Israele

Consiglio UGEIConsiglio UGEI6 aprile 2014
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Amit Segal (@amit_segal), un giovane ed apprezzato giornalista Israeliano che si occupa principalmente di politica, ha riassunto la condanna dell’ex primo ministro Ehud Olmert per corruzione con un tweet breve ed incisivo:

“Tutti dicono che è un giorno triste per lo Stato d’Israele. Al contrario: è un giorno eccellente per lo Stato, nel quale si combatte contro la corruzione e si mandano i corrotti in prigione”.

Segal ha ragione. Siamo abituati a pensare ad un ideale di élite politica dove la perfezione morale deve andare a braccetto con la produttività legislativa, e continuiamo a deluderci del fatto che nessuna politica riesca a soddisfare questo ideale. Se fosse per noi, ogni politico sarebbe un grottesco incrocio tra il Dalai Lama e Mao Tse Tung: morale suprema, retorica irreprensibile, leadership indiscutibile, coerenza assoluta e perseveranza di ferro. E continuiamo a lamentarci che in politica gente così non ce n’è, né in Israele, né nel mondo. Nella nostra arroganza, arriviamo a dire che se ci fossimo noi al governo…

A provare che il nostro ideale è irraggiungibile c’è l’ultimo secolo e mezzo. Ogni governo che ha provato ad essere morale e pratico è fallito miseramente e viene ricordato con smorfie e superlativi. Fascismo, Comunismo (Russia, Cina e Cuba), Nazismo, eccetera. In ognuno di questi casi, la stessa idea: leader con un background ideologico forte e con una gran voglia di cambiare il mondo. Grandi ideologie che hanno portato a grandi delusioni nei casi migliori, ed a terribili disgrazie in quelli peggiori. Forse dovremmo stare attenti a quello che ci auguriamo.

Ovviamente non significa che dobbiamo abbandonarci ad essere governati da diverse varianti di Frank Underwood, e continuare a considerarci vittime del sistema. Piuttosto, cerchiamo di capire cosa può funzionare invece della politica, o almeno influenzare la politica.

L’esempio migliore che mi viene in mente è la “Protesta delle Tende”, avvenuta in Israele nel 2011. Un gruppo di studenti usciti fuori dal nulla (ovvero senza nessun passato attivista o politico di spessore) si organizza in maniera spontanea e per protestare contro il caro vita, pianta delle tende in Sderot Rotschild, una delle vie principali di Tel Aviv, e vi si trasferisce. In pochi giorni, diventa un trend nazionale. Rotschild diventa una tendopoli, fenomeni simili sorgono a Gerusalemme, Haifa, Beer Sheva e in altre città. Manifestazioni dappertutto, in alcuni casi con centinaia di migliaia di dimostranti. Netanyahu convoca un gruppo di analisti per scrivere una proposta di programma per abbassare il caro vita, e la bozza viene presentata in meno di una settimana. Ho recentemente partecipato ad un incontro con prof. Trachtenberg, che era stato messo a capo dello stesso gruppo di analisti. Quando gli è stato chiesto se secondo lui è cambiato qualcosa da allora, la sua risposta è stata molto chiara: “Se guardo a ciò che abbiamo proposto, forse qualcosa si. Ma il fatto più importante è che il linguaggio politico è cambiato. Non si parla più solo di sicurezza e di conflitto arabo-israeliano, ma si parla di benessere, giustizia sociale, riforme economiche. Se andiamo di questo passo, Israele può diventare la prima economia sociale del mondo.” Forse l’ultima frase era un po’ azzardata. Ma di fatto, la Protesta delle Tende è riuscita nell’arco di due anni a fare spazio in prima pagina le questioni sociali del cittadino qualunque. Cosa non fa la politica agli alti ranghi, riescono a fare cittadini in tenda in mezzo alla strada. Democrazia – nel senso letterale.

Quindi, come ho scritto all’inizio, Segal ha ragione. Invece di piangere i nostri politici corrotti, cerchiamo di apprezzare i sistemi che funzionano bene nonostante tutto.

Che poi Olmert a me non mi ha mai convinto.

Avy Leghziel (@avyleg)


Consiglio UGEIConsiglio UGEI23 marzo 2014
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Tel aviv Fashion week

Si è conclusa lo scorso 13 marzo la Gindi Fashion week durante la quale Tel Aviv ha mostrato un suo aspetto di cui non tutti sono a conoscenza: regina della movida mediterranea e meta per studiosi e ricercatori, la metropoli israeliana primeggia ormai anche nel mondo fatto di lustrini e paillettes della moda internazionale. Da qualche anno, infatti, Tel Aviv si sta assicurando un posto nell’olimpo del glamour, facendosi strada tra Londra, Parigi e New York.

Fiducia nei giovani e cosmopolitismo sembrano essere state le parole d’ordine della Fashion week israeliana. Anche per questa edizione, infatti, dopo il successo della collaborazione dello scorso anno con Roberto Cavalli, la settimana della moda è stata aperta dalla sfilata di un brand straniero, italiano per l’esattezza: Missoni. Sembra dunque essere stato riconfermato il connubio tra Italia ed Israele, almeno nel mondo del glamour.

Al Fashion show di Missoni era presente la direttrice di Vogue Italia, Franca Sozzani, la quale ha affermato che la chiave del successo della moda israeliana dovrà essere investire sui nuovi designer, promuovendoli e supportandoli. La direttrice di Vogue Italia sembra aver compreso appieno la politica israeliana in fatto di giovani: start-up, stages e borse di studio sono ciò che più attira ragazzi da tutto il mondo verso le istituzioni israeliane capaci, più di tante altre, di offrire chances lavorative.

Nel corso della fashion week Israele non si è smentita, aprendo le porte alle nuove generazioni in ogni aspetto della manifestazione, iniziando dalla musica che ha intrattenuto gli ospiti, suonata da bambini in età compresa tra gli otto e i dodici anni e non da famose band locali.

Le passerelle, però, sono state il vero e proprio palcoscenico delle nuove leve: insieme alle collezioni di stilisti affermati come Shai Shalom e Dorin Frankfurt, sono state presentate le creazioni delle giovani promesse della moda israeliana, primi fra tutti, gli studenti dello  Shenkar College of Engineering and Design.

Durante la Gindi Fashion Week la moda ha dato quindi spettacolo, ma non solo sulla passerella. Gli ospiti d’eccezione e gli invitati provenienti da ogni parte del mondo hanno reso Tel Aviv un crocevia modaiolo in cui il concetto di stile è stato reinterpretato in infiniti modi. C’è stato chi, improvvisandosi Frida Kahlo, ha celebrato Purim con qualche giorno di anticipo e chi, invece, sembrava essere uscito da un servizio fotografico di Vanity Fair.

A chiudere in grande stile questo tripudio di stravaganza e glamour sono state le creazioni di Maskit, indossate da donne famose ed eleganti come Lea Peretz e l’attrice Yuval Scharf.

Concludere la fashion week con la sfilata di Maskit, maison israeliana fondata nel 1954 da Ruth Dayan (presente in prima fila durante il fashion show), è stata la scelta più riuscita di tutta la manifestazione. Rappresentando una delle prime tappe fondamentali per l’ascesa dello stile israeliano in tutto il mondo, la partecipazione di Maskit ha permesso una riscoperta delle origini necessaria per poter guardare al futuro, perché serve uno sguardo sul passato per riuscire ad avere fiducia nell’avvenire.

 

Sara Pavoncello                                                                                                                                                                                      

Foto di Daniele Di Nepi 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI20 marzo 2014
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 Gatekeepers
“The gatekeepers” è forse il film che, fra tutti quelli proposti al Festival del Cinema Israeliano, ha creato la maggiore aspettativa:  novanta  minuti in cui vengono per la prima volta intervistati sei vecchi capi dello Shin Bet, il servizio di spionaggio antiterrorismo israeliano.  Tanta curiosità era abbastanza prevedibile, da una parte per la prima volta diventa possibile avvicinare figure altrimenti irraggiungibili, dall’altra forse si nasconde al suo interno il desiderio di scoprire il perché, il per come, e sviscerare ogni possibile retroscena. L’ultima cosa che però si può trovare nel documentario è, però, la morbosità: il regista, Moreh Dror, ha la capacità di lasciare allo spettatore la possibilità di trarre le proprie conclusioni, e di riproporre momenti dolorosi degli ultimi cinquant’anni di storia in maniera senz’altro toccante, ma mai patetica (basti pensare alla sequenza dedicata al periodo dell’uccisione di Rabin).

Dopo un’ora e mezza in cui osservi sei signori, diversi per età, idee, modo di approcciarsi, darsi il cambio e ”cedersi” la scena a vicenda, dopo un’ora e mezza di strette allo stomaco, ciò che più rimane impresso è un filo rosso che li unisce tutti e sei: non importa in che anni abbiano lavorato, e non importa adesso che lavoro facciano -molti di loro si sono “riciclati” come politici o giornalisti- comune è l’assoluta sfiducia con cui ripensano alla classe politica contemporanea al loro mandato –unica eccezione è Carmi Gillon, che lavorava gomito a gomito con Yitzhak Rabin, che ricorda con stima e affetto. Comune a tutti era l’impressione di lavorare con chi non aveva un piano a lungo termine, una proposta politica efficace, ma soluzioni momentanee (viene detto per la precisione “nessuna strategia, solo tattiche”).  Potevano essere profondamento diversi fra di loro, chi era stato maggiormente indurito da una vita all’interno di un’organizzazione militare e chi meno, chi riteneva accettabili un maggior numero di azioni e chi meno, ma tutti loro guardavano all’intera classe politica con l’occhio disilluso di chi ci ha creduto, e ora non riesce più a crederci per davvero. Il “vecchio uomo in fondo al corridoio” –come veniva chiamato durante l’infanzia il Primo Ministro, espressione che poi nell’età adulta diventa un idioma per indicare l’intera classe politica- visto attraverso i loro occhi sembra annaspare tra le difficoltà, senza riuscire a prendere un direzione chiara. Alla domanda finale posta dal regista, “Cosa bisogna fare ora?” nella sostanza, tutti questi sei signori, anche quelli da cui non ti saresti aspettato una risposta del genere, o almeno non così categorica, rispondono, “Dialogare, dialogare con tutti”, dimostrando quella capacità di andare oltre se stessi di cui lamentano la mancanza in chi li rappresenta.

Talia Bidussa

 

 

 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI18 marzo 2014
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Lo sport in Israele non si ferma di Shabbat.

Calciatori, giocatori di basket, pallavolisti, schermidori e professionisti di altre pratiche sportive scendono in campo di sabato. Un po’ come di domenica in Italia, un po’ come siamo abituati da sempre. Durante il weekend, dopo la dura settimana di lavoro, è concesso stendersi sul divano, godersi qualche orribile junk food guardando la squadra del cuore o il campione in carica. Così anche in Israele arriva il tanto atteso weekend e con esso le trasferte allo stadio, le partite in TV. Ma come si fa se è Shabbat?

Un giornalista di Haaretz lo ha chiesto al giovanissimo fiorettista Yuval Freilich:

“Quando avevo 13 anni l’unica cosa che volevo era diventare un bravo ragazzo religioso”, racconta Yuval che viene da una famiglia religiosa. Quando ha scelto la scherma, era solo per hobby e non pensava di diventare così forte, ma oggi impugnando il fioretto vince e il suo sogno è l’Olimpiade. Nell’intervista spiega che rinunciare al rispetto dello Shabbat per la passione della scherma non è stata una decisione facile. Racconta che nel 2008 ha fatto appello all’alta Corte suprema israeliana, ma poi ha deciso: “Quando ho gareggiato nel 2010 di Shabbat si è scatenata una grande polemica, ma da quel momento io ho deciso che se le competizioni fossero cadute di Shabbat, io avrei gareggiato”. Il suo è un sogno di ragazzo e i suoi genitori l’hanno accettato e si sono adattati. Quando ci sono le trasferte la mamma e il papà di Yuval scelgono un albergo vicino alla palestra e prenotano dalla sera prima, così sabato mattina sono pronti per raggiungere il luogo a piedi e tifare per il figlio.

La Corte suprema non interviene in decisioni puramente religiose e rimanda la questione. Così in Israele, paese di grandi libertà ma anche di grandi contraddizioni, gli ultraortodossi protestano e rimangono esclusi anche dalle competizioni sportive. Il Beitar, squadra di Gerusalemme storicamente schierata a destra, aveva protestato e promesso ai fedeli tifosi che non ci sarebbero state, nella città santa, partite di Shabbat. Ma il campionato non si ferma e, se a Gerusalemme il calcio diventa una questione politica e religiosa, i giocatori e i professionisti come il giovane Yuval Freilich, preferiscono giocare e non rinunciare alla carriera.

Ma lo Shabbat non è la sola questione religiosa, in Israele ci sono calciatori emergenti arabi che giocano in squadre israeliane e ci sono squadre arabe (Bnei Sakhnin per esempio) dove giocano calciatori ebrei israeliani. E se in Italia siamo abituati a vedere giocatori che si fanno il segno della croce sul petto prima di entrare in campo o prima di tuffarsi in piscina, da gennaio 2014 ci abitueremo a vedere giocatori in campo con la kippa, dopo il permesso ufficiale dato dalla FIFA.

La libertà di espressione scende in campo e gli sportivi incontrano culture, religioni e abitudini da tutto il mondo, ma come si fa a difendere tutte le sensibilità senza mettere troppi paletti? Come si fa a far rimanere le palestre luoghi in cui a dettar legge è la disciplina sportiva, non gli egoismi politici e le rigidità religiose?

Come dice Yuval Freilich: “Non penso che la religione debba influenzare le possibilità che ognuno ha, di avere successo nello sport, nell’arte o nella musica”. E allora quando si entra in campo o si sale in pedana ciò che conta più di tutti è avere la possibilità e la forza per giocare, tutto il resto è puro scenario.

Rebecca Treves

Foto di Rebecca Treves

 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI11 marzo 2014
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Torino

07/02/2014. Ore 9.

Seduto davanti a me c’è un giovane ragazzo romano.

E’ qui per la riunione dell’esecutivo dell’ “European Maccabi Confederation” ed  è un atleta del Maccabi Roma. Il suo obiettivo è coinvolgere più persone all’interno del Maccabi Italia prendendo spunto dalle attività che vengono svolte negli altri paesi dalle organizzazioni Maccabi. Mi parla di un evento denominato  “dog walking” tenutosi in Olanda e gestito dal Maccabi Holland: si tratta di un’occasione di ritrovo tra persone che possiedono un cane e intanto interagiscono tra loro e si conoscono. Trovo la cosa molto divertente…se solo avessi un cane.

Mi parla di lezioni di zumba, una sorta di fitness che associa l’aerobica a movimenti della musica afro caraibica; serate di calcio balilla e di “sport” alla wii – l’ideale per me che vorrei fare sport senza fare sport- il tutto gestito dalle organizzazioni Maccabi delle varie nazioni. Non solo sport ad alti livelli, quindi, ma anche occasione per stare insieme, conoscersi e divertirsi.

Va continuando con le trascorse Maccabiadi alle quali ha partecipato quest’estate. La delegazione italiana contava 55 persone tra atleti e dirigenti. Sport rappresentati: pallanuoto, tennis, atletica, scacchi, badminton, calcio a 5 e judo. Gli ultimi due hanno portato a casa la medaglia di bronzo. All’interno dello staff, i  genitori come dirigenti e il fratello come compagno di squadra, cosa che ha reso l’esperienza ancora più carica di emozioni.

E di colpo, nonostante la pioggia incessante all’esterno mi ritrovo anche io a ricordare il caldo afoso di quel giorno a Gerusalemme.

Gerusalemme

17/07/2013

Teddy Stadium. Ore 20.

Sono appena entrata nello stadio. Ho caldo. Sono qui per la cerimonia d’apertura delle Maccabiadi e so già che sarà un grande evento. Si prevedono circa 32.000 persone. Effettivamente di gente ne sta entrando molta: è visibile, quasi palpabile, l’eccitazione nei loro occhi.

Inizio a  sventolarmi con il libretto che ci è stato dato all’ingresso e, notando che non produce alcun effetto rinfrescante, mi ritrovo a sfogliarlo.

“Il primo club sportivo ebraico aprì ad Istanbul , in Turchia, e fu fondato da ebrei immigrati dall’Europa, vittime di pregiudizi e antisemitismo, cacciati per tale motivo dai circoli sportivi. L’idea si diffuse e oggi Maccabi è sinonimo di organizzazione sportiva ebraica in oltre 50 paesi.

La prima Maccabiade ebbe luogo nel 1932 a Tel Aviv: vi parteciparono oltre 400 atleti provenienti da vari paesi compresi quelli arabi (come Egitto e Siria). Le Maccabiadi sono, tra quelli che prevedono numerose discipline, il settimo più grande evento sportivo dopo i Giochi olimpici, i Giochi Panamericani, i Giochi asiatici, i Giochi del Commonwealth, Universiadi e i Giochi panafricani. Esse si svolgono ogni 2 anni in Europa e ogni 4 in Israele.”

Mi siedo al posto assegnatomi in tribuna fissando con molta curiosità  l’enorme palco davanti ai miei occhi. Le luci si spengono. Lo spettacolo inizia.

La sfilata delle delegazioni, tradizione di qualsiasi cerimonia sportiva, vede come protagonisti atleti e dirigenti di ogni organizzazione. Nello stupore per la delegazione USA che conta più di mille atleti e quei paesi che invece contano solo un rappresentante (come nel caso della nuotatrice croata che, fiera, porta la sua bandiera), finalmente arriva il turno dell’Italia . Subito salto in piedi, urlando e cercando di manifestare tutto il mio supporto. La parata si chiude con la delegazione israeliana, aperta a tutte le componenti della società. E poi l’accensione della torcia, musica e balli.

Mi accorgo di non avere più caldo. Sono pur sempre a Yerushalaim.

Torino

7/02/2014. Ore 9.15

Il cameriere, che si accinge a servirci un buon cappuccino kosher, mi riporta alla realtà e il ragazzo sta ancora parlando.

Nel suo discorso sento le parole fratellanza, spirito di aggregazione e confronto. Sport ed ebraismo uniti per insegnare uno stile di vita basato sulla solidarietà, la sana competizione e il rispetto per l’altro. Lo sport come mezzo per insegnare determinati valori e celebrare un messaggio: Am Israel Hai, il popolo d’Israele Vive.

Mi lascia con una certezza: Berlino 2015.

L’eccitazione compare nuovamente nei suoi occhi. I giochi europei si terranno tra un anno in Germania e l’obiettivo è chiaro: fare in modo di fare vivere questa magnifica esperienza a più giovani ebrei possibili.

Il motto: “Start training. Experience Maccabi. Experience Berlin”.

Un ringraziamento speciale ad Angelo Della Rocca.

 Miriam Sofia



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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