Israele

Consiglio UGEIConsiglio UGEI16 ottobre 2016
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Pubblichiamo la lettera inviata dall’Ugei e da Giovane Kehilà a Vincenza Lomonaco, Ambasciatore Capo della Rappresentanza Permanente d’Italia presso l’Unesco, chiedendo ragione dell’astensione del nostro Paese sulla recente mozione che riguardava il Monte del Tempio e Gerusalemme. Auspichiamo un deciso cambiamento di valutazione in vista di martedì prossimo 18 ottobre, quando la risoluzione sarà sottoposta a voto definitivo.

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Milano e Gerusalemme, 14 ottobre 2016

Alla cortese att.ne di Vincenza Lomonaco, Ambasciatore Capo della Rappresentanza Permanente d’Italia presso l’Unesco

Con l’astensione dal voto di ieri sulla risoluzione che di fatto nega qualsiasi legame storico dell’ebraismo con il Monte del Tempio e iI Muro Occidentale, a Gerusalemme, l’Italia, per il suo tramite, ha dimostrato di non conoscere la storia del Monte Moriah e dei due Templi che vi furono eretti, il primo distrutto da Nabucodonosor nel 586 a.C, il secondo da Tito nel 70 d.C, le cui vestigia sono visibili a Roma sotto l’arco a lui dedicato.
Questi luoghi sono stati per circa un millennio il centro della vita spirituale, civile e politica del mondo ebraico e per un periodo di tempo lungo il doppio riferimento essenziale per il popolo ebraico in tutto il mondo.
Per questo vogliamo sperare che il giudizio espresso nella sede dell’Unesco dall’Italia non sia un troppo facile e ingiusto tentativo di sacrificare le ragioni della storia a quella parte di mondo che nega a Israele il diritto a esistere, da pari, nel consesso delle Nazioni.
Noi giovani ebrei cittadini italiani, insieme ai giovani italiani che hanno scelto di vivere in Israele, esprimiamo profonda delusione per la scelta di astensione del nostro Paese in una circostanza in cui non crediamo dovrebbe sussistere il minimo dubbio su come schierarsi.

Michael Sierra, Coordinatore generale Giovane Kehilà
Ariel Nacamulli, Presidente UGEI – Unione Giovani Ebrei d’Italia

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Consiglio UGEIConsiglio UGEI8 settembre 2016
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julb1Viaggiare, conoscere, scoprire, queste sono le cose che ci arricchiscono come persone. Partiamo per entrare in contatto con nuove culture, modi di vita e di pensare diversi; ma altresì per vedere realtà che ci sembrano lontane o esagerate dai più, o che non consideriamo affatto, rimanendo fermi nelle nostre prevenzioni e paure.

Scoprire ciò che ci circonda è primordiale, perciò decisi di intraprendere un viaggio in Israele con un’organizzazione giovanile internazionale per capire, poter toccare con mano e portare un aiuto che a noi sembra piccolo e scontato ma per altri decisamente significativo. Ero partito per capire le origini di un popolo, comprendere al meglio i dettagli di un conflitto e vedere con i miei occhi l’effettivo stato delle cose; spesso in disaccordo con ciò che ci viene proposto dai media o da altri soggetti inclini a manipolare l’informazione a fini speculativi.

Mi recai a Gerusalemme, dove le tre principali religioni monoteiste vivono in armonia. Lo prova un semplice aneddoto sulla custodia delle chiavi della chiesa del Santo Sepolcro. Poiché le chiese cristiane non riuscivano a mettersi d’accordo sull’affidamento delle chiavi, si decise di darle in custodia alla comunità musulmana locale, che ancor oggi assolve questo compito aprendo le porte al mattino e richiudendole la sera. Ciò mostra che le relazioni che si basano sulla fiducia e l’apertura d’animo non sono confinate all’appartenenza religiosa; cosa che viene spesso dimenticata da troppa gente.

jul2Ci spostammo dunque ad Ashdod, in un centro ricreativo per bambini problematici chiamato Beth Lavron. Ci accorgemmo che tante erano le differenze linguistiche, culturali ed educative che dovevamo affrontare, e questo aumentò la nostra paura di non essere in grado di aiutare questi bambini. Il mattino seguente arrivarono i ragazzini per formare i gruppi con cui avremmo passato i successivi dieci giorni. Capitai con dei giovani di età compresa tra 8 e 10 anni. Erano felici di vederci, tanto che ci vennero subito incontro per giocare; quasi capendo e volendo abbattere il nostro imbarazzo. La voglia di svagarsi prese allora il sopravvento. Correvano, saltavano e interagivano con noi, per quanto fosse possibile, dati gli evidenti problemi linguistici da parte nostra. Cominciammo. Mi ricordo che la prima cosa che feci fu insegnar loro il mio nome e imparare i loro, così da instaurare un rapporto. Giocammo allora a “nascondino”, “acchiapparella” e ad altri giochi che ci insegnavano loro stessi.

Già dal giorno seguente il legame divenne subito molto forte, riuscivamo a capirci sempre meglio, senza parlare la stessa lingua, ma con un effettivo dialogo basato sulle intenzioni e le emozioni. Ricordo con commozione un momento in cui uno dei bambini con cui legai maggiormente mi chiese il permesso di andare a prendersi un bicchiere d’acqua. Andò e ne riportò due: uno per sé e uno per me, senza che glielo avessi chiesto. Mi emozionai perché mi fece riflettere sulla essenzialità delle cose semplici come l’acqua e l’importanza dello svago in realtà difficili da vivere, nelle quali non si riscontrano ottime condizioni di vita. Ma il desiderio, nonostante la poca disponibilità, di condividere anche poco con me – un estraneo fino al giorno prima, divenuto un amico sincero, poiché sincere sono le emozioni che avevamo entrambi – era molto forte.

jul3La settimana passò in fretta. Il nostro programma terminava con la consegna di zaini riempiti di tutto l’occorrente per poter studiare: mettevamo matite, libri, penne, quaderni… Arrivò l’ultimo pomeriggio. La tristezza della consapevolezza di doverci salutare era palpabile sia per noi sia per loro. Cercammo però di rimanere gioiosi e festosi. Prese inizio la “cerimonia”, uno spettacolo al seguito del quale sarebbero stati consegnati gli zaini. Finita la distribuzione, arrivò il momento di salutarci. La commozione prese il sopravvento e là dove c’erano stati sorrisi scendevano oramai lacrime. Salutai Maïk che con suo fratello Jonny se ne tornò a casa, malgrado il forte desiderio di passare un altro pomeriggio insieme a evadere dalla realtà quotidiana.

Al termine di quest’esperienza cambiai la mia visione del mondo. Divenni consapevole delle difficoltà che troppe persone devono affrontare. Il centro, inoltre, riuniva bambini di diverse religioni e nazionalità, perché passassero momenti di svago in compagnia. Decisi quindi di adottare un comportamento più aperto alla diverse realtà con le quali condividiamo questo mondo e imparare a conoscere di più le persone oltre la loro religione o le loro preferenze politiche. Sono passati più di quattro anni e ancora ho come sfondo del cellulare un selfie fatto da Maïk; questo per non dimenticarmi mai di lui e per ricordarmi della fortuna che ho e che disgraziatamente troppe persone in giro per il mondo sognano soltanto.

Julian Pietro Saija
Julian Pietro Saija

Consiglio UGEIConsiglio UGEI4 settembre 2016
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jij2In Hillel Street, non lontano dal tempio italiano di Yerushalaim, sorge il JIJ, acronimo per Jerusalem Institute of Justice. Calev Myers, avvocato e attivista per i diritti umani originario degli Stati Uniti ma immigrato in Israele negli anni ’90, ha fondato l’associazione nel 2004. L’obiettivo e il lavoro che il JIJ porta avanti può essere riassunto con le prime frasi del discorso che Myers ha tenuto nel 2013 a Toronto (Canada) in occasione della Palestinian Human Rights Week:

 “Noi cerchiamo di guardare alle varie problematiche da una prospettiva centrata sui diritti umani. Quando utilizzi la lente dei diritti umani riesci a vedere cosa sta accadendo e chi sono coloro che abusano davvero dei diritti umani dei palestinesi. Non sono i soldati ai checkpoint, il governo israeliano o i [cosiddetti] coloni (ebrei) nei territori: è l’Autorità Palestinese stessa e le nazioni che circondano Israele.”

Di primario interesse è fornire una visione più bilanciata e realistica di ciò che accade nei Territori: in particolare, lo staff del JIJ si occupa di scrivere report nei quali denuncia gli abusi dell’Autorità Palestinese nella West Bank e del governo di Hamas a Gaza.

Molti altri progetti nascono tra le mura del Jerusalem Institute of Justice: tra gli altri, viene offerto supporto ai “lone soldiers” (i.e. soldati che non hanno famiglia da cui tornare nel weekend) offrendo loro i pasti per lo Shabbat e per le festività e aiutandoli a fronteggiare bisogni pratici come comprare una casa e vestiti.

Oltre alle persone che dirigono l’associazione, lo staff è composto principalmente da giovani ragazzi provenienti da tutto il mondo: tra questi Beniamino Parenzo, un giovane ebreo padovano che dopo la laurea in Giurisprudenza conseguita con il massimo dei voti presso l’Università degli Studi di Trento, ha deciso di cercare lavoro in Israele ed è approdato al JIJ. Per capire meglio il lavoro dell’associazione e quale ruolo occupi Beniamino, ho deciso di porgli alcune domande.

Beniamino Parenzo
Beniamino Parenzo

Come sei approdato al JIJ? Subito dopo la laurea ho pensato di trascorrere un periodo di tempo in Israele in quanto avevo già trascorso un anno come “Exchange Student” alla Hebrew University di Gerusalemme. Israele, tra odio e amore, in qualche modo mi era rimasto dentro. Mi sono quindi rivolto alla “International Association of Jewish Lawyers and Jurists”, i quali hanno mandato il mio curriculum a varie associazioni, tra cui il JIJ. Quando mi hanno chiamato per il colloquio ero molto felice perché potevo occuparmi di diritti umani, migliorare il mio inglese scritto e soprattutto ritornare nella splendida Gerusalemme.

Perché hai deciso di lavorare in una ONG e perché sei interessato ai diritti umani? Il JIJ è una delle poche vere ONG neutrali: in Israele e non solo, è pieno di associazioni che non aspettano altro che buttare Israele in pasto ai media per ogni singola minima apparente violazione delle norme di diritto umanitario. Al contrario, il compito che il JIJ si è proposto è quello di svelare una verità molto scomoda ai più: il primo vero male dei palestinesi non è Israele ma i rappresentati dei palestinesi stessi, che si tratti di Hamas o di Fatah, che quotidianamente calpestano le varie convenzioni internazionali sui diritti umani che davanti all’opinione pubblica, però, sono sempre pronti a firmare.

Qual è il tuo ruolo all’interno del JIJ? In teoria e in pratica sono un ricercatore: il mio compito consiste nello scrivere brevi report sui temi più vari che vengono poi da chi di dovere presentati, tra gli altri corpi istituzionali, anche alle Nazioni Unite. Per fare un esempio, uno dei report di cui mi sono occupato riguardava il finanziamento proprio da parte dell’ONU di un’associazione islamica che, secondo i servizi di sicurezza israeliani, è uno dei tanti finanziatori di Hamas. Inoltre ho anche redatto una breve storia politica di Israele che verrà pubblicata sotto forma di brochure per rinfrescare la memoria su certi dati della storia che giovani studenti facenti parte di quei gruppi che supportano, tra le varie cose, il BDS, troppo spesso dimenticano o semplicemente non sanno.

jij1Com’è lavorare nel cuore di Gerusalemme? Yerushalaim è una città stupenda, non come quell’immondezzaio di Tel Aviv [ride]. A parte gli scherzi, a Gerusalemme vedi tutto: dai gruppi di ultraortodossi che discutono animatamente davanti all’ufficio, all’arabo che mangia il falafel, al turista giapponese che fotografa entrambi. Il concetto è che questa è Israele: un mix di culture, persone, cibi, lingue e tradizioni, distinte ma non necessariamente in conflitto.

Progetti per il futuro? Attualmente sto elaborando un progetto per un dottorato di ricerca alla Hebrew University su un tema di diritto penale internazionale. Il processo di ammissione è molto selettivo e complesso (sì, anche questo è Israele: competitivo e odiosamente burocratizzato) quindi non c’è ancora nulla di certo. Come si suol dire, aspetto e spero.

Beniamino Parenzo ha descritto la propria attività presso il Jerusalem Institute of Justice in un articolo pubblicato da “The Times of Israel”.

Miriam Sofia, di Torino, sta completando il master in Neuroscienze a Padova. Attualmente svolge un Tirocinio presso il Tel Hashomer Hospital di Tel Aviv
Miriam Sofia, di Torino, sta completando il master in Neuroscienze a Padova. Attualmente svolge un Tirocinio presso il Tel Hashomer Hospital di Tel Aviv

Consiglio UGEIConsiglio UGEI25 luglio 2016
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sh1Densissimo e ricco di spunti interessanti il programma elaborato da Michael Sierra e dal team di Giovane Kehillà per lo shabbaton tenutosi a Yerushalaim tra l’8 e il 9 luglio. Primo appuntamento del weekend la visita all’Israel Museum guidata dal giornalista Simone Somekh. In particolare, i partecipanti hanno potuto far visita alla mostra temporanea dal titolo “Wire(less)” che, partendo dalla connessione primordiale dell’esistenza umana, il cordone ombelicale, ha permesso ad autori israeliani e non di esplorare “ciò che tiene unito”, saldamente o per un soffio, che sia un filo, una corda o un intricato network di materiali. Ai visitatori il compito di fornire la propria interpretazione alle opere.

Dopo una rapida visita ad altre parti del museo tra cui gli immancabili ed emozionanti rotoli del Mar Morto, i partecipanti si sono recati all’hotel in cui, dopo la kabbalat shabbat al tempio italiano, hanno passato in allegria lo shabbat.

Varie le attività proposte nel corso del weekend: commenti ad articoli pubblicati su “Kol HaItalkim” e su “Hatikwà” e discussioni sull’aliyah di ieri e di oggi, il tutto condito dal saporito cibo delle mamme italiane e da una buona seuda shelishit al mulino Montefiore, da cui si può ammirare Gerusalemme dall’alto. Tra i partecipanti, alcuni olim chadashim (nuovi immigrati) che sono stati incoraggiati a condividere con tutti le motivazioni, mai banali, che li hanno portati a trasferirsi in Israele.

Questi i commenti di alcuni dei partecipanti:

sh2Simone Somekh: Michael e il team di Giovane Kehillà si sono superati anche nell’organizzazione di questo evento, offrendo ai partecipanti un numero impressionante di attività per tutti i gusti: dalla visita al museo al cibo italiano, dalla passeggiata con vista della Città vecchia ai dibattiti di politica.

Beniamino Parenzo: Lo shabbaton di Giovane Kehillà è stata un’esperienza fantastica: culturalmente e intellettualmente stimolante, senza però rinunciare ai momenti goliardici tipici di quando si fa una gita fuori porta tra amici!

Simone Bedarida: Lo shabbaton di Giovane Kehillà è stata una piacevole e unica occasione per me per conoscere la particolare realtà dei ragazzi italiani che hanno deciso di andare a vivere in Israele, o anche e soprattutto italiani nati e cresciuti in Israele. Tra cena, giochi di ruolo, pranzo “all’italiana” e dibattiti, lo shabbat è piacevolmente trascorso dapprima in un parco poco lontano dal tempio italiano, successivamente sotto al mulino Montefiore, con un’allegra birra alle 5 del pomeriggio. È stata davvero una bella esperienza, e come consigliere Ugei spero fortemente che si possa rinforzare la collaborazione tra l’Ugei e questa realtà locale italo-israeliana, per poter realizzare progetti di interesse comune.

Miriam Sofia: Le “connessioni” (wire-less) non erano soltanto la tematica della mostra temporanea che abbiamo visitato all’Israel Museum venerdì mattina ma anche il fil rouge di questo shabbaton organizzato da Giovane Kehillà. Insieme abbiamo esplorato le “connessioni” e le “disconnessioni” tra gli italkim di ieri e di oggi cercando di trovare uno spunto su cui riflettere e migliorare come singoli e come comunità che accoglie chi arriva e chi ricerca un po’ della vecchia casa italiana nella nuova casa in Israele. Mi sono sentita in famiglia e tra amici tra il buon cibo delle mamme italiane, birra e bamba al mulino Montefiore e l’atmosfera festosa dello shabbat. Personalmente non vedo l’ora di partecipare ai prossimi eventi e di poter ampliare questo gruppo fantastico!

sh3Michael Sierra: Chi sono gli italkim di oggi, chi sono gli italkim di una volta e qual è il loro contributo? Cosa rappresenta per noi Israele e cos’è una kehillà? Queste sono solo alcune delle domande affrontate nell’ultimo shabbaton di Giovane Kehillà. Uno shabbaton cominciato all’Israel Museum dove abbiamo parlato di connessioni grazie alla mostra “Wireless” e di una connessione in particolare – quella chiamata “sionismo”. Proprio lì abbiamo potuto notare che l’ebraismo italiano dà un grande contributo allo stato di Israele. Abbiamo visitato la sinagoga di Vittorio Veneto e, fra le varie altre, anche quella del Suriname. Non ci siamo ovviamente limitati a visitare il museo: il giorno seguente, dopo le canzoni, il tish, le chiacchierate e lo svago, siamo andati al tempio italiano di Gerusalemme a incontrare gli italkim. Lasagne, pasta, polenta, tortini, gelati e tiramisù – insomma, da quell’incontro non siamo rimasti affamati ma, come è noto, dagli italiani non si fa altro che mangiare. Infatti, dopo aver discusso di aliyah, nello spazio dedicato ai giovani, del legame con le varie istituzioni e altri argomenti di attuale interesse al Gan Haatzmaut, siamo andati a farci uno snack & beer nel primo quartiere fuori dalle mura dove la vista non ha paragoni – Mishkanot shaananim. Un quartiere fondato da un livornese ebreo che viveva nell’Inghilterra prima della Brexit, Mosè Montefiore. La conclusione dello shabbaton e la scelta dei progetti per i prossimi mesi sono state, a mio avviso, la parte più importante. Come nella tradizione della Giovane Kehillà, il focus non è stato sulle persone ma sui progetti. Si è deciso quindi di adottare il formato “Shabbat project” per il prossimo shabbaton. Prossimo progetto alla scoperta d’Israele: gita al Negev coordinata da Moshe Polacco; prossimo appuntamento a tema più prettamente ebraico, la preparazione di challot pensata da Miriam Sofia e infine come progetto di volontariato, una grande spaghettata per le persone bisognose.

Non ci resta quindi che aspettare e invitare tutti gli italkim a prendere parte e contribuire a questa vibrante Kehillà.

Miriam Sofia, di Torino, sta completando il master in Neuroscienze a Padova. Attualmente svolge un Tirocinio presso il Tel Hashomer Hospital di Tel Aviv
Miriam Sofia, di Torino, sta completando il master in Neuroscienze a Padova. Attualmente svolge un Tirocinio presso il Tel Hashomer Hospital di Tel Aviv

Consiglio UGEIConsiglio UGEI13 luglio 2016
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Manlio Di Stefano, Luigi Di Maio e Ornella Bertorotta a Gerusalemme
Manlio Di Stefano, Luigi Di Maio e Ornella Bertorotta a Gerusalemme

Siamo al bar “Hataklit” di Gerusalemme l’amico Dani e io, a guardare la finale degli europei. Vicino a noi, noto delle facce conosciute. Sono Bertorotta, Di Stefano e Di Maio – la delegazione del Movimento 5 stelle. “Anche voi italiani?”, chiede uno del Consolato, seduto vicino a noi e a loro. “Sì”, rispondiamo. Che bello, cosa fate qui a Gerusalemme? Io ho appena finito il servizio militare, spiega Dani, e lui (indica me) lo sta facendo adesso. Io che trovavo in quel momento un interesse particolare per il calcio – che non mi ha mai interessato -, continuo a guardare la partita.

m5ss“Sei italiano e sei venuto qui per fare il servizio militare?”, chiede Di Stefano. “Sì, mi piace vivere in Israele”. È un paese pieno di possibilità”, gli risponde Dani, guardandolo negli occhi con sincerità. “E dove l’hai fatto?” A Hevron, risponde. Ci racconti di Hevron?, gli chiede a quel punto Di Stefano incuriosito. “Hevron è un posto difficile”, risponde Dani. Ci sono estremisti di tutte e due le parti”.

pallessDi Stefano sembra deluso. Forse sperava di trovare un ex-soldato di “Breaking the Silence”, di quelli che farebbero di tutto per qualche banconota e un po’ di stima da parte dei “famosi politici europei”. A quel punto Di Maio, che ha ascoltato, si rivolge a me: “Anche tu sei venuto qui per fare il servizio militare?” Gli spiego di no. Io sono nato qui e per me è una cosa normale. L’italiano lo parlo per via dei miei genitori e perché faccio parte della comunità italiana in Israele. “Hai la cittadinanza italiana?” “Sì”. “Ti piace quello che fai?” Gli rispondo di sì. “Siamo un esercito che rispetta i diritti umani, facciamo di tutto per usare quanta meno forza possibile e ovviamente siamo fedeli al nostro dovere – quello di proteggere i civili. Una risposta super corta, ma sufficiente per esprimere quello che credo davvero.

Ci salutiamo in modo educato. L’incontro è durato 15 minuti al massimo. Non mi illudo. Non penso che una semplice conversazione fatta in un bar con due “strani italiani che fanno il servizio militare in Israele” cambierà quello che pensano, ma presentarci come siamo veramente e soprattutto presentare orgogliosamente l’esercito di difesa d’Israele per quello che davvero è, mi ha reso soddisfatto fino alle stelle.

Michael Sierra vive a Gerusalemme. Sta svolgendo il servizio militare
Michael Sierra, di Gerusalemme, è responsabile delle attività giovanili della comunità italiana in Israele

 



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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