Marta Spizzichino, di Roma, studia filosofia alla Sapienza

Consiglio UGEIConsiglio UGEI7 febbraio 2016
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La sinagoga italiana a Gerusalemme
La sinagoga italiana a Gerusalemme

“L’aiuto che la comunità ha promesso alle organizzazioni giovanili deve essere effettivo ed efficace […] Pertanto è mia intenzione organizzare una sala cinematografica e di ricreazione affinché noi possiamo tenere in un sano ambiente questi ragazzi per dar loro insieme allo svago, anche opportune nozioni di educazione e di cultura”. Era il 1952, e così rav Elio Toaff z’l, una delle più grandi figure dell’ebraismo italiano, affrontava un tema cruciale, quello del coinvolgimento delle nuove generazioni nella vita comunitaria a un anno dal suo insediamento a rabbino capo di Roma. Certo, la situazione a cui faceva riferimento il rav, quella di una comunità ebraica della diaspora, era ben diversa dalla realtà israeliana.

Nasce quindi spontanea la domanda di che bisogno ci sia di una sinagoga italiana e in generale di una comunità italiana in Israele. Domanda a cui immagino i suoi fondatori, e con loro ovviamente Umberto Nahon, avrebbero risposto che la sinagoga serve, serve per mantenere l’ebraismo italiano in Israele e preservare il rito italiano antico di millenni. Negli anni la Hevrat Yehudè Italia si è sviluppata e il tempio e il museo italiano sono diventati un vero centro culturale, fondamentale per mantenere i legami con l’Italia. La Hevrà oggi attira olim hadashim insieme a persone di terza e perfino quarta generazione, ed è frequentata da chi, pur avendo mantenuto le tradizioni del paese d’origine, non sa l’italiano, e da chi non rinuncerebbe per nulla al mondo al giudaico romanesco e promette di mantenere le proprie usanze sui “santi sefarimme”. C’è chi è più osservante e chi meno, e persone che vengono da tutte le comunità d’Italia. Questa varietà è, secondo me, una delle cose più belle e particolari della Hevrà.

Eppure partecipando quest’anno come l’anno scorso all’assemblea della Hevrà, mi sono guardato intorno, e non ho visto nessuno dei miei coetanei. Così mi sono chiesto: perché? Non penso che l’ebraismo italiano non interessi più ai giovani italoisraeliani e neanche che non ci siano giovani nella Hevrà, anche considerando il grande numero di aliyot degli ultimi due anni e il fatto che in Israele le famiglie hanno in media più figli che in Italia. Il vero motivo della bassa partecipazione dei giovani a mio parere è semplicemente che la Hevrà al momento non suscita il loro interesse.

Le sue attività ed eventi sono infatti per lo più rivolti a un pubblico di anziani o di bambini. Da piccolo, ricordo bene quanto amassi decorare la sukkà, partecipare al coro di Chanukah, andare a fare i mishlochè manot di Purim… Oggi invece trovo meno occasioni che siano adatte a ragazzi ventenni. Non è assolutamente mia intenzione lamentarmi, anzi. Vorrei che questo commento da un lato richiamasse noi giovani a tornare a partecipare e creare nuove iniziative, dall’altro facesse riflettere tutti noi, giovani e meno giovani, sulla situazione attuale e sul futuro, non un futuro remoto, ma piuttosto su come vogliamo vedere la Hevrà fra qualche anno.  L’età tra i 18 e i 35 anni è l’età in cui si esce di casa fisicamente e spiritualmente. Per questo ritengo sia importante che su questa fascia vengano investite le energie della Hevrà, e che pensando a essa vengano compiute le scelte strategiche del Consiglio.

Negli ultimi due anni le aliyot dall’Italia hanno raggiunto numeri più alti di ogni altro periodo. Non è più un segreto che mentre le piccole comunità in Italia spariscono (e non soltanto per la aliyà), la presenza degli ebrei italiani in Israele aumenta. Per questo è importante ricordare che il futuro della Hevrà è il futuro di tutto l’ebraismo italiano.

shabbatonIn questa prospettiva, sono contento di poter affermare che il primo passo è già stato fatto. A seguito dell’ultima assemblea della Hevrà, è stato deciso di creare una sottocommissione giovani: il gruppo “Giovane Kehillà”. Per i giovani esistono già attività nella nostra Hevrà, per esempio la cerimonia di Yom haShoah, la spaghettata di Sukkot, gli incontri con ragazzi in viaggio dall’Italia… Tutte queste iniziative sono però state organizzate durante gli anni da singoli componenti della Hevrà e non da un gruppo formale. Anche fuori da Gerusalemme ne esistono: le cene di shabbat e i limmud degli italiani di origine tripolina a Tel Aviv, per esempio. Il ruolo del gruppo sarà proprio quello di formalizzare questi eventi, di informare i giovani con notizie che li riguardano e di rappresentarli. Un gruppo che non lavorerà, ci tengo a sottolinearlo, in modo separato, ma a stretto contatto con il Consiglio, in un dialogo continuo. Le iniziative in cantiere sono tante, da un evento per Purim, film, feste, conferenze, gite, il programma annuale sarà presto stabilito. Perché è tempo di darci da fare!

Perché una formalizzazione delle attività giovanili farà bene ai giovani, ma anche alla Hevrà stessa. Potrà aiutare ad avvicinare coloro che dall’organizzazione sono lontani. E può renderla forse più attraente e piacevole da frequentare.

Colgo l’occasione per augurare al nuovo Consiglio buon lavoro e fare a quello uscente i miei più cordiali complimenti.

Colgo inoltre l’occasione anche per invitare tutti i giovani italiani in Israele a partecipare allo shabbaton del 26-27 febbraio. Lo shabbaton sarà un’occasione per condividere due giorni insieme con ragazzi italiani da tutta Israele e si terrà presso la Havat hanoar, il mitico ostello degli italiani in Israele, e nella comunità italiana. L’invito ufficiale per lo shabbaton è stato diramato in modo ufficiale attraverso la Hevrà, il Comites e i vari social network.

Già con la festa di Tu-Bishvat, la partecipazione dei giovani ha portato una nuova radice giovanile di ebraismo italiano alla Hevrà e nuovi frutti per tutti gli italiani in Israele. Ringrazio tutti quelli che hanno aiutato e auguro a tutti

Buon lavoro!

Michael Sierra vive a Gerusalemme. Sta svolgendo il servizio militare
Michael Sierra vive a Gerusalemme. Sta svolgendo il servizio militare


UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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