Israele

Consiglio UGEIConsiglio UGEI13 maggio 2018
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Ieri sera c’è stato le grand final dell’Eurovision Song contest (il Festivalbar dell’Unione europea and friends). La vittoria è andata alla favoritissima e coloratissima Netta Barzilai, cantante israeliana già molto popolare sul web.

Questa è la canzone è la performance che l’han portata alla vittoria.

Nonostante le sue mossette strane ed un testo abbastanza frivolo. “I’m not your toy, you stupid boy”.
La canzone pare sia stata scritta durante la campagna mediatica “me too” dove molte donne più o meno famose hanno fatto outing sui social ammettendo di aver ricevuto in passato delle avances o peggio ancora vere e proprie molestie da uomini, sopratutto sul posto di lavoro.

Vittoria meritatissima nonostante ieri sera su Twitter siano spuntate alcune tendenze di boicottaggio a sfondo politico a suon di “zero points to Israel at Esc2018”. Non ci resta che augurare tante altre hit di successo alla giunonica Netta e augurarci tutti il nostro solito intramontabile “l’anno prossimo a Gerusalemme”.

Sara Salmonì


Consiglio UGEIConsiglio UGEI7 marzo 2018
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Pesach si avvicina, e in Israele inizia la bella stagione: caldo, sole e mare. Per questo è la mèta preferita degli ebrei di tutto il mondo per le vacanze di Pasqua. Se a Gerusalemme si va per pregare, a Tel Aviv non solo ci si diverte, ma è l’ideale per tenersi in forma, soprattutto in un periodo in cui la dieta è a base di matzot, riso e ciambellette. La città infatti non è famosa soltanto per la movida notturna nelle numerose discoteche, ma anche per il lungomare, la cosiddetta Tayelet, che va dal promontorio di Old Jaffa e dal suo porto, a sud, fino al Namal, il vecchio porto di Tel Aviv, a nord. Una passeggiata di circa 6 km che rappresenta il cuore vivo della città: da un lato si possono ammirare  le spiagge bianchissime e sempre animate a qualsiasi ora del giorno e della notte e dall’altro la sfilza di grattacieli e hotel che disegna una skyline che ricorda un po’ Miami. L’ideale per sorseggiare aperitivi, mangiare e divertirsi nei mille locali che costellano le spiagge.

Più che un semplice lungomare, la Tayelet è diventata una vera e propria area fitness: una pista ciclo-pedonale la percorre per molti chilometri con aree attrezzate per fitness e alcune con bilancia pesa persone.
Dall’alba al tramonto, il lungomare è pieno di persone di ogni età che praticano ogni tipo di sport: surf, nuoto, beach volley, running, walking, yoga, matkot o semplicemente una passeggiata a piedi o in bicicletta.
Per questo israeliani e turisti la scelgono per  fare ginnastica, grazie agli attrezzi a disposizione nei vari stabilimenti.

Gli orari migliori, soprattutto per i turisti in vacanza, sono la mattina presto prima delle 8:00, oppure il tramonto, anche dopo una lunga giornata in spiaggia a Frishman o Gordon Beach, per evitare il caldo e la folla. Che si tratti di corridori alle prime armi o addestrati per una maratona, la Tayelet è sicuramente il posto ideale per correre: offre una superficie di lavoro completamente piatta ed è estremamente versatile; è il modo perfetto per godersi la spettacolare atmosfera della spiaggia di Tel Aviv, senza lo sforzo di dover correre sulla sabbia. Un’atmosfera che tiene alta la motivazione degli atleti, grazie anche ai sorrisi  o cenni di approvazione dai passanti, e dalle  coppie che si trovano lì, non per correre, ma per passeggiate romantiche; una suggestiva cornice che intrattiene durante la tua corsa. La combinazione di brezza marina, il paesaggio scenografico, il sole splendente, l’energia della gente che ha voglia di divertirsi, i ristoranti sulla spiaggia e la sua vivacità portano il buonumore nelle giornate estive e invernali.
Correre o passeggiare sulla Tayelet non è solo un grande allenamento, ma anche il modo migliore per apprezzare veramente la bellezza naturale che Tel Aviv ha da offrire.

Giorgia Calò


Consiglio UGEIConsiglio UGEI24 febbraio 2018
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Alcuni giorni fa il Jerusalem Post ha pubblicato un editoriale sulla situazione geopolitica in Medio Oriente e il ruolo degli Stati Uniti. L’articolo è stato tradotto in italiano e pubblicato sul sito Israele.net, un luogo virtuale che dimostra nel modo più limpido come si possa difendere le numerose ragioni di Israele preferendo agli schiamazzi equilibrio e professionalità. I curdi siriani sono stati il gruppo che più di ogni altro ha contribuito alla lotta contro lo Stato islamico (Daesh), ma questo – sottolinea il Jerusalem Post – non è bastato a evitare l’abbandono da parte degli Stati Uniti. Nell’epoca di Donald Trump le dichiarazioni roboanti hanno finora tenuto la scena, con esiti a oggi non certo brillanti, cacciando nell’angolino i fatti. Il disimpegno materiale, strategico e ideologico degli Stati Uniti in Medio Oriente, peraltro, non è una novità introdotta dall’attuale inquilino della Casa Bianca: come dimenticare le linee rosse di Barack Obama in Siria, sistematicamente violate senza che questo portasse ad alcuna reazione sostanziale, con conseguente apicale perdita di credibilità per Washington? È abbastanza evidente che più gli Stati Uniti si allontanano dal Medio Oriente, più crescono le probabilità di nuovi conflitti. Nello scenario possibile di una guerra tra Teheran (e suoi alleati, non solo Hezbollah ma anche Russia e Turchia) e Gerusalemme, che cosa succederebbe se gli Stati Uniti si comportassero con Israele come con i curdi siriani? Le dichiarazioni di amicizia e sostegno degli Stati Uniti verso Israele avranno lo stesso valore di quelle profuse nei confronti dei curdi, di fronte ai quali gli americani hanno girato le spalle?

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI8 febbraio 2018
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Mi chiedo spesso che cosa sia più utile fare per cercare di arginare la diffusa disinformazione che emerge quando il discorso si rivolge a Israele. Credo che la maggioranza delle persone, in Italia, non abbia una posizione di principio fortemente ostile a Israele e nemmeno particolarmente favorevole, ma sia piuttosto poco interessata, nonostante l’occhio dei media illumini in maniera spropositata, e in casi non rari distorca, quanto accade in questo piccolo Paese del Medio Oriente grande come una regione italiana di medie dimensioni. Perciò sono convinto che, discutendo di Israele e anche difendendolo dalle più comuni obiezioni sollevate per mettere in dubbio la stessa ragione di esistere dello Stato, sia più utile fornire una complessità che una serie di slogan adatti al massimo a farci sentire meglio, ma che certo non fanno cambiare idea ai nostri interlocutori. Penso anche che sia la cosa giusta da fare, ma non mi interessa oggi sottolineare questo aspetto, affrontato più volte su queste colonne molto meglio di come potrei fare io.

Chi si spende, spesso con dedizione, per la difesa di Israele dai suoi detrattori, dovrebbe sempre aver ben chiaro il proprio obiettivo: l’affermazione incondizionata delle proprie convinzioni oppure l’utilità per l’immagine di Israele?
Per chi sceglie la seconda possibilità è fondamentale uno sforzo per contestualizzare e normalizzare Israele nel discorso pubblico. D’altronde discutere di Israele come di un Paese democratico come la maggioranza di quelli europei, quindi non privo di problemi e contraddizioni, e non come una entità artificiosamente creata nel contesto mediorientale oppure un improbabile paradiso di perfezione, mi sembra già una risposta ad alcune tra le obiezioni più tipiche. L’altro criterio che reputo doveroso non perdere di vista è quello della proporzionalità, cioè la considerazione dei dettagli, per esempio politiche discutibili dell’attuale governo, come importanti ma non sovrapponibili sull’intero quadro, cioè la considerazione complessiva del Paese. Questo significa, ancora una volta, non dimenticare il contesto dei problemi e delle contraddizioni di Israele, che è quello di una democrazia in cui si può discutere di tutto: un contesto che non merita certo di essere messo a confronto con i regimi e le dittature circostanti, ma con Paesi come l’Italia.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI19 dicembre 2017
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Prima di partire per un viaggio, fare i bagagli è indispensabile, anche se non sempre apprezzato. È un’arte non facile, significa lasciare alcune cose e prenderne altre. I viaggiatori più accorti conservano un po’ di spazio in valigia, per poter portare con sé al ritorno qualcosa della terra visitata. Ma fare i bagagli non è soltanto una frettolosa faccenda di indumenti, perché è aspirazione comune, quando si compie un viaggio, tornare più ricchi. Non è comune, in realtà, la capacità durante il viaggio di mettere in discussione le proprie idee, cioè di mettersi in discussione, per modificare oppure confermare i pre-giudizi della partenza e trasformarli così in giudizi. Sempre naturalmente nell’attesa del viaggio successivo, in cui anche questi potranno essere messi in dubbio, accantonati o rinforzati.

“Primavera breve. Viaggio tra i labili confini di Israele e Palestina” (Monitor 2017) è il diario di viaggio di un giovane ricercatore piemontese, Francesco Migliaccio. È già stato presentato alcuni mesi fa dall’Associazione Italia Israele di Torino e verrà nuovamente discusso per iniziativa del Gruppo di Studi Ebraici martedì 19 dicembre alle ore 21 nel centro sociale della Comunità, con la partecipazione dell’autore, di Simone Santoro e mia. Credo che questo testo sia interessante soprattutto perché traccia un percorso: non una linea definita già alla partenza con fulgidi obiettivi, ma un viaggio per “attraversare tutte le frontiere possibili”, come scrive l’autore, per essere straniero. A scanso di fraintendimenti, voglio sottolineare che Francesco parte, come ciascuno di noi d’altronde, con un bagaglio di pre-giudizi, di opinioni e aspettative ancora non messe alla prova dei fatti, opinioni spesso severe nei confronti di Israele. Ma l’onestà e anche la bellezza del suo libro si annida proprio qui, e sgorga dalla capacità di discuterle e discutersi.

“Ho perduto la sicurezza di appartenere alla parte del bene”, scrive Francesco nelle ultime pagine, prima di dedicare un ultimo sguardo a Tel Aviv, “città magnifica per le sue contraddizioni […] città globale che confuta un’idea etnica di democrazia”. Dopo aver trascorso tre mesi in Israele e nei territori contesi tra la Galilea, Gerusalemme, Ramallah e un insediamento ebraico nella valle del Giordano, il ritorno è accompagnato da molti più dubbi di quelli inseriti nel bagaglio alla partenza. Per fortuna nella valigia di Francesco il posto per accoglierli non manca.

Sono convinto che questo libro sia utile per tutti e in modo particolare per chi, da una parte o dall’altra, sembra più impegnato a sbandierare il vessillo immacolato delle proprie convinzioni che a provare a ragionare dialogando con chi ha di fronte. Tra questi anche alcuni di coloro che, in Italia, si dedicano attivamente all’informazione su Israele (hasbarà). Per almeno tre motivi: innanzitutto perché l’informazione non serve per affermare certezze – le proprie – ma per instillare il dubbio, il sospetto, negli interlocutori. Gridare può forse far stare meglio qualcuno, ma non modifica la situazione di una virgola. In secondo luogo perché l’informazione non serve se è rivolta al simile, a chi già è d’accordo o con cui in ogni caso si condivide molto, al componente della medesima tribù; è utile, invece, quando è rivolta all’altro, a chi fa parte di altre tribù, di altri contesti, di altri mondi. Infine, la lettura di “Primavera breve” suggerisce che non voler scendere a compromessi significhi disfare i bagagli prima ancora di partire. Ed è un gran peccato, soprattutto quando si ha già in tasca un biglietto per Tel Aviv.

Giorgio Berruto

Da Moked.it



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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