Cultura

Consiglio UGEIConsiglio UGEI12 settembre 2017
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Torno su una questione a cui ho già dedicato un intervento su queste colonne alcune settimane fa, la distinzione tra paragonare e comparare eventi storici, per esempio la Shoah e altre tragedie. Allora la riflessione nasceva dalla partecipazione alla trasmissione televisiva su Hitler diretta da Michele Santoro, vorrei invece adesso rifarmi a un breve testo di Yosef H. Yerushalmi pubblicato in italiano alcuni anni fa da Giuntina con il titolo “Assimilazione e antisemitismo razziale: i modelli iberico e tedesco”. La premessa d’obbligo è sempre la stessa: comparare significa far emergere una combinazione di differenze e somiglianze, non tracciare una riduttiva equazione tra eventi.

Scrive Yerushalmi che all’incirca il 50% degli ebrei spagnoli fu convertito al cristianesimo tra il 1391 e il 1492, in gran parte con la violenza fisica o psicologica. Chi non andò incontro al battesimo lasciò la Spagna, che si trovò così senza ebrei. Nulla avrebbe dovuto impedire il completo assorbimento dei convertiti, o almeno dei loro discendenti, che in buona parte di sentivano autenticamente cristiani. Ma a questo punto ci si scontra con un elemento indubitabile: l’ostilità diffusa dei cristiani spagnoli verso i conversos, che nell’arco di alcuni decenni condusse agli statuti sulla “limpieza de sangre”. La dottrina della “purezza di sangue” segna “la paradossale ritorsione della società iberica contro l’intrusione degli ebrei mediante quella conversione a favore della quale quella stessa società aveva operato così a lungo e assiduamente” (p. 38). In altre parole, quando cadono le barriere di religione e cultura, ne vengono edificate di nuove su base genetica. Sostenere che gli ebrei non possano cambiare e che, anzi, se convertiti siano ancora più pericolosi perché in grado di corrompere la società dall’interno, significa fissare in un paradigma immutabile l’ebraicità, che viene assunta quale condizione negativa permanente. Da essa chi ne è portatore, gli ebrei descritti dalla Chiesa per secoli come ostinati, testardi e ciechi, non si può liberare in alcun modo. Una simile dottrina razzista innescava una contraddizione teologica in seno al cristianesimo, dal momento che negava la possibilità di essere “battezzati in un solo spirito per formare un solo corpo, giudei o greci, schiavi o liberi” (Corinzi I, 12:13), ma fu comunque accettata e applicata per secoli. Il richiamo al sangue, dunque alla genetica, è un tratto significativo di somiglianza con le teorie antisemite moderne e naziste, e secondo Yerushalmi scardina l’idea, diffusa anche tra storici competenti, che l’antisemitismo razzista sia un fenomeno peculiarmente moderno e laico, conseguenza della secolarizzazione.

Questo significa che la Germania ha appreso l’antisemitismo razzista dalla Spagna moderna? Che l’Inquisizione è stata come la Gestapo? No ovviamente: scivoleremmo altrimenti verso un paragone che impoverisce, semplifica e quindi falsifica gli eventi e la loro specificità. Significa, invece, comparare situazioni diverse che hanno qualcosa in comune. “Quando, come avvenne in entrambi i casi, l’assimilazione divenne una realtà consistente (l’ortodossia cattolica nella penisola iberica; l’acculturazione e l’erosione dell’identità religiosa ebraica in Germania), la vecchia definizione di ebreo in base alla religione divenne un anacronismo palese e si trasformò sempre più in una definizione di tipo razziale” (p. 49). Mi sembra evidente che quella di comparare sia un’esigenza primaria se vogliamo comprendere più a fondo la storia ebraica. E molte, moltissime altre storie, di ieri e di oggi.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI15 agosto 2017
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Un mosaico del Duomo di Monreale illustra la costruzione della Torre di Babele

Quali siano i fuochi intorno a cui l’ebraismo ruota è questione complessa: si potrebbe dire la Legge, l’identità, la tradizione e non ultima la percezione del tempo. Sappiamo bene che il terreno è instabile: se parlare di identità è problematico in quanto significa far accettare a tutti caratteristiche precise, altrettanto precaria è la questione del tempo e della Legge: del primo perché non tutti lo percepiscono in modo eguale e della Legge perché non tutti la rispettano in modo analogo. Aggiungerei alla lista l’influsso che le parole esercitano: sono pietre direbbe Carlo Levi e non sarebbe l’unico, anche il mito della torre di Babele sa quanto queste siano importanti e l’espressione dell’abuso dell’unità linguistica, simbolo di tracotanza, ce lo dimostra.

Perché costruirsi una città e perché una torre sono domande cui l’ermeneutica ebraica tenta di rispondere. Secondo alcuni la ragione è da rintracciare nella generazione successiva al diluvio il cui unico scopo fu quello di raccogliersi. Il suo unico fine era garantire sicurezza e serenità. Tuttavia se si comprende quale fosse lo scopo della città meno chiaro appare quello della torre, opera vana e illusoria che diventò segno della città stessa. Ecco che le domande si dipanano e le risposte pure. La torre avrebbe dovuto proteggere l’umanità da un secondo diluvio, ma in breve divenne l’emblema del culto idolatrico teso a detronizzare Dio. Essa fu dunque espressione della coscienza che gli uomini ebbero di sé e della loro forza, fu sfida del divino e ricerca, mai conclusa, di immortalità e di un nome. Infatti per impedire la dispersione città e torre non bastano; il nome, coronamento necessario di un’impresa che ha tutti i presupposti per dirsi idolatrica, fu cosa necessaria.

“La confusione delle lingue”, incisione di Gustave Doré

In Bereshit 11, 1-9 si dà il primo significato, più diffuso: Dio fece crollare l’unità per mezzo della barriera linguistica. La confusione provocata non coinvolse solo i gruppi ma anche i singoli individui: nessuno era più in grado di capire il proprio vicino. La disperazione sorse dall’impossibilità di comprendere e farsi comprendere, perché se ascoltare è necessario conoscere è fondamentale. Solo a partire dal Targum Yonathan la confusione creata fu vista come l’origine della varietà delle lingue: Dio scese sulla terra e i Suoi 70 angeli comunicarono le lingue ai 70 popoli che vi risiedevano.

Non mancò chi, interessato all’origine della lingua, si chiese quale ne fosse lo statuto: se fosse nata per convenzione, dettata dai bisogni degli uomini, o da Dio. Le risposte miravano all’unità perché seppur se ne riconoscesse la diversità non si rinunciava a ricercarne l’unità in una che voleva dirsi primigenia. L’artificio, il linguaggio quanto i mattoni, per gli uomini di Babilonia era diventato il fine in sé: la conquista della tecnica, congiunta con la fama e la gloria, qui non trovò limiti. E’ lì che Dio andò ad agire: sul fulcro intorno a cui ruotava il tutto, il linguaggio che, da unico qual era, venne frammentato e poi mescolato.

Da Shalom

Marta Spizzichino, di Roma, studia filosofia alla Sapienza

Consiglio UGEIConsiglio UGEI13 agosto 2017
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Una porzione del pavimento mosaicato della sinagoga di Beit Alpha (Israele), di epoca tardo-romana

Prendiamo gli egizi. Abbiamo l’origine della civiltà egizia, il suo fiorire, poi il culmine, la decadenza, la fine. Oggi, abbiamo il museo egizio. Lo stesso si può dire dei babilonesi, degli assiri, i greci, i persiani…

Ho sentito più di una volta rav Roberto Della Rocca ripetere questa frase e contrapporle il modello dell’ebraismo, la sua storia, la sua civiltà. Certo, anche i regni ebraici antichi sono stati distrutti e sulle mura di Gerusalemme sono state issate nei millenni molte bandiere. E come negare l’esistenza ai nostri giorni anche di musei ebraici? Eppure la differenza rimane abissale, perché un talled esposto in un museo ebraico ha innanzitutto un valore d’uso che è ancora attuale, il copricapo di un dignitario egizio no. Mi piace pensare che gli stessi oggetti nei musei ebraici, selezionati in base a criteri materiali e storici, siano soltanto momentaneamente esposti, e in linea di principio possano tornare a essere utilizzabili: un piatto decorato per Pesach, un talled per la preghiera, un bisturi per la circoncisione. Strumenti d’uso, non intangibili bellezze sotto chiave. Anche altre civiltà, ovviamente, hanno prodotto oggetti con valore d’uso, ma si tratta oggi, e spesso già da secoli e millenni, di manufatti che ci parlano in lingue che non capiamo: possiamo ammirare gli ushebti e i vasi canopi del corredo funebre di un faraone, ma come fare a comprendere fino in fondo il compito che erano chiamati a servire, il loro valore d’uso?

Il Tempio di Era, ad Agrigento

Nel II secolo d.C. Pausania scriveva una delle opere geografiche di riferimento del mondo antico, la “Descrizione della Grecia”. Oltre millesettecento anni più tardi l’antropologo James G. Frazer ripercorse le strade e i sentieri seguiti dal viaggiatore greco, compilando una monumentale opera di commento, poi compendiata nel volume “Sulle tracce di Pausania”, pubblicato in Italia da Adelphi. Frazer dà vita a un incantevole gioco di specchi tra la Grecia in cui viaggia a fine Ottocento e quella di Pausania. Lo può fare perché, anche se con inevitabili differenze, entrambe sono costituite da un paesaggio di rovine. Rovine antiche e bellissime, il cui linguaggio è però dimenticato da millenni persino dagli abitanti del luogo e – direbbe qualcuno – da cui gli dei sono da tempo fuggiti. La Grecia di Pausania e di Frazer si bagna nello stesso mare di Tel Aviv, ma quanto è vasta la distanza tra Atene e quella che Theodor Herzl ha definito Altneuland, terra insieme antica e nuova?

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI9 agosto 2017
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Jean Améry

Il tempo, è cosa nota, può rimarginare anche le ferite più profonde. Perché lo scorrere del tempo è naturale, e che cos’è la natura se non l’ambiente circostante che continuamente si rinnova, il ciclo della vita, l’erba che cresce, la pioggia che cade? Anche accanto ai crematori di Auschwitz, dove i cadaveri venivano ammassati uno sull’altro a mucchi, oggi cresce l’erba e le foglioline verde opaco delle betulle stormiscono al vento nelle giornate belle d’estate. Eppure “chi perdona si sottomette al senso sociale e biologico – abitualmente definito ‘naturale’ – del tempo”, scrive Jean Améry in “Intellettuale ad Auschwitz”, pubblicato in Italia esattamente 30 anni fa da Bollati Boringhieri. Perciò, secondo lo scrittore nato a Vienna (Hans Mayer il nome all’anagrafe), “il senso naturale del tempo […] ha un carattere non solo extramorale, ma antimorale” (p. 115, ed. 2008). E’ diritto dell’uomo, dunque, non assecondare ogni avvenimento naturale, quindi neanche il rimarginarsi biologico delle ferite provocato dal tempo.

Giovanni Segantini, “Pascoli alpini”

Si tratta di un pensiero agli antipodi di quello espresso in un passo della lunga poesia “O guardador de rebanhos” (“Il guardiano di greggi”), composta in portoghese da Fernando Pessoa sotto le spoglie dell’eteronimo Alberto Caeiro nel 1911-12: “Il ricordo è un tradimento alla Natura / perché la Natura di ieri non è Natura. / Ciò che è stato non è niente, e ricordare è non vedere” (XLIII). Ma proprio perché significa tradire la natura, potrebbe obiettare Jean Améry, ricordare è voler vedere, non cedere al sonno degli anni che trascorrono, all’oblio inesorabile dell’erba che cresce e muore e cresce ancora. Così il sopravvissuto ad Auschwitz leva la sua protesta, la sua rivolta, umana perché libera: “Quel che è stato è stato: questa espressione è tanto vera quanto contraria alla morale e allo spirito. La resistenza morale ha in sé la protesta, la rivolta contro la realtà, che è ragionevole solo fintanto che è morale. L’uomo morale esige la sospensione del tempo”.

Molto si potrebbe aggiungere della profondità ebraica di questo concetto di tempo fatto proprio da un intellettuale che, peraltro, in un altro capitolo del libro racconta della propria siderale distanza dall’ebraismo sia come orizzonte pratico e normativo, sia come abito culturale e di valori, sia come eredità storica e famigliare. Un tempo antinaturalistico, un tempo umano e rivoluzionario che rompe la necessità senza uscita dell’eterno scorrere dell’uguale e inaugura l’epoca della responsabilità, quindi anche della liberazione e della libertà. Aggiungere altro significherebbe soltanto scalfire pagine nitide e pungenti.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI23 luglio 2017
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Cracovia, 1988. Il regime comunista è ancora in piedi, anche se le sue crepe ormai sono difficili da nascondere. Ci si chiede quanto durerà, e si è più disposti a fare gesti coraggiosi. In un piccolo teatro del centro un gruppo di oltre cento persone si riunisce per celebrare un evento che, per chiunque abbia familiarità con la storia del Novecento, può apparire quasi uno scherzo di pessimo gusto: la prima edizione del Festival di cultura ebraica a Cracovia, una città dove ormai – dopo la campagna antisemita del governo comunista nel 1967 – di ebrei non ce ne sono più.

A idearlo fu Janusz Makuch, un giovane non ebreo di una piccola cittadina nei pressi di Lublino entrato a contatto con la storia del popolo ebraico mentre faceva ricerche sul passato della propria città, e rimasto totalmente affascinato. Nella precarietà del periodo storico era già difficile pensare che un evento del genere potesse avere luogo senza provocare l’aperta ostilità del regime, e progettare una nuova edizione appariva ancora più arduo. Senza alcun dubbio però mai Makuch avrebbe immaginato che avrebbe guidato il Festival – ormai uno degli appuntamenti culturali più importanti a livello nazionale – per quasi un trentennio, fino all’attuale edizione numero 27.

Nell’arco di questo trentennio, il Festival è molto cambiato e oggi rappresenta uno dei palcoscenici più interessanti per le mille sfaccettature della musica ebraica, spaziando dal più scontato klezmer alla chazanut, passando per le nuove avanguardie musicali in Israele; dalla tradizione musicale irachena rivista dall’israeliano Dudu Tassa al Lecha Dodi in chiave blues di Paul Shapiro. Imperdibile è il concerto di chiusura: l’ultimo giorno del Festival, dalle sei del pomeriggio fino all’una di notte (o finché i musicisti riescono a resistere), tutti gli artisti si esibiscono nella piazza principale del ghetto, per l’occasione blindata e gremita come non mai.

Gli eventi culturali però non consistono solo in concerti ma anche in conferenze, proiezioni cinematografiche, workshop, mostre fotografiche e altro ancora, attirando un pubblico che nelle ultime edizioni è arrivato a superare le 10.000 persone. In occasione del workshop Yiddish Vinkl oltre trenta persone provenienti da vari Paesi – tra cui persino da Buenos Aires – si sono ritrovate per conversare fluentemente in yiddish, un evento decisamente insolito nella Cracovia del 2017.

Tra gli intervenuti di quest’anno, personalità come Dan Bahat, l’archeologo che ha condotto gli scavi al tunnel del Kotel, e il noto fotografo israeliano Nino Herman, ex fotografo di Shimon Peres che ha presentato una splendida mostra su Tel Aviv. Presente – sebbene a titolo meramente personale – anche rav Shmuley Boteach, autore del controverso libro “Kosher Sex”, che ha tenuto una lezione molto seguita sull’origine del male.

A fine giugno non solo Kazimierz, il quartiere ebraico, ma la città intera pare cambiare volto. Kazimierz, ormai eletto a ritrovo degli hippie polacchi, si tinge degli animati colori del Festival, e tutta la comunità ebraica si affretta per organizzare quella che ogni anno batte il record della più grande cena di Shabbat in Polonia dal dopoguerra a oggi, e che quest’anno ha riunito ben 650 persone.

Può apparire paradossale ai lettori italiani, ma il trend più significativo che si sta registrando in Polonia è semmai un sorprendente – e talvolta quasi surreale- filosemitismo. Ed è così che Kazimierz si è riempito di locali “ebraici” o “israeliani”, rigorosamente non kasher, in cui il microcosmo hipster polacco può rifugiarsi dal caldo sorseggiando un “succo di arance biologiche di Jaffa”, qualunque cosa voglia dire. “Oggi non sei più cool se non hai un amico ebreo”, mi ha detto sottovoce una guida turistica, ed è vero. L’antisemitismo esiste ed è ancora forte in certi ambienti, ma si scontra con questa netta inversione ad U. E’ ancora presto per capire se si tratti di una semplice moda passeggera o se porterà a un totale e auspicabile cambiamento nel complesso rapporto tra Polonia e mondo ebraico, ma il Festival rappresenta senza dubbio uno dei tentativi più riusciti per un reincontro tra Polonia ed ebrei.

Gli eventi ebraici in Polonia si sprecano, eppure mi pare significativo che quello dal maggiore impatto sia stato l’unico nato non per ricordare la Shoah ma per celebrare la vitalità dell’ebraismo, il suo bagaglio culturale, linguistico, storico e religioso. Non quello che è andato perso, ma ciò che abbiamo ricevuto e trasmetteremo in eredità.

Maria Savigni, volontaria del team. 22 anni, vive nelle campagne lucchesi, dove, quando non è intenta a leggere o sfornare challot (o entrambe le cose), studia giurisprudenza


UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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