Israele

Consiglio UGEIConsiglio UGEI9 luglio 2015
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“Gerusalemme. È morto il giovane israeliano vittima di un attacco palestinese lunedì notte in Cisgiordania. Malachi Moshe Rosenfeld era stato ricoverato allo Shaare Zedek Medical Center a Gerusalemme dopo che la macchina sulla quale viaggiava nei pressi dell’insediamento di Shilo era stata colpita da proiettili sparati da un’auto con targa palestinese” (Avvenire, 1 luglio 2015, pag. 12)

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Questo scarno trafiletto di cronaca è stato pubblicato da Avvenire, ma sarebbe potuto comparire su diversi altri quotidiani italiani. Non è un attacco feroce e indiscriminato a Israele, ma una semplice notizia di agenzia riportata in modo apparentemente neutro con decine di equivalenti ogni settimana. Lo considero un caso tipico dell’informazione su Israele in Italia: per questo vorrei provare ad analizzarlo, problematizzandone contenuto e forma.

Perché la visione che il lettore trae da queste righe non è per niente equilibrata, e di conseguenza chi le ha scritte ha fatto un pessimo servizio all’informazione. Ho individuato 5 punti nella breve narrazione quantomeno discutibili, che presi insieme forniscono un quadro che non esito a definire parziale.
Un’ultima premessa: non credo sia un esercizio lezioso. Per la tradizione ebraica le parole sono cose (devarim), autentico criterio di differenziazione e identificazione di tutto quello che ci circonda. In base all’utilizzo che ne viene fatto, possono diventare pietre. Pietre aguzze.

– “E’ morto il giovane israeliano”. Da solo? Oppure è stato ucciso?

– “Attacco palestinese”. E’ stato un attacco terroristico? Oppure un altro genere di “attacco”?

– “La macchina […] era stata colpita”. E’ stata colpita solo l’automobile, oppure anche alcune persone? E soprattutto: l’obiettivo di questo “attacco” era colpire la macchina o chi c’era dentro in quel momento?

– “Proiettili sparati da un’auto”. Non sappiamo ancora nulla su chi ha compiuto l’azione, e le cose non sembrano migliorare adesso. La principale responsabile sembra essere l’automobile da cui sono stati sparati i colpi: ecco un primo slittamento metonimico.

– “Con targa palestinese”. Dal mezzo di trasporto, con un’ulteriore slittamento l’attenzione è spostata sulla targa. Eppure se la targa è palestinese, anche l’automobile lo è, e verosimilmente anche i suoi occupanti.

 

Nel complesso, dall’articolo sappiamo che un israeliano è morto, ma non è chiaro di chi sia la responsabilità. Di termini come “terrorismo” e “terrorista” non c’è traccia; l’aggettivo “palestinese” viene legato ai soli vocaboli “attacco” e “targa”. Poiché né un’automobile né tantomeno una targa possono essere considerati soggetti morali, al termine della lettura del breve pezzo resta inevasa la domanda fondamentale: chi è il responsabile? E da questa ne scaturisce un’altra: il giornale avrebbe utilizzato le stesse parole – anzi, gli stessi giri di parole, evitando di usare le parole, di dare nomi alle cose – se avesse raccontato una violenza compiuta da ebrei israeliani? Sarebbe stata data nello stesso modo la notizia di una moschea incendiata da parte di un gruppo di ebrei?

E’ lecito quantomeno dubitarne. Quello che rimane è un discorso parziale su Israele che dalle pagine dei giornali e dai servizi televisivi si propaga, ripetuto ossessivamente, fino a influenzare profondamente l’opinione pubblica. La breve di Avvenire non è quanto di più sbilanciato si può leggere sui quotidiani, ma un contributo rappresentativo della vulgata che sui mezzi di informazione va per la maggiore. Proprio per questo è allarmante.

Giorgio Berruto


Consiglio UGEIConsiglio UGEI18 giugno 2015
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Il 26 febbraio scorso Israele e Giordania hanno firmato un progetto, sponsorizzato dalla Banca Mondiale, per la costruzione di un impianto di desalinizzazione a Aqaba, sul Mar Rosso a pochi chilometri da Eilat. Si prevede che i lavori vengano terminati nel 2018, e che la centrale sarà in grado di produrre oltre 80 milioni di metri cubi di acqua all’anno.

Nel 2007 Israele, con la creazione di una specifica “Autorità delle acque”, ha iniziato una grande opera di desalinizzazione delle acque marine e recupero di quelle dolci. Gli anni precedenti erano stati caratterizzati da una forte siccità che aveva reso quella dell’acqua una autentica emergenza. Oggi, dopo appena 8 anni, l’acqua è ancora una risorsa preziosa ma non è più un problema. E per un Paese coperto per il 50% da deserto e con una ulteriore porzione di territorio arida non è un traguardo da poco.

L’obiettivo è stato raggiunto in primo luogo grazie alla rapida costruzione di numerose strutture per la desalinizzazione. Il solo impianto di Soreq, varato nel 2013 a pochi chilometri da Tel Aviv, soddisfa il fabbisogno idrico del 20% degli israeliani. Non a caso, durante il conflitto dell’estate scorsa, Hamas ha cercato di colpire alcuni impianti con i suoi missili, ma senza risultati significativi.
Nello stesso tempo, il “miracolo dell’acqua” è stato reso possibile anche dal riutilizzo dell’86 % delle acque (si tratta di gran lunga della più alta percentuale al mondo), dalla compressione al minimo delle perdite (ridotte del 18% dal 2007) e dall’utilizzo diffuso dell’irrigazione a goccia in agricoltura.

La Giordania, invece, deve affrontare oggi un’emergenza idrica. In questo senso, la tecnologia e il know-how di cui Israele dispone possono diventare strumenti della diplomazia. Come già accade, se pensiamo al progetto di Aqaba, una vera fabbrica di “oro blu” che fa gola all’assetato regime hashemita. L’accordo prevede la divisione a metà dell’acqua desalinizzata prodotta; inoltre la Giordania riceverà 50 milioni di metri cubi di acqua dolce in più rispetto alla quota stabilita nel 1994, al tempo dell’accordo di pace, dalla più grande riserva naturale di acqua dolce in Israele, il Lago di Tiberiade. Israele destinerà una parte della sua porzione ai territori amministrati dalla Anp.

Una seconda emergenza che l’accordo intende affrontare è il calo repentino, negli ultimi anni, delle acque del Mar Morto. Il “mare di sale” si contrae di oltre un metro all’anno, con il rischio a breve termine che salti l’intero ecosistema. Per contrastare la minaccia, Israele e Giordania hanno pensato alla realizzazione di un imponente canale idrico che colleghi il Mar Rosso al Mar Morto. Nelle gigantesche condutture che copriranno i 180 chilometri che separano i due mari verrà immesso lo scarto della desalinizzazione dell’impianto di Aqaba, una soluzione a forte concentrazione salina che non dovrebbe alterare la natura di uno dei luoghi più suggestivi del Pianeta.

Giorgio Berruto


Consiglio UGEIConsiglio UGEI5 maggio 2015
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Secondo una ricerca del Dialog Institute pubblicata da Haaretz nel dicembre 2013 e diretta dal Prof. Camil Fuchs, dell’Università di Tel Aviv, il 70% dei cittadini israeliani è a favore di pari diritti per la comunità omosessuale e il 59% sostiene l’introduzione delle unioni civili. Tra chi ha risposto all’indagine si sono definite evidenti differenze in base al gruppo etnico/culturale di appartenenza e alla zona di residenza, per certi versi simili a quelle messe in risalto dalle recenti elezioni politiche. Ad aver risposto negativamente al sondaggio sono soprattutto i haredim e, in misura sensibilmente minore, gli arabi (cristiani e musulmani) e quegli ebrei che tendono a definirsi religiosi, a portare la kippah e a votare per partiti di destra come HaBayt HaYehudi.

La geografia riflette in buona misura le divisioni: se Tel Aviv è considerata la capitale LGBT del Medio Oriente, a Gerusalemme il clima è meno disteso e anche in anni recenti si sono verificati episodi di discriminazione e aggressione, subito stigmatizzati dalle autorità politiche e perseguiti da quelle giudiziarie. A Tel Aviv, invece, numerose spiagge, locali ed eventi LGBT – tra cui un imponente Gay Pride – fanno della capitale economica del Paese un luogo tra i più gay friendly al mondo, che nel 2011 ha meritato il premio di “Migliore città gay dell’anno” del popolare sito arcobaleno Gaycities.com.

Israele, a differenza dell’Italia, riconosce l’unione delle coppie omosessuali con una formula che viene definita “coabitazione non registrata”. E’ la legislazione più avanzata dell’intera Asia, ma concede più diritti agli omosessuali anche rispetto a quella in vigore dalle nostre parti. Come evidenziano i dati del Dialog Institute, tuttavia, pur non essendoci un baratro come in Italia, sul tema dei diritti civili anche in Israele il Paese reale è più avanti rispetto a quello legale, e sarebbe doveroso che i rappresentanti politici ne prendessero atto. Se il prossimo governo vedrà la partecipazione dei partiti religiosi sarà probabilmente più difficile che accada, dal momento che questi hanno posizioni in generale rigidamente conservatrici e non di rado espressamente omofobe.

Il matrimonio tra persone dello stesso sesso non è consentito, ma questo è dovuto all’assenza, ad oggi, del matrimonio civile, un problema che per gli israeliani è sempre più urgente affrontare: l’unica forma di matrimonio è quella “religiosa”, di competenza esclusiva dell’autorità rabbinica. Come le coppie eterosessuali, anche quelle omosessuali vedono riconosciuto il proprio matrimonio contratto all’estero. Israele presenta inoltre una serie di leggi contro la discriminazione degli omosessuali nell’esercito, a scuola e sul posto di lavoro. Dal 2000 le donne lesbiche possono diventare madri adottive dei figli del partner e dal 2005 a tutte le coppie LGBT sono garantiti pieni diritti di adozione.

In generale, in Israele la comunità omosessuale è particolarmente folta e assume Tel Aviv a proprio centro di gravità. Nella città bianca vivono anche numerosi gay arabi palestinesi, anche se è difficile stabilirne il numero con esattezza; molti sono legati a partner israeliani, altri vi risiedono clandestinamente per il timore di venire rispediti indietro, e dover così subire quelle discriminazioni che sono la regola nei territori amministrati dall’Autorità nazionale palestinese e nella Gaza dominata da Hamas, come peraltro in tutto il Medio Oriente musulmano.

Giorgio Berruto


Consiglio UGEIConsiglio UGEI12 aprile 2015
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Il 26 marzo scorso la nota ONG Amnesty International ha pubblicato un paper intitolato “Unlawful and Deadly. Rocket and Mortar Attacks by Palestinian Armed Groups During the 2014 Gaza/Israel Conflict”. Nelle oltre 60 pagine del documento, la ong individua un’ampia gamma di episodi che testimoniano la violazione sistematica dei diritti umani da parte dei gruppi terroristi palestinesi nel corso del conflitto che li ha visti opposti a Israele l’estate scorsa.
Una ovvietà conclamata? Non tanto, se si pensa che è la prima volta che la celebre organizzazione non governativa dedica una ricerca esclusiva alle attività di terrorismo di Hamas e soci.
Il documento comprova i crimini di guerra compiuti da Hamas tra luglio e agosto 2014, a partire dal lancio indiscriminato di 4.800 missili e di 1.700 colpi di mortaio su aree civili in Israele, e ricostruisce le circostanze in cui gli attacchi hanno avuto esito mortale. Questi attacchi, sottolinea Philip Luther, Direttore di Amnesty per l’area Medio Oriente-Nord Africa, “sono una violazione flagrante della legislazione umanitaria internazionale”. Inoltre, continua Luther, “dimostrano indifferenza per le conseguenze delle violazioni stesse avvenute sia in Israele sia nella Striscia di Gaza”.
Quest’ultimo, i crimini commessi da Hamas nei confronti della stessa popolazione di Gaza, è un altro punto cruciale del resoconto. Amnesty ricostruisce un episodio avvenuto il 28 luglio, quando un proiettile ha causato la morte di 13 persone, tra cui 11 minori. Come da prassi consolidata, Hamas aveva immediatamente accusato Israele dell’accaduto, ma le indagini hanno dimostrato che il proiettile era stato lanciato dall’interno della Striscia di Gaza, e che dunque la responsabilità non poteva essere dell’esercito israeliano. Sappiamo che gli ordigni lanciati da Hamas hanno un elevato margine di imprecisione, per cui episodi come questo possono essere stati molto più frequenti di quanto si pensi e di quanto la stessa ong dichiari.

Il rapporto denuncia anche altre violazioni del codice umanitario da parte dei gruppi terroristi palestinesi: l’utilizzo di abitazioni civili e di scuole dell’Onu come depositi di missili e l’installazione delle rampe di lancio in luoghi densamente abitati.

Ciò detto, il documento presenta numerosi limiti. Gli stessi limiti della ong che lo ha prodotto, che ha da tempo un’agenda politica protesa alla delegittimazione di Israele. Nel rapporto, per esempio, non compare mai il termine “terrorismo” o “terrorista”, mentre si parla di non meglio definiti “gruppi armati palestinesi”. Anche Hamas viene citata di rado, come se gli attacchi lanciati contro Israele non avessero avuto né un soggetto responsabile né una strategia.
Inoltre, e soprattutto, sembra che ogni poche righe i redattori del documento abbiano sentito l’esigenza di affermare e riaffermare la colpevolezza di Israele, già condannata, peraltro, da più di un rapporto di Amnesty nei mesi scorsi. Emblematiche le parole di Philip Luther: “L’impatto devastante degli attacchi israeliani sui civili palestinesi durante il conflitto è innegabile, ma in un conflitto le violazioni di una parte non possono mai giustificare quelle dell’altra parte”.

Bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto? Ciascuno giudichi da sé, ma non dimentichiamo che si tratta del primo documento di Amnesty dedicato precipuamente alle violazioni dei “gruppi armati palestinesi”, mentre di report volti a mostrare i supposti crimini di Israele gli archivi della ong sono colmi.

Giorgio Berruto


Consiglio UGEIConsiglio UGEI7 aprile 2015
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La scorsa settimana, ho avuto il piacere di essere presente al raduno studentesco sportivo delle università e college israeliani. Ad Eilat, la città più a sud del paese, mi sono ritrovato circondato da un gruppo che rappresentava il melting pot israeliano: ragazzi da ogni zona del paese, di origine diverse e, ovviamente, di religioni diverse, a sottolineare la bellezza del multiculturalismo e della libertà sancite dalle leggi del paese.

Questo succede poche settimane dopo l’elezioni politiche, che, tra gli altri verdetti,  hanno affermato “La Lista Unita”, lista composta principalmente da arabi israeliani, quale terzo partito all’interno della Knesset, il parlamento israeliano. Non va scordato, infatti, che circa il 20% della popolazione israeliana è composta da arabi, i quali non sono altro che palestinesi rimasti all’interno dei confini israeliani e che hanno ricevuto la cittadinanza israeliana. Molti di essi sono imparentati con le famiglie della West Bank o di Gaza.

Questi sono due degli effetti della democrazia israeliana che, anche con i suoi difetti, viene data ovviamente per scontata ma che, non va scordato, è eccezione in Medio Oriente.

Vediamo venti integralisti soffiare che ci spingono a lottare nuovamente per salvaguardare i principi a noi tanto cari, anche nelle capitali europee. Israele si trova quindi circondata e minacciata in un fuoco di tensioni, vedendo la sua stessa sopravvivenza come una lotta continua. La nuova sfida di Israele sarà anche quella di non farsi risucchiare dal vortice violento che sta infuocando i paesi vicini o dalla influenze antidemocratiche che essi emanano. Paesi dove comanda il più forte e non l’insieme dei cittadini, come in democrazia. La sfida sarà quella di continuare a distinguersi per la propria eccezionalità. Non arriva quindi a caso, qualche giorno fa, l’appello del Presidente Rivlin, che, facendo probabilmente riferimento a frasi ambigue sentite al culmine della campagna elettorale, ha sottolineato come il Governo sia chiamato ad agire per il bene di tutti i cittadini, ebrei, arabi o appartenenti ad altre minoranze. Come ad affermare che democrazia vuol dire anche difendere i più lontani. Lontani politicamente, etnicamente o religiosamente. Che siano essi i cristiani di Nazareth, i Drusi del Golan, i Mussulmani di Umm al-Fahm o gli Ebrei dei kibbutzim di Otef Aza. Come a sottolineare che dobbiamo continuare ad agire senza cadere nella tentazione di mettere i nostri valori in secondo piano.

Il dibattito israeliano interno, a volte accesissimo, non deve essere percepito come pericoloso, ma deve essere salvaguardato (nei limiti della legge israeliana), per arricchire il paese. La democrazia di Israele, paese sotto minaccia dal primo giorno della sua esistenza, viene costantemente messa alla prova. Ma è proprio nei momenti più difficili che Israele deve rimanere ferma sulle proprie basi, già fissate dai padri fondatori nella dichiarazione di indipendenza:

“…Quindi noi, membri del Consiglio del Popolo, rappresentanti della Comunità Ebraica in Eretz Israel e del Movimento Sionista, siamo qui riuniti nel giorno della fine del Mandato Britannico su Eretz Israel e, in virtù del nostro diritto naturale e storico e della risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, dichiariamo la fondazione di uno Stato ebraico in Eretz Israel, che avrà il nome di Stato d’Israele […] Lo Stato d’Israele sarà aperto per l’immigrazione ebraica e per la riunione degli esuli, incrementerà lo sviluppo del paese per il bene di tutti i suoi abitanti, sarà fondato sulla libertà, sulla giustizia e sulla pace come predetto dai profeti d’Israele, assicurerà completa uguaglianza di diritti sociali e politici a tutti i suoi abitanti senza distinzione di religione, razza o sesso, garantirà libertà di religione, di coscienza, di lingua, di istruzione e di cultura, preserverà i luoghi santi di tutte le religioni e sarà fedele ai principi della Carta delle Nazioni Unite….”

Quando tutto il Medio Oriente (e non solo) sembra sfaldarsi, non c’è altro che augurarsi che Israele resti in equilibrio sulle sue nobili basi ebraiche e democratiche.

Viva la democrazia israeliana!

Daniele Di Nepi

Twitter: @danieledinepi



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L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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