Cultura

Consiglio UGEIConsiglio UGEI24 novembre 2016
13608043_10154312860421241_2070110462_n-500x348.jpg

2min1020

Pubblichiamo alcuni disegni di Debora Spizzichino che hanno tutti, in vario modo, a che vedere con il tema degli alberi. Gli alberi: figure ricche di richiami, di valori, di simboli, svettano verso il cielo ma affondano radici profonde nella terra. E poi l’attualità. In queste ore Israele è ancora una volta arsa, da nord a sud, da incendi dolosi,  da ricondurre verosimilmente a una delle forme di terrorismo messe in atto da anni contro lo Stato ebraico e i suoi abitanti – una forma di terrorismo particolarmente eloquente. Questa è la nostra risposta: gli alberi.

Ecco i disegni di Debora.

13599570_10154312862376241_224994626_n

13608043_10154312860421241_2070110462_n

13624913_10154312862591241_736988652_n

13643887_10154312860586241_671129258_n

 

 

 

13644368_10154312865731241_1060053948_n

deboras
Debora Spizzichino vive a Roma, studia archeologia e lettere classiche all’American University of Rome  

 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI20 novembre 2016
battaglia1-356x500.jpg

6min940

battaglia1In occasione dei cinquant’anni dall’uscita, durante la 73° Mostra internazionale dell’arte cinematografica di Venezia è stata proiettata la versione appositamente restaurata della “Battaglia di Algeri”, il capolavoro di Gillo Pontecorvo già Leone d’oro nel 1966. Il film adotta un registro documentaristico, in equilibrio tra resoconto storico e drammatizzazione. Il risultato è un finto documentario estremamente verosimile, ma senza che sia stato utilizzato alcun fotogramma di immagini d’archivio. La stessa qualità dell’immagine è leggermente sgranata, in modo da dare l’idea di un documentario filmato in presa diretta. Con la sua consueta acribia, Pontecorvo lavorò al film per sei anni, scegliendo attori non professionisti, tranne Jean Martin che veste i panni del colonnello francese Mathieu, e dirigendoli magistralmente proprio ad Algeri, dove si svolsero le riprese.

“La battaglia di Algeri” riesce dunque a costruire un equilibrio tra ricostruzione e finzione; similmente, è un raro esempio di equidistanza nel raccontare la fase più acuta della guerra d’Algeria, tra 1954 e 1957. Pontecorvo non esita a mostrare padri e madri di famiglia francesi che linciano un passante arabo percepito come una minaccia, ma non si tira indietro quando si tratta di evidenziare il terrorismo adottato dal Fronte di Liberazione Nazionale e le stragi nei bar dei quartieri occidentali. Quello di cui il film è privo è la retorica, che invece non è mancata in Francia, dove l’opera è stata recepita con un prolungato ostracismo. Il lavoro di Pontecorvo non ambisce però a una posizione ondivaga o a una incolore medietà: secondo lo stesso regista “l’intenzione nostra era raccontare il dolore, la fatica, gli sforzi immensi di tutta una popolazione che vuole a tutti i costi nascere come nazione libera”.

battaglia2L’innovazione narrativa forse più significativa è proprio questa: descrivere una popolazione, tratteggiare insomma un personaggio corale. Diversamente da quanto avviene di prammatica nell’industria dei sogni, nella “Battaglia di Algeri” non esiste un protagonista unico, sia esso eroe o antieroe, capace di tenere la scena, di gestirla: protagonista è il collettivo. Questa scelta, coerentemente perseguita sul piano formale, insieme all’impiego di attori non professionisti, a un montaggio incalzante e a una fotografia ritrattistica che indugia a lungo sulla drammaticità dei volti, fa pensare a un modello teorico ma anche estremamente concreto come Sergej M. Ejsenstejn. Con la differenza fondamentale che Pontecorvo non pone le sue scelte al servizio di un’ideologia, e questo a prescindere dalle proprie opinioni private.

Gillo Pontecorvo
Gillo Pontecorvo

Per quanto ne so, “La battaglia di Algeri” rimane un unicum nella storia del cinema: ha aperto una via che nessun altro ha provato finora a percorrere fino in fondo. E’ un classico, un film per definizione senza tempo, eppure sono molti i motivi che lo rendono anche un film attuale. La descrizione del movimento delle masse che spingono il motore della storia fa pensare inevitabilmente alla pervicace diffusione, oggi nel mondo arabo, dell’idea che il corso della storia stia finalmente girando. Non so dire quanto si tratti di percezione capillare e quanto di realtà, tuttavia credo che la percezione stessa sia già di per sé una realtà molto più solida di quanto talvolta venga considerata. D’altra parte una simile convinzione, accompagnata dalla forza che hanno sempre i numeri dei trend demografici, è sempre più diffusa anche in un Paese per altri versi assai differente dal mondo arabo come Israele, soprattutto presso coloro che si identificano nel nazionalismo religioso e si considerano depositari di un inquietante discorso messianico da applicare alla politica. Si tratta, in entrambi i contesti, di un’idea accompagnata dall’assurgere della tribù, del gruppo, della massa a vero soggetto che agisce sul palcoscenico della storia, proprio come nella “Battaglia di Algeri”.

Giorgio Berruto, responsabile di Hatikwà, l'organo dell'Ugei. Vive e lavora a Torino
Giorgio Berruto, responsabile di Hatikwà, l’organo dell’Ugei. Vive e lavora a Torino

Consiglio UGEIConsiglio UGEI7 novembre 2016
leoneginzburg-500x353.jpg

6min1070

leoneginzburgL’atletismo come atteggiamento, il coraggio. La dirittura morale, abito da indossare ogni giorno. La capacità di leadership intellettuale e organizzativa. Lo sforzo di essere costantemente severissimo verso se stesso e indulgente verso gli altri. Tutto questo era Leone Ginzburg, il grande intellettuale ebreo antifascista, odessita di origini ma torinese per scelta, assassinato dai nazifascisti a Roma nel 1944 a 35 anni.

Ho visto “La scelta di Leone”, coproduzione francoitaliana diretta dalla regista Florence Mauro, in anteprima a Torino il 20 settembre scorso. Il documentario ricostruisce la vita e il lascito intellettuale e morale di Leone Ginzburg con soluzioni artistiche relativamente convenzionali ma una encomiabile compostezza formale; riesce inoltre efficacemente a sfocare la Torino dei nostri tempi, che sfuma naturalmente in quella degli anni Venti e Trenta saldando il legame tra oggi e ieri. Il film ha ambizioni dichiaratamente pedagogiche, e nei primi minuti il lirismo scivola a tratti sul terreno sdrucciolevole della retorica, ha però la forza di risollevarsi dopo ogni inciampo. Con il procedere dei minuti la pellicola si fa più asciutta, fedele a uno dei principi cardinali che hanno informato l’opera di Ginzburg: recuperare un illuminismo disseccato da decenni di romanticismo. Dal punto di vista strettamente materiale la pecca più evidente è l’assenza di un personaggio, Ginzburg l’ebreo, tratteggiato solo – come sarebbe stato possibile ometterlo? – a proposito delle Leggi razziste del 1938. Vero è che nell’ambiente in cui Ginzburg si muove l’ebraismo diviene oggetto da questionare solo dopo il 1945, ma porlo in terz’ordine nel film è scelta discutibile, tanto più che larga parte degli amici e dei compagni d’intenti di Ginzburg, di cui pure la pellicola non tace, si chiamano Levi, Segre, Treves, Foa.

lginzLeone Ginzburg è una figura insolita, soprattutto in Italia, un Paese dove è raro che impegno culturale e politico si saldino. Forti della lezione di Augusto Monti, capaci di elaborare in direzioni differenti quella “religione della libertà” appresa sui banchi del Liceo D’Azeglio, Ginzburg e gli altri giovani del gruppo torinese di “Giustizia e Libertà” esprimono un antifascismo esistenziale, che si sviluppa cioè da un modo di pensare, di agire, di vivere. Questa “cospirazione alla luce del sole” – secondo la fortunata definizione dello storico Giovanni De Luna – ha in Ginzburg il proprio vertice. Innanzitutto perché questi esprime un rifiuto fermissimo e totale del fascismo, ma continua a sfruttare gli spazi che pure la censura del regime lascia; inoltre perché è il principale promotore di quella impresa, la casa editrice Einaudi fondata da Giulio nel 1933, che si propone di fare politica con la cultura.

einaudiMa non basta. Leone Ginzburg è un filologo, nel senso che filologia è il suo modo di fare cultura e dunque politica, politica e perciò cultura. La filologia è resistenza negli anni in cui il fascismo gode del massimo consenso, gli anni in cui è Ginzburg a guidare lo struzzo di Giulio Einaudi (“spiritus durissima coquit”) sulle sabbie roventi della censura di regime fino a Cechov e Puskin, Melville e Steinbeck. Il testo al centro, il pensiero limpido.

Ginzburg nasce nella Russia degli zar, a dieci anni è a Torino ma diventa italiano non per accidente, ma per scelta. Una scelta difficile e, ancora una volta, insolita, in anni in cui Palazzo Venezia tuonava il verbo nazionalista dell’Italia che “farà da sé”. La scelta dell’Italia, voluta fino in fondo da Ginzburg, non contraddice la vocazione cosmopolita; al contrario, la rafforza, la amplifica. Nel 1931 finalmente ottiene la cittadinanza italiana: è questo un gradino verso la militanza e la cospirazione, un passo verso la lotta contro la feroce dittatura fascista. E quando dopo il 1938 insieme a migliaia di altri ebrei apolidi perde ogni diritto di cittadinanza, continua a scegliere di restare in Italia. E dopo il 1943, ancora, fino alla fine.

Giorgio Berruto, responsabile di Hatikwà, l'organo dell'Ugei. Vive e lavora a Torino
Giorgio Berruto, responsabile di Hatikwà, l’organo dell’Ugei. Vive e lavora a Torino

Consiglio UGEIConsiglio UGEI2 ottobre 2016
adv1-500x375.jpg

12min1881

adv4All’incrocio tra la 75a Strada e la 1st Avenue c’è uno dei più vecchi ristoranti ebraici di New York, il 2nd Avenue Deli. Se sembra un errore è perché ovviamente nei primissimi anni era sulla 2nd, ma ora questa confusione numerica aggiunge alla tipica ironia cittadina. Le code sono già iniziate per prenotarsi, per chi vuole prendere delle pietanze già pronte per Rosh Hashanah, ma durante una giornata normale, lontana dalle festività, il pubblico spazia da giapponesi, a turisti persi, a gente che vive nel quartiere da decadi, newyorkesi doc. L’insegna ha una aleph nel nome, quasi nascosta. All’interno ci sono foto dei proprietari, alcuni poster di pubblicità storiche, quelle che in un tipico diner sarebbero di una bibita o un’insegna vintage. E invece sono di pancakes Manischewitz, pancakes che sembrano i pancakes del sogno americano.

In questo piccolo angolo tipicamente newyorkese, si ritrova nella realtà lo spirito di una mostra che ha aperto da poco al Jewish Museum (1109 5th Avenue). Il Jewish Museum non è solo un museo  di storia e cultura ebraica, né la Shoah, ma ospita eventi, artisti contemporanei, mostre con tematiche uniche. Questa in particolare racconta – pescando dal National Jewish Archive of Broadcasting (NJAB), il più grande archivio audiovisivo di materiale legato all’intrattenimento e l’ebraismo – la storia della pubblicità legata all’immaginario ebraico, ai prodotti ebraici; cattura soprattutto l’apice dell’arte pubblicitaria americana negli anni ‘60, in cui l’ebraismo diventa mainstream in Usa e alcuni spot o cartelloni prima impensabili se non per un pubblico specifico, diventano esplicitamente diretti a un pubblico generalista. La mostra ripercorre con video, foto o poster un periodo che inizia con l’epoca di Mad Men e arriva a oggi. Non parla di chi ci fosse dietro le quinte, dove sicuramente c’erano anche ebrei, ma di quello che si percepisce da fuori come consumatori o di quelle campagne che hanno cambiato la storia moderna e rivoluzionato una sensibilità culturale, o definito l’ebraismo attuale.

adv5All’inizio emergono due facce della stessa medaglia: da una parte c’è il famosissimo slogan “You don’t have to be Jewish to love Levy’s”, una campagna dove persone di tutte le etnie, da indiani d’America a neri, sono fotografate mentre mangiano il Levy rye bread, un pane integrale molto venduto, sinonimo di famiglia, cene a casa, valori positivi e sani. Uno slogan in parte anche criticato dalla comunità ebraica allora, per quel “non devi essere”, che sembra quasi una vergogna, ma che era più un “non c’è bisogno di essere solo ebrei; non solo gli ebrei amano…” Alla fine corona un’abitudine ebraica nell’immaginario comune ma, di certo, questo primo filone è comunque più associato all’assimilazione, al diventare come gli altri.

Dall’altra parte invece ci sono Hebrew National o Manischewitz, le marche kasher più importanti, che raggiungono una tale popolarità da poter pubblicizzare prodotti kasher mantenendo la specificità e l’orgoglio non “assimilato”, ma estendendo il business al pubblico generalista. Lì lo slogan al contrario sottolinea una diversità. “We answer to a Higher Authority”, noi rispondiamo a un’Autorità più importante, uno slogan ironico sia nei confronti del branding pubblicitario, sia un chiaro riferimento alla pratica della kasherut e al mostrare con orgoglio un prodotto ebraico come tale. Un non ebreo può comprarsi un succo d’uva di Manischewitz, o un hot dog kasher sul treno (li vendono ancora oggi come unica opzione sui treni Amtrak) ma sapendo quello che sta consumando. Nel mondo moderno poi ossessionato dalle abitudini salutari questo tipo di slogan e il cibo kasher vanno ancora più mano nella mano.

I due filoni in apparente controtendenza – come un tiro alla fune tra assimilazione e orgoglio – arrivano però allo stesso risultato. Tant’è vero che negli anni ‘70 circola una pubblicità per gli hot-dog della Hebrew National con Uncle Sam che ne mangia uno, rendendo quindi l’ebraismo a tutti gli effetti pienamente americano.

adv3Poi c’è una questione diversa che riguarda lo Stato di Israele e la vendita di un life-style ebraico (questa più applicabile soprattutto a New York) . Come si vede in una meravigliosa puntata di Mad Men “Babylon”, nel 1963 ci fu uno spot che cambiò per sempre la pubblicità turistica, ma anche l’immagine di un paese e il rapporto di una certa America e dell’ebraismo americano con Israele. Nel 1963 non era passato tanto dall’arrivo dei sopravvissuti, dalla nascita dello Stato. Don Draper incontra dei rappresentanti del Ministero del Turismo israeliano, come davvero successe in quegli anni nei migliori uffici di Manhattan, e ha l’idea di collegare l’emotività nazionale di film come “Exodus”, la ricerca della dolce vita, del piacere delle vacanze, inventando in pratica le brochure moderne, con un mondo associato agli orrori storici più terribili o a incomprensioni.

Don Draper sposta la telecamera su qualcos’altro. Israele non è guerra, politica, dolore, ma è mare, amici, gioia. Non è neanche “hasbarà” la sua, o in modo implicito lo è, ma un assorbimento vero, marketing… Il pregiudizio si supera non per forza combattendolo e neanche con buonismo mettendo tutti sullo stesso piano, ma quando si mischia quello che uno conosce già. “Israel, come stay with friends” mostra Yoav , una popolare guida turistica per americani, con un gruppo normale, in una situazione normale. “Israele visitalo con gli amici”.

adv2E per quanto riguarda il lifestyle un esempio è la pubblicità satirica, ma ispirata a spot reali degli anni ‘80, rivolti alle donne dell’Upper East Side/Upper West Side, che pubblicizza i Jeans Jewess, i jeans per la donna ebrea che ha stile: la jewish american princess, la ragazza privilegiata, bella, delle comunità cittadine, spesso viziata, ma anche il modello della donna perfetta nell’immaginario maschile (anche dei non ebrei…). O le marche generiche di coltelli, pentole e cose per la casa che fanno degli spot fatti apposta per il pubblico ebraico. O Waldbaum, o ristoranti, o catene e negozi fondati da ebrei, che fino a quel momento non avevano mostrato troppo la loro ebraicità, la usano negli anni ‘70 e ‘80 come punto di attrazione, con riferimenti a star come Barbara Streisand, caricature (positive) di donne ebree di Long Island, dove il target dei compratori è la media borghesia ebraica.

In epoche più moderne girava un video virale di una ragazza cattolica che cantava “All I want for Christmas is Jews” dove nella canzone decantava gli ebrei come un desiderio esotico, una cosa che è figo avere, i più importanti nello show business, quelli sexy, quelli che hanno una marcia in più. L’americana media ora apertamente innamorata degli ebrei. Fino alle pubblicità per Jdate, app usata ormai da tantissimi non ebrei.

E infine c’è il caso – più banale e tipico – degli occhiolini a un contesto, inseriti qui e là. Ovvero. Come se in Italia ci fosse una pubblicità della Telecom normalissima, dove in una squilla il telefono tante volte ed è una fidanzata, in un’altra dall’altra parte c’è un’ansiosa mamma ebrea. L’utilizzo di elementi della cultura popolare ebraica nelle pubblicità mainstream, a prescindere se il prodotto c’entra o meno con l’ebraismo, riprendendo battute, film, espressioni yiddish ormai sull’Atlantico non si contano.

adv1Ovviamente la mostra parla di questo immaginario nella diaspora, Israele, che ha pubblicità moderne geniali, non conta. Trova quell’unione di insiemi cruciale, che spiega una rivoluzione. Non sono pubblicità ad hoc sui giornali, siti, a uso e consumo solo ebraico, e si capisce vedendola che non esiste come in America nessun caso di un’influenza ebraica del genere nel mondo pubblicitario. A maggior ragione quando andava di pari passo con la creatività del dopoguerra per tutti i prodotti, con campagne che oggi vengono esposte al MoMA e studiate a scuola, piene di immaginazione, innovazione, grafica, tanti livelli di complessità.

C’è un senso di appartenenza, di condivisione: quelle degli anni ‘60 risaltano in questa mostra perché sono come una canzone dei Beatles, arrivano a tutti, non sono diverse da quelle della Coca Cola più famose, e vendono uno stile di vita. La cena di Pesach, fino quel momento vista come strana, o negli anni ‘30-‘40 persino derisa, bloccata, non viene solo inclusa, ma va oltre, diventa commerciale, tipica, quasi scontata. Chi vede un inserto di giornale dove una famiglia sta con le kippot attorno al tavolo ha una reazione inconscia doppia: da un lato pensa al giorno del ringraziamento, alla propria famiglia, dall’altra se e quando nota una kippah, è un dettaglio in più, zucchero a velo.

In Italia non esiste una pubblicità dove un ragazzo con la kippah mangia un pan di stelle. Non è detto nemmeno debba esistere forzatamente, se non in una visione Benetton del mondo, ma è interessante che il discorso non sia mai nato in questi termini. L’idea di normalizzare e generalizzare delle tematiche ebraiche, introdurle e piccole gocce. O forse Gocciole…

Benedetta Grasso è una sceneggiatrice cinematografica, scrittrice e giornalista che vive a New York dal 2006
Benedetta Grasso è una sceneggiatrice cinematografica, scrittrice e giornalista che vive a New York dal 2006

Consiglio UGEIConsiglio UGEI29 settembre 2016
geceee-500x306.jpg

3min920

geceeeDomenica 18 settembre, un gruppo di dodici ragazzi dell’UGEI provenienti da Torino, Milano e Padova è andato a Verona per la Giornata Europea della Cultura Ebraica. Da anni, in occasione di tale evento l’Ugei “adotta” una piccola comunità per aiutarla nello svolgimento degli eventi proposti alla cittadinanza. Si è senz’altro trattato di un’esperienza molto costruttiva, e per alcuni è stata anche l’occasione di visitare una città che non avevano mai visto. Visitare i luoghi del ghetto di Verona e apprendere la storia della comunità ebraica veronese è stato davvero interessante, e lo è stato anche assistere ai giochi di strada che vengono saltuariamente organizzati in quella città. Ci sono state inoltre distribuite le bellissime magliette nuove con il logo Ugei.

geceeNumerosi turisti, dopo aver visto i  luoghi del ghetto, hanno visitato il tempio di Verona, dove hanno ricevuto spiegazioni molto esaustive su come si svolgano le funzioni all’interno del tempio. Quasi tutti si sono dichiarati interessati ad assistere al concerto che si sarebbe svolto nel tempio più tardi, alle 21:00, e alcuni hanno anche affermato che parteciperanno con interesse alla prossima rassegna di cinema israeliano, benché non tutti i film vengano proiettati con i sottotitoli in italiano.

È possibile affermare che molti, tra coloro che hanno partecipato alla Giornata siano rimasti soddisfatti delle iniziative, e anche per coloro che, come me, sono venuti da Torino e da altre città con il proposito di aiutare con i preparativi per questo evento è stata davvero una splendida giornata. In definitiva, si può dire che la Giornata Europea della Cultura Ebraica sia stata un’ottima occasione per conoscere nuovi luoghi e arricchirsi culturalmente, da ripetere in futuro magari in un’altra città.

Elisa Steindler, 19 anni, vive a Torino e studia all'ultimo anno di liceo delle scienze umane Albert Einstein
Elisa Steindler, 19 anni, vive a Torino e studia all’ultimo anno di liceo delle scienze umane Albert Einstein


UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


Contattaci