Mondo ebraico

Consiglio UGEIConsiglio UGEI26 ottobre 2016
jewvote2.jpg

7min820

jewvoteL’8 novembre prossimo sarà l’“Election Day”, il giorno delle elezioni presidenziali in Stati Uniti. Ogni quattro anni, quando si è prossimi ormai al voto, la domanda è sempre la stessa: chi sceglieranno gli ebrei d’oltreoceano? Un articolo pubblicato sul “Fatto Quotidiano” qualche settimana fa suggeriva una virata dell’elettorato ebraico verso i repubblicani di Trump. Peccato che la realtà sia molto diversa, e quell’articolo a dir poco superficiale.

La storia del voto ebraico americano dal dopoguerra a oggi parla chiaro, con percentuali che hanno sempre premiato in larga maggioranza il partito democratico. Anche negli ultimi anni i candidati democratici hanno fatto saltare il banco del voto ebraico: secondo le stime condotte sulla popolazione ebraica “ristretta” (senza cioè allargamento ai parenti prossimi non propriamente ebrei di ebrei), circa 6 milioni di persone, 80 e 78% ha scelto Clinton nel 1992 e 1996, 79% Gore nel 2000, 76% Kerry nel 2004, 74-78% Obama nel 2008 e 69% ancora Obama quattro anni più tardi. Un dominio netto, scalfito appena dalla sensibile flessione del 2012, quando il repubblicano Romney toccò il 30%.

usvoteE oggi? La politica estera di Obama – il pessimo rapporto politico con il governo israeliano, l’apertura di fiducia nei confronti dell’Iran, l’abbandono di un ruolo guida in politica internazionale e la perdita di autorevolezza in seguito a crisi come quella siriana – ha cambiato le carte in tavola? Secondo un sondaggio commissionato nell’agosto scorso dall’American Jewish Committee la risposta è chiara: no. Il 61% degli ebrei americani, infatti, sceglierebbe Clinton, mentre a Trump andrebbe solo il 19% dei consensi; a completare il quadro 6% per Gary Johnson, 3% ai verdi di Jill Stein e solo 8% di non votanti (margine di errore: 3,57%). E’ naturalmente possibile che nell’urna si assottiglino le preferenze date a Johnson e alla Stein a vantaggio dei due concorrenti per la presidenza. Il dislivello tra Clinton e Trump è in ogni caso incolmabile, e anzi il margine potrebbe crescere ancora. Escludendo i non votanti – un gruppo piccolo, segno di una certa idea di impegno e di interesse per la sfera del politico – Clinton supera Trump 66-21%. Una percentuale “portoricana” a favore dei democratici, ma con un astensionismo ridotto al minimo.

clintrumE’ interessante notare, d’altra parte, che secondo gli ebrei americani Clinton è la scelta migliore per contrastare il terrorismo (58-22%), quella più indicata per tenere unito il Paese (55-11%), la più affidabile per trattare con l’Iran (58-19%) e portare avanti le relazioni con Israele (57-22%). Percentuali che indicano nel modo più chiaro una tendenza. Si potrebbe opinare che gli intervistati abbiano di fronte agli occhi quasi esclusivamente questioni di politica interna e soltanto in subordine scelgano in base a quella internazionale e al rapporto con Israele. Se non fosse che il 47% considera essenziale e il 26% importante per il proprio ebraismo stesso “preoccuparsi di Israele”. Il 57% crede che l’antisemitismo nei campus universitari sia un problema.

La comunità ebraica americana si esprime dunque in modo omogeneo? Niente affatto. Le differenze ci sono eccome, tanto che hanno portato alcuni commentatori a parlare di “tribalismo elettorale”. La comunità ortodossa, una minoranza che non supera il 12-13% del variegato panorama ebraico d’oltreoceano, punta su Trump nel 50% dei casi (con un quasi altrettanto significativo 15% di astensione), sottolinea Ron Kampeas analizzando i dati raccolti. I riformati, invece, premiano massicciamente Clinton (74-10%), seguiti immediatamente dagli altri gruppi.

jewvote2La scelta di metà degli ebrei ortodossi per Trump è quantomeno significativa, anche alla luce della compromissione del candidato repubblicano con gli ambienti suprematisti bianchi. Su “Shalom” di agosto Alessandra Farkas, descrivendo l’elettorato di Trump come “povero, bianco, maschile e razzista”, ha suggerito che le numerose gaffes antisemite di Trump siano volute. Strizzatine d’occhio, insomma, ai “nazisti dell’Illinois”, quegli ambienti antisemiti e razzisti dell’America profonda di cui una cosa si può dire con certezza: non hanno simpatia per gli ebrei. La scelta di Trump da parte di una porzione, anche se ampiamente minoritaria, della comunità ebraica americana, e di una parte invece notevole di quella ortodossa, è argomento che meriterebbe di essere approfondito. La repulsione per un candidato politicamente scorretto come Trump, insieme alla tradizionale preferenza accordata ai democratici, segnano comunque il campo. Trump, tra gli ebrei americani, ha già perso.

Giorgio Berruto, responsabile di Hatikwà, l'organo dell'Ugei. Vive e lavora a Torino
Giorgio Berruto, responsabile di Hatikwà, l’organo dell’Ugei. Vive e lavora a Torino

Consiglio UGEIConsiglio UGEI11 ottobre 2016
kippoesia.jpg

3min570

Rosh Hashana and Yom Kippur series

Il Nostro digiuno

 

Il brusio di pettegolezzi svanisce

tra preghiere stonate

teste battenti il tempo

secondi infiniti.

 

Il cuore,

solo Dio,

capace d’amare

si fa eco tra gli organi,

che l’hanno assediato.

 

Lo stomaco

giace muto

accartocciato

come la foglia verde nel pugno di un bambino.

 

Le gambe, legate

a tradizioni,

nascondono

capi stremati

e bambini addormentati.

 

Duellano gli animi

contro false scuse e facili perdoni,

mentre i corpi diventano un tutt’uno

per risalire questo fiume inaridito.

 

Ora è la notte,

sono pochi a farci caso,

i vecchi benedicono

generazioni

capanne bianche ricoprono questi luoghi.

 

Scocca, nel silenzio puntuale

il pianto del neonato,

eco di un corno,

suonato poco dopo.

La fine d’un digiuno.

 

Questo digiuno.

Il Nostro

che potrebbe continuare

senza sete, senza fame.

 

simoneda
Simone Dell’Ariccia vive a Roma dove studia Ingegneria Edile – Architettura

La poesia è tratta dal volume “Dietro gli specchi”, di recente pubblicazione per i tipi di BzBooks. Per maggiori informazioni sul libro, visitate il sito dell’editore e la pagina Facebook dedicata al libro.

kippoesia


Consiglio UGEIConsiglio UGEI7 agosto 2016
giobbe-369x500.jpg

5min660
Giobbe secondo Marc Chagall
Giobbe secondo Marc Chagall

Elie Wiesel è morto nello Shabbat in cui si è letta la parasha di Shelach. Una parasha drammatica e complessa in cui si consuma una tragedia – l’episodio degli esploratori – che segnerà il destino del popolo ebraico per sempre. I temi del rapporto con la terra di Israele, della fiducia in D-o, della speranza e della disperazione si dipanano di fronte al lettore attento e lo invitano a non rimanere indifferente. In qualche modo è una parasha di domande e di risposte. Domande dolorose e risposte sincere, anche quando la sincerità non basta o non è richiesta o è essa stessa portatrice di sofferenza – quasi a dire che fare i conti con la realtà è sempre una cosa complessa. Mosè manda dodici uomini – “capi fra i figli di Israele” – a esplorare la terra promessa e chiede loro di indagarne le qualità, di scoprire che tipo di popoli la abitano, come sono le città, se ci sono degli alberi. Tornati, gli esploratori fanno un resoconto molto duro: la terra stilla latte e miele ma gli abitanti sono fortissimi, ci sono anche dei giganti, le città sono fortificate. Inoltre il paese “divora i suoi abitanti”.

Elie Wiesel
Elie Wiesel

Un midrash riporta che gli esploratori trovano una situazione di desolazione: tutti sono andati al funerale di un grande uomo – Rashì forse lo definirebbe un “adam kasher” (un uomo idoneo): Giobbe. Giobbe, colui che, nella sofferenza più tragica, ha avuto il coraggio di affrontare D-o e chiederGliene ragione, l’uomo che non ha avuto timore di urlare all’Altissimo per costringerLo a spiegare dove sia la Sua Giustizia. Forse per questo Giobbe era tanto caro a Wiesel che, nella sua vita, ha conosciuto da vicino che cosa sono la sofferenza e la morte, che vuol dire interrogarsi quotidianamente alla ricerca di un senso senza trovarlo. Perché, come succede e Giobbe, la risposta di D-o può essere peggiore del Suo silenzio, più banale e foriera di disperazione essa stessa. Wiesel, affacciato sull’abisso del buio impenetrabile della “Notte”, guardando in faccia la capacità dell’uomo di distruggere l’altro uomo, sentendo l’odore nauseabondo della morte e patendo la privazione di tutto, ha scelto la strada più difficile di non smettere di domandare, di sussurrare un interrogativo che diventa un urlo e una sfida: perché?

Lasciano questo mondo nello stesso momento Giobbe e Wiesel e a noi non resta che riscoprirci più silenziosi e pavidi a fare i conti con D-o, la nostra Storia e l’anelito perenne – e così spesso insoddisfatto – alla redenzione. Mi pare di vederli, proprio adesso, l’uno accanto all’altro, Giobbe e Wiesel, a porre la stessa domanda e a ricevere la stessa risposta. La fede del mio popolo, che non è diversa dalla loro, è che, qualunque sia, questa risposta sarà meravigliosa e convincente. Ma, a ben guardare, ciò che ha davvero del meraviglioso, e forse anche del miracoloso, è la capacità umana – che, in verità, credo pochi uomini abbiano avuto fino in fondo – di porre la domanda e di non arrendersi alla risposta, fosse anche D-o stesso a fornirla.

Giuseppe Mallel, di Roma, medico specializzando in Anatomia Patologica
Giuseppe Mallel, di Roma, medico specializzando in Anatomia Patologica

Consiglio UGEIConsiglio UGEI22 luglio 2016
kisui-500x337.png

12min3970

kisuiCaro Simone,

ho letto con attenzione il tuo articolo. Lo ho apprezzato per il coraggio con cui ti sei lanciato esprimendo liberamente il tuo pensiero e il tuo disdegno per una realtà che però credo essere più complessa di quella che delinei tu. In generale l’articolo è interessante perché ha vari spunti, ma forse un po’ confusionario perché metti molti elementi in campo.
Mi spiego meglio.
Sei sicuro di quello che scrivi, ovvero che le donne che si coprono il capo nel mondo ebraico lo facciano per una sorta di scelta di “sottomissione”?
Verso la fine dell’articolo ci lasci mandando un messaggio ambiguo: vuoi dire che nel mondo ebraico la donna è trattata come una schiava? Perché a me, la prima volta che l’ho letto, ha lasciato questa sensazione. Attenzione! Di chi stiamo parlando, delle donne ebree o delle donne musulmane?

A una prima lettura, mi sembra che in questo articolo tu non tenga conto di una “divisione” fondamentale interna all’ebraismo stesso: tra la scelta (o non scelta) delle donne harediot di indossare una parrucca e l’usanza del “kisui rosh”, che peraltro è in uso anche tra le donne ebree delle nostre comunità italiane. Posso dire che nei templi di Roma, di Shabbat, sono più le donne sposate che lo indossano che quelle sposate che ne fanno a meno. Ho notato che anche nella comunità di Torino, e in parte in quella di Milano, le donne col kisui rosh al tempio di Shabbat non erano poche. E’ una moda? Forse. O forse no. Sarebbe interessante approfondire ad esempio se quelle stesse donne vanno in giro ogni giorno così o solo di Shabbat. E allora perché lo fanno, di Shabbat e proprio al tempio?
Magari adottano un modo convenzionalmente accettato per dire al resto degli uomini che sono sposate e dunque non libere. Non ci vedo nulla di male!
E poi che differenza c’è tra le nostre donne che mettono un fazzoletto in testa e quelle che invece scelgono di mettere una parrucca?
La differenza è abissale.
kisui2Questo per dirti che le modalità di espressione identitaria religiosa attraverso l’abbigliamento (e dunque il copricapo) sono argomenti complessi, su cui si potrebbe fare una ricerca approfondita ed estremamente interessante a livello antropologico.

Quando vivevo in Israele, girando per le strade di Gerusalemme, ero talmente colpita dalla varietà di modi di esprimersi che avevo proposto al mio professore di antropologia culturale di farne una ricerca: abbigliamento e identità religiosa. A Gerusalemme avrai notato che ci sono moltissimi modi diversi di comunicare attraverso gli abiti. Ci sono i cosiddetti “bacarozzi” (dall’ebraico “jukim”, qualcuno li chiama così in senso giocoso o dispregiativo), che sarebbero i haredim – anche chiamati “shchorim” (“neri”) o “dossim” (termine che imita la pronuncia askenazita della parola “datim”, religiosi). Questi hanno tante altre divisioni al loro interno e vogliono dire qualcosa di ben preciso col proprio abbigliamento. Ma poi ci sono anche i “kippot srugot”, gli uomini vestiti “normali” ma che vanno sempre in giro con la kippà fatta di filo e tenuta sul capo con una molletta, hai presente? Li riconosci anche quando hanno la divisa: la kippà la indossano sempre. Girano col capo coperto in segno di tzeniut (“pudore”) e rispetto verso D-o. Questi sono i rappresentanti di un ebraismo ortodosso più simile al nostro, se vogliamo, ma ancora molto variegato al proprio interno. Ecco, già solo a queste due categorie di uomini corrisponde una controparte di abbigliamento femminile differente, ad esempio rappresentato proprio dalla parrucca per alcune delle donne harediot e l’assenza di essa per le kippot srugot. Le sfumature in quel contesto sono fondamentali, perché raccontano molto delle persone e di quello che ciascuno vuole comunicare di sé agli altri.

Tornando al tuo articolo ho provato un ulteriore disagio. Sembra che tu ignori completamente il testo biblico da cui questa mitzvà deriva. Ti sei documentato, sulla Torah, da dove nasce la discussione su questi aspetti? Visto che nella vita nulla è casuale, il fatto che io abbia letto (in anteprima!) il tuo articolo nella settimana della parasha di Naaso’ mi colpisce particolarmente. In essa, infatti, si parla della sotà, la moglie sospettata di adulterio. A proposito di questo si accenna anche alla questione della tzeniut, legata alla copertura del capo.
La sotà viene portata al Bet Hamikdash, il Tempio di Gerusalemme, per bere l’acqua. Il verso dice (Bemidbar/Numeri 5, 18): “Il Cohen farà stare la donna in piedi di fronte al S-gnore, scoprirà la testa della donna e porrà sulle sue palme l’offerta di ricordo che è un’offerta di gelosia e in mano al Cohen saranno le acque amare, letali”. Rashi commenta dicendo che “scoprirà la testa” vuol dire “scioglierà le trecce dei suoi capelli in modo da farla vergognare”. Rashi aggiunge che da qui si impara che, per le figlie di Israele, stare a capo scoperto è fonte di vergogna.
Dalla fonte del Talmud (Ketubot, 72, 1) in riferimento a questo verso, si evince che quella del kisui rosh è utilizzata addirittura come esempio di ebraismo! E’ scritto nel verso di Bemidbar “e la sua testa è scoperta”. La scuola di Rabbi Ishmael insegna che si tratta di una richiesta di attenzione da parte delle ebree affinché queste non escano con il capo scoperto. Da questo mi sembra che si possa capire che il discorso è capovolto! Infatti sono proprio le donne che hanno fatto questa richiesta. Dunque quanto è lontano tutto ciò dall’idea di sottomissione da cui siamo partiti?

kisui3I maestri del Talmud discutono su alcuni dettagli riguardanti la questione, tra questi mi sembrano di particolare rilevanza i seguenti:
primo: visto che è scritto “non escano con il capo scoperto” ne deduciamo forse che la copertura del capo è d’obbligo solo in luogo pubblico (cioè fuori casa), oppure la donna deve coprirsi anche a casa?
secondo: è possibile usare la parrucca? Perché se il capello è attaccato al corpo è parte della donna, se non è attaccato al corpo no.
terzo: i capelli devono essere coperti del tutto o in parte? E, se in parte, in che misura?
Come tu stesso intuivi, anche la halachà non è indifferente ad altri fattori legati a dove si vive (in Israele o nella diaspora) e a che tipo di comunità si appartiene (comunità ortodosse, comunità chassidiche o altro). La questione è ancora più ampia e questo non è il luogo adatto ad approfondirla ulteriormente, anche in relazione al fatto che il kisui rosh rappresenta solo un aspetto fra le molteplici regole di tzeniut che riguardano sia le donne sia gli uomini e che hanno molto da insegnarci sul rapporto di ciascuno col proprio corpo e con l’altro sesso.

Però il punto più rilevante su cui ci troviamo in disaccordo, caro Simone, credo sia l’idea stessa che c’è dietro il fare una mitzvà. Nel momento in cui scegliamo di “essere” ebrei, e dunque di osservare le mizvot, stiamo aderendo (e non sottomettendoci!) ad alcune regole. Ognuno di noi sceglie di rispettare le mitzvot. Certo, esistono contesti storici e sociali in cui è venuta meno la possibilità di aderire per scelta libera e consapevole a questo sistema di valori. E tuttavia, in ogni epoca, per molti fare una mizvà – ogni mitzva, compresa quella del kisui rosh –  è sinonimo di libertà.

Un’ultima questione su cui vorrei invitarti a riflettere è di non cadere in facili similitudini! Torah e Corano sono due universi molto distinti, fondati su sistemi di ermeneutica profondamente diversi, in cui il rapporto con il Testo scritto e la Verità in esso contenuta, non sono paragonabili. Nel sistema islamico, vale soprattutto la parola scritta. La Torah invece è fondata sull’oralità, e incoraggia il commento e la discussione. Quindi attenzione a quando facciamo parallelismi, sicuramente leciti, ma a volte fuorvianti.

Rinnovo comunque il messaggio iniziale: complimenti per il coraggio con cui hai esposto la tua idea. Ti invito però a mettere in evidenza quali corde profonde ti sono state toccate dalle letture che hai fatto o dalle esperienze che hai avuto. Perché hai voluto dire la tua su questo tema? Quella, secondo me, è sempre la parte più affascinante degli articoli che scriviamo.

Barbara Zarfati

 

 

 

 

 

 

Hatikwà non ha – non deve e non può avere – una linea unica e definita su questo e molti altri argomenti. Quello che vogliamo fare è dare modo alle idee di confrontarsi. Questa articolata analisi esprime l’opinione di Barbara Zarfati, che risponde a un precedente commento di Simone Bedarida. Un giornale aperto al libero confronto delle idee: è questo, insieme agli ovvi corollari del rispetto per le idee altrui e della capacità di esprimere le proprie, l’unico principio formale che vogliamo mantenere costante.
[Giorgio Berruto, direttore Ht]


Consiglio UGEIConsiglio UGEI20 luglio 2016
woman-500x281.jpg

6min2700

woman“E lei doveva rasarsi i capelli, come ogni pia donna ebrea era tenuta a fare”. Così racconta Israel Singer nel romanzo “I fratelli Ashkenazi”, scritto nel 1936 e ambientato nella Polonia degli anni antecedenti la Seconda guerra mondiale. Una donna ebrea osservante dovrebbe dunque tagliarsi i capelli e indossare una parrucca? Ebbene sì, non accadeva solo all’epoca del romanzo: si tratta di qualcosa di totalmente attuale in alcune frange di ebraismo che si reputano particolarmente ortodosse.

Sorge perciò spontanea una domanda: quali differenze ci sono tra una donna ebrea che è costretta a rinunciare ai propri capelli naturali e una donna musulmana che deve indossare il velo? L’impianto logico è assolutamente identico: una donna in pubblico non può mostrarsi del tutto, deve nascondere qualcosa di sé per poter essere davvero riconoscibile unicamente nella dimensione domestica privata, in compagnia del solo marito. Vuoi che l’elemento nasconditore si chiami parrucca, vuoi che si chiami hijab, chador o burka, cambia la forma ma non la sostanza. A chi, inoltre, obiettasse che in molti casi sono proprio le donne a scegliere di coprirsi il capo, si deve rispondere che non si tratta di scelta realmente libera, ma condizionata e spesso dettata da un agglomerato di vincoli che si sviluppano dal contesto di vita, la tradizione di riferimento, le aspettative delle persone care circostanti, la pressione sociale, la ricerca di riconoscimento, il timore dell’esclusione, la mera abitudine.

womenislQuesto porta a una riflessione di più ampio respiro su un tema delicato, il ruolo della donna e i suoi diritti nella società. Quanti stati, incluso il nostro, negli ultimi secoli e decenni, hanno fatto in modo di introdurre gradualmente nell’ordinamento pari diritti tra uomini e donne? Sicuramente tutti quelli del mondo occidentale. È da poco passato il 2 giugno, la festa della Repubblica italiana, quando, nel 1946, per la prima volta le donne del nostro paese si sono potute recare alle urne, e da allora hanno acquisito sempre maggiori diritti, come quello di poter ricoprire la carica di magistrato; successivamente uno dei più importanti è sicuramente stato il riconoscimento dello stupro come reato contro la persona e non più contro la morale, e l’abolizione di fatto di quella abominevole tradizione, radicata per lo più nel meridione, del matrimonio riparatore tra la donna vittima di violenza e il suo stupratore. Ad ogni modo, la donna nella nostra società è un soggetto libero, libero di intraprendere la carriera che preferisce, di scegliere con chi sposarsi, di divorziare, di votare.

womensubIn un quadro che sul piano prettamente giuridico sembra ormai quello più consono, la situazione descritta da Israel Singer ci fa tornare a cento o duecento anni fa. La donna è sottomessa, costretta a vivere in un’ovatta forzata. Dapprima è sotto i dettami dell’autorità paterna, cui spetta il compito di individuare il partner considerato più adatto, e che comunque appartiene quasi sempre al medesimo contesto. Successivamente, il matrimonio sancisce il mero passaggio della sottomissione dall’autorità paterna a quella maritale. Diventa schiava del marito, obbligata a stare in casa e curarsi della prole, e in alcuni casi anche a lavorare per portare il pane a casa e mantenere così la famiglia.

Nel mondo islamico radicale non sono infrequenti situazioni in cui stupri e violenze nei confronti della donna sono all’ordine del giorno. Forse nello spicchio di mondo ebraico osservante che impone alle donne la copertura del capo ciò non accade, ma rimane una domanda: una donna che deve tagliare i propri capelli e indossare una parrucca, perdendo quindi la propria identità e riconoscibilità in pubblico, può davvero definirsi una donna, una persona? Io ritengo di no. Dovremmo sempre ricordarci che è la donna che trasmette l’ebraicità ai figli, non l’uomo. Per mille motivi, ma anche per questo merita di vivere ed essere trattata come tale, non come schiava.

 

Simone Bedarida

 

 

 

 

 

 

 

Hatikwà è un giornale “aperto al libero confronto delle idee”. L’unica condizione stabile che vincola chi vi scrive è il rispetto per le idee altrui e la capacità di argomentare le proprie. Anche per questo abbiamo pubblicato una risposta a questo articolo di Barbara Zarfati, e ogni altra opinione su questo e altri argomenti che voglia trovare spazio su queste pagine sarà ben accetta e valorizzata come merita.
[Giorgio Berruto, direttore Ht]



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


Contattaci