Israele

Consiglio UGEIConsiglio UGEI4 agosto 2014
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Israel Bamilchama

 

 

– Ho capito che la guerra sarebbe durata di più di quello che mi aspettavo, in quello che pensavo fosse uno degli ultimi giorni, quando il taxi che ci portava a casa dall’aeroporto ci guarda dicendo: “Israel bemilchama” (Israele è in guerra) con uno sguardo triste, mentre attraversavamo una Tel Aviv stranamente silenziosa e vuota.

– Ho capito che durante la giornata non fai altro che pensare a quando suonerà il prossimo allarme antimissile, e pensi a dove sarai quando dovrai correre a trovare riparo. Anche se a mente fredda sai che ci sono grandissime probabilità che non succederà nulla, in quei 30 secondi pensi a cosa succederebbe se il sistema di difesa facesse uno sbaglio, se quel missile stesse per cadere sopra la tua casa, o sopra la casa di uno dei tuoi familiari. Ho capito che in quell’istante non ti frega nulla che le probabilità sono basse: non aspetti altro che la sirena finisca, che si sentano i boati provocati dall’esplosione dei missili, che i tuoi amici e parenti scrivano che stanno bene e che il TG dica che non ci sono feriti. Poi pensi che c’è chi vive questa situazione anche 10/20 volte al giorno, e che non ha tempo di correre nei bunker, perché il missile arriva troppo presto.

– Ho capito che Israele ha scelto di non pensare troppo alla guerra mediatica. Ha investito nell’istallare bunker in quasi tutti gli edifici, sirene in ogni città, nel distribuire istruzioni a tutti i cittadini tramite tutti i canali e nello spendere molto in un sistema antimissile sofisticatissimo. Quando suona la sirena nella tua città, ringrazi Israele di aver fatto questa scelta. Ho capito che Hamas invece ha investito per vincere la guerra mediatica, decidendo di portare la guerra, quella vera, tra le case della gente. Che ha deciso di scavare tunnel di contrabbando e di assalto, e non bunker che avrebbero potuto salvare vite umane.

– Ho capito che si può dire la propria riguardo le mosse dell’esercito e del governo, se ritenuto opportuno. E che si deve poter fare senza essere aggrediti come si fosse dei traditori. Non va scordato però che Israele fronteggia il problema serio e profondo del terrorismo e che sta combattendo una guerra contro un nemico infame, nemico di Israele quanto nemico del popolo palestinese. Secondo alcuni (anche alcuni israeliani) lo fa in maniera sbagliata, ma non va dimenticato di fronte a quale pressione si trova il paese. Ho capito però che chi propone strade alternative a quella intrapresa dal governo lo fa, quasi sempre, per lo stesso motivo di chi supporta l’azione militare: trovare la strada per la sicurezza e la pace di Israele.

– Ho capito che qui nei TG fanno vedere tutto. Fanno parlare reporter da Gaza, esponenti da tutti i partiti israeliani (anche minoritari). Fanno parlare i cittadini del sud e quelli più lontani. Fanno parlare chi si arruola o chi si oppone.

– Ho capito che l’embargo di Egitto e Israele verso la striscia di Gaza ha il principale obbiettivo di limitare le capacità terroristiche e militari di Hamas. E che Hamas dice di lottare per togliere l’embargo tramite attività terroristiche e militari.

– Ho capito che è più interessante e stimolante discutere con un israeliano medio, trovandolo preparato ma pieno di dubbi e conflitti interiori, rispetto che discutere con un italiano medio, trovandolo meno preparato, ma molto più  sicuro.

– Ho capito che quando pensi di aver capito tutto, e di aver formato un’idea precisa e decisa riguardo a quello che sta succedendo, accade qualcosa che ti fa riflettere ancora.

– Ho capito che questo è il conflitto può parlato e filmato del mondo. Non che sia un conflitto da ignorare, anzi. Ma che la quantità di attenzione, rispetto ad altre situazioni altrettanto importanti e più sanguinose, è strana.

– Ho capito che le legittime manifestazioni a sostegno del popolo palestinese in Europa prendono facilmente una piega violenta e in qualche caso antiebraica. E  che anche questo è strano.

– Ho capito che, seppur hanno fatto fatica a calarsi nelle dinamiche mediorientali e che la loro mediazione abbia dato meno frutti di quel che ci si aspettava, demonizzare gli Stati Uniti non è una tattica vincente.

–  Ho capito che i soldati sono un po’ i figli di tutti. Che nel centro di Israele, quando suonavano solo le sirene, la vita, anche se più silenziosa, andava comunque avanti. Ma che quando sono entrati e morti i figli, l’atmosfera è cambiata.

– Ho capito che bisogna isolare gli estremisti. Che questa situazione fa tendere i nervi, ma bisogna non lasciarsi trascinare e diventare aggressivi uno con l’altro.

– Ho capito, anche se già lo sapevo, che non è vero che tutti gli israeliani sono guerrafondai. Israele è una democrazia. La sicurezza è una delle priorità, ed è questa la cosa che spinge la maggioranza della popolazione a prendere una posizione. Sicuramente “sterminare” la popolazione palestinese non è uno degli scopi di Israele, anche se qualcuno cerca di farcelo credere.

– Ho capito che cercare di spingere al dialogo è legittimo e giusto, ma che bisognerebbe ricordarsi del dialogo anche in tempo di tranquillità.

– Ho capito che mostrare empatia per la situazione difficile a Gaza non ti rende anti israeliano o pro Hamas perché anche le vittime a Gaza fanno male.

– Ho capito che un popolo deve poter essere unito anche avendo idee diverse.

– Ho capito che non è vero che tutti i palestinesi vogliono la guerra.

– Ho capito che non è vero che per essere filo-palestinese bisogna sostenere Hamas. Chi sostiene Hamas non fa altro che danneggiare il popolo palestinese stesso.

– Ho capito che dividere in due parti il conflitto vuol dire non averlo capito.

– Ho capito che diplomazia e politica possono essere la soluzione di questo conflitto, ma che  diplomazia e politica sono uno dei problemi di questo conflitto.

– Ho capito che non ci sarà il cessate il fuoco definitivo fino a che tutte le parti in causa abbiano deciso di accettarlo veramente. E che non ci sarà fino a che tutte le parti in causa non avranno la volontà di finirla. Ho capito quindi che il benessere dei palestinesi è anche una necessità per la sicurezza di Israele, oltre che un diritto.

– Ho capito che è triste sapere che siamo stati costretti a vivere giorni di guerra, ancora una volta, perché la guerra è una sconfitta del dialogo ed una passo estremo anche se ritenuto necessario, qualsiasi sia la propria posizione politica.

– Ho capito che come Israeliani dobbiamo capire che i palestinesi resteranno qui, e che la questione va quindi vista a lungo termine.

– Ho capito che tutti i palestinesi devono capire che noi resteremo qui.

– Ho capito che la maggioranza delle persone in questo pezzo di terra vuole la pace ma che ognuno ha la sua strada per raggiungerla. C’è uno spot in tv realizzato da un associazione che racchiude vittime di entrambe le parti, con uno slogan che recita: “non vi vogliamo qui”. Non vogliamo vedere la lista di vittime ampliarsi.

– Ho capito che non c’è stato un attimo in cui ho pensato di non tornare. Perché malgrado momenti difficili come questo ed i forti contrasti, vivere qui è stata la mia scelta.

Daniele Di Nepi

twitter: @danieledinepi

 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI14 luglio 2014
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Mohammed Abu Khudair è il ragazzo palestinese di sedici anni trovato morto martedì mattina nei pressi di Gerusalemme. Il piano del suo rapimento sarebbe stato elaborato nei diciotto giorni passati dal rapimento dei tre ragazzi israeliani alla sera del ritrovamento dei loro cadaveri. Secondo l’autopsia il ragazzo è stato colpito alla testa e bruciato vivo. I responsabili sono stati scovati dalla polizia israeliana. Per ora, sono sei i fermati e uno di questi sembra aver confessato. Prima del raid, il gruppo avrebbe partecipato a una manifestazione antiaraba insieme agli ultrà de La Familia, i tifosi razzisti e violenti del Beitar. Si tratta dunque di una frangia estremista e probabilmente l’omicidio è a sfondo nazionalista. Gli assassini dovrebbero far parte del gruppo “Price Tag” così definito dal 2005 quando, in seguito alla decisione di Sharon del ritiro dalla Striscia di Gaza a cui erano contrari, scelsero di far pagare agli arabi la demolizione di insediamenti illegali come quello di Amona. Netanyahu si è occupato di questo gruppo nel 2013 definendolo proibito, ma evidentemente l’azione del premier non è stata abbastanza efficace. Ora l’intento della polizia israeliana è di sgominare l’intero network di complicità che ha consentito il rapimento. Rimane da risolvere anche il caso del cugino della vittima, picchiato in seguito ad un arresto per lancio di pietre e bottiglie Molotov contro agenti della polizia. Si è indotta un’enorme confusione tra le operazioni di ricerca dei colpevoli del rapimento dei tre ragazzi israeliani chiamate rappresaglia senza ragione e l’eliminazione a Gaza di lanciamissili di Hamas. I missili seguitano a piovere sul sud d’Israele rendendo impossibile la vita dei cittadini e l’esercito cerca di fermarli. Ciò non ha nulla a che vedere con un’operazione di risposta al rapimento. Nel frattempo, sempre ieri, è stato arrestato Hussein Khalifa, un tassista arabo colpevole di aver pugnalato a morte la diciannovenne ebrea Shelly Dalon che due mesi fa era salita a bordo del taxi del killer per andare a un colloquio di lavoro. Nonostante il grande dolore, non è cambiata assolutamente la posizione dell’opinione pubblica israeliana riguardo l’uccisione del giovane sedicenne palestinese. Netanyahu ha dichiarato che: “Non distinguiamo tra terrorismo e terrorismo: condanno le invocazioni di “morte agli arabi” così come quelle di “morte agli ebrei”. Amos Oz li paragona a “neonazisti”, l’ex leader degli insediamenti Dany Dayan li definisce “un disastro morale” e i grandi rabbini di Israele li hanno messi all’indice. Israele processa gli assassini e non osanna il gesto criminale mentre continuano a circolare le foto di giovani palestinesi con tre dita alzate in segno di festeggiamento per la morte di Eyal, Gilad e Naftalì. Stamattina, Netanyahu ha chiamato il padre del sedicenne ucciso. ’’Voglio esprimere la mia indignazione per il fatto che cittadini di Israele si siano resi responsabili dell’omicidio di vostro figlio ”, ha detto il Primo Ministro. ‘’Abbiamo agito immediatamente per catturare gli assassini. Li condurremo a processo e saranno giudicati sulla base della più ampia estensione della nostra legge”, ha assicurato. ” Denunciamo questa condotta brutale. L’uccisione di vostro figlio è ripugnante e non può essere approvata da alcun essere umano ”, ha concluso. La testimonianza di quanto sia scosso il senso comune israeliano è data proprio dalle parole di Yishai Fraenkel, zio di Naftalì, nonché uno dei tre ragazzi rapiti e uccisi da militanti di Hamas. Lo zio colpito dalla scomparsa del nipote e ancora avvolto dal dolore e dalla sofferenza ha dichiarato senza alcuna esitazione che: “La vita di un arabo è altrettanto preziosa di quella di un ebreo. Il sangue è sangue, un assassinio è un assassinio”.


Micol Debash
La foto di Tel Aviv è di Daniele di Nepi

Consiglio UGEIConsiglio UGEI17 aprile 2014
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Masa-Logo8Cerchi un tirocinio dopo la laurea o un’esperienza di studi o di volontariato in Israele? Masa Italia potrebbe essere quello che fa per te.

“Se sei alla ricerca di un cambiamento di vita in Israele, Masa Israel ti accompagna in questa fase e ti aiuta a fare la scelta migliore in base alle tue esigenze. Si tratta di un programma congiunto del governo d’Israele e dell’Agenzia ebraica per Israele che offre ai giovani ebrei di età compresa tra i 18 e i 30 anni l’opportunità di abbinare periodi di studio, perfezionamento nella ricerca, alta formazione, stage professionali, volontariato e divertimento in Israele. E’ un’occasione per riscoprire la propria identità ebraica.”

Per quanto mi riguarda sono venuta a conoscenza dei programmi Masa Italia, la “sezione” italiana di Masa Israel Journey, tramite Valeria Milano, che si occupa di farli conoscere ai giovani studenti ebrei interessati. Valeria mi ha fornito il contatto del rappresentante di Masa Italia, Gilad, e abbiamo organizzato un incontro. Gilad mi ha fornito tutte le informazioni necessarie riguardo alla borsa di studio che offre l’organizzazione e i nomi di vari programmi offerti.

I programmi che offre Masa Italia sono molto variegati e si adattano bene al tipo di esperienza che si vuole fare in Israele. Gvahim Young Leaders, per esempio, è un programma che offre l’opportunità di fare uno stage di 5 mesi in un’azienda israeliana. Il programma è stato ideato per consentire al tirocinante di capire il funzionamento della società israeliana. Gvahim è un programma gratuito eccetto una tassa di 150 dollari e offre una serie di attività extra: come corsi di ebraico, Shabbat organizzati, visite di start-up, incontri con esperti su diversi argomenti.

Un altro programma è Career Israel che offre l’opportunità di effettuare stage in diversi campi: come Business e Finanza, Politica e Governo, Diritti Umani, Educazione, Cinematografia e Fotografia, Scienza e Ingegneria, Comunicazione e molti altri. Career Israel è il programma di punta di Israel experience, che fornisce programmi su misura, offrendo i più alti standard di servizio e qualità. L’obiettivo del programma è quello di rafforzare il senso d’identità ebraica del partecipante, approfondendo la sua connessione con Israele e aumentando il legame con le comunità d’origine.

Real Life Israel è un programma che offre tirocini anche per il periodo estivo e borse di studio nella ricerca. All’interno di questo programma è previsto anche L’Israel Public Diplomacy Program, che consente ai giovani di avvicinarsi al mondo della diplomazia. Il programma in questione offre anche una serie di borse di studio ed esenzioni a seconda del reddito del partecipante.

In particolare, mi sono interessata ai programmi Masa Israel Journey perché volevo avere un’esperienza in Israele che fosse inerente al mio percorso di studi. Mi sono laureata da poco in Scienze Politiche e i programmi Masa offrono opportunità di effettuare tirocini presso organizzazioni governative e non nel campo della Politica, del Governo e dei Diritti Umani e anche nel Consiglio Israeliano per gli Affari Esteri. Per questo motivo mi è sembrata un’occasione da cogliere al volo!

Masa Italia, quindi, offre una serie di opportunità ai giovani studenti appena laureati che hanno la possibilità di effettuare tirocini nelle loro aree di competenza ma anche di migliorare la loro conoscenza della lingua ebraica e di fare un’esperienza unica e divertente in Israele.

Se come me volete arricchire il vostro curriculum con un’esperienza utile per il vostro futuro, i programmi offerti da Masa Italia sono un’opzione da tenere in considerazione!

Michela Di Nola

Fonte: http://masaitalia.org/#/home


Consiglio UGEIConsiglio UGEI9 aprile 2014
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A Tel Aviv, come in tutto il resto del paese, si respira già aria di festa. Pesach è alle porte e comincia il periodo che passando per Yom a Shoa e Yom Hazikaron, ci porterà fino a Yom Atzmaut.

Tra una settimana si festeggerà la nascita storica e biblica del popolo di Israele e, tra un mese, la fondazione dello stato di Israele.

Sarà il secondo anno che passerò Yom Atzmaut da cittadino israeliano e, come lo scorso anno, in questo periodo non mancheranno occasioni di sentire l’inno nazionale, l’Hatikwa. Mi sono reso conto che con il passare del tempo, le sensazioni che scatenano queste note dentro di me stanno cambiando.

É stato proprio ascoltando quelle note, nella parte finale del museo di Yad Vashem, che anni fa scattò dentro di me qualcosa; una scintilla che mi fece cominciare un percorso che mi ha portato all’Alyah. Quelle note erano per me collegate a una speranza di realizzare qualcosa che non c’era:

“לִהְיוֹת עַם חָפְשִׁי בְּאַרְצֵנוּ” (Essere un popolo libero nella nostra terra), speranza ereditata da chi, molti anni prima, avrebbe avuto vitale bisogno di una patria propria. Durante la mia infanzia quelle note portavano quindi un pizzico di nostalgia e di tristezza, con uno sguardo verso un possibile futuro di cui però, non avevo nessuna certezza.

Ora questa sensazione sta cambiando. Ora questo canto rappresenta sì una speranza, non più di un futuro incerto, ma di migliorare una nazione di cui oggi faccio parte.

Avendo respirato l’aria, sentito le opinioni e vissuto a contatto con gli abitanti che forse non hanno mai cantato l’Hatikwa provando quello che si prova cantandola da lontano, si capisce che le prospettive di chi vive qui sono diverse. Ho capito che il mio sionismo ed il mio attaccamento a questa terra andavano riscoperti qui, perché ci sono cose che da fuori non si capiscono e non si vedono.

Credo che quindi Israele sia una tappa fondamentale per chiunque voglia scavare all’interno del proprio sionismo e del proprio ebraismo, ma oggi credo profondamente anche che questa esperienza vada vissuta appieno. Immergersi  nella cultura israeliana vuol dire entrare a contatto con gli abitanti (più che mai diversi uno dall’altro), vuol dire studiare l’ebraico, sentirsi parte di una società molto complessa. Solo così si potranno scoprire alcune dinamiche che dall’estero è molto difficile comprendere.

Una tappa in Israele credo sia quindi indispensabile durante la vita di ogni ebreo, ma credo anche che debba essere una tappa degna di significato, con un giusto equilibrio tra vivere la propria esperienza cosciente delle proprie radici italiane e una completa integrazione con la popolazione locale.

Quale augurio migliore, alle porte della festa che celebra l’uscita del popolo ebraico dall’Egitto.

“לשנה הבאה בירושלים”.

 

Daniele Di Nepi

@danieledinepi

 

Foto di Daniele Di Nepi



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L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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