Israele

Consiglio UGEIConsiglio UGEI18 marzo 2015
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Come stravolgere i sondaggi in una notte

Si chiude oggi una lunga campagna elettorale, con il trionfo di Benjamin “Bibi” Netanyahu, che stravolge i sondaggi e resta Primo Ministro dello Stato ebraico.

 Gli ultimi giorni della campagna elettorale sono stati dominati dall’ottimismo del partito laburista di Isaac Herzog (riunito con Tzipi Livni nell’Unione Sionista), dato in vantaggio di qualche seggio sul Likud di Benjamin Netanyahu da tutti i sondaggi.

Il sistema elettorale israeliano è un sistema proporzionale puro che non prevede un premio di maggioranza. Era quindi necessario capire quale sarebbe stata la composizione del parlamento per sapere se questo vantaggio sarebbe stato sufficiente per permettere al leader laburista di creare una coalizione abbastanza forte per sostituire Netanyahu.

Dato per scontato che il partito di centro-sinistra sarebbe stato il primo partito, nelle ultime settimane l’occhio di media e esperti puntava sui partiti minori e sulle possibili alleanze.

Con questa atmosfera si sono aperte le urne nel paese. Una grande affluenza, solitamente favorevole alla sinistra, faceva presagire una conferma dei sondaggi. I giornali respiravano già aria di sconfitta nelle sedi del Likud e dei partiti di destra e Netanyahu è apparso più volte in video nelle ultime ore per richiamare gli elettori a sostenerlo: “Il nostro governo è in pericolo. Andate a votare!”.

Tutto si è rovesciato alle 10 di sera. Gli exit polls hanno stravolto le sensazioni di tutti: Netanyahu, dato per finito da molti, era ancora saldamente in gara. Questa volta i sondaggi davano un testa a testa tra Likud e Havoda (Laburisti), ma con qualche possibilità in più per la destra di formare una coalizione in grado di formare un governo.

La vittoria della destra è maturata nella notte. I risultati veri hanno rafforzato la posizione di Netanyahu, dando a lui i numeri per governare il paese.

Rivlin, Presidente dello stato di Israele, consulterà i partiti ed assegnerà il compito a Bibi Netanyahu di formare una coalizione di governo.

Riuscirà a governare per 4 anni? C’è chi sostiene di no, avendo bisogno il Likud dell’appoggio di tanti altri partiti, ma questo si capirà solo nei prossimi mesi.

Lo stravolgimento dei sondaggi è stato dettato dalla strategia del Likud di recuperare voti a destra, sottraendoli ai partiti di Bennet e di Lieberman, che hanno perso numerosi seggi in parlamento. Netanyahu, dopo giorni di silenzio, ha giocato le sue carte all’ultimo minuto, a poche ore dalla chiusura dei seggi. Il partito di Herzog è cresciuto rispetto alle scorse elezioni ma non è riuscito ad accaparrarsi i necessari voti della destra che sarebbero stati decisivi.

La campagna dei laburisti (Votate noi per non avere Netanyahu) e l’atmosfera troppo vittoriosa dell’opposizione hanno spinto avanti il Likud che, concentrandosi sulla minaccia iraniana e sul contrasto con Obama, ha richiamato e ricompattato la destra.

La campagna trionfante della “Vittoria 2015” e della rivoluzione a sinistra non ha funzionato, o almeno è stata distrutta quando Bibi, nonostante evidentemente impaurito e provato, ha deciso di tornare a farsi vedere e di richiamare i suoi sostenitori alle urne. Ancora una volta Bibi ha vinto con  una strategia azzeccata, messa a punto per avere un impatto esplosivo sulle elezioni. Impatto che ha fatto impazzire gli exit polls.

La scelta del voto utile di entrambi i maggiori partiti ha funzionato, ma l’opposizione avrebbe avuto bisogno di un movimento dei voti da una parte all’altra del parlamento. I numeri della destra sono stati ridistribuiti, indebolendo le fazioni più nazionaliste di Bennet e Lieberman, ma sono rimasti sostanzialmente invariati, permettendo al Likud di rimanere al potere.

Una svolta a destra non c’è stata, ma è mancata una svolta a sinistra.

I desiderosi di cambiamento dovranno aspettare le prossime elezioni per un altro tentativo. Non sono la maggioranza di questo paese in questo momento. L’errore della sinistra è forse stato quello di impostare la campagna contro Netanyahu.

Se di referendum su Netanyahu si è trattato, ha vinto la volontà degli israeliani di continuare ad essere guidati da chi ha messo la sicurezza al centro, in un Medio Oriente infuocato.

Paradossalmente, la lista degli arabi israeliani (per la prima volta insieme in un’unica lista) esce vincitrice e diventa il terzo partito in parlamento. Se riusciranno a restare compatti (non è scontato), potrebbero guidare l’opposizione in parlamento insieme al partito di Herzog, che ha già ammesso l’evidenza e si è congratulato con il Primo Ministro.

Come si comporterà ora il governo israeliano? Continuerà a portare avanti i temi caldi della campagna elettorale, come la minaccia iraniana? A vittoria acquisita, cercherà di risanare i rapporti con l’amministrazione statunitense? Sarà questa l’ultima legislatura di Netanyahu? Come riprenderà Bibi il discorso ed il dibattito con gli arabi israeliani ed i palestinesi?

La democrazia si è espressa. Ora il gioco delle coalizioni farà il resto.

Daniele Di Nepi

Twitter @danieledinepi


Consiglio UGEIConsiglio UGEI4 novembre 2014
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Il primo novembre, sono andato all’evento in ricordo dell’assassinio del Primo Ministro di Israele,

Yitzhak Rabin, 19 anni dopo il tragico accadimento. Alla fine di Shabbat, una folla di qualche migliaia di persone si è radunata nel centro di Tel Aviv. (Ci sarà un altro evento una settimana dopo, organizzato dai movimenti giovanili israeliani, alla quale parteciperò allo stesso modo).

La pioggia, che ha colpito violentemente Tel Aviv nel pomeriggio, ha dato qualche ora di tregua, per permettere alla folla di raggiungere la piazza dove Rabin fu ucciso.

Arrivando da Rechov Frishman, superati i controlli di sicurezza del caso, sono entrato in una piazza abbastanza piena. Molti giovani e qualche meno giovane. Molti cartelli e loghi presenti, principalmente di movimenti giovanili e politici tendenti alla sinistra. Bandiere di partito, ma anche bandiere israeliane. Accanto ad una di queste, ne spunta anche una palestinese, che attira l’attenzione di molti. Alcuni, in modo pacifico (almeno per quanto ho avuto modo di vedere) chiedono spiegazioni al ragazzo che la sventola, credendo forse che non sia un atteggiamento adeguato alla situazione. Il ragazzo spiega come, secondo lui, il punto sia proprio quello di arrivare alla pace e che quindi crede sia giusto portare anche quella bandiera.

Molti sono gli slogan presenti, tra cui uno che  parafrasa il vecchio slogan più volte rivolto al ricordo di Rabin “Haver, ata Chaser” (Amico, ci manchi), che diventa “Eskem, ata Chaser” (Trattato, ci manchi), riferendosi un trattato di pace con i palestinesi.

Moltissimi cartelli che, in un modo o nell’altro, richiamano alla pace. Shalom è sicuramente la parola più utilizzata.

Viene proiettato il video del discorso dell’allora presidente nella stessa piazza, pochissimi istanti prima dello sparo di Igal Amir. Sono parole di un leader forte, cariche di speranza. Alcune di queste parole, anche se vecchie di 19 anni, rimangono nella testa. “Il governo che ho l’onore di presiedere… ha decido di dare una possibilità alla pace. Una pace che risolverebbe la maggior parte dei problemi di Israele. Sono stato un uomo dell’esercito per 27 anni, ho combattuto come se non ci fosse una possibilità di pace. Io credo che ora ci sia una possibilità di pace.” Un velo di commozione colpisce i presenti.

Un commosso Shimon Peres sale sul palco. Nonostante i suoi 91 anni, la sua voce rimbomba forte in tutta la piazza. Una voce diversa rispetto a quella che aveva nei discorsi da Primo Ministro. Racconta che si ricorda di essere stato accanto a Rabin quella sera e che da quel momento il suo cuore non ha più smesso di piangere. Grida che la strada tracciata da Rabin è ancora viva e che alla fine quella strada vincerà. Elenca le eccellenti lodi e capacità dello stato di Israele, ma sottolinea che la pace renderebbe tutto migliore. Avverte che sarà impossibile rimanere uno stato ebraico e democratico se non si arriverà alla pace. Sa bene che i palestinesi dovranno riconoscere l’esistenza dello stato di Israele, ma che a renderlo uno stato ebraico deve essere la sua popolazione. Si rivolge ai religiosi e ai non religiosi dicendo: “Ricercare la pace è una mitzvah”. Prosegue chiedendo a coloro che non vogliono percorrere questa strada quale sia la loro soluzione. “La pace si fa con il nemico”, ma sostiene che dobbiamo farla soprattutto per noi come israeliani. “Non so se arriveremo ad una pace perfetta, ma meglio una pace fredda che una guerra calda… Ero un giovane e ora sono invecchiato, ma spero di essere qui al momento della firma”. Usa una frase della famosa canzone Shir la Shalom, cantata da Rabin quella sera di 19 anni fa: “Non dite che arriverà un giorno, fate in modo che quel giorno arrivi”. Poi grida alla folla che la pace arriverà.

Mi allontano dalla piazza e salgo su un taxi.

Il tassista: “eravate alla manifestazione? Non capisco perché debbano politicizzare l’omicidio di Rabin. L’omicidio è stata una cosa terribile, ma bisognerebbe ricordarlo con qualcosa di apolitico. Invece si trasforma in una manifestazione di sinistra”.

Chissà cosa sarebbe successo se Rabin fosse ancora vivo. Sarebbe riuscito a firmare uno storico trattato di pace con i palestinesi? Gaza e West Bank sarebbero unite in un solo stato in pace con Israele? Non lo sapremo mai. Sappiamo solo che questo possibile futuro oggi sembra solo un sogno lontano, vecchio almeno di 19 anni.

Daniele Di Nepi – twitter @danieledinepi  


Consiglio UGEIConsiglio UGEI4 agosto 2014
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Israel Bamilchama

 

 

– Ho capito che la guerra sarebbe durata di più di quello che mi aspettavo, in quello che pensavo fosse uno degli ultimi giorni, quando il taxi che ci portava a casa dall’aeroporto ci guarda dicendo: “Israel bemilchama” (Israele è in guerra) con uno sguardo triste, mentre attraversavamo una Tel Aviv stranamente silenziosa e vuota.

– Ho capito che durante la giornata non fai altro che pensare a quando suonerà il prossimo allarme antimissile, e pensi a dove sarai quando dovrai correre a trovare riparo. Anche se a mente fredda sai che ci sono grandissime probabilità che non succederà nulla, in quei 30 secondi pensi a cosa succederebbe se il sistema di difesa facesse uno sbaglio, se quel missile stesse per cadere sopra la tua casa, o sopra la casa di uno dei tuoi familiari. Ho capito che in quell’istante non ti frega nulla che le probabilità sono basse: non aspetti altro che la sirena finisca, che si sentano i boati provocati dall’esplosione dei missili, che i tuoi amici e parenti scrivano che stanno bene e che il TG dica che non ci sono feriti. Poi pensi che c’è chi vive questa situazione anche 10/20 volte al giorno, e che non ha tempo di correre nei bunker, perché il missile arriva troppo presto.

– Ho capito che Israele ha scelto di non pensare troppo alla guerra mediatica. Ha investito nell’istallare bunker in quasi tutti gli edifici, sirene in ogni città, nel distribuire istruzioni a tutti i cittadini tramite tutti i canali e nello spendere molto in un sistema antimissile sofisticatissimo. Quando suona la sirena nella tua città, ringrazi Israele di aver fatto questa scelta. Ho capito che Hamas invece ha investito per vincere la guerra mediatica, decidendo di portare la guerra, quella vera, tra le case della gente. Che ha deciso di scavare tunnel di contrabbando e di assalto, e non bunker che avrebbero potuto salvare vite umane.

– Ho capito che si può dire la propria riguardo le mosse dell’esercito e del governo, se ritenuto opportuno. E che si deve poter fare senza essere aggrediti come si fosse dei traditori. Non va scordato però che Israele fronteggia il problema serio e profondo del terrorismo e che sta combattendo una guerra contro un nemico infame, nemico di Israele quanto nemico del popolo palestinese. Secondo alcuni (anche alcuni israeliani) lo fa in maniera sbagliata, ma non va dimenticato di fronte a quale pressione si trova il paese. Ho capito però che chi propone strade alternative a quella intrapresa dal governo lo fa, quasi sempre, per lo stesso motivo di chi supporta l’azione militare: trovare la strada per la sicurezza e la pace di Israele.

– Ho capito che qui nei TG fanno vedere tutto. Fanno parlare reporter da Gaza, esponenti da tutti i partiti israeliani (anche minoritari). Fanno parlare i cittadini del sud e quelli più lontani. Fanno parlare chi si arruola o chi si oppone.

– Ho capito che l’embargo di Egitto e Israele verso la striscia di Gaza ha il principale obbiettivo di limitare le capacità terroristiche e militari di Hamas. E che Hamas dice di lottare per togliere l’embargo tramite attività terroristiche e militari.

– Ho capito che è più interessante e stimolante discutere con un israeliano medio, trovandolo preparato ma pieno di dubbi e conflitti interiori, rispetto che discutere con un italiano medio, trovandolo meno preparato, ma molto più  sicuro.

– Ho capito che quando pensi di aver capito tutto, e di aver formato un’idea precisa e decisa riguardo a quello che sta succedendo, accade qualcosa che ti fa riflettere ancora.

– Ho capito che questo è il conflitto può parlato e filmato del mondo. Non che sia un conflitto da ignorare, anzi. Ma che la quantità di attenzione, rispetto ad altre situazioni altrettanto importanti e più sanguinose, è strana.

– Ho capito che le legittime manifestazioni a sostegno del popolo palestinese in Europa prendono facilmente una piega violenta e in qualche caso antiebraica. E  che anche questo è strano.

– Ho capito che, seppur hanno fatto fatica a calarsi nelle dinamiche mediorientali e che la loro mediazione abbia dato meno frutti di quel che ci si aspettava, demonizzare gli Stati Uniti non è una tattica vincente.

–  Ho capito che i soldati sono un po’ i figli di tutti. Che nel centro di Israele, quando suonavano solo le sirene, la vita, anche se più silenziosa, andava comunque avanti. Ma che quando sono entrati e morti i figli, l’atmosfera è cambiata.

– Ho capito che bisogna isolare gli estremisti. Che questa situazione fa tendere i nervi, ma bisogna non lasciarsi trascinare e diventare aggressivi uno con l’altro.

– Ho capito, anche se già lo sapevo, che non è vero che tutti gli israeliani sono guerrafondai. Israele è una democrazia. La sicurezza è una delle priorità, ed è questa la cosa che spinge la maggioranza della popolazione a prendere una posizione. Sicuramente “sterminare” la popolazione palestinese non è uno degli scopi di Israele, anche se qualcuno cerca di farcelo credere.

– Ho capito che cercare di spingere al dialogo è legittimo e giusto, ma che bisognerebbe ricordarsi del dialogo anche in tempo di tranquillità.

– Ho capito che mostrare empatia per la situazione difficile a Gaza non ti rende anti israeliano o pro Hamas perché anche le vittime a Gaza fanno male.

– Ho capito che un popolo deve poter essere unito anche avendo idee diverse.

– Ho capito che non è vero che tutti i palestinesi vogliono la guerra.

– Ho capito che non è vero che per essere filo-palestinese bisogna sostenere Hamas. Chi sostiene Hamas non fa altro che danneggiare il popolo palestinese stesso.

– Ho capito che dividere in due parti il conflitto vuol dire non averlo capito.

– Ho capito che diplomazia e politica possono essere la soluzione di questo conflitto, ma che  diplomazia e politica sono uno dei problemi di questo conflitto.

– Ho capito che non ci sarà il cessate il fuoco definitivo fino a che tutte le parti in causa abbiano deciso di accettarlo veramente. E che non ci sarà fino a che tutte le parti in causa non avranno la volontà di finirla. Ho capito quindi che il benessere dei palestinesi è anche una necessità per la sicurezza di Israele, oltre che un diritto.

– Ho capito che è triste sapere che siamo stati costretti a vivere giorni di guerra, ancora una volta, perché la guerra è una sconfitta del dialogo ed una passo estremo anche se ritenuto necessario, qualsiasi sia la propria posizione politica.

– Ho capito che come Israeliani dobbiamo capire che i palestinesi resteranno qui, e che la questione va quindi vista a lungo termine.

– Ho capito che tutti i palestinesi devono capire che noi resteremo qui.

– Ho capito che la maggioranza delle persone in questo pezzo di terra vuole la pace ma che ognuno ha la sua strada per raggiungerla. C’è uno spot in tv realizzato da un associazione che racchiude vittime di entrambe le parti, con uno slogan che recita: “non vi vogliamo qui”. Non vogliamo vedere la lista di vittime ampliarsi.

– Ho capito che non c’è stato un attimo in cui ho pensato di non tornare. Perché malgrado momenti difficili come questo ed i forti contrasti, vivere qui è stata la mia scelta.

Daniele Di Nepi

twitter: @danieledinepi

 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI14 luglio 2014
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Mohammed Abu Khudair è il ragazzo palestinese di sedici anni trovato morto martedì mattina nei pressi di Gerusalemme. Il piano del suo rapimento sarebbe stato elaborato nei diciotto giorni passati dal rapimento dei tre ragazzi israeliani alla sera del ritrovamento dei loro cadaveri. Secondo l’autopsia il ragazzo è stato colpito alla testa e bruciato vivo. I responsabili sono stati scovati dalla polizia israeliana. Per ora, sono sei i fermati e uno di questi sembra aver confessato. Prima del raid, il gruppo avrebbe partecipato a una manifestazione antiaraba insieme agli ultrà de La Familia, i tifosi razzisti e violenti del Beitar. Si tratta dunque di una frangia estremista e probabilmente l’omicidio è a sfondo nazionalista. Gli assassini dovrebbero far parte del gruppo “Price Tag” così definito dal 2005 quando, in seguito alla decisione di Sharon del ritiro dalla Striscia di Gaza a cui erano contrari, scelsero di far pagare agli arabi la demolizione di insediamenti illegali come quello di Amona. Netanyahu si è occupato di questo gruppo nel 2013 definendolo proibito, ma evidentemente l’azione del premier non è stata abbastanza efficace. Ora l’intento della polizia israeliana è di sgominare l’intero network di complicità che ha consentito il rapimento. Rimane da risolvere anche il caso del cugino della vittima, picchiato in seguito ad un arresto per lancio di pietre e bottiglie Molotov contro agenti della polizia. Si è indotta un’enorme confusione tra le operazioni di ricerca dei colpevoli del rapimento dei tre ragazzi israeliani chiamate rappresaglia senza ragione e l’eliminazione a Gaza di lanciamissili di Hamas. I missili seguitano a piovere sul sud d’Israele rendendo impossibile la vita dei cittadini e l’esercito cerca di fermarli. Ciò non ha nulla a che vedere con un’operazione di risposta al rapimento. Nel frattempo, sempre ieri, è stato arrestato Hussein Khalifa, un tassista arabo colpevole di aver pugnalato a morte la diciannovenne ebrea Shelly Dalon che due mesi fa era salita a bordo del taxi del killer per andare a un colloquio di lavoro. Nonostante il grande dolore, non è cambiata assolutamente la posizione dell’opinione pubblica israeliana riguardo l’uccisione del giovane sedicenne palestinese. Netanyahu ha dichiarato che: “Non distinguiamo tra terrorismo e terrorismo: condanno le invocazioni di “morte agli arabi” così come quelle di “morte agli ebrei”. Amos Oz li paragona a “neonazisti”, l’ex leader degli insediamenti Dany Dayan li definisce “un disastro morale” e i grandi rabbini di Israele li hanno messi all’indice. Israele processa gli assassini e non osanna il gesto criminale mentre continuano a circolare le foto di giovani palestinesi con tre dita alzate in segno di festeggiamento per la morte di Eyal, Gilad e Naftalì. Stamattina, Netanyahu ha chiamato il padre del sedicenne ucciso. ’’Voglio esprimere la mia indignazione per il fatto che cittadini di Israele si siano resi responsabili dell’omicidio di vostro figlio ”, ha detto il Primo Ministro. ‘’Abbiamo agito immediatamente per catturare gli assassini. Li condurremo a processo e saranno giudicati sulla base della più ampia estensione della nostra legge”, ha assicurato. ” Denunciamo questa condotta brutale. L’uccisione di vostro figlio è ripugnante e non può essere approvata da alcun essere umano ”, ha concluso. La testimonianza di quanto sia scosso il senso comune israeliano è data proprio dalle parole di Yishai Fraenkel, zio di Naftalì, nonché uno dei tre ragazzi rapiti e uccisi da militanti di Hamas. Lo zio colpito dalla scomparsa del nipote e ancora avvolto dal dolore e dalla sofferenza ha dichiarato senza alcuna esitazione che: “La vita di un arabo è altrettanto preziosa di quella di un ebreo. Il sangue è sangue, un assassinio è un assassinio”.


Micol Debash
La foto di Tel Aviv è di Daniele di Nepi


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L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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