Israele

Consiglio UGEIConsiglio UGEI5 maggio 2015
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Secondo una ricerca del Dialog Institute pubblicata da Haaretz nel dicembre 2013 e diretta dal Prof. Camil Fuchs, dell’Università di Tel Aviv, il 70% dei cittadini israeliani è a favore di pari diritti per la comunità omosessuale e il 59% sostiene l’introduzione delle unioni civili. Tra chi ha risposto all’indagine si sono definite evidenti differenze in base al gruppo etnico/culturale di appartenenza e alla zona di residenza, per certi versi simili a quelle messe in risalto dalle recenti elezioni politiche. Ad aver risposto negativamente al sondaggio sono soprattutto i haredim e, in misura sensibilmente minore, gli arabi (cristiani e musulmani) e quegli ebrei che tendono a definirsi religiosi, a portare la kippah e a votare per partiti di destra come HaBayt HaYehudi.

La geografia riflette in buona misura le divisioni: se Tel Aviv è considerata la capitale LGBT del Medio Oriente, a Gerusalemme il clima è meno disteso e anche in anni recenti si sono verificati episodi di discriminazione e aggressione, subito stigmatizzati dalle autorità politiche e perseguiti da quelle giudiziarie. A Tel Aviv, invece, numerose spiagge, locali ed eventi LGBT – tra cui un imponente Gay Pride – fanno della capitale economica del Paese un luogo tra i più gay friendly al mondo, che nel 2011 ha meritato il premio di “Migliore città gay dell’anno” del popolare sito arcobaleno Gaycities.com.

Israele, a differenza dell’Italia, riconosce l’unione delle coppie omosessuali con una formula che viene definita “coabitazione non registrata”. E’ la legislazione più avanzata dell’intera Asia, ma concede più diritti agli omosessuali anche rispetto a quella in vigore dalle nostre parti. Come evidenziano i dati del Dialog Institute, tuttavia, pur non essendoci un baratro come in Italia, sul tema dei diritti civili anche in Israele il Paese reale è più avanti rispetto a quello legale, e sarebbe doveroso che i rappresentanti politici ne prendessero atto. Se il prossimo governo vedrà la partecipazione dei partiti religiosi sarà probabilmente più difficile che accada, dal momento che questi hanno posizioni in generale rigidamente conservatrici e non di rado espressamente omofobe.

Il matrimonio tra persone dello stesso sesso non è consentito, ma questo è dovuto all’assenza, ad oggi, del matrimonio civile, un problema che per gli israeliani è sempre più urgente affrontare: l’unica forma di matrimonio è quella “religiosa”, di competenza esclusiva dell’autorità rabbinica. Come le coppie eterosessuali, anche quelle omosessuali vedono riconosciuto il proprio matrimonio contratto all’estero. Israele presenta inoltre una serie di leggi contro la discriminazione degli omosessuali nell’esercito, a scuola e sul posto di lavoro. Dal 2000 le donne lesbiche possono diventare madri adottive dei figli del partner e dal 2005 a tutte le coppie LGBT sono garantiti pieni diritti di adozione.

In generale, in Israele la comunità omosessuale è particolarmente folta e assume Tel Aviv a proprio centro di gravità. Nella città bianca vivono anche numerosi gay arabi palestinesi, anche se è difficile stabilirne il numero con esattezza; molti sono legati a partner israeliani, altri vi risiedono clandestinamente per il timore di venire rispediti indietro, e dover così subire quelle discriminazioni che sono la regola nei territori amministrati dall’Autorità nazionale palestinese e nella Gaza dominata da Hamas, come peraltro in tutto il Medio Oriente musulmano.

Giorgio Berruto


Consiglio UGEIConsiglio UGEI12 aprile 2015
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Razzi Hamas

Il 26 marzo scorso la nota ONG Amnesty International ha pubblicato un paper intitolato “Unlawful and Deadly. Rocket and Mortar Attacks by Palestinian Armed Groups During the 2014 Gaza/Israel Conflict”. Nelle oltre 60 pagine del documento, la ong individua un’ampia gamma di episodi che testimoniano la violazione sistematica dei diritti umani da parte dei gruppi terroristi palestinesi nel corso del conflitto che li ha visti opposti a Israele l’estate scorsa.
Una ovvietà conclamata? Non tanto, se si pensa che è la prima volta che la celebre organizzazione non governativa dedica una ricerca esclusiva alle attività di terrorismo di Hamas e soci.
Il documento comprova i crimini di guerra compiuti da Hamas tra luglio e agosto 2014, a partire dal lancio indiscriminato di 4.800 missili e di 1.700 colpi di mortaio su aree civili in Israele, e ricostruisce le circostanze in cui gli attacchi hanno avuto esito mortale. Questi attacchi, sottolinea Philip Luther, Direttore di Amnesty per l’area Medio Oriente-Nord Africa, “sono una violazione flagrante della legislazione umanitaria internazionale”. Inoltre, continua Luther, “dimostrano indifferenza per le conseguenze delle violazioni stesse avvenute sia in Israele sia nella Striscia di Gaza”.
Quest’ultimo, i crimini commessi da Hamas nei confronti della stessa popolazione di Gaza, è un altro punto cruciale del resoconto. Amnesty ricostruisce un episodio avvenuto il 28 luglio, quando un proiettile ha causato la morte di 13 persone, tra cui 11 minori. Come da prassi consolidata, Hamas aveva immediatamente accusato Israele dell’accaduto, ma le indagini hanno dimostrato che il proiettile era stato lanciato dall’interno della Striscia di Gaza, e che dunque la responsabilità non poteva essere dell’esercito israeliano. Sappiamo che gli ordigni lanciati da Hamas hanno un elevato margine di imprecisione, per cui episodi come questo possono essere stati molto più frequenti di quanto si pensi e di quanto la stessa ong dichiari.

Il rapporto denuncia anche altre violazioni del codice umanitario da parte dei gruppi terroristi palestinesi: l’utilizzo di abitazioni civili e di scuole dell’Onu come depositi di missili e l’installazione delle rampe di lancio in luoghi densamente abitati.

Ciò detto, il documento presenta numerosi limiti. Gli stessi limiti della ong che lo ha prodotto, che ha da tempo un’agenda politica protesa alla delegittimazione di Israele. Nel rapporto, per esempio, non compare mai il termine “terrorismo” o “terrorista”, mentre si parla di non meglio definiti “gruppi armati palestinesi”. Anche Hamas viene citata di rado, come se gli attacchi lanciati contro Israele non avessero avuto né un soggetto responsabile né una strategia.
Inoltre, e soprattutto, sembra che ogni poche righe i redattori del documento abbiano sentito l’esigenza di affermare e riaffermare la colpevolezza di Israele, già condannata, peraltro, da più di un rapporto di Amnesty nei mesi scorsi. Emblematiche le parole di Philip Luther: “L’impatto devastante degli attacchi israeliani sui civili palestinesi durante il conflitto è innegabile, ma in un conflitto le violazioni di una parte non possono mai giustificare quelle dell’altra parte”.

Bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto? Ciascuno giudichi da sé, ma non dimentichiamo che si tratta del primo documento di Amnesty dedicato precipuamente alle violazioni dei “gruppi armati palestinesi”, mentre di report volti a mostrare i supposti crimini di Israele gli archivi della ong sono colmi.

Giorgio Berruto


Consiglio UGEIConsiglio UGEI7 aprile 2015
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La scorsa settimana, ho avuto il piacere di essere presente al raduno studentesco sportivo delle università e college israeliani. Ad Eilat, la città più a sud del paese, mi sono ritrovato circondato da un gruppo che rappresentava il melting pot israeliano: ragazzi da ogni zona del paese, di origine diverse e, ovviamente, di religioni diverse, a sottolineare la bellezza del multiculturalismo e della libertà sancite dalle leggi del paese.

Questo succede poche settimane dopo l’elezioni politiche, che, tra gli altri verdetti,  hanno affermato “La Lista Unita”, lista composta principalmente da arabi israeliani, quale terzo partito all’interno della Knesset, il parlamento israeliano. Non va scordato, infatti, che circa il 20% della popolazione israeliana è composta da arabi, i quali non sono altro che palestinesi rimasti all’interno dei confini israeliani e che hanno ricevuto la cittadinanza israeliana. Molti di essi sono imparentati con le famiglie della West Bank o di Gaza.

Questi sono due degli effetti della democrazia israeliana che, anche con i suoi difetti, viene data ovviamente per scontata ma che, non va scordato, è eccezione in Medio Oriente.

Vediamo venti integralisti soffiare che ci spingono a lottare nuovamente per salvaguardare i principi a noi tanto cari, anche nelle capitali europee. Israele si trova quindi circondata e minacciata in un fuoco di tensioni, vedendo la sua stessa sopravvivenza come una lotta continua. La nuova sfida di Israele sarà anche quella di non farsi risucchiare dal vortice violento che sta infuocando i paesi vicini o dalla influenze antidemocratiche che essi emanano. Paesi dove comanda il più forte e non l’insieme dei cittadini, come in democrazia. La sfida sarà quella di continuare a distinguersi per la propria eccezionalità. Non arriva quindi a caso, qualche giorno fa, l’appello del Presidente Rivlin, che, facendo probabilmente riferimento a frasi ambigue sentite al culmine della campagna elettorale, ha sottolineato come il Governo sia chiamato ad agire per il bene di tutti i cittadini, ebrei, arabi o appartenenti ad altre minoranze. Come ad affermare che democrazia vuol dire anche difendere i più lontani. Lontani politicamente, etnicamente o religiosamente. Che siano essi i cristiani di Nazareth, i Drusi del Golan, i Mussulmani di Umm al-Fahm o gli Ebrei dei kibbutzim di Otef Aza. Come a sottolineare che dobbiamo continuare ad agire senza cadere nella tentazione di mettere i nostri valori in secondo piano.

Il dibattito israeliano interno, a volte accesissimo, non deve essere percepito come pericoloso, ma deve essere salvaguardato (nei limiti della legge israeliana), per arricchire il paese. La democrazia di Israele, paese sotto minaccia dal primo giorno della sua esistenza, viene costantemente messa alla prova. Ma è proprio nei momenti più difficili che Israele deve rimanere ferma sulle proprie basi, già fissate dai padri fondatori nella dichiarazione di indipendenza:

“…Quindi noi, membri del Consiglio del Popolo, rappresentanti della Comunità Ebraica in Eretz Israel e del Movimento Sionista, siamo qui riuniti nel giorno della fine del Mandato Britannico su Eretz Israel e, in virtù del nostro diritto naturale e storico e della risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, dichiariamo la fondazione di uno Stato ebraico in Eretz Israel, che avrà il nome di Stato d’Israele […] Lo Stato d’Israele sarà aperto per l’immigrazione ebraica e per la riunione degli esuli, incrementerà lo sviluppo del paese per il bene di tutti i suoi abitanti, sarà fondato sulla libertà, sulla giustizia e sulla pace come predetto dai profeti d’Israele, assicurerà completa uguaglianza di diritti sociali e politici a tutti i suoi abitanti senza distinzione di religione, razza o sesso, garantirà libertà di religione, di coscienza, di lingua, di istruzione e di cultura, preserverà i luoghi santi di tutte le religioni e sarà fedele ai principi della Carta delle Nazioni Unite….”

Quando tutto il Medio Oriente (e non solo) sembra sfaldarsi, non c’è altro che augurarsi che Israele resti in equilibrio sulle sue nobili basi ebraiche e democratiche.

Viva la democrazia israeliana!

Daniele Di Nepi

Twitter: @danieledinepi


Consiglio UGEIConsiglio UGEI18 marzo 2015
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Come stravolgere i sondaggi in una notte

Si chiude oggi una lunga campagna elettorale, con il trionfo di Benjamin “Bibi” Netanyahu, che stravolge i sondaggi e resta Primo Ministro dello Stato ebraico.

 Gli ultimi giorni della campagna elettorale sono stati dominati dall’ottimismo del partito laburista di Isaac Herzog (riunito con Tzipi Livni nell’Unione Sionista), dato in vantaggio di qualche seggio sul Likud di Benjamin Netanyahu da tutti i sondaggi.

Il sistema elettorale israeliano è un sistema proporzionale puro che non prevede un premio di maggioranza. Era quindi necessario capire quale sarebbe stata la composizione del parlamento per sapere se questo vantaggio sarebbe stato sufficiente per permettere al leader laburista di creare una coalizione abbastanza forte per sostituire Netanyahu.

Dato per scontato che il partito di centro-sinistra sarebbe stato il primo partito, nelle ultime settimane l’occhio di media e esperti puntava sui partiti minori e sulle possibili alleanze.

Con questa atmosfera si sono aperte le urne nel paese. Una grande affluenza, solitamente favorevole alla sinistra, faceva presagire una conferma dei sondaggi. I giornali respiravano già aria di sconfitta nelle sedi del Likud e dei partiti di destra e Netanyahu è apparso più volte in video nelle ultime ore per richiamare gli elettori a sostenerlo: “Il nostro governo è in pericolo. Andate a votare!”.

Tutto si è rovesciato alle 10 di sera. Gli exit polls hanno stravolto le sensazioni di tutti: Netanyahu, dato per finito da molti, era ancora saldamente in gara. Questa volta i sondaggi davano un testa a testa tra Likud e Havoda (Laburisti), ma con qualche possibilità in più per la destra di formare una coalizione in grado di formare un governo.

La vittoria della destra è maturata nella notte. I risultati veri hanno rafforzato la posizione di Netanyahu, dando a lui i numeri per governare il paese.

Rivlin, Presidente dello stato di Israele, consulterà i partiti ed assegnerà il compito a Bibi Netanyahu di formare una coalizione di governo.

Riuscirà a governare per 4 anni? C’è chi sostiene di no, avendo bisogno il Likud dell’appoggio di tanti altri partiti, ma questo si capirà solo nei prossimi mesi.

Lo stravolgimento dei sondaggi è stato dettato dalla strategia del Likud di recuperare voti a destra, sottraendoli ai partiti di Bennet e di Lieberman, che hanno perso numerosi seggi in parlamento. Netanyahu, dopo giorni di silenzio, ha giocato le sue carte all’ultimo minuto, a poche ore dalla chiusura dei seggi. Il partito di Herzog è cresciuto rispetto alle scorse elezioni ma non è riuscito ad accaparrarsi i necessari voti della destra che sarebbero stati decisivi.

La campagna dei laburisti (Votate noi per non avere Netanyahu) e l’atmosfera troppo vittoriosa dell’opposizione hanno spinto avanti il Likud che, concentrandosi sulla minaccia iraniana e sul contrasto con Obama, ha richiamato e ricompattato la destra.

La campagna trionfante della “Vittoria 2015” e della rivoluzione a sinistra non ha funzionato, o almeno è stata distrutta quando Bibi, nonostante evidentemente impaurito e provato, ha deciso di tornare a farsi vedere e di richiamare i suoi sostenitori alle urne. Ancora una volta Bibi ha vinto con  una strategia azzeccata, messa a punto per avere un impatto esplosivo sulle elezioni. Impatto che ha fatto impazzire gli exit polls.

La scelta del voto utile di entrambi i maggiori partiti ha funzionato, ma l’opposizione avrebbe avuto bisogno di un movimento dei voti da una parte all’altra del parlamento. I numeri della destra sono stati ridistribuiti, indebolendo le fazioni più nazionaliste di Bennet e Lieberman, ma sono rimasti sostanzialmente invariati, permettendo al Likud di rimanere al potere.

Una svolta a destra non c’è stata, ma è mancata una svolta a sinistra.

I desiderosi di cambiamento dovranno aspettare le prossime elezioni per un altro tentativo. Non sono la maggioranza di questo paese in questo momento. L’errore della sinistra è forse stato quello di impostare la campagna contro Netanyahu.

Se di referendum su Netanyahu si è trattato, ha vinto la volontà degli israeliani di continuare ad essere guidati da chi ha messo la sicurezza al centro, in un Medio Oriente infuocato.

Paradossalmente, la lista degli arabi israeliani (per la prima volta insieme in un’unica lista) esce vincitrice e diventa il terzo partito in parlamento. Se riusciranno a restare compatti (non è scontato), potrebbero guidare l’opposizione in parlamento insieme al partito di Herzog, che ha già ammesso l’evidenza e si è congratulato con il Primo Ministro.

Come si comporterà ora il governo israeliano? Continuerà a portare avanti i temi caldi della campagna elettorale, come la minaccia iraniana? A vittoria acquisita, cercherà di risanare i rapporti con l’amministrazione statunitense? Sarà questa l’ultima legislatura di Netanyahu? Come riprenderà Bibi il discorso ed il dibattito con gli arabi israeliani ed i palestinesi?

La democrazia si è espressa. Ora il gioco delle coalizioni farà il resto.

Daniele Di Nepi

Twitter @danieledinepi


Consiglio UGEIConsiglio UGEI4 novembre 2014
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Il primo novembre, sono andato all’evento in ricordo dell’assassinio del Primo Ministro di Israele,

Yitzhak Rabin, 19 anni dopo il tragico accadimento. Alla fine di Shabbat, una folla di qualche migliaia di persone si è radunata nel centro di Tel Aviv. (Ci sarà un altro evento una settimana dopo, organizzato dai movimenti giovanili israeliani, alla quale parteciperò allo stesso modo).

La pioggia, che ha colpito violentemente Tel Aviv nel pomeriggio, ha dato qualche ora di tregua, per permettere alla folla di raggiungere la piazza dove Rabin fu ucciso.

Arrivando da Rechov Frishman, superati i controlli di sicurezza del caso, sono entrato in una piazza abbastanza piena. Molti giovani e qualche meno giovane. Molti cartelli e loghi presenti, principalmente di movimenti giovanili e politici tendenti alla sinistra. Bandiere di partito, ma anche bandiere israeliane. Accanto ad una di queste, ne spunta anche una palestinese, che attira l’attenzione di molti. Alcuni, in modo pacifico (almeno per quanto ho avuto modo di vedere) chiedono spiegazioni al ragazzo che la sventola, credendo forse che non sia un atteggiamento adeguato alla situazione. Il ragazzo spiega come, secondo lui, il punto sia proprio quello di arrivare alla pace e che quindi crede sia giusto portare anche quella bandiera.

Molti sono gli slogan presenti, tra cui uno che  parafrasa il vecchio slogan più volte rivolto al ricordo di Rabin “Haver, ata Chaser” (Amico, ci manchi), che diventa “Eskem, ata Chaser” (Trattato, ci manchi), riferendosi un trattato di pace con i palestinesi.

Moltissimi cartelli che, in un modo o nell’altro, richiamano alla pace. Shalom è sicuramente la parola più utilizzata.

Viene proiettato il video del discorso dell’allora presidente nella stessa piazza, pochissimi istanti prima dello sparo di Igal Amir. Sono parole di un leader forte, cariche di speranza. Alcune di queste parole, anche se vecchie di 19 anni, rimangono nella testa. “Il governo che ho l’onore di presiedere… ha decido di dare una possibilità alla pace. Una pace che risolverebbe la maggior parte dei problemi di Israele. Sono stato un uomo dell’esercito per 27 anni, ho combattuto come se non ci fosse una possibilità di pace. Io credo che ora ci sia una possibilità di pace.” Un velo di commozione colpisce i presenti.

Un commosso Shimon Peres sale sul palco. Nonostante i suoi 91 anni, la sua voce rimbomba forte in tutta la piazza. Una voce diversa rispetto a quella che aveva nei discorsi da Primo Ministro. Racconta che si ricorda di essere stato accanto a Rabin quella sera e che da quel momento il suo cuore non ha più smesso di piangere. Grida che la strada tracciata da Rabin è ancora viva e che alla fine quella strada vincerà. Elenca le eccellenti lodi e capacità dello stato di Israele, ma sottolinea che la pace renderebbe tutto migliore. Avverte che sarà impossibile rimanere uno stato ebraico e democratico se non si arriverà alla pace. Sa bene che i palestinesi dovranno riconoscere l’esistenza dello stato di Israele, ma che a renderlo uno stato ebraico deve essere la sua popolazione. Si rivolge ai religiosi e ai non religiosi dicendo: “Ricercare la pace è una mitzvah”. Prosegue chiedendo a coloro che non vogliono percorrere questa strada quale sia la loro soluzione. “La pace si fa con il nemico”, ma sostiene che dobbiamo farla soprattutto per noi come israeliani. “Non so se arriveremo ad una pace perfetta, ma meglio una pace fredda che una guerra calda… Ero un giovane e ora sono invecchiato, ma spero di essere qui al momento della firma”. Usa una frase della famosa canzone Shir la Shalom, cantata da Rabin quella sera di 19 anni fa: “Non dite che arriverà un giorno, fate in modo che quel giorno arrivi”. Poi grida alla folla che la pace arriverà.

Mi allontano dalla piazza e salgo su un taxi.

Il tassista: “eravate alla manifestazione? Non capisco perché debbano politicizzare l’omicidio di Rabin. L’omicidio è stata una cosa terribile, ma bisognerebbe ricordarlo con qualcosa di apolitico. Invece si trasforma in una manifestazione di sinistra”.

Chissà cosa sarebbe successo se Rabin fosse ancora vivo. Sarebbe riuscito a firmare uno storico trattato di pace con i palestinesi? Gaza e West Bank sarebbero unite in un solo stato in pace con Israele? Non lo sapremo mai. Sappiamo solo che questo possibile futuro oggi sembra solo un sogno lontano, vecchio almeno di 19 anni.

Daniele Di Nepi – twitter @danieledinepi  



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L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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