Israele

Consiglio UGEIConsiglio UGEI17 aprile 2014
Masa-Logo8-500x500.jpg

6min710

Masa-Logo8Cerchi un tirocinio dopo la laurea o un’esperienza di studi o di volontariato in Israele? Masa Italia potrebbe essere quello che fa per te.

“Se sei alla ricerca di un cambiamento di vita in Israele, Masa Israel ti accompagna in questa fase e ti aiuta a fare la scelta migliore in base alle tue esigenze. Si tratta di un programma congiunto del governo d’Israele e dell’Agenzia ebraica per Israele che offre ai giovani ebrei di età compresa tra i 18 e i 30 anni l’opportunità di abbinare periodi di studio, perfezionamento nella ricerca, alta formazione, stage professionali, volontariato e divertimento in Israele. E’ un’occasione per riscoprire la propria identità ebraica.”

Per quanto mi riguarda sono venuta a conoscenza dei programmi Masa Italia, la “sezione” italiana di Masa Israel Journey, tramite Valeria Milano, che si occupa di farli conoscere ai giovani studenti ebrei interessati. Valeria mi ha fornito il contatto del rappresentante di Masa Italia, Gilad, e abbiamo organizzato un incontro. Gilad mi ha fornito tutte le informazioni necessarie riguardo alla borsa di studio che offre l’organizzazione e i nomi di vari programmi offerti.

I programmi che offre Masa Italia sono molto variegati e si adattano bene al tipo di esperienza che si vuole fare in Israele. Gvahim Young Leaders, per esempio, è un programma che offre l’opportunità di fare uno stage di 5 mesi in un’azienda israeliana. Il programma è stato ideato per consentire al tirocinante di capire il funzionamento della società israeliana. Gvahim è un programma gratuito eccetto una tassa di 150 dollari e offre una serie di attività extra: come corsi di ebraico, Shabbat organizzati, visite di start-up, incontri con esperti su diversi argomenti.

Un altro programma è Career Israel che offre l’opportunità di effettuare stage in diversi campi: come Business e Finanza, Politica e Governo, Diritti Umani, Educazione, Cinematografia e Fotografia, Scienza e Ingegneria, Comunicazione e molti altri. Career Israel è il programma di punta di Israel experience, che fornisce programmi su misura, offrendo i più alti standard di servizio e qualità. L’obiettivo del programma è quello di rafforzare il senso d’identità ebraica del partecipante, approfondendo la sua connessione con Israele e aumentando il legame con le comunità d’origine.

Real Life Israel è un programma che offre tirocini anche per il periodo estivo e borse di studio nella ricerca. All’interno di questo programma è previsto anche L’Israel Public Diplomacy Program, che consente ai giovani di avvicinarsi al mondo della diplomazia. Il programma in questione offre anche una serie di borse di studio ed esenzioni a seconda del reddito del partecipante.

In particolare, mi sono interessata ai programmi Masa Israel Journey perché volevo avere un’esperienza in Israele che fosse inerente al mio percorso di studi. Mi sono laureata da poco in Scienze Politiche e i programmi Masa offrono opportunità di effettuare tirocini presso organizzazioni governative e non nel campo della Politica, del Governo e dei Diritti Umani e anche nel Consiglio Israeliano per gli Affari Esteri. Per questo motivo mi è sembrata un’occasione da cogliere al volo!

Masa Italia, quindi, offre una serie di opportunità ai giovani studenti appena laureati che hanno la possibilità di effettuare tirocini nelle loro aree di competenza ma anche di migliorare la loro conoscenza della lingua ebraica e di fare un’esperienza unica e divertente in Israele.

Se come me volete arricchire il vostro curriculum con un’esperienza utile per il vostro futuro, i programmi offerti da Masa Italia sono un’opzione da tenere in considerazione!

Michela Di Nola

Fonte: http://masaitalia.org/#/home


Consiglio UGEIConsiglio UGEI9 aprile 2014
Daniele-Di-Nepi-1-500x333.jpeg

4min380

Daniele Di Nepi 1

A Tel Aviv, come in tutto il resto del paese, si respira già aria di festa. Pesach è alle porte e comincia il periodo che passando per Yom a Shoa e Yom Hazikaron, ci porterà fino a Yom Atzmaut.

Tra una settimana si festeggerà la nascita storica e biblica del popolo di Israele e, tra un mese, la fondazione dello stato di Israele.

Sarà il secondo anno che passerò Yom Atzmaut da cittadino israeliano e, come lo scorso anno, in questo periodo non mancheranno occasioni di sentire l’inno nazionale, l’Hatikwa. Mi sono reso conto che con il passare del tempo, le sensazioni che scatenano queste note dentro di me stanno cambiando.

É stato proprio ascoltando quelle note, nella parte finale del museo di Yad Vashem, che anni fa scattò dentro di me qualcosa; una scintilla che mi fece cominciare un percorso che mi ha portato all’Alyah. Quelle note erano per me collegate a una speranza di realizzare qualcosa che non c’era:

“לִהְיוֹת עַם חָפְשִׁי בְּאַרְצֵנוּ” (Essere un popolo libero nella nostra terra), speranza ereditata da chi, molti anni prima, avrebbe avuto vitale bisogno di una patria propria. Durante la mia infanzia quelle note portavano quindi un pizzico di nostalgia e di tristezza, con uno sguardo verso un possibile futuro di cui però, non avevo nessuna certezza.

Ora questa sensazione sta cambiando. Ora questo canto rappresenta sì una speranza, non più di un futuro incerto, ma di migliorare una nazione di cui oggi faccio parte.

Avendo respirato l’aria, sentito le opinioni e vissuto a contatto con gli abitanti che forse non hanno mai cantato l’Hatikwa provando quello che si prova cantandola da lontano, si capisce che le prospettive di chi vive qui sono diverse. Ho capito che il mio sionismo ed il mio attaccamento a questa terra andavano riscoperti qui, perché ci sono cose che da fuori non si capiscono e non si vedono.

Credo che quindi Israele sia una tappa fondamentale per chiunque voglia scavare all’interno del proprio sionismo e del proprio ebraismo, ma oggi credo profondamente anche che questa esperienza vada vissuta appieno. Immergersi  nella cultura israeliana vuol dire entrare a contatto con gli abitanti (più che mai diversi uno dall’altro), vuol dire studiare l’ebraico, sentirsi parte di una società molto complessa. Solo così si potranno scoprire alcune dinamiche che dall’estero è molto difficile comprendere.

Una tappa in Israele credo sia quindi indispensabile durante la vita di ogni ebreo, ma credo anche che debba essere una tappa degna di significato, con un giusto equilibrio tra vivere la propria esperienza cosciente delle proprie radici italiane e una completa integrazione con la popolazione locale.

Quale augurio migliore, alle porte della festa che celebra l’uscita del popolo ebraico dall’Egitto.

“לשנה הבאה בירושלים”.

 

Daniele Di Nepi

@danieledinepi

 

Foto di Daniele Di Nepi


Consiglio UGEIConsiglio UGEI6 aprile 2014
house-of-cards-francis-underwood-500x281.jpg

5min300

house-of-cards-francis-underwood

Amit Segal (@amit_segal), un giovane ed apprezzato giornalista Israeliano che si occupa principalmente di politica, ha riassunto la condanna dell’ex primo ministro Ehud Olmert per corruzione con un tweet breve ed incisivo:

“Tutti dicono che è un giorno triste per lo Stato d’Israele. Al contrario: è un giorno eccellente per lo Stato, nel quale si combatte contro la corruzione e si mandano i corrotti in prigione”.

Segal ha ragione. Siamo abituati a pensare ad un ideale di élite politica dove la perfezione morale deve andare a braccetto con la produttività legislativa, e continuiamo a deluderci del fatto che nessuna politica riesca a soddisfare questo ideale. Se fosse per noi, ogni politico sarebbe un grottesco incrocio tra il Dalai Lama e Mao Tse Tung: morale suprema, retorica irreprensibile, leadership indiscutibile, coerenza assoluta e perseveranza di ferro. E continuiamo a lamentarci che in politica gente così non ce n’è, né in Israele, né nel mondo. Nella nostra arroganza, arriviamo a dire che se ci fossimo noi al governo…

A provare che il nostro ideale è irraggiungibile c’è l’ultimo secolo e mezzo. Ogni governo che ha provato ad essere morale e pratico è fallito miseramente e viene ricordato con smorfie e superlativi. Fascismo, Comunismo (Russia, Cina e Cuba), Nazismo, eccetera. In ognuno di questi casi, la stessa idea: leader con un background ideologico forte e con una gran voglia di cambiare il mondo. Grandi ideologie che hanno portato a grandi delusioni nei casi migliori, ed a terribili disgrazie in quelli peggiori. Forse dovremmo stare attenti a quello che ci auguriamo.

Ovviamente non significa che dobbiamo abbandonarci ad essere governati da diverse varianti di Frank Underwood, e continuare a considerarci vittime del sistema. Piuttosto, cerchiamo di capire cosa può funzionare invece della politica, o almeno influenzare la politica.

L’esempio migliore che mi viene in mente è la “Protesta delle Tende”, avvenuta in Israele nel 2011. Un gruppo di studenti usciti fuori dal nulla (ovvero senza nessun passato attivista o politico di spessore) si organizza in maniera spontanea e per protestare contro il caro vita, pianta delle tende in Sderot Rotschild, una delle vie principali di Tel Aviv, e vi si trasferisce. In pochi giorni, diventa un trend nazionale. Rotschild diventa una tendopoli, fenomeni simili sorgono a Gerusalemme, Haifa, Beer Sheva e in altre città. Manifestazioni dappertutto, in alcuni casi con centinaia di migliaia di dimostranti. Netanyahu convoca un gruppo di analisti per scrivere una proposta di programma per abbassare il caro vita, e la bozza viene presentata in meno di una settimana. Ho recentemente partecipato ad un incontro con prof. Trachtenberg, che era stato messo a capo dello stesso gruppo di analisti. Quando gli è stato chiesto se secondo lui è cambiato qualcosa da allora, la sua risposta è stata molto chiara: “Se guardo a ciò che abbiamo proposto, forse qualcosa si. Ma il fatto più importante è che il linguaggio politico è cambiato. Non si parla più solo di sicurezza e di conflitto arabo-israeliano, ma si parla di benessere, giustizia sociale, riforme economiche. Se andiamo di questo passo, Israele può diventare la prima economia sociale del mondo.” Forse l’ultima frase era un po’ azzardata. Ma di fatto, la Protesta delle Tende è riuscita nell’arco di due anni a fare spazio in prima pagina le questioni sociali del cittadino qualunque. Cosa non fa la politica agli alti ranghi, riescono a fare cittadini in tenda in mezzo alla strada. Democrazia – nel senso letterale.

Quindi, come ho scritto all’inizio, Segal ha ragione. Invece di piangere i nostri politici corrotti, cerchiamo di apprezzare i sistemi che funzionano bene nonostante tutto.

Che poi Olmert a me non mi ha mai convinto.

Avy Leghziel (@avyleg)


Consiglio UGEIConsiglio UGEI23 marzo 2014
Tel-aviv-Fashion-week-500x281.jpg

5min390

Tel aviv Fashion week

Si è conclusa lo scorso 13 marzo la Gindi Fashion week durante la quale Tel Aviv ha mostrato un suo aspetto di cui non tutti sono a conoscenza: regina della movida mediterranea e meta per studiosi e ricercatori, la metropoli israeliana primeggia ormai anche nel mondo fatto di lustrini e paillettes della moda internazionale. Da qualche anno, infatti, Tel Aviv si sta assicurando un posto nell’olimpo del glamour, facendosi strada tra Londra, Parigi e New York.

Fiducia nei giovani e cosmopolitismo sembrano essere state le parole d’ordine della Fashion week israeliana. Anche per questa edizione, infatti, dopo il successo della collaborazione dello scorso anno con Roberto Cavalli, la settimana della moda è stata aperta dalla sfilata di un brand straniero, italiano per l’esattezza: Missoni. Sembra dunque essere stato riconfermato il connubio tra Italia ed Israele, almeno nel mondo del glamour.

Al Fashion show di Missoni era presente la direttrice di Vogue Italia, Franca Sozzani, la quale ha affermato che la chiave del successo della moda israeliana dovrà essere investire sui nuovi designer, promuovendoli e supportandoli. La direttrice di Vogue Italia sembra aver compreso appieno la politica israeliana in fatto di giovani: start-up, stages e borse di studio sono ciò che più attira ragazzi da tutto il mondo verso le istituzioni israeliane capaci, più di tante altre, di offrire chances lavorative.

Nel corso della fashion week Israele non si è smentita, aprendo le porte alle nuove generazioni in ogni aspetto della manifestazione, iniziando dalla musica che ha intrattenuto gli ospiti, suonata da bambini in età compresa tra gli otto e i dodici anni e non da famose band locali.

Le passerelle, però, sono state il vero e proprio palcoscenico delle nuove leve: insieme alle collezioni di stilisti affermati come Shai Shalom e Dorin Frankfurt, sono state presentate le creazioni delle giovani promesse della moda israeliana, primi fra tutti, gli studenti dello  Shenkar College of Engineering and Design.

Durante la Gindi Fashion Week la moda ha dato quindi spettacolo, ma non solo sulla passerella. Gli ospiti d’eccezione e gli invitati provenienti da ogni parte del mondo hanno reso Tel Aviv un crocevia modaiolo in cui il concetto di stile è stato reinterpretato in infiniti modi. C’è stato chi, improvvisandosi Frida Kahlo, ha celebrato Purim con qualche giorno di anticipo e chi, invece, sembrava essere uscito da un servizio fotografico di Vanity Fair.

A chiudere in grande stile questo tripudio di stravaganza e glamour sono state le creazioni di Maskit, indossate da donne famose ed eleganti come Lea Peretz e l’attrice Yuval Scharf.

Concludere la fashion week con la sfilata di Maskit, maison israeliana fondata nel 1954 da Ruth Dayan (presente in prima fila durante il fashion show), è stata la scelta più riuscita di tutta la manifestazione. Rappresentando una delle prime tappe fondamentali per l’ascesa dello stile israeliano in tutto il mondo, la partecipazione di Maskit ha permesso una riscoperta delle origini necessaria per poter guardare al futuro, perché serve uno sguardo sul passato per riuscire ad avere fiducia nell’avvenire.

 

Sara Pavoncello                                                                                                                                                                                      

Foto di Daniele Di Nepi 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI20 marzo 2014
Gatekeepers-500x281.jpg

4min360

 

 Gatekeepers
“The gatekeepers” è forse il film che, fra tutti quelli proposti al Festival del Cinema Israeliano, ha creato la maggiore aspettativa:  novanta  minuti in cui vengono per la prima volta intervistati sei vecchi capi dello Shin Bet, il servizio di spionaggio antiterrorismo israeliano.  Tanta curiosità era abbastanza prevedibile, da una parte per la prima volta diventa possibile avvicinare figure altrimenti irraggiungibili, dall’altra forse si nasconde al suo interno il desiderio di scoprire il perché, il per come, e sviscerare ogni possibile retroscena. L’ultima cosa che però si può trovare nel documentario è, però, la morbosità: il regista, Moreh Dror, ha la capacità di lasciare allo spettatore la possibilità di trarre le proprie conclusioni, e di riproporre momenti dolorosi degli ultimi cinquant’anni di storia in maniera senz’altro toccante, ma mai patetica (basti pensare alla sequenza dedicata al periodo dell’uccisione di Rabin).

Dopo un’ora e mezza in cui osservi sei signori, diversi per età, idee, modo di approcciarsi, darsi il cambio e ”cedersi” la scena a vicenda, dopo un’ora e mezza di strette allo stomaco, ciò che più rimane impresso è un filo rosso che li unisce tutti e sei: non importa in che anni abbiano lavorato, e non importa adesso che lavoro facciano -molti di loro si sono “riciclati” come politici o giornalisti- comune è l’assoluta sfiducia con cui ripensano alla classe politica contemporanea al loro mandato –unica eccezione è Carmi Gillon, che lavorava gomito a gomito con Yitzhak Rabin, che ricorda con stima e affetto. Comune a tutti era l’impressione di lavorare con chi non aveva un piano a lungo termine, una proposta politica efficace, ma soluzioni momentanee (viene detto per la precisione “nessuna strategia, solo tattiche”).  Potevano essere profondamento diversi fra di loro, chi era stato maggiormente indurito da una vita all’interno di un’organizzazione militare e chi meno, chi riteneva accettabili un maggior numero di azioni e chi meno, ma tutti loro guardavano all’intera classe politica con l’occhio disilluso di chi ci ha creduto, e ora non riesce più a crederci per davvero. Il “vecchio uomo in fondo al corridoio” –come veniva chiamato durante l’infanzia il Primo Ministro, espressione che poi nell’età adulta diventa un idioma per indicare l’intera classe politica- visto attraverso i loro occhi sembra annaspare tra le difficoltà, senza riuscire a prendere un direzione chiara. Alla domanda finale posta dal regista, “Cosa bisogna fare ora?” nella sostanza, tutti questi sei signori, anche quelli da cui non ti saresti aspettato una risposta del genere, o almeno non così categorica, rispondono, “Dialogare, dialogare con tutti”, dimostrando quella capacità di andare oltre se stessi di cui lamentano la mancanza in chi li rappresenta.

Talia Bidussa

 

 

 



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


Contattaci