Mondo ebraico

Consiglio UGEIConsiglio UGEI7 agosto 2016
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Giobbe secondo Marc Chagall
Giobbe secondo Marc Chagall

Elie Wiesel è morto nello Shabbat in cui si è letta la parasha di Shelach. Una parasha drammatica e complessa in cui si consuma una tragedia – l’episodio degli esploratori – che segnerà il destino del popolo ebraico per sempre. I temi del rapporto con la terra di Israele, della fiducia in D-o, della speranza e della disperazione si dipanano di fronte al lettore attento e lo invitano a non rimanere indifferente. In qualche modo è una parasha di domande e di risposte. Domande dolorose e risposte sincere, anche quando la sincerità non basta o non è richiesta o è essa stessa portatrice di sofferenza – quasi a dire che fare i conti con la realtà è sempre una cosa complessa. Mosè manda dodici uomini – “capi fra i figli di Israele” – a esplorare la terra promessa e chiede loro di indagarne le qualità, di scoprire che tipo di popoli la abitano, come sono le città, se ci sono degli alberi. Tornati, gli esploratori fanno un resoconto molto duro: la terra stilla latte e miele ma gli abitanti sono fortissimi, ci sono anche dei giganti, le città sono fortificate. Inoltre il paese “divora i suoi abitanti”.

Elie Wiesel
Elie Wiesel

Un midrash riporta che gli esploratori trovano una situazione di desolazione: tutti sono andati al funerale di un grande uomo – Rashì forse lo definirebbe un “adam kasher” (un uomo idoneo): Giobbe. Giobbe, colui che, nella sofferenza più tragica, ha avuto il coraggio di affrontare D-o e chiederGliene ragione, l’uomo che non ha avuto timore di urlare all’Altissimo per costringerLo a spiegare dove sia la Sua Giustizia. Forse per questo Giobbe era tanto caro a Wiesel che, nella sua vita, ha conosciuto da vicino che cosa sono la sofferenza e la morte, che vuol dire interrogarsi quotidianamente alla ricerca di un senso senza trovarlo. Perché, come succede e Giobbe, la risposta di D-o può essere peggiore del Suo silenzio, più banale e foriera di disperazione essa stessa. Wiesel, affacciato sull’abisso del buio impenetrabile della “Notte”, guardando in faccia la capacità dell’uomo di distruggere l’altro uomo, sentendo l’odore nauseabondo della morte e patendo la privazione di tutto, ha scelto la strada più difficile di non smettere di domandare, di sussurrare un interrogativo che diventa un urlo e una sfida: perché?

Lasciano questo mondo nello stesso momento Giobbe e Wiesel e a noi non resta che riscoprirci più silenziosi e pavidi a fare i conti con D-o, la nostra Storia e l’anelito perenne – e così spesso insoddisfatto – alla redenzione. Mi pare di vederli, proprio adesso, l’uno accanto all’altro, Giobbe e Wiesel, a porre la stessa domanda e a ricevere la stessa risposta. La fede del mio popolo, che non è diversa dalla loro, è che, qualunque sia, questa risposta sarà meravigliosa e convincente. Ma, a ben guardare, ciò che ha davvero del meraviglioso, e forse anche del miracoloso, è la capacità umana – che, in verità, credo pochi uomini abbiano avuto fino in fondo – di porre la domanda e di non arrendersi alla risposta, fosse anche D-o stesso a fornirla.

Giuseppe Mallel, di Roma, medico specializzando in Anatomia Patologica
Giuseppe Mallel, di Roma, medico specializzando in Anatomia Patologica

Consiglio UGEIConsiglio UGEI22 luglio 2016
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kisuiCaro Simone,

ho letto con attenzione il tuo articolo. Lo ho apprezzato per il coraggio con cui ti sei lanciato esprimendo liberamente il tuo pensiero e il tuo disdegno per una realtà che però credo essere più complessa di quella che delinei tu. In generale l’articolo è interessante perché ha vari spunti, ma forse un po’ confusionario perché metti molti elementi in campo.
Mi spiego meglio.
Sei sicuro di quello che scrivi, ovvero che le donne che si coprono il capo nel mondo ebraico lo facciano per una sorta di scelta di “sottomissione”?
Verso la fine dell’articolo ci lasci mandando un messaggio ambiguo: vuoi dire che nel mondo ebraico la donna è trattata come una schiava? Perché a me, la prima volta che l’ho letto, ha lasciato questa sensazione. Attenzione! Di chi stiamo parlando, delle donne ebree o delle donne musulmane?

A una prima lettura, mi sembra che in questo articolo tu non tenga conto di una “divisione” fondamentale interna all’ebraismo stesso: tra la scelta (o non scelta) delle donne harediot di indossare una parrucca e l’usanza del “kisui rosh”, che peraltro è in uso anche tra le donne ebree delle nostre comunità italiane. Posso dire che nei templi di Roma, di Shabbat, sono più le donne sposate che lo indossano che quelle sposate che ne fanno a meno. Ho notato che anche nella comunità di Torino, e in parte in quella di Milano, le donne col kisui rosh al tempio di Shabbat non erano poche. E’ una moda? Forse. O forse no. Sarebbe interessante approfondire ad esempio se quelle stesse donne vanno in giro ogni giorno così o solo di Shabbat. E allora perché lo fanno, di Shabbat e proprio al tempio?
Magari adottano un modo convenzionalmente accettato per dire al resto degli uomini che sono sposate e dunque non libere. Non ci vedo nulla di male!
E poi che differenza c’è tra le nostre donne che mettono un fazzoletto in testa e quelle che invece scelgono di mettere una parrucca?
La differenza è abissale.
kisui2Questo per dirti che le modalità di espressione identitaria religiosa attraverso l’abbigliamento (e dunque il copricapo) sono argomenti complessi, su cui si potrebbe fare una ricerca approfondita ed estremamente interessante a livello antropologico.

Quando vivevo in Israele, girando per le strade di Gerusalemme, ero talmente colpita dalla varietà di modi di esprimersi che avevo proposto al mio professore di antropologia culturale di farne una ricerca: abbigliamento e identità religiosa. A Gerusalemme avrai notato che ci sono moltissimi modi diversi di comunicare attraverso gli abiti. Ci sono i cosiddetti “bacarozzi” (dall’ebraico “jukim”, qualcuno li chiama così in senso giocoso o dispregiativo), che sarebbero i haredim – anche chiamati “shchorim” (“neri”) o “dossim” (termine che imita la pronuncia askenazita della parola “datim”, religiosi). Questi hanno tante altre divisioni al loro interno e vogliono dire qualcosa di ben preciso col proprio abbigliamento. Ma poi ci sono anche i “kippot srugot”, gli uomini vestiti “normali” ma che vanno sempre in giro con la kippà fatta di filo e tenuta sul capo con una molletta, hai presente? Li riconosci anche quando hanno la divisa: la kippà la indossano sempre. Girano col capo coperto in segno di tzeniut (“pudore”) e rispetto verso D-o. Questi sono i rappresentanti di un ebraismo ortodosso più simile al nostro, se vogliamo, ma ancora molto variegato al proprio interno. Ecco, già solo a queste due categorie di uomini corrisponde una controparte di abbigliamento femminile differente, ad esempio rappresentato proprio dalla parrucca per alcune delle donne harediot e l’assenza di essa per le kippot srugot. Le sfumature in quel contesto sono fondamentali, perché raccontano molto delle persone e di quello che ciascuno vuole comunicare di sé agli altri.

Tornando al tuo articolo ho provato un ulteriore disagio. Sembra che tu ignori completamente il testo biblico da cui questa mitzvà deriva. Ti sei documentato, sulla Torah, da dove nasce la discussione su questi aspetti? Visto che nella vita nulla è casuale, il fatto che io abbia letto (in anteprima!) il tuo articolo nella settimana della parasha di Naaso’ mi colpisce particolarmente. In essa, infatti, si parla della sotà, la moglie sospettata di adulterio. A proposito di questo si accenna anche alla questione della tzeniut, legata alla copertura del capo.
La sotà viene portata al Bet Hamikdash, il Tempio di Gerusalemme, per bere l’acqua. Il verso dice (Bemidbar/Numeri 5, 18): “Il Cohen farà stare la donna in piedi di fronte al S-gnore, scoprirà la testa della donna e porrà sulle sue palme l’offerta di ricordo che è un’offerta di gelosia e in mano al Cohen saranno le acque amare, letali”. Rashi commenta dicendo che “scoprirà la testa” vuol dire “scioglierà le trecce dei suoi capelli in modo da farla vergognare”. Rashi aggiunge che da qui si impara che, per le figlie di Israele, stare a capo scoperto è fonte di vergogna.
Dalla fonte del Talmud (Ketubot, 72, 1) in riferimento a questo verso, si evince che quella del kisui rosh è utilizzata addirittura come esempio di ebraismo! E’ scritto nel verso di Bemidbar “e la sua testa è scoperta”. La scuola di Rabbi Ishmael insegna che si tratta di una richiesta di attenzione da parte delle ebree affinché queste non escano con il capo scoperto. Da questo mi sembra che si possa capire che il discorso è capovolto! Infatti sono proprio le donne che hanno fatto questa richiesta. Dunque quanto è lontano tutto ciò dall’idea di sottomissione da cui siamo partiti?

kisui3I maestri del Talmud discutono su alcuni dettagli riguardanti la questione, tra questi mi sembrano di particolare rilevanza i seguenti:
primo: visto che è scritto “non escano con il capo scoperto” ne deduciamo forse che la copertura del capo è d’obbligo solo in luogo pubblico (cioè fuori casa), oppure la donna deve coprirsi anche a casa?
secondo: è possibile usare la parrucca? Perché se il capello è attaccato al corpo è parte della donna, se non è attaccato al corpo no.
terzo: i capelli devono essere coperti del tutto o in parte? E, se in parte, in che misura?
Come tu stesso intuivi, anche la halachà non è indifferente ad altri fattori legati a dove si vive (in Israele o nella diaspora) e a che tipo di comunità si appartiene (comunità ortodosse, comunità chassidiche o altro). La questione è ancora più ampia e questo non è il luogo adatto ad approfondirla ulteriormente, anche in relazione al fatto che il kisui rosh rappresenta solo un aspetto fra le molteplici regole di tzeniut che riguardano sia le donne sia gli uomini e che hanno molto da insegnarci sul rapporto di ciascuno col proprio corpo e con l’altro sesso.

Però il punto più rilevante su cui ci troviamo in disaccordo, caro Simone, credo sia l’idea stessa che c’è dietro il fare una mitzvà. Nel momento in cui scegliamo di “essere” ebrei, e dunque di osservare le mizvot, stiamo aderendo (e non sottomettendoci!) ad alcune regole. Ognuno di noi sceglie di rispettare le mitzvot. Certo, esistono contesti storici e sociali in cui è venuta meno la possibilità di aderire per scelta libera e consapevole a questo sistema di valori. E tuttavia, in ogni epoca, per molti fare una mizvà – ogni mitzva, compresa quella del kisui rosh –  è sinonimo di libertà.

Un’ultima questione su cui vorrei invitarti a riflettere è di non cadere in facili similitudini! Torah e Corano sono due universi molto distinti, fondati su sistemi di ermeneutica profondamente diversi, in cui il rapporto con il Testo scritto e la Verità in esso contenuta, non sono paragonabili. Nel sistema islamico, vale soprattutto la parola scritta. La Torah invece è fondata sull’oralità, e incoraggia il commento e la discussione. Quindi attenzione a quando facciamo parallelismi, sicuramente leciti, ma a volte fuorvianti.

Rinnovo comunque il messaggio iniziale: complimenti per il coraggio con cui hai esposto la tua idea. Ti invito però a mettere in evidenza quali corde profonde ti sono state toccate dalle letture che hai fatto o dalle esperienze che hai avuto. Perché hai voluto dire la tua su questo tema? Quella, secondo me, è sempre la parte più affascinante degli articoli che scriviamo.

Barbara Zarfati

 

 

 

 

 

 

Hatikwà non ha – non deve e non può avere – una linea unica e definita su questo e molti altri argomenti. Quello che vogliamo fare è dare modo alle idee di confrontarsi. Questa articolata analisi esprime l’opinione di Barbara Zarfati, che risponde a un precedente commento di Simone Bedarida. Un giornale aperto al libero confronto delle idee: è questo, insieme agli ovvi corollari del rispetto per le idee altrui e della capacità di esprimere le proprie, l’unico principio formale che vogliamo mantenere costante.
[Giorgio Berruto, direttore Ht]


Consiglio UGEIConsiglio UGEI20 luglio 2016
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woman“E lei doveva rasarsi i capelli, come ogni pia donna ebrea era tenuta a fare”. Così racconta Israel Singer nel romanzo “I fratelli Ashkenazi”, scritto nel 1936 e ambientato nella Polonia degli anni antecedenti la Seconda guerra mondiale. Una donna ebrea osservante dovrebbe dunque tagliarsi i capelli e indossare una parrucca? Ebbene sì, non accadeva solo all’epoca del romanzo: si tratta di qualcosa di totalmente attuale in alcune frange di ebraismo che si reputano particolarmente ortodosse.

Sorge perciò spontanea una domanda: quali differenze ci sono tra una donna ebrea che è costretta a rinunciare ai propri capelli naturali e una donna musulmana che deve indossare il velo? L’impianto logico è assolutamente identico: una donna in pubblico non può mostrarsi del tutto, deve nascondere qualcosa di sé per poter essere davvero riconoscibile unicamente nella dimensione domestica privata, in compagnia del solo marito. Vuoi che l’elemento nasconditore si chiami parrucca, vuoi che si chiami hijab, chador o burka, cambia la forma ma non la sostanza. A chi, inoltre, obiettasse che in molti casi sono proprio le donne a scegliere di coprirsi il capo, si deve rispondere che non si tratta di scelta realmente libera, ma condizionata e spesso dettata da un agglomerato di vincoli che si sviluppano dal contesto di vita, la tradizione di riferimento, le aspettative delle persone care circostanti, la pressione sociale, la ricerca di riconoscimento, il timore dell’esclusione, la mera abitudine.

womenislQuesto porta a una riflessione di più ampio respiro su un tema delicato, il ruolo della donna e i suoi diritti nella società. Quanti stati, incluso il nostro, negli ultimi secoli e decenni, hanno fatto in modo di introdurre gradualmente nell’ordinamento pari diritti tra uomini e donne? Sicuramente tutti quelli del mondo occidentale. È da poco passato il 2 giugno, la festa della Repubblica italiana, quando, nel 1946, per la prima volta le donne del nostro paese si sono potute recare alle urne, e da allora hanno acquisito sempre maggiori diritti, come quello di poter ricoprire la carica di magistrato; successivamente uno dei più importanti è sicuramente stato il riconoscimento dello stupro come reato contro la persona e non più contro la morale, e l’abolizione di fatto di quella abominevole tradizione, radicata per lo più nel meridione, del matrimonio riparatore tra la donna vittima di violenza e il suo stupratore. Ad ogni modo, la donna nella nostra società è un soggetto libero, libero di intraprendere la carriera che preferisce, di scegliere con chi sposarsi, di divorziare, di votare.

womensubIn un quadro che sul piano prettamente giuridico sembra ormai quello più consono, la situazione descritta da Israel Singer ci fa tornare a cento o duecento anni fa. La donna è sottomessa, costretta a vivere in un’ovatta forzata. Dapprima è sotto i dettami dell’autorità paterna, cui spetta il compito di individuare il partner considerato più adatto, e che comunque appartiene quasi sempre al medesimo contesto. Successivamente, il matrimonio sancisce il mero passaggio della sottomissione dall’autorità paterna a quella maritale. Diventa schiava del marito, obbligata a stare in casa e curarsi della prole, e in alcuni casi anche a lavorare per portare il pane a casa e mantenere così la famiglia.

Nel mondo islamico radicale non sono infrequenti situazioni in cui stupri e violenze nei confronti della donna sono all’ordine del giorno. Forse nello spicchio di mondo ebraico osservante che impone alle donne la copertura del capo ciò non accade, ma rimane una domanda: una donna che deve tagliare i propri capelli e indossare una parrucca, perdendo quindi la propria identità e riconoscibilità in pubblico, può davvero definirsi una donna, una persona? Io ritengo di no. Dovremmo sempre ricordarci che è la donna che trasmette l’ebraicità ai figli, non l’uomo. Per mille motivi, ma anche per questo merita di vivere ed essere trattata come tale, non come schiava.

 

Simone Bedarida

 

 

 

 

 

 

 

Hatikwà è un giornale “aperto al libero confronto delle idee”. L’unica condizione stabile che vincola chi vi scrive è il rispetto per le idee altrui e la capacità di argomentare le proprie. Anche per questo abbiamo pubblicato una risposta a questo articolo di Barbara Zarfati, e ogni altra opinione su questo e altri argomenti che voglia trovare spazio su queste pagine sarà ben accetta e valorizzata come merita.
[Giorgio Berruto, direttore Ht]


Consiglio UGEIConsiglio UGEI7 luglio 2016
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lagbaomer“Cucù, aprile non c’è più, è ritornato maggio col canto del cucù” cantava quel tale; ma per l’Ugei è ritornato il momento un po’ spasmodico di tirare fuori dalla naftalina griglia, carbonella e diavolina per la tradizionale grigliata di Lag Ba’Omer.

Dopo la buona riuscita della grigliata l’anno scorso a Genova, il 2016 vede un doppio appuntamento: nella città di Vercelli, per gli ugeini del nord, mentre per i “bimbi” del centro è stata scelta Livorno; già storico quartier generale dei tempi Fgei che furono, il Porto mediceo torna ad accogliere l’Unione giovanile ebraica dopo quasi sei anni di assenza.

La braceria e i relativi companatici preparati dai nostri due consiglieri toscani, presso il giardino della storico museo ebraico Marini, riescono ad attirare una trentina di partecipanti; un discreto gruppo di fiorentini, qualche giovane capitolino, svegliatosi all’alba per attraversare la maremma in treno e udite, udite, una presenza pisana in territorio nemico!

lagbaaFinita l’abbuffata, arriva l’appuntamento culturale, presso il già citato museo ebraico: all’interno gli ugeini possono ammirare  cimeli appartenuti alla prima storica sinagoga livornese, edificata nel 1603 e distrutta nel 1944 dai bombardamenti alleati: tra tutti i singolari manufatti, spicca un sefer Torah dalla struttura in corallo, vero e proprio fiore all’occhiello della cultura artigiana labronica.

Prima dei saluti c’è spazio per “un bagno a mare”, come disse l’attore Marco Messeri in una celeberrima pellicola di Virzì: il gruppo si trasferisce presso la spiaggia “della ballerina” dove le strutture portuali lasciano lo spazio a un lungomare selvaggio, caratterizzato dalla costa frastagliata e dalle tamerici al profumo di salsedine. Qui i più coraggiosi si buttano in acqua mentre il resto della compagnia preferisce un selfie ricordo, riscaldato dalla luce del primo tramonto.

Come concludo? Non posso ringraziare la comunità ebraica alla quale appartengo, altrimenti rischierei di cadere in un commento viscido e autoreferenziale. Chiudo quindi con una metafora alla Bar Sport: oggi il Livorno ha battuto la Pro Vercelli tre a zero.

Simone Foa, milanese scappato a Livorno, in seguito ad una crisi mistica. Due grandi passioni: i treni e l'hockey su ghiaccio; il resto e' noia
Simone Foa, milanese scappato a Livorno, in seguito ad una crisi mistica. Due grandi passioni: i treni e l’hockey su ghiaccio; il resto è noia

Consiglio UGEIConsiglio UGEI19 giugno 2016
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kotelFra banchi di libri, quaderni, mormorii di parole, letture, silenzi, immersi nella concentrazione. Fra pareti di pietre parlanti, nel cuore della città vecchia a Yerushalaim, si affaccia la Yeshivat hakotel. Se penso di dover rappresentare la Yeshiva con una immagine mi viene in mente quella dinamicità espressa nel famoso affresco di Raffaello Sanzio “La scuola di Atene”; riflettendo pur sempre sulla forte e fiera consapevolezza di non arrivare mai a bloccare quell’insaziabile appetito culturale e filosofico in un affresco,  mi affascina pensare che, dopo tanti secoli, esista ancora, in un mondo dominato da una dirompente rivoluzione tecnologia, uno spazio per la riflessione e per la ricerca di un continuo confronto.

Una pagina di Talmud
Una pagina di Talmud

Una dimensione di vita rara in una realtà davvero unica, una condivisione di spunti di riflessione e di contorti ragionamenti logici invidiabili alle migliori università del mondo. Il daf (pagina di Talmud) della lezione del giorno viene preparato con il compagno di studi (la hevruta, dalla radice ebraica haver, compagno) per poi essere completamente riaffrontato dal ram (rav mehanech, maestro educatore). Il rapporto che si crea con il ram è qualcosa che va oltre gli interessi formali e didattici, il ram diventa subito una guida, un amico, un esempio e un complice confidente. Ogni ram ha il suo approccio alla Torah, il suo codice particolare per decifrare le Scritture, la chiave che apre le varie serrature degli studenti a cui si rende amabile e affascinante.

yeshivaNella Yeshivat hakotel non si segue
solamente un programma unico di studi, ogni studente può approfondire gli argomenti più vari, passeggiando per la biblioteca o partecipando a gruppi o coppie di studio. Si parte quindi con il Maral di Praga, fra i più importanti esponenti della filosofia ebraica, passando per rav Kook (precursore della Yeshiva e fondatore del sionismo religioso), fino ad arrivare ai più recenti e ammirabili custodi di una tradizione millenaria, ormai rara: rav Nevenzal, frequentatore stesso della Yeshiva, posek halacha (decisore della legge pratica), figura di notevole prestigio in tutto il mondo rabbinico in Israele e non solo. Simile a rav Nevenzal è rav Adari, fondatore della Yeshiva e personaggio di straordinario carisma. Famosi e diffusi i suoi detti; uno fra tutti: “La Yeshiva è lo shabbat della vita”, indica non solo quanto sia bello vivere in una dimensione logistica come la Yeshiva, dimensione in cui l’affaticamento della vita viene interamente sostituito col dedicarsi allo sforzo della comprensione del Talmud, ma anche che la Yeshiva è come lo shabbat, una grande opportunità per innalzare (anche solo temporaneamente) la nostra anima, per affinarla ad affrontare una vita con strumenti diversi. Se è vero che lo shabbat ci dà la forza per la settimana è altrettanto vero che la Yeshiva può darci quegli ingredienti giusti per vivere una vita migliore, quella forza per tuffarci in un mondo che appare a volte troppo pericoloso.

Eitan Della Rocca
Eitan della Rocca (Venezia dicembre 1994), 21 anni, vive a Tel Aviv ed è prossimo al congedo dal servizio militare


UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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