Cultura

Consiglio UGEIConsiglio UGEI11 maggio 2017
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14min700

Norman Oppenheimer Strategies. Questo c’è scritto sul biglietto da visita. Cosa vuol dire? Tutto e nulla. Norman vive per aiutare. La sua massima soddisfazione è rendersi utile in un senso esistenziale, più che economico. Si infila tra le vie innevate di New York, insegue il parente, l’amico, il rabbino, il collega, quella persona influente che pensa di conoscere meglio di quanto conosce, racconta di uno all’altra, ha i loro contatti. Sembra un senzatetto di classe, non un “mafioso”: è ossessionato dagli altri, dal farsi apprezzare, ma sottotono. Non si capisce bene dove viva. Offre connections, ma non è un businessman. Vede l’intera città come un piccolo villaggio, dove al posto di galline, uova e latte, in gioco ci sono ammissioni a Harvard del figlio di un politico.

E’ eccentrico ma all’inizio sembra ancorato alla realtà: certo magari a una persona dice di conoscerne un’altra, o imbellisce alcune parti del racconto, ma non è un inganno, sembra trascinato dalla sua stessa ossessione, un business altruista. Che business poi? Tutto. Consigli, rapporti, ma fatti di un innocente “Quello è il figlio di Salomon?”, “Se vieni a questa cena ti presento Taub di una delle famiglie più influenti”, poco importa se alla cena non era neanche stato invitato, il contatto si crea anche così e magari funziona pure. Anche quando attacca bottone con una donna, sul treno, la chiacchierata sembra solo quella di un vecchietto un po’ petulante ma con buone intenzioni. La donna poi si rivela essere a capo di un’associazione investigativa, ma questo avrà molta più importanza dopo (no spoilers).

Norman conosce un uomo, un ministro del commercio israeliano, a cui per qualche giorno a NY inizia a dare consigli, dall’economia a dove comprare vestiti e volendoselo ingraziare (nonostante questo ironizzi che in Israele più ti vesti con abiti costosi e peggio è per un politico alle prime armi) gli compra un paio di scarpe costosissime. Pochi anni dopo questo stesso uomo diventa Primo Ministro in Israele e questo regalo, insieme al rapporto su cui Norman ha fantasticato, crea uno strano legame tra i due.

Quando Norman lo vede a Washington e viene riconosciuto e abbracciato ha la certezza di aver conquistato un posto d’onore e la sua vita si ribalta. Poco dopo – in una delle scene più  interessanti del film – questo mondo di connessioni di serie A prende vita attraverso proiezioni surreali attorno a lui con ognuno dei membri di diverse associazioni, esponenti di tipi di ebraismo, organizzazioni a cavallo tra i paesi, lo circonda e spiega cosa fa, come se tutti parlassero con lui. (Chiunque sia mai stato a una convention dell’AJC, AIPAC, ZOA o simili, ha sentito quelle frasi alla lettera).

E’ amato dalla sua comunità che infatti, pur prendendolo in giro, si fida di lui, dopo gli anni di successo, per poter salvare la sinagoga, chiedendogli di trovare un donatore: lui inizierà a tessere una rete di favori impossibili, non da “Lupo di Wall Street” ma da disperato, sempre più contorti, promettendo un donatore inesistente, convincendo il rabbino ad aiutare un parente che vuole sposarsi con una coreana che non è stata convertita nel modo giusto e così via… Infine quel regalo fatto tanti anni prima avrà conseguenze enormi sull’immagine del Primo Ministro in Israele e anche tragiche in America…

Il regista Joseph Cedar

Il film “Norman: The Moderate Rise and Tragic fall of a New York Fixer” è diretto da Joseph Cedar, un regista israeliano, nato in una famiglia ortodossa, che aveva diretto  “Footnote” ,  un capolavoro nominato agli Oscar,  anche quello focalizzato sulle minuzie delle parole, degli scambi contorti e di personaggi eccentrici che vivono in una bolla a se stante.

Ogni gruppo etnico ha rapporti interni a gomitolo e vive di connessioni: in un paesino siciliano non c’è solo la mafia, ma anche il bar e per gli ebrei è uguale, le connessioni non sono solo “lobby”, ma esperienza di vita inevitabile. Uno studente arriva in una nuova città e viene trascinato in diversi circoli ebraici a catena. In molti casi c’è totale libertà, non è settario, auto-ironia o percorsi diversi, ma è un tratto culturale innegabile legato a una certa chutzpah e un calore delle comunità allargate, con pregi e difetti. A chi è stato in Israele saranno capitate scene assurde come un tassista che si offre di portare i bagagli sotto casa, poi lascia il proprio biglietto da visita e dopo aver saputo che lavoro fai ti dà il contatto di suo figlio, ma allo stesso tempo pochi giorni dopo organizza una cena presentandoti all’intero quartiere. O un host di Airbnb che scopre che la signora che ha preso l’appartamento fa l’editrice e inizia a portare libri e capitoli sempre più improbabili, o a portarla in caffè di Tel Aviv.  O a NY trovarsi in un ufficio pieno di carte di un vecchio ebreo sefardita che calcola le tasse su fogli a matita, senza occhiali, sente la sua intera famiglia al telefono perché vuole che compri il giornale dell’amica della figlia e ci faccia una donazione. O forse questi sono esempi troppo specifici… ma da cui traspare il senso di un’esperienza collettiva. Forse non diversa da una siciliana a Milano, ma con un sapore ebraico. Sono scene buffe e fanno parte dello spirito sabra, pragmatico, e anche un po’ artistico: storytellers, creatori di tele vaganti, diretti.

Questo film – di cui non rivelo alcuno spoiler, oltre a queste premesse – solleva però una questione interessante dal punto di vista etico, simile a quella del “Mercante di Venezia”. Il Mercante in Shakespeare incarnava diversi stereotipi ebraici, avaro, ansioso, “introdotto” in alcuni ambienti, eppure la sua fine tragica, il battesimo forzato ne fa anche un eroe per gli ebrei, e merita una visione sfumata. Shakespeare non era ebreo e quindi i tratti sono più generici, ma nel Mercante ci sono anche tanti elementi ebraici millenari: come per Norman in questo scambio continuo di beni, in questo vagare ai limiti della società per necessità (dopo aver perso le terre nel Medioevo) c’è la loro forza e fascino.

Un film non deve mai seguire una morale, nessuno è obbligato a “far fare bella figura” al proprio gruppo etnico, a lavare i panni sporchi in famiglia, anzi, sarebbe un affronto alla creatività,  ma il cinema fa i conti con alcune responsabilità, volente o nolente. Tanti romanzi a tema ebraico sono riempiti di personaggi problematici, inquieti e inquietanti e ci sono film israeliani meravigliosi che raccontano di alcune frange ortodosse con dettagli vissuti, ma strappando il sipario e denunciando un male, un dolore enorme, meglio se raccontato dal punto di vista personale e non generalizzato. Ci sono commedie o drammi che si appoggiano molto a stereotipi ebraici ma utilizzandoli come punto di lancio o introdotti nell’immaginario comune. Sono spesso però una sorta di lettera d’amore a una propria “famiglia” nonostante alcuni difetti.

“Norman” è una questione diversa. Da un lato non mostra personaggi cattivi di per sé, non rende il suo protagonista un Bernie Madoff dei poveri, né un truffatore, né un menzognere consapevole, ma più uno scemo del villaggio, un personaggio mercuriale. Mostra addirittura Israele come un paese forte, meraviglioso, i rapporti tra USA e Israele sono stretti e codipendenti, ma senza alcuno spirito di denuncia. E’ la realtà. Il Primo Ministro israeliano, un Justin Trudeau sabra che arriva persino a un fantomatico trattato di pace,  dice una frase che racchiude l’essenza di quello per cui Israele esiste: “L’opposto del compromesso è la morte”, sottintendendo anche una cultura della morte dall’altra parte.

Eppure in un mondo antiglobalista e sempre più preso da dietrologie fa comunque effetto come si racconta oggi uno “stereotipo” o una maschera, soprattutto conoscendo New York solo da fuori (Cedar, il regista, è nato in Israele). Un addetto ai lavori, una persona ironica, una persona interna a quel mondo lo vede come una metafora colta di alcuni effetti a catena e di personaggi cittadini tipici, ebrei erranti, mendicanti di favori, un meddler, un fixer… Uno spettatore che ci ha potato la fidanzata, annoiato, può vederci un film dove ogni ebreo guadagna qualcosa con un favore e una lobby, certo condannata, che esiste e alcuni meccanismi che fanno pensare ai “Ponzi schemes” che tanto hanno dominato le news anni fa… Ognuno ne trae quello che vuole, ma è interessante guardare alle due facce della medaglia. Il finale è geniale e legato alle sorti del Primo Ministro in un modo inaspettato.

Il film potrebbe essere tranquillamente ambientato negli anni 70 per come mostra i rapporti umani e la città stessa, gli iPhone stonano e lo catapultano nel 2016  e le relazioni USA-Israele sono più  vicine a quelle dell’era Clinton e Bush, in uno strano mix che da un lato è geniale, dall’altro forse un punto debole non da poco, che confonde un po’ le idee e rende meno validi alcuni momenti, essendo tutti i personaggi inventati, soprattutto nell’epoca più densa di notizie in cui viviamo. E’ anche casuale che in Francia uno degli scandali delle elezioni presidenziali che ha coinvolto François Fillon è stato legato a “regali” in forma di abiti da uomo da 12000 euro…

Il film galleggia come il suo protagonista che si vanta del fatto che “continua a nuotare”, la sua intera vita passata è un mistero che emergerà pian piano. Richard Gere in versione ebreo newyorkese è sorprendentemente convincente e Steve Buscemi che fa il rabbino vale tutto il film. Non è una commedia, non sono personaggi alla Adam Sandler o Ben Stiller, ma sembra una fotografia di quei passanti distratti, eminenze grigie della città, acrobati su un filo invisibile…

Benedetta Grasso è una sceneggiatrice cinematografica, scrittrice e giornalista che vive a New York dal 2006

Consiglio UGEIConsiglio UGEI30 aprile 2017
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La cultura occidentale non si è rapportata con uguale interesse e dedizione ai grandi temi che la tradizione filosofico-religiosa le ha offerto. Mi riferisco propriamente a quei macro argomenti di carattere morale da una parte e ai supposti tentativi di negarne la portata dall’altra. Le ragioni sono diverse: mancato interesse, scarsa attenzione ma soprattutto la paura di un ipotetico scacco a quei principi che la nostra società, imbevuta di religiosità, ha posto come fondamenta. Se ogni religione è una risposta al problema della morte e del male, il nichilismo non è banale negazione della vita o almeno non lo è in modo condizionante. E’ piuttosto un’anomala richiesta di liberazione ed emancipazione da una cornice sociale che non sembra rispondere ai bisogni di coloro che ne fanno parte. Il nichilismo è fenomeno complesso, troppo controverso per essere bollato come semplice rifiuto della vita e delle norme vigenti. E’ piuttosto ideologia della morte e insieme della vita, rovesciamento continuo che mai si cristallizza.

Ciò che il saggio di Gershom Scholem “Il nichilismo come fenomeno religioso” tenta di fare è strappare il tema a secoli di critica o dimenticanza. Intende inoltre proporre un metodo di analisi che sia imparziale, appassionato e che non lasci adito a sottintesi: nessuno spazio per il giudizio personale ma tanto per la verità storica. Come molti anche Scholem mostra un feticcio per le parole e il loro significato. Si spiega così il richiamo alla portata storica della parola. Nichilismo definisce nella Russia dell’Ottocento la decadenza seguita alla caduta degli antichi ordinamenti di valori assumendo aspetti spirituali, sociali e politici.

Nell’epoca della fisica moderna descrive il riguardo per un’unica verità: quella scientifica nelle vesti del materialismo filosofico prima e politico poi, tanto piacque agli anarchici che su tale concetto poggiarono la propria propaganda. Fu utilizzata anche nel linguaggio filosofico in Germania e Francia da parte di alcuni conservatori che, intendendo contrastare le correnti critiche verso la religione, l’idealismo tedesco e l’idealismo radicale, si dicevano ortodossi. E ancora si propone come caso limite di scetticismo in Jaspers, che ebbe il merito di avervi individuato impulsi diversi: uno di critica ai sistemi di valori che impediscono la natura dell’uomo e un altro, più radicale, che rifiuta l’intera realtà. Quest’ultimo presenta due facce: una quietistica di matrice gnostica che spinge l’animo alla contemplazione e in cui “la sublime unità di cosmo e Dio viene scissa, una frattura immensa si apre” – per dirla con Hans Jonas – e un’altra, di formazione neoplatonica, che dà vita alla corrente medievale del “Libero spirito”, spingendo verso la trasgressione anarchica. Accanto a queste tipologie di nichilismo, Scholem ne delinea un’altra: il letteralismo antitradizionale di stampo ebraico che si sviluppa in un contesto in cui dovrebbe essere la Norma a dettare legge. Eppure fenomeni di tal genere si affacciano in diversi periodi: dapprima con il caraismo, nato tra l’VIII e il IX secolo in Mesopotamia, che non riconosce la tradizione orale, e poi con il frankismo di matrice sabbatiana che, scendendo nell’abisso, annienta le leggi perseguendo un’ideologia militarista e, riprendendo la prassi marrana, si appella al silenzio.

Ciò che il testo vuole rilevare è come il nichilismo possa essere tanto il frutto di crisi quanto la scintilla verso un illuminismo tutto ebraico. I frankisti rappresentano esemplarmente la forma più radicale di questa eresia ebraica popolare che, gravitando intorno alla figura dispotica di Jacob Frank, giunge fino al Settecento inoltrato. Le opere di Scholem dimostrano ancora una volta l’impossibilità di inquadrare l’uomo una volta per tutte. Con la convinzione che “impulsi anarchici e sfrenati […] giacciono nel profondo di ogni animo umano” egli adotta un atteggiamento che più che anarchico potrebbe dirsi antidogmatico o meglio ancora di difesa in nome di una più che nobile indipendenza intellettuale. Una libertà che, come scrisse nelle pagine del diario datate al 1945, pagò a caro prezzo, rendendolo solo, prima come ebreo e poi come sionista.

Da Shalom.it

Marta Spizzichino, di Roma, studia filosofia alla Sapienza

Consiglio UGEIConsiglio UGEI14 aprile 2017
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5min610
Chad Gadya secondo El Lissitzky

Nella storia ebraica ogni uomo, ogni animale, ogni evento è collegato agli altri in un’unica vicenda. C’è un celebre canto di Pesach, Chad Gadya, che riassume quest’idea. In esso gatto e cane, bastone, fuoco e acqua, il bue e l’uomo che lo macella sono parti della stessa storia. Una storia di vittime che sono anche carnefici, in un circolo che sembra illustrare una legge della sopraffazione universale. Di questo scrive Elie Wiesel in A Passover Haggadah, un’edizione della Haggadah di Pesach con il suo commento; ma ne scrive anche in un indimenticabile racconto contenuto nel volume L’ebreo errante, pubblicato anni fa da Giuntina, dal titolo L’ospite di una sera.

Ungheria, 1944. Il Paese è invaso dalla Germania nazista mentre una famiglia di ebrei, di cui fa parte il giovane protagonista, celebra il seder di Pesach. L’ospite è un profugo polacco che agli occhi del narratore è anche Elia, il profeta: verso la fine del seder esce di casa correndo e scompare senza lasciare tracce.

“Il cuore pesante, ritornammo a tavola e alzammo i nostri bicchieri ancora una volta. Recitammo le consuete benedizioni, i salmi e, per finire, cantammo Chad Gadya, questo terribile canto in cui, in nome della giustizia, il male attira il male, la morte chiama la morte, finché l’Angelo sterminatore non si fa a sua volta sgozzare dall’Eterno stesso, benedetto egli sia. Amavo questo canto ingenuo dove tutto sembrava semplice, primitivo: il gatto e il cane, l’acqua e il fuoco, di volta in volta carnefici e vittime, destinati a subire la stessa punizione all’interno di uno stesso disegno. Ma quella sera il canto non mi piacque. Mi ribellavo contro la rassegnazione che esso implicava. Perché Dio agisce sempre in ritardo? Perché non ha eliminato l’Angelo della Morte prima che fosse stato commesso il primo omicidio?”.

Arthur Kolnik, “Chad Gadya”

Chad Gadya vuole suscitare compassione per una piccola capra? Oppure mostrare come procede la giustizia divina, la legge insondabile? La parabola di tutti i protagonisti, che di volta in volta compaiono e vengono inghiottiti nel vortice di violenza che ossessivamente si ripete, trova un senso nel finale del canto, con la morte della morte? E’ immediato pensare che la canzone evochi il destino del popolo ebraico, almeno secondo Wiesel. Un destino che perpetua storie di inevitabile dolore, oppure catena che può essere infranta, scrivendo alla storia un finale nuovo, un esito diverso? Per me è difficile trovare una risposta univoca, limpida, netta. Per la prima volta quest’anno Elie Wiesel non sarà al Seder di Pesach, ma ci accompagnano le parole con cui smaschera l’identità dell’ospite, e con cui il racconto si chiude: “Alla fine di un lungo viaggio che sarebbe durato quattro giorni e tre notti egli scese in una piccola stazione, vicino a una cittadina tranquilla, da qualche parte nella Slesia, dove già l’attendeva il suo carro di fuoco per portarlo in cielo. Ciò non prova abbastanza che era il profeta Elia?”. Non è forse vero che Pesach è la festa della gioia nella tristezza, della tristezza nella gioia?

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI26 marzo 2017
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Se ieri la riflessione politico-economica cercava un’alternativa ai sistemi capitalisti da una parte e comunisti dall’altra, oggi la questione appare diversa: si ragiona sempre e comunque in termini dualistici ma l’interesse sembra spostato su altri versanti. Parlare e pensare per mezzo di opposizioni richiede minore sforzo: semplifica il discorso e lo rende accessibile. Si pensa di guadagnare quel poco di chiarezza che finisce con il far perdere alle parole e ai concetti l’esattezza che dovrebbero mantenere. Si parla di dicotomia essere-avere, progresso-regresso, evoluzione-involuzione e tanto altro, tralasciando i vari strati che i due poli delimitano. Se l’opposizione avere/essere di cui Fromm parla nel 1976 era vera ieri, lo è mille e una volta in più oggi – facendo attenzione però alla semplificazione a cui i due concetti contrapposti mirano. Fromm riprende queste modalità esistenziali e  tenta di criticare lati della nostra società che non apprezziamo e che tentiamo di cambiare. Modifica l’approccio subordinando per una volta la pulsione dell’accumulo e possesso a quella dell’esserci. Alla piaga dell’avere ne corrisponde una più fisica e attuale: quella della macchina burocratica che ingloba dentro di sé tutto ciò che trova, senza nessuna distinzione. Lo faceva nel Novecento e lo fa oggi con abiti differenti, presentandosi come imperfetta anche se necessaria.

Un’inefficienza che si presenta dapprima nella sfera istituzionale ma che riesce a estendersi anche in quella individuale. Un meccanismo che parla di sé, da sé e a sé e che, non riuscendo a esser compreso, rimane nell’autoreferenzialità. Questo riproduce sempre i propri metodi reiterando lo stesso percorso, non riuscendo a intraprendere strada diversa. La sensazione è quella dell’insufficienza, dell’impotenza, della spersonalizzazione e della necessità di assorbire quante più cose possibili. Si è in un vicolo cieco che non mostra apparentemente alcuna via d’uscita.

Nella riflessione che Fromm attua in “Avere o essere”, che vuole essere più un manifesto programmatico che una mera utopia, si tenta di stabilire una chiave di lettura e una soluzione a quel male tipico della modernità: se ne tracciano le linee e si riflette su un’alternativa in grado di condurre all’elaborazione di una società giusta ed equa. I toni sono ottimisti ma disincantati. Fromm vaglia una critica a quella disumanizzazione del carattere sociale e della religione industriale che nella seconda metà del XX secolo cominciava ad affacciarsi sul mondo e che oggi si impone più che mai. Scrive di protesta nei confronti di una società che sembra marcire. E’ una disapprovazione che si sviluppa nel quadro di un cristianesimo monoteistico, di un panteismo ateo, di un conservatorismo intransigente e di un socialismo di ascendenza marxista che, a modo loro, rispondono come possono. Fromm esamina quel “senso dell’avere” elaborato da Eckhart e ripreso da Marx, facendo riferimento al suo opposto: a una modalità dell’essere che non veda le azioni degli individui come espressioni di alienazione e subordinazione al consumismo ma come espressione di religiosità umanistica. La burocrazia è all’antipodo di questa concezione positiva: è pericolosa perché non vi è in essa distinzione tra coscienza e dovere ma piena identificazione tra i due; fingendo di presentare la strada per la libertà finisce per soffocarla. Non vi è richiamo a nessun tipo di riverenza, sia essa religiosa o no. Se esiste una degenerazione dell’eccessiva istituzionalizzazione, che si dovrebbe presentare come imparziale, razionale e impersonale (ma che finisce per diventare parziale, arazionale e personale), deve esistere anche un suo opposto che include diverse sfumature. Fromm ha individuato l’alternativa: è la strada verso un umanesimo ricco ma non “cratico”, lo stesso che l’occidente ha posto come base per la propria cultura ma che continua a dimenticare.

Da Shalom.it

Marta Spizzichino, di Roma, studia filosofia alla Sapienza
Marta Spizzichino, di Roma, studia filosofia alla Sapienza

Consiglio UGEIConsiglio UGEI12 marzo 2017
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purimssOggi li vediamo su Youtube, a Broadway organizzati a volte anche da attori ebrei importanti nei giri artistici di Manhattan, nelle miriadi di associazioni ebraiche, nelle sinagoghe, in piccole produzioni amatoriali, nelle scuole, nelle case, osservando il bambino che sbuffa perché la mamma l’ha costretto a recitare di fronte agli zii, quello che da grande sogna di essere un comico e lo usa come trampolino di lancio. Ci si cimentano grandi giornalisti del New Yorker come Adam Gopnik, improvvisandosi in discorsi esilaranti e pieni di riferimenti culturali, comici, i fumettisti satirici, autori teatrali, tra i primi vati del genere c’era Sholem Aleichem.

Sono i Purimspiel. La quintessenza dell’esercizio di stile teatrale ebraico, la risposta yiddish alla commedia dell’arte nata nel 1500. Spiel in yiddish significa gioco, spettacolo, come play in inglese e il teatro yiddish, sbocciato poi con i vaudeville nel Lower East Side, ha dato origine al teatro e al cinema negli Stati Uniti e ha piantato radici diverse che nel resto del mondo.

Purim a Brooklyn (1925)
Purim a Brooklyn (1925)

Purim non è solo una festa che celebra il travestirsi, l’irriverenza, un’occasione per la tzedakah, un rito religioso, o una “fashion week” dei più piccoli, ma tra letture della megillah notturne nei bar del Village è l’apice della creatività teatrale. Negli shtetl questa improvvisazione amatoriale aveva inavvertitamente stabilito le mansioni odierne del cinema, portandole poi a Los Angeles a inizio ‘900, insieme alle invenzioni di Edison: gli artigiani diventavano costumisti, i musicisti davano un ritmo che avrebbe predetto i cantanti folk di oggi, gli studenti sceneggiatori e attori, a volte acrobati. Le famiglie che avevano più soldi, dopo l’emigrazione in America, pagavano anche i pranzi nelle yeshivot, perdendo l’aspetto errante dell’andare di casa in casa. I primi film yiddish girati nel nord dello stato di New York o nel New Jersey cercavano di ricostruire lì paesaggi dell’Est Europa o a volte biblici, con protagonisti nevrotici, ossessionati dalla cultura e dallo studio, auto-ironici…

Durante Purim, come per qualsiasi altra festa ebraica la dimensione newyorkese è sempre diversa, nonostante l’atmosfera recente di minacce, cimiteri violati e tensione di vario genere. Nella sua forma tradizionale Purim interessa principalmente famiglie con bambini, in quella più festaiola i ventenni e trentenni con l’ormai famosissimo “Purim Ball”. La tradizione del Purimspiel, come spettacolo o comicità folle, però è stata preservata da associazioni nate nell’ ‘800 come un gioco creativo, non un racconto letterale come a Pesach, e nello spirito del sovvertimento del mondo di Purim, l’ironia regna sovrana: possono essere monologhi, o diversi attori che si passano la palla nel raccontare vari passaggi della storia di Esther, ma anche performance art o inserti folli e surreali sui giornali come il New York Times.

Purim a Beit Shemesh, Israele
Purim a Beit Shemesh, Israele

E’ un trolling intellettuale e artistoide, non per forza politico (a parte qualche eccezione recente), ma fondato su maschere che in realtà c’entrano poco appunto con la storia di Purim in sé e che è più radicato nell’Est Europa e quindi ora nel Lower East Side e in alcune parti di Brooklyn: i payats sono i pagliacci, lets i buffoni, i comici, nar lo scemo e il marshalik, colui che guida la cerimonia.

Però perché a Purim allora? Oltre all’uso di queste figure simili al nostro Arlecchino e Pulcinella, ma che hanno posto le basi della comicità ebraica moderna nelle sue varie forme, il Purimspiel è l’origine della parodia, inizialmente nella forma di canzoni a cui venivano cambiate delle parole e poi diventando un corso di scrittura creativa con vino e megillah: si può raccontare la storia dal punto di vista del re Assuero? E da quello di un personaggio minore o che non esiste come il fratello o la sorella di qualcuno? E’ il primo caso di fan-fiction.

Durante l’Illuminismo ebraico, l’Haskalah, le parodie diventano più taglienti e più contemporanee, ispirate anche al confronto tra i nuovi razionalisti e chi sceglie un approccio più letterale, impostando la sfrontatezza allegra come standard e unendosi agli obblighi tradizionale della gioia, dello studio (e dell’ubriachezza!). Il teatro inizialmente era visto come pagano ai tempi dei romani, ma questo anche perché erano i tempi dei gladiatori, non era atipico che un ebreo fosse nella bocca dei leoni… poi la farsa e il melodramma ha preso piede.

consiStranamente, a parte qualche tentativo semiletterale di Amos Gitai e produzioni israeliane, o qualche menzione o film minore internazionale, Purim rimane sui palchi e non passa nei cinema. Un film indipendente che non ha avuto troppo successo è “For Your Consideration?” (2006), scritto da Christopher Guest e Eugene Levy, che prendeva in giro la frase che di solitao si allega quando si mandano film agli Oscar. Con attori importanti e guest star, ci sono anche comici come Ricky Gervais. Nel film si segue una troupe che sta girando il film “Home for Purim”, con pochissimo budget, con un’attrice principale che è famosa per essere l’immagine di una marca di Hot-dog kasher che pubblicizza indossando poco o niente (già famosa per un ruolo come prostituta cieca negli anni ‘80). Nel film fingono di essere i genitori di una famiglia ebraica negli anni ‘40 ed è tutto completamente ridicolo. Nessuno va home for Purim (a casa per Purim), non è Pesach e questo è già il primo aspetto assurdo, l’altro è che questo film a costo zero inspiegabilmente inizia a far parlare di sé per gli Oscar.

purimsIronicamente invece qualsiasi tentativo più entusiasta perde un po’ l’irriverenza. Ci sono cartoni fatti da gruppi religiosi dove si inseriscono elementi divini riadattando il libro di Esther che è l’unico che non ne fa menzione. E poi c’è “Meghillas Lester”, che è stato descritto come un mix tra la Pixar e “Ritorno al Futuro”, un cartone che in effetti a livello di animazione è piuttosto avanzato: la storia parla di un ragazzino ebreo americano, Lester, che sta appunto per mettere in scena il Purimspiel con la scuola ma sviene e si ritrova all’epoca di Haman, fa vari pasticci spazio-temporali e deve trovare un modo di salvare gli ebrei per sempre con Esther. Semplice ma ha riempito un buco nel mercato.

E’ importante ricordare che lo studio, l’interpretazione e la lettura obbligatoria, anche se magari gioiosa, è diversa dal Purimspiel. Inoltre a volte ci possono essere recite moderne non per tutti, che si legano a cause di diritti civili o di giustizia sociale.

Insomma a New York il Purimspiel è un affare semiserio, ma molto serio. Forse una delle goliardate che sarebbe prudente lasciare da parte quest’anno è quella di inserire una notizia falsa o satirica sui giornali: in tempi di fake news, il confine tra farsa e dramma è labile.

Benedetta Grasso è una sceneggiatrice cinematografica, scrittrice e giornalista che vive a New York dal 2006
Benedetta Grasso è una sceneggiatrice cinematografica, scrittrice e giornalista che vive a New York dal 2006


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L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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