Israele

Consiglio UGEIConsiglio UGEI9 novembre 2012
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Se si cammina attraverso il parco Levinsky a Tel Aviv, vicino alla stazione centrale degli autobus, si potrebbe pensare di trovarsi in un altro paese. Le coperte stese occupano buona parte del prato, i cassonetti sparsi strabordano di spazzatura, la gente dorme sotto gli scivoli per bambini, e i venditori ambulanti camminano sotto il sole cocente. Praticamente tutti sono di origini africana, soprattutto dall’ Eritrea e dal Sudan.

Tra i molti problemi che Israele deve affrontare, ce n’è uno che sta preoccupando il governo israeliano e che sta suscitando una notevole attenzione mediatica internazionale.

Parlo dei cosiddetti “infiltrati”: così i media israeliani chiamano tutti i profughi provenienti dall’Africa sub-sahariana.

Israele è l’unico paese economicamente avanzato che si può raggiungere a piedi dall’Africa, ed è anche l’unica democrazia del Medio Oriente. Questa realtà ha causato un notevole flusso di immigrati che passano prima dall’Egitto attraverso la penisola del Sinai, fino al confine meridionale israeliano.

Dal 2005, circa 60.000 profughi hanno attraversato il confine Israeliano, alla ricerca di una nuova vita. La maggioranza proviene dall’ Eritrea, dall’Etiopia e dal Sudan. Il loro cammino è estremamente travagliato e difficile.

Molti di loro cadono nelle mani dei gruppi beduini nel Sinai per mesi prima di riuscire ad arrivare in Israele. Questi gruppi avrebbero messo in piedi un vero e proprio mercato di esseri umani. Con la complicità dei poliziotti e delle guardie di confine egiziane, i profughi sequestrati sono poi obbligati a pagare un riscatto (fino a 30.000 $) per la loro liberazione e per poter arrivare in Israele. Mentre in qualche modo si procurano i soldi, i malcapitati subiscono ogni tipo di tortura, sfruttamenti e violenze. La maggioranza trova rimedio telefonando ai propri familiari all’estero, telefonata in cui, questi ultimi sono costretti a udire i propri cari venir brutalmente torturati.

Una volta in Israele, gli immigrati andrebbero inizialmente in un centro di detenzione nel Negev, in grado di ospitare fino a 11.000 persone, secondo Haaretz. In ogni caso, queste persone si ritrovano senza il permesso di lavorare, senza una adeguata assistenza medica, e senza mai avere un programma di assorbimento nella società Israeliana.

 Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha detto più volte che “60.000 infiltrati diventeranno 600.000, e questo condurrà alla sradicazione di Israele come stato ebraico e democratico”.

“Il sogno sionista sta svanendo” ha aggiunto il ministro degli interni Eli Yishai. Per quanto dure siano le misure del Likud, un sondaggio ha dimostrato che il 52% degli israeliani appoggia queste decisioni, considerando questi nuovi rifugiati il “cancro della società israeliana”.

Il governo è ricorso a misure drastiche per prevenire un ulteriore ondata di immigrati e per occuparsi di quelli che attualmente risiedono illegalmente in Israele. La più importante è stata la costruzione di una barriera che attraversa tutto il confine tra Israele ed Egitto, impedendo in ogni modo il passaggio di profughi.

Finchè i loro paesi di origine sono considerati ancora troppo pericolosi per poter rimpatriare questi possono rimanere, ma in caso contrario, il governo israeliano manda via tutti coloro che non hanno più una ragione per restare. E’ il caso della Repubblica del Sudan del Sud, che ha raggiunto l’indipendenza durante l’estate del 2011. Entro marzo 2012 tutti gli immigrati provenienti dal Sudan del Sud si sono trovati obbligati ad espatriare e tornare al loro paese d’origine, con nuove sfide e problemi ad aspettarli.

Il problema è di Israele, sì, ma la questione dovrebbe soprattutto riguardare il governo egiziano e un’ONU indifferenti alla situazione, ma per adesso, gli occhi di tutto il mondo sono puntati sulla prossima mossa di Bibi.

In un paese così piccolo, dove è l’ebraismo a mantenere la sua unicità e sopravvivenza, c’è spazio per aiutare altre persone? Queste misure, per quanto immorali, sono davvero necessarie? “Ama lo straniero perchè anche voi siete stati stranieri in Terra d’Egitto” la Torah insegna. Ma ai tempi della Torah lo Stato Ebraico di certo non esisteva. Questo è probabilmente uno dei molti punti su cui andrebbe discussa un’ interpretazione più moderna e al passo coi tempi della Torah.

 Sonia Hason


Consiglio UGEIConsiglio UGEI24 ottobre 2012
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C’è una domanda sulla quale mi sto concentrando da qualche giorno. Forse più precisamente dal giorno in cui ho deciso di cambiare tutto e andare a studiare a Tel Aviv. É una domanda che credo mi verrà posta a breve, quando sarò in fila per imbarcarmi sull’aereo che mi porterà in Israele. Mi verranno fatte le classiche domande fino a che dirò che sono un “Oleh Chadash”. Sarà a quel punto che forse mi chiederanno: “Perchè hai deciso si fare l’alya e trasferirti in Israele?”

La ricerca di una risposta adeguata a questa domanda è ciò che mi ha fatto riflettere.

La decisione di trasferirsi non è qualcosa che viene per caso e, almeno per quanto mi riguarda, è stata frutto di un lungo percorso. Pensare di dover rispondere ad una domanda come questa mi porta a voler scavare dentro di me, cercando cosa mi ha spinto veramente a fare questo passo.

Non so se sarà una decisione definitiva, se Israele diventerà la mia casa e lo resterà per sempre; quello che so è che qualcosa mi ha spinto a provare.

 Era da molto tempo che pensavo ad una decisione del genere, ma forse mai seriamente. Ero studente universitario a Roma e pensavo che, al termine degli studi, quella israeliana sarebbe potuta essere una strada da percorrere.

Ma era una visione lontana anche se una parte di me, per un lungo periodo, ha forse sentito che fosse una decisione che già era stata presa.

Quando, alla fine degli studi, il momento di scegliere è arrivato, tutto è diventato più difficile e c’è voluto un anno per prendere una decisione, tra la difficoltà di lasciare tutto quello che si ha qui e la paura di sbagliare. È questo il momento in cui comincia a venirti in mente tutto ciò che hai visto, sperimentato, respirato, assaporato e vissuto fino ad oggi nella tua città, Roma, ma soprattutto con chi hai fatto tutto questo per 25 anni. Ti viene anche improvvisamente in mente che non sei mai stato bravo a compiere delle scelte e che questa è probabilmente la più importante che tu abbia mai compiuto. Ti ricordi una frase che ti ripeteva un amico che suonava circa: “Nessuno parte se non per scappare da qualcosa”.

Superare questi ostacoli non è stato facile ed ha comportato riesaminare tutto ciò che prima davo per scontato e a chiedermi veramente le ragioni di una scelta di questo tipo.

Ora non so cosa risponderò alla domanda, perché le sensazioni sono difficili da spiegare.

Si, in parte è una scelta portata da un’emozione: l’emozione di sentirmi “tornato”, in un paese dove sarò appena arrivato.

Daniele Di Nepi


Consiglio UGEIConsiglio UGEI17 ottobre 2012
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Domenica 30 Settembre si è tenuto ad Ankara il congresso del partito AKP guidato dal leader Receyp Erdogan.
Il premier turco ha invitato ad assistere al congresso il presidente dell’Egitto Morsi, in qualità di osservatore.

La scelta di Erdogan non è stata casuale; in effetti, la presenza di Morsi non è passata inosservata.

La partecipazione del presidente egiziano attira la nostra attenzione su una serie di elementi:

1)  Turchia sta cercando nuovi alleati all’interno della regione, il suo obiettivo e quello di contrastare le spinte espansionistiche dell’Iran Sciita che controlla il Libano, l’Iraq, la Siria.
2) Erdogan ha cercato più volte di richiamare l’attenzione della comunità internazionale invocandone l’ intervento per porre fine al massacro sistematico della popolazione civile perpetrato da Assad con il sostegno dell’Iran , Cina, Russia.
3) In seguito dei bombardamenti effettuati dall’artiglieria di Assad sul territorio Turco provocando la morte di civile, la risposta dei militari di Ankara non si è fatta attendere. I massacri in Siria si verificano ogni giorno grazie all’impunità che il regime riesce ad ottenere mediante l’appoggio di Cina e Russia che minacciano di utilizzare il loro veto al consiglio di sicurezza per impedire che quest’ultimo possa adottare una azione contro Assad.

Putin ha più volte ammonito gli europei ad adottare una soluzione in Siria simile a quella della Libia, ricordando loro che lo scenario è completamente diverso.

Per quanto concerne il fenomeno della cosiddetta primavera araba è da notare che le rivoluzioni che si sono verificate tanto nel Magreb quanto nel Medioriente hanno messo a nudo l’intero assetto di quelle zone assieme agli interessi degli occidentali.

Tanto gli Europei quanto gli Americani hanno osservato con grande attenzione e preoccupazione ai sommovimenti popolari che hanno destituito i vecchi dittatori a loro fedeli.

La domanda di democrazia proveniente dalle masse di giovani è stata sostituita dall’affermazione dei partiti d’ispirazione religiosa i quali sembrano consolidarsi nelle due regioni.

Gli americani che da sempre sono stati favorevoli ad esportare la democrazia, hanno valutato con favore questi avvenimenti, essi non hanno esitato a sostenere la popolazione civile che chiedeva ai dittatori di lasciare il potere, cosi facendo speravano di ottenere l’appoggio del futuro governo.

L’11 Settembre del 2012 l’ambasciata americana a Benghasi è stata attaccata dai terroristi provocandone così la morte dell’ambasciatore assieme ad altri quattro funzionari.

Lo sgomento in Occidente ed in particolar modo Negli Usa non si è fatto attendere, ancora oggi è possibile ricordare il discorso del Presidente Obama atto a segnalare il dolore ed allo stesso tempo la sorpresa per quanto accaduto.

Gli occidentali hanno commesso un duplice errore: di valutazione il termine primavera araba è tipicamente europeo e non tiene assolutamente conto della nascita e del consolidamento dei partiti d’ispirazione religiosa che sono gli unici vincitori in questo scenario. Questi movimenti hanno saputo sfruttare sapientemente la rabbia e il malcontento provenienti dalle masse verso i confronti dei dittatori e dei loro alleati.

Queste fazioni sono riuscite ad ottenere il consenso tra la popolazione occupando il vuoto lasciato dalle dittature e servendosi anche di istituzioni caritatevoli pronte in ogni modo ad aiutare la gente bisognosa: (Enhada in Tunisia, ne è un esempio.)

L’Europa guarda con preoccupazione all’evolversi della situazione; oramai siamo in presenza di un vero e proprio risveglio del popolo arabo: i sommovimenti si sono verificati nel Nord’africa, passando per il Medioriente ed arrivando fino ai paesi del Golfo.

Nessuno è in grado di capire dove stiamo andando in questo momento: troppe incognite rendono questo scenario nebuloso: la crisi economica finanziaria occidentale,la guerra civile in Siria, la mancata stabilizzazione della Libia, il problema del nucleare iraniano, il cattivo funzionamento dell’Onu derivante dalle logiche della guerra fredda.

Una cosa è certa si sono verificati cambiamenti tanto nel nord’africa quanto nel Medioriente; l’inazione degli occidentali e della comunità internazionale di trovare una soluzione contribuiscono a rendere ed a consolidare il clima di instabilità e di oscurità che domina lo scenario delle relazioni internazionali.

Joel Terracina


Consiglio UGEIConsiglio UGEI7 ottobre 2012
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La parola siach, in ebraico, è una di quelle parole che non ha traduzione in altre lingue.

Se guardi sui dizionari troverai probabilmente la blanda traduzione in “conversazione”, o “dialogo”, ma non rende.

Il motivo per il quale siach non ha traduzioni appropriate è che essa è una parola che ritrae un’immagine sociale che è difficile trovare in altre culture. Come le famose quattordici variabili per dire “neve” nel linguaggio eschimese, siach è una variabile dell’idea di conversazione che non esiste nella maggior parte delle altre culture.

Quando provo a spiegare il concetto, l’unico modo decente che ho trovato è “dialogo aperto”. Un esempio: negli ultimi mesi in Israele infervora la discussione sull’arruolamento degli ultra-ortodossi. Finora una legge gli permetteva di non arruolarsi, e la stessa legge è stata prima annullata, ed ora in fase di revisione (per fare la storia molto più corta e semplice di quella che in realta è). In qualsiasi altro paese la popolazione si sarebbe divisa in due parti: i pro e i contro, con piccole variabili nelle motivazioni. Qui la discussione diventa una seduta di parlamento nazionale, nel senso che tutta la nazione parla come se fosse seduta alla Knesset a considerare tutte le variabili e a portare la propria opinione. L’ultra-ortodosso è contro, e spiega in maniera chiara che egli difende lo Stato con lo studio della Torah. Alcune voci da Zahal stesso non sanno cosa rispondere: vogliono vedere i loro amici col cappotto nero vestire l’uniforme verde, ma come fare con le loro esigenze religiose che richiedono di essere completamente separati dalle donne? La sinistra laica vuole vederli marciare tutti, delle condizioni ne riparliamo in un altro momento. Se l’israeliano medio sacrifica tre anni della sua vita e paga le tasse tutto la vita, perchè loro devono avere un trattamento di riserva? La sinistra sociale li vuole nell’esercito, ma per un motivo elevato: per vederli integrati nella società israeliana e nel mercato del lavoro. E così via.

Non ci interessa capire chi ha ragione. Ci interessa vedere che ogni opinione si inserisce nella conversazione generale, nel dialogo aperto di cui sopra, in maniera molto più ricca e profonda del “sono d’accordo” e del “non sono d’accordo”. Dietro ogni idea c’è una precisa ideologia. Può venire espressa con un talkback al peperoncino sul sito di una testata giornalistica o in conversazioni concitate al bar tra vecchi riservisti, e in molti casi con la testardaggine della quale l’israeliano va tanto orgoglioso e con la demagogia di chi è padrone solo chi ha speso la sua vita a discutere opinioni.

Quando mi sono imbattuto nel siach all’inizio non capivo come funzionasse. Col tempo e con la necessità di entrare nella società ho capito quali sono le sue leggi: no frasi fatte, sono sempre banali; no estremismi, ammazzano la conversazione; no parlare senza sapere, c’è sempre qualcuno che ti sgama; e soprattutto: se non hai niente di nuovo da aggiungere, stai zitto. Probabilmente bisognerebbe aggiungere anche “mantieni la calma” e “ricorda che non tutti sono come te”, ma queste due regole non sono molto in voga al momento.

A volte dòun’occhiata ai talkback dei gruppi italiani su Facebook e mi rendo conto di quanto gli farebbe bene sperimentare queste regole. Se hai mai provato la sensazione che le conversazioni con i tuoi amici e famigliari siano asciutte, prova tu a seguire queste regole e vedrai. Potresti provare una strana sensazione di interesse in quello che stai dicendo.

In questa colonna porterò la mia prospettiva su Israele vista dagli occhi di un Oleh italiano, e sull’Italia vista dagli occhi dell’Oleh. Non spiegherò massimi sistemi e non sarò quasi mai oggettivo. Ogni opinione è ben accetta, a patto che sia per creare un siach interessante, ricco e profondo. No opinionisti perditempo.

Avy Leghziel (su Twitter: @avyleg)


Consiglio UGEIConsiglio UGEI5 ottobre 2012
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Chiunque vada in Israele può accorgersi della mostruosa crescita che il paese ha avuto in poche decine di anni. Sotto ogni punto di vista: culturale, economico, tecnologico, e scientifico. Palazzi vertiginosi crescono inesorabili su una terra che, in 60 anni, da arida è diventata fiorente come poche al mondo. I treni sfrecciano a tutta velocità sui binari da Haifa a Tel Aviv. Sulle strade i caffè e i ristoranti sono sempre stracolmi, e i giovani camerieri corrono all’impazzata urlando “Rega!”. Le vivaci donne anziane sono sedute ai bar di rechov Ben-Yehuda sorseggiando un caffè e fumando una sigaretta, commentando l’ultimo pettegolezzo dell’insegnante di yoga  (e anche piuttosto rumorosamente). Le persone corrono freneticamente per le strade, la maggior parte parlando al telefono (uno smartphone quasi sempre). L’autista dell’autobus litiga per l’ennesima volta con un passeggero che ha sbagliato fermata. I centri commerciali pullulano di famiglie numerosissime: papà, mamme, e tanti figli (e spesso la mamma è anche incinta).

Insomma, la sensazione che si prova stando in una grande metropoli quale Tel-Aviv e Yerushalaim è di grande movimento, ma soprattutto evoluzione e crescita. Le università di ottimo livello ricche di possibilità sfornano studenti freschi di laurea, che con la loro conoscenza regalano uno step in più alla crescita di questa macchina ben oliata che è Israele.

Ma ciò che rende Israele il vero “miracolo economico” è l’immenso numero di start-ups sviluppate da Israeliani nel corso degli anni. Ciò che lascia sbalorditi è come sia possibile che Israele, un paese neonato e della grandezza della Lombardia, costantemente in guerra, e che non dispone di risorse naturali, sia diventato il secondo Paese (dopo gli Stati Uniti) col maggior numero di start-ups.

Secondo Dan Senor e Saul Singer nell’ormai famoso libro “Start-up nation”, gli Israeliani avrebbero meno paura di rischiare e di fallire. Essendo un paese di immigranti, sono abituati a cominciare da zero. “Un paese di immigranti è un paese di imprenditori”. Il governo e la burocrazia sarebbero ciò che si dice “start-up friendly”, ovvero favorevoli a nuove idee e iniziative. Inoltre gli israeliani prediligono una buona dose di chutzpah (faccia tosta) rispetto alle buone maniere, e raggiungono più velocemente il loro obiettivo. Non esattamente in stile Silicon Valley.

Secondo gli autori un altro fattore a contribuire a questo successo è l’arruolamento al militare. In Zavah le regole non sono estremamente gerarchiche: anche i più giovani hanno la possibilità di insegnare qualcosa ad un ufficiale. Questo significa che in un ambiente simile c’è spazio per la creatività e l’intelligenza, anzi, queste doti vengono fortemente incoraggiate.

E mentre gli scenziati del Weizmann Institute e del Technion Institute of Technology lavorano su ogni ricerca nell’ambito della scienza e della medicina, numerosi imprenditori lanciano nuove applicazioni e high tech avanzatissime.

Il modello israeliano dovrebbe fungere da spunto ed incoraggiamento per tutti quei giovani che ancora non riescono a uscire da quella tana comoda che è la famiglia e concentrarsi sui loro progetti. Solo mettendosi finalmente in gioco e puntanto non sui finanziamenti (che mancano quasi sempre), ma sull’efficienza e la creatività delle loro idee, i giovani italiani possono realizzarsi come start uppers.

Sonia Hason



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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