Israele

Consiglio UGEIConsiglio UGEI2 ottobre 2012
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Sulle testate italiane ormai non fa nemmeno più notizia. Stiamo parlando della crisi siriana, o per meglio dire guerra civile. Una Guerra che si combatte proprio al di là del Golan. Un confine che sebbene conteso è stato finora considerato tranquillo per la sicurezza di Israele.

La stampa israeliana continua a riportare minuziosamente ogni notizia proveniente dalla Siria, dai bombardamenti ai movimenti di Assad, ma soprattutto su ciò che spaventa di piu: le armi chimiche e biologiche siriane che nel caso dovesse verificarsi un vuoto di potere potrebbero cadere in mano a Hezbollah, l’organizzazione terroristica libanese che sul confine israeliano ha già accumulato almeno 40,000 razzi. Netanyahu ha dichiarato che prevenire che queste armi cadano nelle mani sbagliate è fondamentale per la sicurezza di Israele, il cui esercito si prepara a intervenire in caso di necessità. Ma anche l’uso di tali armi da parte di Assad stesso spaventa non poco, non soltanto Israele, ma anche gli Stati Uniti, tanto che il Presidente Obama ne considererebbe anche solo il dispiegamento come il superamento definitivo della linea rossa.

Sebbene Assad abbia dichiarato che le suddette armi siano al sicuro e che verrebbero usate solo nel caso di un intervento esterno, la fragilità del suo governo non rincuora di certo gli israeliani. Ad aggravare ulteriormente lo scenario sono arrivate poi di recente le dichiarazioni del Pentagono riguardo alla creazione di una milizia iraniana proprio in Siria, allo scopo di difendere il regime di Assad. Le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno infatti dichiarato che non esiteranno a intervenire a fianco dei siriani nel caso di un attacco americano. D’altronde i due alleati vedono nelle rivoluzioni che hanno colpito recentemente i rispettivi Paesi la mano dell’Occidente e di Israele in particolare, che attraverso i ribelli starebbe combattendo una guerra per procura.

D’altra parte Israele vede l’indebolimento del regime siriano come un vantaggio nel caso di un eventuale attacco all’Iran. Un attacco del genere provocherebbe la reazione di Libano e Siria (l’Egitto rimane un’incognita) e l’eliminazione di uno dei fronti farebbe risparmiare a Tzahal notevoli risorse che potrebbero essere rivolte alla difesa del fronte interno, più vulnerabile.

Sia il vice-premier Mofaz che Netanyahu stesso puntano il dito contro Hezbollah e l’Iran come i veri responsabili del genocidio in corso, diminuendo le espressioni in cui si auspica una caduta di Assad. Di tutt’altro avviso è il Presidente Peres, che si augura una vittoria dei ribelli, ponendo la fine dello spargimento di sangue come priorità. Gli fa eco Netanyahu che prevede una caduta di Assad in futuro e spera in un cambiamento di regime piuttosto che in un crollo nell’anarchia. Sarebbe questa infatti l’evenienza per cui Israele sarebbe disposto a varcare il confine intervenendo per prevenire che le armi di distruzione di massa siriane possano passare in mano a Hezbollah o all’Iran.

Nel complesso, dunque, restano cauti i toni da parte del governo israeliano, preoccupato che la situazione in Siria possa distogliere l’attenzione internazionale dalla minaccia iraniana, la cui mano, grazie ai tumulti siriani, sembra estendersi fino alle porte di Israele.

 Alessia Di Consiglio


Manuel Kanahmanuel9 settembre 2011
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Nel 1945 la carta delle nazioni unite ha riconosciuto le organizzazioni non governative come soggetto di diritto internazionale. L’obiettivo che le ong si propongono è duplice: da un lato si vuole coinvolgere più soggetti a compiere interventi di natura sociale, dall’altro si cerca di far nascere ed allo stesso tempo sviluppare nelle persone un’educazione basata su una cultura altruista. L’azione delle ong si esplica nei seguenti settori: ambiente, sviluppo sostenibile, educazione. Ad esempio in Spagna sono presenti circa 3000 ong sparse su tutto il territorio nazionale, nella maggior parte dei casi coloro i quali lavorano in queste organizzazioni sono volontari.

Esistono vari tipi di ong: vi sono quelle che si pongono come obiettivo la lotta contro i quali non rispettano i diritti umani (Amnesty), altre hanno invece come obiettivo la difesa dell’ambiente (Greenpeace). Per poter costituire una ong è necessario presentare una dichiarazione giurata, presso la pubblica autorità.

La legge sulla cooperazione internazionale per lo sviluppo stabilisce che le ong possono essere inscritte in registri speciali, condizione indispensabile per ricevere aiuti e sovvenzioni da parte di soggetti pubblici e privati. In Spagna le ong ricevono finanziamenti da parte di privati e dallo stato. Per evitare il fenomeno del riciclaggio di denaro sporco è stato elaborata una legge concernente i principi di trasparenza in materia economica. Nelle ong lavorano due tipi di persone differenti: volontari e cooperanti. Entrambi hanno come obiettivi fondamentali la messa in opera di progetti, ideati dalle ong stesse. I volontari non ricevono nessun emolumento e non hanno nessuna relazione di tipo contrattuale con l’organizzazione mentre i cooperanti ricevono un piccolo stipendio e vengono continuamente assistiti dalla struttura tanto a livello nazionale quanto a livello internazionale.

Le ong la maggior parte delle volte attraverso la loro attività perseguono due scopi: aiutano i paesi in via di sviluppo attraverso l’invio dei cooperanti ed elaborano delle vere e proprie pressioni sui governi in modo da poter condizionare la loro politica. Alcuni politici israeliani sono giunti dopo accurati studi, sulla base delle loro decisioni a definire le ong israeliane come dei veri e propri cavalli di troia, in quanto alcune di queste organizzazioni sono finanziati da stati europei che hanno da sempre avuto un atteggiamento molto critico nei confronti del governo israeliano. Secondo un autorevole fonte governativa israeliana circa il 70% degli introiti di questi gruppi proviene dall’esterno vale a dire da quei paesi considerati ostili ad Israele. I politici israeliani, in particolar modo quelli appartenenti al partito Likud hanno avvertito la necessità di limitare fortemente l’azione delle ong facendo approvare dal parlamento israeliano una legge che limitasse il finanziamento estero.

Le ong internazionali come Human Right’s Watch o Amnesty International, anziché esercitare una vera e propria funzione di controllo e supervisione su quelle nazioni che certamente non possono essere considerate dei veri e propri campioni nell’ambito della difesa dei diritti umani, hanno preferito rivolgere la loro attenzione su Israele dal momento che esso è uno stato democratico, risulta molto più facile criticarlo fino ad arrivare alla più completa demonizzazione.

Questi movimenti pseudo umanitari anziché adempiere alla loro missione principale si sono fatti manipolare dai cosiddetti stati la cui ricchezza deriva dai proventi del petrolio come Iran, Arabia Saudita. In questi ultimi anni l’Arabia Saudita  ha donato cospicue somme di dollari a queste organizzazioni per contrastare le forze pro israeliane.

Le ong sono diventate il burattino degli stati totalitari per colpire gli stati democratici. Ad un attenta lettura dei curricula dei funzionari di questi gruppi non governativi è possibile riscontrare persone che nutrono un odio represso contro Israele e l’America che li spinge a tal punto a non discernere tra il bene ed il male. La cosa più grave è che queste organizzazioni ricevono fondi pubblici anche dagli organismi comunitari con sede a Bruxelles, alcune di queste oltre a negare il diritto di Israele ad esistere e demonizzandolo incitano spesso anche alla distruzione dello stesso. Oramai si capisce, siamo entrati in un’altra epoca, in un epoca fluida e globalizzata dove le guerre non si conducono più sul campo di battaglia bensì sulla rete e soprattutto grazie all’utilizzo della propaganda, poiché se si vuole vincere è necessario influenzare più gente possibile.

Joel Terracina


Consiglio UGEIConsiglio UGEI24 luglio 2011
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“E’ vivo, è qui nella villa, l’ho visto! E’ malato, è molto vecchio ma si riesce a portarlo via, non ha guardie del corpo, c’è solo un’infermiera. Portiamolo via, portiamolo in Israele, in tribunale, non è difficile, ce la facciamo benissimo anche noi due da soli. Noi possiamo fare giustizia!”

Queste le parole di Eyal, un agente del Mossad israeliano che, dopo aver a lungo dato la caccia a un vecchio generale nazista, una volta trovato si accorge di aver di fronte una situazione più grande di lui. Crimini troppo grandi per poter essere puniti dagli uomini. Cos’è la giustizia? Chi ha il diritto di stabilire i suoi confini?

Ma facciamo un passo indietro. Eyal (Lior Ashkenazi) è il protagonista di “Walk on Water”, film di Eytan Fox del 2004. Una sessantina di giovani della comunità ebraica romana hanno partecipato, Mercoledì 11 Maggio, a un aperitivo con cineforum, nato dalla collaborazione tra il movimento giovanile Haviu et Hayom e l’Ugei, che proponeva la suddetta pellicola.L’Unione dei Giovani Ebrei Italianiha così presentato  un’ iniziativa al pubblico romano, la prima del ciclo“ Roming”. Per Haviu et  hayom è stata invece la prima occasione per uscire davanti un pubblico giovane e proporre, in linea con i suoi valori, un aspetto culturale della società israeliana, come il cinema. Haviu et hayom, nato a Roma pochi mesi fa, è un gruppo di giovani ebrei, laici e sionisti, vicini ad Israele, “ma non senza riserve qualora le scelte governative non risultino in linea con un processo che porti all’affermazione del diritto all’esistenza di uno Stato palestinese democratico e autonomo, e ad una pacifica coesistenza tra i due popoli.”

Il movimento si impegna nel proporre all’esterno momenti di confronto, occasioni per mettere in dubbio, ma anche per comporre insieme, idee e punti di vista.

Il film proposto affronta molteplici tematiche: dall’omosessualità alla complessa questione della giustizia.

E’ stato proprio quest’ultimo tema ad aprire il dibattito. L’agente del Mossad che deve “far giustizia” uccidendo il nazista, fa nascere una domanda spontanea, ma dalla risposta meno immediata. Si tratta in questo caso di giustizia o di vendetta? Chi disegna i confini universalmente riconosciuti di questi valori?

Queste le domande che hanno stimolato un dibattito, positivo soprattutto grazie alla pluralità di opinioni emerse.

Qualcuno ha sostenuto che giustizia e vendetta sono due concetti morali, stabiliti dalla legge con criterio razionale, così da sottrarli a una dimensione arbitraria e soggettiva.

Qualche attento osservatore ha affermato invece che, nel momento in cui si uccide, portando così avanti una vendetta, si annienta qualsiasi genere di umanità.  Eyal, l’agente del Mossad, alla fine del film afferma infatti di non essere più in grado di uccidere. Ogni cosa che si avvicina a lui –dice- finisce per morire.

Il dibattito ha poi percorso strade più vicine ai nostri giorni e facendo riferimento ad avvenimenti attuali ci si è domandati se sia giusto gioire della morte di un nemico.

Le reazioni dei giovani presenti sono state concordi nel condannare manifestazioni di gioia nel caso di morte di nemici, sostenendo che il vero obiettivo da combattere sia l’idea e non l’uomo che la incarna. Ci si è poi domandati quando un nemico diviene tale. Prima di voler eliminare il nemico infatti lo si potrebbe voler in vita, tutelare la sua diversità.

Queste sono state solo alcune delle riflessioni che hanno dato luogo a un’iniziativa culturale in un’atmosfera di novità ed esordio. L’esordio si può immaginare come il primo passo che si compie e per questo lo si ricopre di importanza, esordio è nascita, un modo per diventare artefici di qualcosa.

Probabilmente questo deve essere il ruolo dei giovani: rendersi iniziatori, talvolta anticipatori, creare nuovi spazi e trasformarli in terreni di confronto. Insomma, divenire protagonisti di ciò che  intorno.

Dana Portaleone

Gaia Litrico


Consiglio UGEIConsiglio UGEI16 giugno 2011
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In occasione della presentazione a Roma di una cattedra dedicata agli studi di italianistica presso la Hebrew University di Gerusalemme abbiamo avuto l’onore e il piacere di confrontarci con lo scrittore di fama internazionale A.B. Yeoshua su delicati temi di attualità.

Qui di seguito l’intervista integrale.
Professor Yehoshua, lei è da sempre molto coinvolto nella lotta per la pace in Israele. Come considera la possibilità di una dichiarazione di uno stato palestinese in settembre?

La dichiarazione dell’assemblea generale delle Nazioni Unite, incentrata sulla problematica della realizzazione di uno Stato Palestinese costituisce un passo positivo verso il suo riconoscimento da parte di tutte le Nazioni; progetto ampiamente discusso persino da Israele.

La cosa più importante è sicuramente interrompere la colonizzazione e riconoscere i confini del ’67, dopo si potranno anche avviare le trattative per scambiare i territori.

Non posso prevedere cosa succederà perchè questa è anche una decisione “morale” e molte comunità ebraiche all’estero, tra le quali anche quella italiana, si sono schierate contro questo provvedimento, avendo supportato in passato molti errori di Israele.

Esempi lampanti sono i progetti supportati dalle élites ebraiche, come le colonie nel Sinai, che adesso stiamo elimando, oppure l’inziale opposizione al riconoscimento della PLO.

La questione più importante dunque è: cosa farà Israele, se la decisione sarà presa e come porterà avanti le negoziazioni sulla base di una definitiva interruzione della colonizzazione, non dico che vadano smantellati, ma sicuramente fermati.

Riguardo il discorso di Obama di un mese fa, riguardante la possibilità di un ritorno da parte di Israele ai confini del ’67, crede che questa ipotesi possa trovare applicazione e quale realtà dovrà affrontare Israele?

Il problema non è “parlare” dei confini del ’67 ma di chiarire che queste sono le basi. Stiamo parlando di meno di un quarto della Palestina, questo è il minimo che i palestinesi possano ottenere e se io fossi palestinese concorderei con questa visione.

Come si verificheranno lo scambio dei territori, il compromesso per Gerusalemme e come sarà possibile il mantenimento dell’identità ebraica degli insediamenti in minoranza in uno Stato Palestinese sono le sfide che si presenteranno.

Israele dovrà evitare un’evacuazione di massa, dobbiamo accettare il fatto che quando in settembre le Nazioni Unite avranno preso la decisione, saranno organizzate immediatamente dimostrazioni da parte dei Palestinesi contro gli insediamenti nei territori occupati.

Dobbiamo respingere i rifugiati che stanno venendo verso i nostri confini, perchè non hanno alcun diritto in entrare in Israele, inoltre c’è il rischio che i Palestinesi imitino ciò che i loro “fratelli” stanno facendo nel mondo. Sono estremamente pericolosi per noi e sarebbe un disastro, in quanto non sono nostri cittadini ma si ispirano alle rivolte negli altri paesi arabi; le dimostrazioni ci saranno e noi saremo senza il supporto delle altre Nazioni.

Uno dei maggiori temi nei suoi libri è probabilmente il conflitto fra le diverse identità, la mia domanda è: come possono queste contribuire a rinforzare o accelererare il progresso della società e specialmente di quella israeliana, che effettivamente è basata sulla diversità?

Sai, noi oggi viviamo in un mondo moderno e parliamo del pluralismo sociale. Questo è un elemento veramente positivo in tutte le società.
Noi abbiamo anche una società pluralistica, ma negli ultimi anni lo è diventata in modo eccessivo e in qualche modo questo mette in pericolo l’unificazione e la solidarietà degli abitanti di Israele, dove uno dei fattori più importanti è sempre stato la solidarietà fra le persone. Ma se adesso lo Stato si dividerà in enclavi etniche, tra le quali ci saranno: gli ultra-religiosi, che stanno diventando sempre più numerosi, gli arabi israeliani, i russi, che mantengono la propria identità anche grazie alla televisione, alle riviste russe, ci sono poi i coloni che costituiscono un gruppo a sè, poi ci sono gli ebrei orientali, che coltivano la propria cultura e poi ovviamente le persone che definiamo del nord (zfonim), i laici a Tel Aviv.
Dunque, questi gruppi non hanno relazioni fra di loro, stanno diventando sempre più chiusi e alienati. Questo è molto pericoloso per l’unificazione dello Stato, quindi abbiamo tutto il nostro rispetto per una società multiculturale e lo sviluppo che porta, ma dobbiamo creare più coesione fra i gruppi.

E come sarebbe possibile?

Prima di tutto forzando i gli ultra-religiosi (i haredim), quindi smettere di dare soldi per finanziare tutti questi studi religiosi e meccanici ai quali si dedicano tutto il tempo e obbligarli a studiare l’inglese, l’ebraico, la Bibbia, la letteratura e farli accedere alle maggiori professioni per aprirli all’identità nazionale.
Secondo, bisognerebbe forzare i coloni ad obbedire alla legge, perchè si considerano al di fuori della legge. Terzo, gli Zfonim dovrebbero essere più vicini alla storia di Israele e non considerarsi sempre parte di Los Angeles, Parigi, New York, ma sentirsi parte della società, della tradizione e della storia ebraica.

Forse lei sa della manifestazione che è stata inaugurata a Milano, chiamata “Unexpected Israel”, pensata per mostrare un’altra parte e una nuova prospettiva di Israele, oltre il conflitto. Quanto pensa sia importante un evento come questo, che presenta forse la vera anima di questo Stato? Che impatto può avere sulle società nel mondo?

Israele è molto attiva dal punto di vista culturale, nota e apprezzata per la letteratura, i film, i quadri, la musica e i balli in tutto il mondo, ma non è rispettata dal punto di vista politico. Molte persone sono interessate dalla cultura israeliana e dalle sue attività ad alto livello. Le persone sanno cosa sia Israele, ma il dovere di questo Stato è di terminare l’occupazione, non può continuare. Non è possibile che ogni indiano abbia diritto al passaporto indiano mentre i palestinesi siano gli unici che non abbiano la cittadinanza, nella loro terra: questo non può continuare!

Per concludere, vorrei sapere la sua posizione relativa agli ultimi eventi: la “primavera araba”, il “fantasma” di un’Iran nucleare, le prospettive di futuro un futuro Stato palestinese, che è anche il futuro di Israele.

La chiamano la “primavera araba”, è questo quello che dicono. E’ un pensiero bizzarro, non sappiamo cosa succederà. Poichè non c’è una classe media, non si può cambiare un regime autoritario in uno democratico, o almeno migliorare il livello di democrazia, non parlo di governi come quello norvegese o svedese. L’audacia delle masse popolari in Siria, che vengono fucilate, l’immagine delle persone che muoiono in queste manifestazioni vicine ai loro “fratelli” è molto spaventosa, perchè non sappiamo cosa succederà: si costituirà un nuovo regime? O di che entità sarà il massacro?
Tutti questi Paesi stanno diventando più deboli e sembra che questo possa giovare a Israele, specialmente nel caso della Siria.
La Siria si è indebolita e il fatto che sia alleata con l’Iran, indebolisce la stessa alleanza e costituisce una minaccia per lo Stato persiano, perchè potrebbero scoppiare delle rivolte popolari al suo interno. Questo fattore ha contribuito a fermare anche gli Hezbollah nelle “provocazioni” e ha moderato l’attività di Hamas, associatosi nel governo nazionale a Fatah.
Io sono favorevole e penso che cesseranno anche i lanci di missili provenienti da Gaza nelle prossime settimane.
Questo è positivo per adesso, ma potrebbe rivelarsi molto pericoloso se i regimi nei paesi limitrofi andassero in pezzi e Israele venisse coinvolto, attraverso disordini e attentati,
La cosa migliore in questa situazione è porre fine al problema dei palestinesi il prima possibile, creare uno Stato, cooperare con questo. Questo eviterà la strumentalizzazione dell’odio nei confronti di Israele da parte del mondo arabo.

Sarah Tagliacozzo
Benedetto Sacerdoti
Emily Roubini



Consiglio UGEIConsiglio UGEI11 ottobre 2010

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di Gabriele Fiorentino

L’acqua costituisce per Israele un problema sia interno che geopolitico. Schematicamente, i problemi che si trova ad affrontare sono tre: il sovra-sfruttamento delle risorse idriche, la condivisione delle stesse con i vicini e l’aumento dell’inquinamento idrico.

Sovra-sfruttamento delle risorse idriche

Il livello di un acquifero è costante se il volume di acqua prelevato è uguale al volume di acqua che ricarica l’acquifero. Questo volume è chiaramente legato alle precipitazioni, che come è noto sono assai scarse nella regione. Inoltre si iniziano a sentire gli effetti dei cambiamenti climatici globali, con una notevole riduzione delle piogge.

Il volume di acqua prelevato è stato in media sempre superiore a quello di ricarica, dunque il livello degli acquiferi si è abbassato molto. Questo processo non solo non si è fermato, ma continua ad aumentare ancora oggi a causa della crescita della domanda d’acqua. Si calcola che questa sia cresciuta di circa 40 milioni di metri cubi all’anno.

Gli effetti di questo sovra-sfruttamento sono i seguenti:

a)                  Quando si abbassa il livello dell’acqua ci sono delle forti infiltrazioni di acqua salmastra che si mescola con l’acqua dolce, riducendo così la disponibilità di acqua potabile. Ad esempio, circa il 20% dell’acquifero costiero non può essere utilizzato per questo motivo.

b)                 Il volume d’acqua totale disponibile si è ridotto a causa dell’abbassamento del livello dei tre maggiori acquiferi: l’acquifero costiero, il montano ed il lago Kinneret.

c)                  L’aumento della salinità dell’acqua produce gravi danni al terreno agricolo, riducendo i raccolti.

E’ di pochi mesi fa una notizia prevedibile ma molto grave, che non fa che confermare quanto finora detto. Secondo un rapporto presentato ad un convegno organizzato dall’associazione ambientalista FoEME (Friends of Earth Middle East), una ONG con sede a Londra, il basso corso del fiume Giordano (ovvero il tratto a sud del Kinneret) rischia di prosciugarsi entro il 2011 con conseguenze catastrofiche per tutto il Medio Oriente.

Nel corso del tempo, infatti, più del 98% dell’acqua del fiume è stato deviato da Israele, dalla Siria e dalla Giordania per usi nazionali grazie ad una diga posta circa due chilometri a sud del Kinneret. Appena a sud della diga, a causa della gran quantità di acqua prelevata, il flusso rimanente è composto da acque reflue (gli scarichi delle fognature), dilavamento di origine agricola e acque saline.

La condizione del fiume inoltre è aggravata dalle infiltrazioni di acqua salmastra che si riversa nel Giordano. Un portavoce della ONG ha riferito: “Un recente studio rivela che abbiamo perso almeno il 50 per cento della biodiversità dentro e intorno al fiume a causa della deviazione quasi totale di acqua dolce, e che sono necessari circa 400 milioni di metri cubi di acqua per riportare il fiume in vita “.

Il rapporto offre anche la soluzione al problema, che è abbastanza ovvia: Israele, la Siria e la Giordania dovrebbero smettere di deviare così tanta acqua, permettendo così che il fiume torni ad essere un vero corso d’acqua anche a valle della diga.

Al convegno, oltre a circa 200 esperti giordani, israeliani e palestinesi hanno partecipato anche molti rappresentanti istituzionali di Israele e Giordania e diversi osservatori stranieri. Molte associazioni palestinesi e giordane hanno invece invitato a boicottare la riunione.

Israele e i suoi vicini

 

Israele deve dividere le risorse idriche con i suoi vicini. Il caso del fiume Giordano, diviso tra Israele, Siria e Giordania, è emblematico.

Israele occupa il Golan, una regione scarsamente abitata, dal 1967. Per questo motivo è da anni in corso una disputa con la Siria, che avrebbe di nuovo accesso all’acqua del lago Kinneret se si tornasse ai confini del ’67, riducendo così la quantità d’acqua disponibile per Israele.

Con il regno di Giordania invece c’è un accordo che sta funzionando ancora meglio del previsto: Israele ha deciso di fornire a questo stato 20 milioni di metri cubi d’acqua in più di quanto stipulato nell’accordo, poichè la scarsità d’acqua in Giordania è molto maggiore che in Israele.

Con i palestinesi la situazione è chiaramente più complicata. Israele e l’ANP dividono due risorse idriche principali: la prima è l’acquifero montano, un sistema che si estende per 130 km da nord a sud e per 35 km da est a ovest. La seconda risorsa, secondo gli accordi internazionali, è il bacino del fiume Giordano, comprendente anche il Kinneret, ma i palestinesi non ricevono acqua da questa risorsa idrica.

Nel maggio 2009 la Banca Mondiale ha pubblicato il suo primo rapporto sullo sviluppo del settore idrico palestinese. Secondo il rapporto, uno dei principali ostacoli allo sviluppo economico palestinese è il limitato accesso alle risorse naturali. I provvedimenti anti-terrorismo del governo israeliano hanno imposto forti limitazioni nei movimenti dei palestinesi, peggiorando l’accesso alle risorse idriche e lo sviluppo delle infrastrutture necessarie all’approvvigionamento.

Le norme che regolano l’allocazione dell’acqua sono state stabilite dagli accordi di Oslo II del 1995 e sono tuttora valide. In quell’occasione Israele aveva riconosciuto i diritti idrici dei palestinesi. Le regole prevedevano un utilizzo equo delle risorse idriche tra le due comunità, ma l’ANP non dispone delle tecnologie adatte nel campo delle infrastrutture idriche e non ha i fondi per finanziarle, dunque Israele continua a prelevare una quantità d’acqua eccessiva rispetto a quella sancita dall’accordo, e per assurdo i palestinesi sono costretti a comprare l’acqua da Mekorot, la principale azienda idrica israeliana.

Un’altra causa della scarsità d’acqua sono le pessime infrastrutture presenti sul territorio palestinese, in parte ottenute da Israele con gli accordi di Oslo. Queste sono state in parte riparate, ma il 40% dell’acqua che transita per gli acquedotti viene perduta per infiltrazione nel terreno. A questo si aggiunge, in molte zone della West Bank, il furto d’acqua da parte dei contadini palestinesi, che si connettono illegalmente alla rete idrica di Mekorot.

La scarsità d’acqua nella West Bank non ha solo ripercussioni nel settore agricolo, ma crea problemi socio- economici e sanitari.

La situazione non è affatto buona, ma potrebbe migliorare presto: nel suo discorso al “Manitoba Israel Water Experts Symposium” (MIWES) del gennaio 2010 il professor Uri Shamir della facoltà di ingegneria civile e ambientale del Technion di Haifa ha dichiarato che Israele si sente responsabile nei confronti della popolazione palestinese e per questo motivo Israele, sotto la supervisione degli organismi internazionali, ha iniziato a costruire uno stabilimento di desalinizzazione vicino Hadera, che fornirà 50 milioni di metri cubi d’acqua all’anno che andranno direttamente alla West Bank.

L’Autorità Palestinese per l’Acqua (PWA) ha però dichiarato che i palestinesi non sarebbero disposti ad acquistare quest’acqua, che verrebbe venduta ad un prezzo a loro parere troppo alto e proverrebbe dal Mediterraneo e dal fiume Giordano, sapendo che di fatto quest’acqua gli appartiene ma è per loro inaccessibile. Ha invece chiesto ad Israele un nuovo accordo per lo sfruttamento da parte palestinese dell’acquifero montano.

Anche su questo fronte, dunque, la via per la pace è ancora lunga, ma la disponibilità di entrambe le parti a concludere degli accordi fa comunque ben sperare.

Inquinamento delle acque e depurazione

Durante il MIWES, diversi esperti ed autorità competenti in materia hanno esposto le loro idee riguardo alla crisi dell’acqua in Israele.

Secondo il Ministero dell’Agricoltura negli ultimi anni le tecnologie che rendono possibile “riciclare” l’acqua inquinata hanno fatto grandi progressi, ed il prezzo dell’acqua “riciclata” è diventato conveniente. Di conseguenza un gran numero di agricoltori ha iniziato ad usarla, anche perché la disponibilità di acqua “naturale” è sempre più scarsa. Da quando si è iniziato ad usare quest’acqua è stato registrato un aumento della produzione agricola, a dimostrazione che questa è una tecnologia efficace a combattere la crisi idrica. Uno dei maggiori vantaggi dell’acqua riciclata è che essa è disponibile per tutto l’anno in quantità regolari. Infatti una volta uscita dall’impianto di depurazione questa viene stoccata in centinaia di serbatoi e cisterne, in modo da non sprecarne nemmeno una goccia.

La tecnologia con cui avviene il processo di depurazione fa sì che la qualità dell’acqua depurata sia migliore, almeno in termini di salinità, di quella estratta dal lago Kinneret.

Il 50% dell’acqua usata per l’irrigazione in Israele è acqua “riciclata” (la percentuale più alta nel mondo), ma la situazione impone che si debbano fare ancora grandi sforzi per promuovere la depurazione ed il riciclaggio dell’acqua inquinata. Quando tutti gli impianti di depurazione previsti saranno completati, nel 2013, il settore agricolo riceverà 300 milioni di metri cubi 3 in più all’anno, una quantità maggiore dell’acqua fornita dal Kinneret.

La tecnologia dei sistemi di depurazione sta facendo passi da gigante, e si prevede che entro la fine del decennio sarà possibile ottenere acqua del tutto simile a quella potabile.

Più pessimista è stato il professor Uri Shani, facente parte dell’Autorità Israeliana per l’Acqua. Nel suo discorso al MIWES ha presentato una stima più pessimistica della situazione futura in base ad un modello matematico di previsione sviluppato in Giappone.

Egli ha dichiarato che le quantità di acqua presente negli acquiferi negli ultimi anni è stata minore di quella attesa. Inoltre le previsioni per il clima nei prossimi anni dicono che il Medio Oriente diventerà ancora più arido, mentre è previsto un incremento delle precipitazioni nell’Europa Settentrionale e nelle regioni tropicali dell’Africa.

Nonostante tutto però si sta avendo una grande accelerazione nei progetti di desalinizzazione dell’acqua, e nel mondo scientifico si spera che in un futuro non troppo lontano Israele possa non dipendere interamente dalla natura per il suo approvvigionamento d’acqua. Il consumo d’acqua per usi non agricoli è di circa 800 milioni di metri cubi all’anno ed entro il 2013 Israele sarà in grado di depurarne 600 milioni. Questo sarà un traguardo molto importante, anche se il costo dell’acqua sarà più alto a causa dei costi di produzione.

Ma l’idea stessa di acqua potabile è destinata a cambiare per gli israeliani: la salinità del Kinneret ha raggiunto livelli molto alti, pari a 300 unità per metro cubo, ed il prezzo di un metro cubo d’acqua da esso proveniente è praticamente lo stesso di uno di acqua desalinizzata, che ha un livello particolarmente basso di salinità. Questo fa pensare ad un necessario cambio di strategia nell’amministrazione dell’acqua in Israele. L’acqua depurata o riciclata è relativamente costosa, ma se il suo prezzo è simile a quello dell’acqua naturale prelevata dal Kinneret, allora forse si potrebbe utilizzare quest’acqua non solo per usi agricoli, ma anche per uso domestico.



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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