Israele

Consiglio UGEIConsiglio UGEI11 marzo 2014
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Torino

07/02/2014. Ore 9.

Seduto davanti a me c’è un giovane ragazzo romano.

E’ qui per la riunione dell’esecutivo dell’ “European Maccabi Confederation” ed  è un atleta del Maccabi Roma. Il suo obiettivo è coinvolgere più persone all’interno del Maccabi Italia prendendo spunto dalle attività che vengono svolte negli altri paesi dalle organizzazioni Maccabi. Mi parla di un evento denominato  “dog walking” tenutosi in Olanda e gestito dal Maccabi Holland: si tratta di un’occasione di ritrovo tra persone che possiedono un cane e intanto interagiscono tra loro e si conoscono. Trovo la cosa molto divertente…se solo avessi un cane.

Mi parla di lezioni di zumba, una sorta di fitness che associa l’aerobica a movimenti della musica afro caraibica; serate di calcio balilla e di “sport” alla wii – l’ideale per me che vorrei fare sport senza fare sport- il tutto gestito dalle organizzazioni Maccabi delle varie nazioni. Non solo sport ad alti livelli, quindi, ma anche occasione per stare insieme, conoscersi e divertirsi.

Va continuando con le trascorse Maccabiadi alle quali ha partecipato quest’estate. La delegazione italiana contava 55 persone tra atleti e dirigenti. Sport rappresentati: pallanuoto, tennis, atletica, scacchi, badminton, calcio a 5 e judo. Gli ultimi due hanno portato a casa la medaglia di bronzo. All’interno dello staff, i  genitori come dirigenti e il fratello come compagno di squadra, cosa che ha reso l’esperienza ancora più carica di emozioni.

E di colpo, nonostante la pioggia incessante all’esterno mi ritrovo anche io a ricordare il caldo afoso di quel giorno a Gerusalemme.

Gerusalemme

17/07/2013

Teddy Stadium. Ore 20.

Sono appena entrata nello stadio. Ho caldo. Sono qui per la cerimonia d’apertura delle Maccabiadi e so già che sarà un grande evento. Si prevedono circa 32.000 persone. Effettivamente di gente ne sta entrando molta: è visibile, quasi palpabile, l’eccitazione nei loro occhi.

Inizio a  sventolarmi con il libretto che ci è stato dato all’ingresso e, notando che non produce alcun effetto rinfrescante, mi ritrovo a sfogliarlo.

“Il primo club sportivo ebraico aprì ad Istanbul , in Turchia, e fu fondato da ebrei immigrati dall’Europa, vittime di pregiudizi e antisemitismo, cacciati per tale motivo dai circoli sportivi. L’idea si diffuse e oggi Maccabi è sinonimo di organizzazione sportiva ebraica in oltre 50 paesi.

La prima Maccabiade ebbe luogo nel 1932 a Tel Aviv: vi parteciparono oltre 400 atleti provenienti da vari paesi compresi quelli arabi (come Egitto e Siria). Le Maccabiadi sono, tra quelli che prevedono numerose discipline, il settimo più grande evento sportivo dopo i Giochi olimpici, i Giochi Panamericani, i Giochi asiatici, i Giochi del Commonwealth, Universiadi e i Giochi panafricani. Esse si svolgono ogni 2 anni in Europa e ogni 4 in Israele.”

Mi siedo al posto assegnatomi in tribuna fissando con molta curiosità  l’enorme palco davanti ai miei occhi. Le luci si spengono. Lo spettacolo inizia.

La sfilata delle delegazioni, tradizione di qualsiasi cerimonia sportiva, vede come protagonisti atleti e dirigenti di ogni organizzazione. Nello stupore per la delegazione USA che conta più di mille atleti e quei paesi che invece contano solo un rappresentante (come nel caso della nuotatrice croata che, fiera, porta la sua bandiera), finalmente arriva il turno dell’Italia . Subito salto in piedi, urlando e cercando di manifestare tutto il mio supporto. La parata si chiude con la delegazione israeliana, aperta a tutte le componenti della società. E poi l’accensione della torcia, musica e balli.

Mi accorgo di non avere più caldo. Sono pur sempre a Yerushalaim.

Torino

7/02/2014. Ore 9.15

Il cameriere, che si accinge a servirci un buon cappuccino kosher, mi riporta alla realtà e il ragazzo sta ancora parlando.

Nel suo discorso sento le parole fratellanza, spirito di aggregazione e confronto. Sport ed ebraismo uniti per insegnare uno stile di vita basato sulla solidarietà, la sana competizione e il rispetto per l’altro. Lo sport come mezzo per insegnare determinati valori e celebrare un messaggio: Am Israel Hai, il popolo d’Israele Vive.

Mi lascia con una certezza: Berlino 2015.

L’eccitazione compare nuovamente nei suoi occhi. I giochi europei si terranno tra un anno in Germania e l’obiettivo è chiaro: fare in modo di fare vivere questa magnifica esperienza a più giovani ebrei possibili.

Il motto: “Start training. Experience Maccabi. Experience Berlin”.

Un ringraziamento speciale ad Angelo Della Rocca.

 Miriam Sofia


Consiglio UGEIConsiglio UGEI6 marzo 2014
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Governo Renzi

Lo scorso 22 febbraio il governo Renzi si è insediato a Palazzo Chigi.

Il nuovo esecutivo si presenta come un governo asciutto, giovane, di rappresentanza. E’ composto solo da 16 ministri, un numero piuttosto basso rispetto alla media dei precedenti consigli. E’ un governo di giovani con un’età media di 47 anni. Inoltre rappresenta la parità dei sessi: per la prima volta in assoluto metà del governo è formato da donne.

Renzi stesso, 39 anni, è il premier più giovane della storia repubblicana. La presenza dei giovani all’interno del suo governo non deve stupire visto che il leader del PD si è sempre espresso in favore del ricambio generazionale.

L’attuale Presidente del Consiglio, inoltre, non è solo giovane da un punto di vista anagrafico ma anche il suo modo di fare politica è “da giovane”: si è stancato di parlare in modo ambiguo e vuole creare un dialogo aperto e pulito con gli italiani.

Egli ha condotto numerose battaglie per ridurre i costi della politica: si pensi a quella per l’eliminazione delle due camere, l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, l’elezione diretta dei politici da parte dei cittadini.

Nonostante ciò, le sue posizioni politiche sono state spesso criticare da alcuni membri del suo partito perché considerate non “di sinistra” e influenzate dalla politica berlusconiana. Per esempio, la sua proposta di sostituire l’attuale legge elettorale, il cosiddetto “Porcellum” con l’“Italicum”, un sistema a collegi plurinominali con eventuale doppio turno e premio di maggioranza, è stata oggetto di forti polemiche.

A poche settimane dal suo insediamento, il nuovo governo è già fortemente criticato.  In un’Italia dove i giovani sono costretti ad andare all’estero per trovare lavoro, in questo paese di vecchi, dove ci si sente giovani fino a 50 anni e vecchi solo dopo aver passato gli 85, è stato varato un governo di giovani. Questa è una scelta che può sembrare azzardata ma che permette anche un margine di speranza, cambiamento e svecchiamento di cui l’Italia ha bisogno più che mai in questo momento.

Spostandoci in un altro continente, anche in Israele stanno emergendo alcuni giovani leader. In particolare ci si chiede chi potrà sostituire l’attuale premier Benjamin Netanyahu alla guida del governo israeliano.

Chi sono quindi i giovani leader politici in Israele?

Danny Danon, 42 anni, membro del Likud. Nell’introduzione del suo libro, “Israel, the Will to Prevail”, scrive: “Rappresento una nuova generazione di leader che vedono Israele intraprendere un nuovo e differente percorso rispetto agli ultimi decenni.” Nelle varie interviste che ha rilasciato ha dichiarato più volte: “Vi presento un nuovo approccio di una giovane generazione di israeliani che non hanno paura di dire quello che pensano e di parlare dei diritti derivanti dalla Bibbia.” Le sue affermazioni riflettono il pensiero di Netanyahu. Danon è un leader della giovane generazione del Likud, il partito che è attualmente al potere in Israele e lavora nel Ministero della Difesa.

Gideon Saar, 47 anni, altro membro del Likud, attualmente ricopre l’incarico di Ministro della Pubblica Istruzione. Ha ricevuto il maggior numero dei voti alle primarie del Likud del 2012. E’ considerato uno degli alleati più vicini al Primo Ministro.

Il milionario Naftali Bennett, 41 anni, promotore delle Start Up. Dopo aver fondato e diretto a New York una società di software che cerca di prevenire le frodi, è tornato in Israele per occuparsi di politica ed è entrato a far parte del partito politico di destra Abait Ayehudì. Egli ricopre attualmente la carica di Ministro dell’Economia, dei Servizi Religiosi, degli Affari interni a Gerusalemme e di quelli Internazionali.

Gilad Erdan, 43 anni, Ministro dell’Ambiente e presidente del movimento giovanile del Likud. Membro del Parlamento da 10 anni, è stato consigliere di Sharon e successivamente di Netanyahu.

Il governo Renzi e quello Netanyahu si differenziano per gli schieramenti politici, ma hanno in comune la presenza di giovani all’interno dei loro ministeri.

Proprio perché giovani, la speranza è che i ministri italiani e israeliani possano prestare maggiore attenzione ai problemi della gioventù di oggi: primo tra tutti quello dell’occupazione.

 Michela Di Nola


Consiglio UGEIConsiglio UGEI21 febbraio 2014
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Gandalf cannaIl 12 febbraio scorso la Corte Costituzionale ha abrogato la legge Fini-Giovanardi che dal 2005 ha regolato l’uso delle sostanze stupefacenti. Tornerà quindi in vigore la precedente normativa “Iervolino- Vassalli” che differenzia le sostanze tra droghe “leggere” e “pesanti” e antepone sanzioni amministrative prima che giudiziarie. Con le motivazioni della sentenza non ancora depositate, è ancora presto per dire cosa accadrà nella pratica in Italia, soprattutto per i detenuti finiti in prigione per reati di droga, ma in generale si prevede un allentamento delle pene, mentre non si prospettano novità per l’uso della cannabis a scopo terapeutico, attualmente consentita solo ed esclusivamente ai malati di sclerosi multipla.

E in Israele? Dietro ad una legislazione apparentemente rigida si nascondono falle nel sistema di prevenzione e repressione che hanno portato ad un aumento del traffico e del consumo di droghe.

In Israele la legislazione non distingue tra droghe più o meno pesanti. Solo la prima volta che si viene colti in possesso per uso personale (le quantità considerate tali vanno dai 0,3g per la cocaina ai 15g per la marijuana) non si viene perseguiti, ma dalla seconda scattano le sanzioni – prevalentemente amministrative. Per quanto riguarda invece la produzione, il traffico e lo spaccio, le pene comportano detenzione dai 3 ai 25 anni e sanzioni pecuniarie. Israele è infatti un importante crocevia per il traffico internazionale di stupefacienti, soprattutto dall’Africa all’Europa attraverso il Libano e l’Egitto.

Seconda considerazione è che Israele è in realtà molto tollerante per quanto riguarda l’uso della Cannabis in ambito terapeutico, tanto che è il primo paese al mondo in questo senso per percentuale di abitanti che ne fanno uso (attualmente 11.000 pazienti e in crescita ogni anno), utilizzata non solo dai malati di cancro e sclerosi multipla, è molto diffusa anche tra i veterani di guerra colpiti da Disturbo Post-Traumatico da Stress. Anche se attualmente sono solo una ventina i medici autorizzati a prescrivere la cannabis, è stato recentemente presentato un disegno di legge che allarghi questa facoltà a tutti i medici di famiglia.  Ma l’effettivo ottenimento della sostanza non è così semplice: recentemente l’Ospedale Shiba, il principale centro per la cura del dolore in Israele, ha smesso di accettare nuovi pazienti – migliaia ogni anno – per questioni burocratiche legate ad una mancanza di chiarezza nelle norme relative alla somministrazione di cannabis da parte del Ministero della Salute. Questa presa di posizione riflette l’atteggiamento dell’Associazione Medici Israeliani che si oppone fermamente non solo alla legalizzazione della cannabis, ma anche al suo uso terapeutico, e che recentemente ha scritto al Ministro della Salute Yael Bergman, dichiarando che non si tratta di una medicina, che non sono stati ancora stabiliti standard chiari riguardo ai dosaggi da utilizzare ed esprimendo preoccupazione per gli effetti a lungo termine.

Dal 1999 in Israele è anche attivo un partito politico il cui scopo principale è proprio la legalizzazione della cannabis, della marijuana e dell’hashish: Ale Yarok – La foglia verde, che però non è mai riuscito a superare la soglia di sbarramento e ad entrare in parlamento.

Eppure sono almeno due i siti internet attivi che promettono di acquistare marijuana on-line e di riceverla direttamente a casa. In uno dei due casi si paga l’equivalente in Bitcoin di 100 Shekel (circa 20 Euro) al grammo. Nel secondo si tratta di una pagina Facebook che conta oltre quindicimila “like” e che richiede invece un’offerta libera per il sostegno alla liberalizzazione. In cambio si riceve una dose.

Secondo i dati, il 9% degli israeliani fa regolare uso di marijuana – una percentuale minore rispetto ad altri paesi occidentali dove la cifra si aggira di media intorno al 12%. Per quanto riguarda la cocaina, invece, l’Autorità Anti-Droga riporta che il numero dei consumatori è raddoppiato tra il 2005 e il 2009, con l’1% degli israeliani tra i 18 e i 40 anni coinvolti.

Un nuovo e inquietante fenomeno sono infine le decine di chioschi che vendono cannabinoidi sintetici molto simili alle anfetamine e che sono spuntati come funghi negli ultimi 2-3 anni nel centro di Tel Aviv. Noti come “negozi di incenso”, si tratta di stanzini di pochi metri quadri – più che altro grossi sgabuzzini – arredati solo con un paio di mensole dove vengono esposti questi sostituti della marijuana e le cartine. La polizia al massimo può far chiudere il negozio per qualche giorno per sospetto di vendita di sostanze illegali, ma non esiste una regolamentazione in merito a questi prodotti, che tra gli effetti collaterali danno anche nausea e allucinazioni, oltre ad assuefazione.

Questi fatti, le falle burocratiche della legislazione e quelle del sistema di repressione, fanno sembrare la lotta contro le droghe in Israele sempre più lontana da vincere per lo Stato. La strada è lunga.  Sarà necessario revisionare una legislazione approvata ormai quarant’anni fa, allargandola ai nuovi fenomeni, trovando modi per farla applicare in maniera effettiva incrementando il potere della polizia in questo senso e chiarire le norme sull’uso della cannabis terapeutica.

Alessia Di Consiglio

Foto di Daniele Di Nepi
www.danieledinepi.com


Consiglio UGEIConsiglio UGEI18 novembre 2013

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Riceviamo e pubblichiamo:

 

– Mercoledì, 13 novembre 2013. Il sole ad Afula, città del Nord della Galilea, stava per fare la sua comparsa in quella che sarebbe stata una giornata come le altre, quando Eden Atias, soldato israeliano, 19 anni appena compiuti, stava dormendo all’interno di un bus in servizio per le strade della piccola cittadina israeliana. Ad un tratto il suo carnefice Hussein Sharf Ghawadra, di due anni più giovane, salendo sul bus ha iniziato ad infliggergli ripetutamente diverse pugnalate al collo lasciando il suo corpo senza vita. Così, i sogni, le speranze e la vita di un ragazzo che aveva preso il servizio militare da sole tre settimane nell’Esercito Israeliano, sono andati in fumo. L’ attentatore è stato arrestato poche ore dopo dalle autorità, e ha confessato di aver commesso l’atto terroristico per vendicare la reclusione di alcuni suoi parenti nelle carceri israeliane, anche loro rei di aver commesso negli anni passati atti di terrorismo contro civili Israeliani. L’omicidio di Eden Atias ha suscitato enorme commozione in tutto lo Stato d’Israele, e diverse sono state le manifestazioni di protesta nei confronti del Governo il quale da diversi mesi sta attuando lil rilascio di numerosi terroristi Palestinesi,sulla base di una politica di distensione. Migliaia sono state le persone che hanno assistito alla cerimonia funebre del soldato eseguita la sera stessa al cimitero comunale di Nazareth.

Una domanda sorge allora spontanea: come può essere possibile che per mano di un terrorista, un ragazzo di 18 anni abbia dovuto abbandonare la sua vita durante il sonno, per di più nel sui territorio? Una Terra che egli stesso stava servendo da pochi mesi, e che si impegna da tempo a rilasciare centinaia di terroristi. Carnefici pronti ad uccidere, gente comune, giovani ragazzi.

Andrea Pontecorvo


Consiglio UGEIConsiglio UGEI19 dicembre 2012
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Torno a parlare di cose che fanno parte della quotidianità, e non di cose che sono diventate improvvisamente quotidianità, anche se solo per una settimana.

Il mio arrivo in Israele ha coinciso con il mio ritorno allo studio. Ad un anno e mezzo dalla fine della mia esperienza universitaria alla Sapienza di Roma, sono tornato ad essere studente, ma stavolta presso la Tel Aviv University.

Quali sono le differenze tra queste due realtà? Moltissime. Non mi sembra appropriato generalizzare e, per questo, mi limiterò a descrivere l’atmosfera che si respira all’interno della facoltà nella quale da due mesi studio cinema.

Come ho detto a tutti i professori al primo giorno di lezione, lo spaesamento iniziale è stato generato da due grandi fattori: la lingua e le differenze tra il sistema universitario israeliano e quello italiano.

Catapultarsi in un ambiente nuovo, con persone nuove, regole nuove e in una lingua non propria non è facile, ma questa è una sfida che offre anche spunti importanti.

La cosa che mi ha colpito inizialmente più di ogni altra è il rapporto che si crea, ovviamente salvo eccezioni, con i professori durante le lezioni. L’orario di inizio delle classi sancisce l’inizio di una sorta di confronto che ovviamente è portato avanti dal professore, ma con il quale è molto più facile interagire rispetto a quello che ho constatato nella mia passata esperienza italiana. Nel mio caso personale, fatta eccezione per due delle lezioni che frequento, tutte le classi sono frequentate da dieci o al massimo trenta alunni. Questo fa sì che si instauri un rapporto personale con ogni singolo professore. In questi casi, ogni professore conosce il nome di ogni suo studente e, cosa che ancora marca una differenza di rapporto sostanziale anche se principalmente simbolica, gli studenti si rivolgono ai professori chiamandoli per nome, e non per cognome. Sostanzialmente quindi, il distacco tra chi insegna e chi studia è minore, e questo si percepisce; tutto ciò crea un’atmosfera più “leggera”.

Se tutto ciò possa facilitare lo studio non lo so. Quello che ho capito è che ho avuto bisogno di tempo per abituarmi a questa come ad altre differenze più “burocratiche” o regolamentari e che ora, dopo 2 mesi, comincio ad avere in parte la sensazione di capire l’aria che si respira alla Tel Aviv University.

Daniele Di Nepi

(Twitter @danieledinepi)



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L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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