Cultura

Consiglio UGEIConsiglio UGEI23 ottobre 2017
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Sempre alla ricerca di storie di migrazioni e di nuovi esponenti di quella che spesso viene definita “letteratura ebraica”, recentemente ho scoperto l’opera più importante di Michael Gold “Jews without money”, scritto prima del 1930 e pubblicato anche in Italia nel 2016 da Castelvecchi. Michael Gold – nome d’arte di Itzok Isaac Granich – nacque a New York da genitori provenienti dalla Romania, e come molti altri figli di immigrati dalla Yiddishland confluiti nella sinistra radicale, la sua figura restò legata fino alla sua morte nel 1967 al Partito Comunista statunitense, in modo anche particolarmente rigido. L’autobiografico “Jews without money” è un prototipo di “novella proletaria”, ma simpatie politiche di Gold a parte, attraverso scene di vita familiare e quotidiana resta un ottimo ritratto che documenta la vita delle migliaia di ebrei che in fuga dalla fame e dai pogrom si riversavano nel Lower East Side nei primi del Novecento. Un vero slum martoriato dalla povertà, dal sovraffollamento, dal degrado, dalla prostituzione, dalla disoccupazione, dalle guerre tra bande (molto spesso con i rivali italiani di Mulberry Street!), e popolato da gangster, vagabondi, truffatori, agitatori politici, sognatori e rabbini hassidici. Le condizioni di lavoro dei nuovi arrivati negli opifici o nelle insalubri sweatshops erano al limite dell’umano, e i bassi salari e lo sfruttamento non differivano da una situazione di semi- schiavitù, tanto che talvolta era preferibile la mendicità o la vendita ambulante. Molti riuscirono comunque a farsi strada e a realizzare il sogno americano, sebbene chi continuava a partire dall’Europa era spinto il più delle volte da foto e notizie di parenti che avevano fatto fortuna oltreoceano aprendo magazzini o grandi fabbriche, circostanze che il più delle volte si rivelano fittizie o enfatizzate. Un po’ come avviene tutt’ora tra i migranti del sud del mondo. I parallelismi con le nuove migrazioni infatti non mancano, come racconta Gold, c’erano datori di lavoro o affittuari che mettevano avvisi “non si accettano ebrei” e il Ku Klux Klan diffondeva l’idea che la criminalità fosse stata introdotta in America dagli emigranti europei di bassa estrazione.

L’East Side non differiva da un grande villaggio che ricalcava quasi in tutto la vita comunitaria e l’organizzazione degli shtetlakh appena lasciati. Verso la metà del secolo scorso la maggior parte della popolazione ebraica cominciò a trasferirsi nei nuovi boroughs di Brooklyn e poi del Bronx e del Queens, molte sinagoghe furono abbattute o abbandonate – tra cui la famosa Roumanishe Shul demolita nel 2006 – e l’area cominciò a perdere il suo carattere ebraico e popolare. L’attuale Lower East Side è un quartiere abitato soprattutto da asiatici e latinoamericani e coinvolto da un discusso processo di gentrificazione. Gli “ebrei senza soldi” descritti da Gold non sono comunque scomparsi, molti appartengono ancora alla working class, abitano in grigi condomini co-op o in quartieri degradati, e stando alle statistiche quasi un terzo degli ebrei newyorkesi vive purtroppo sotto o in prossimità della soglia federale di povertà – secondo un report dell’UJA-Federation of New York del 2013 -, specialmente gli anziani, i gruppi haredi, hassidici e gli ebrei provenienti dall’ex Urss, in una metropoli con una popolazione ebraica di quasi due milioni di persone. Il titolo provocatorio scelto da Gold aveva proprio l’obiettivo di sfatare già all’epoca il consueto stereotipo che gli ebrei siano tutti milionari, un mito che cadrebbe soltanto se l’uomo comune conoscesse più in profondità anche solo le realtà ebraiche locali.

Il racconto di Gold visto da una prospettiva contemporanea è senza dubbio una storia di speranza, molti suoi protagonisti percepirono inizialmente la migrazione nella Goldene Medine come un grande sbaglio, troppo distante dal paese d’oro e delle facili opportunità che avevano immaginato. In previsione di ciò che avvenne in Europa negli anni successivi fu invece la loro salvezza…

Francesco Moises Bassano

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI20 ottobre 2017
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“Unter dayne vaise shtern / shtrek zu mir dayn vaise hant. / Mayne verter zenen trern, / vien ruen in dayn hant” (Sotto la tua bianca stella porgimi la mano bianca. Sono lacrime le mie parole, falle riposare nella tua mano) è l’esordio di una delle più belle canzoni composte durante la Shoah, per la precisione nel ghetto di Vilna nell’inverno del 1943. E’ a questi versi che penso dopo aver terminato la lettura di “Sotto una stella crudele. Una vita a Praga, 1941-1968”, il libro delle memorie di Heda Margolius Kovály fresco di pubblicazione in Italia per i tipi di Adelphi: non solo per il riferimento all’astro, ma anche perché le sue parole, le parole scritte da Heda, risplendono di una luce notturna, attutita da uno stile sobrio, pulito e incisivo.

Heda Bloch, come numerosi ebrei dell’Europa centrale e orientale, è stata investita dalla violenza dei due grandi regimi totalitari del Novecento, gli stessi a partire dai quali si sviluppa un altro libro straordinario, “Vita e destino”, di un altro scrittore ebreo, Vassilij Grossman.

Heda racconta di Auschwitz e della fuga durante la marcia forzata verso Bergen Belsen, poi del ritorno nella sua Praga durante gli ultimi mesi di guerra. “Fino a quel momento avevo dovuto affrontare solo il sistema di polizia di un regime fascista. Ora mi toccava fare i conti con un nemico peggiore: la paura e l’indifferenza degli uomini”. Cerca aiuto presso i vecchi amici, ma la paura attanaglia i cuori. “Volevo sopravvivere, ma a quel prezzo la vita era troppo cara. Ancora un po’ e nel mio mondo non sarebbe rimasto più nessuno. Avrei perso quello che neppure i campi e la guerra erano riusciti a portarmi via”. Termina finalmente la guerra, il futuro irrompe nella vita dei superstiti. Heda sposa Rudolf Margolius, anch’egli sopravvissuto alla Shoah, e si avvicina al comunismo, partecipando a quella breve stagione in cui molti pensavano che le idee potessero seppellire le bruttezze della storia. Non manca, però, lo spazio per l’ironia nei confronti di quei “teologi in tuta”, come scriverebbe Eugenio Montale, che con il marxismo cercano di dare una spiegazione completa del reale: “Perché scoppiano le guerre? Vedi da pagina 45 a pagina 47! Cosa provoca le crisi economiche? Vedi a pagina 66!”

Gli anni dell’illusione finiscono presto e lasciano il posto alle schiere dei collaborazionisti, dei truffatori, dei burocrati corrotti. “Molti mentivano nella speranza di venire ricompensati della loro lealtà, ma alcuni mentivano perché credevano, malgrado la loro esperienza, che la vittoria della classe operaia fosse il bene supremo, un fine che santificava ogni mezzo”. Passano gli anni, Margolius diventa viceministro e ha ancora fiducia, nonostante tutto, nell’ideale che è chiamato a rappresentare. Fino a quando nel 1952 scoppia l’offensiva antisemita voluta da Stalin e bloccata, nel marzo 1953, soltanto dalla morte del dittatore. In Cecoslovacchia è il momento del caso Slánsky, il momento più buio degli anni del regime. Dei quattordici imputati del processo Slánsky, di undici viene messo ben in risalto un aspetto: “di origine ebraica”. “Uno dei nomi della lista era Rudolf Margolius. Rudolf Margolius, di origine ebraica”, accusato di tradimento e, come “nemico del popolo”, condannato all’impiccagione. La vita di Heda precipita in un vortice nero. E’ privata di tutto: del marito e del padre del figlio Ivan, della rispettabilità, del lavoro, della salute e della possibilità di curarsi, dell’istruzione di Ivan, della casa e dei beni. E, non ultimo, della fiducia nella giustizia. Soltanto dieci anni più tardi cinici e freddi burocrati le comunicheranno la riabilitazione del marito.

Eppure le ondate di illusione e delusione non sono ancora finite. Nel 1968 fiorisce la “breve ma indimenticabile rinascita che divenne nota come la Primavera di Praga”. “Mi accorsi per la prima volta della spontanea solidarietà degli onesti, che stava crescendo e raggiunse il culmine quando i russi invasero la Cecoslovacchia”. Heda sceglierà l’esilio ma qui, nella piazza Venceslao drappeggiata di bandiere cecoslovacche in cui entrano i carri armati sovietici, c’è ancora spazio per pensare al futuro. “In piedi tra la folla, sentii che quello era il momento supremo della nostra vita. Nella notte dell’invasione, quando perdemmo tutto, trovammo qualcosa che nel nostro mondo non si osava neppure sognare: noi stessi e gli altri. In tutti quei volti, in tutti quegli occhi, vidi che pensavamo e sentivamo le stesse cose, che lottavamo per gli stessi obiettivi”. Parole come lacrime, sotto la bianca stella della speranza che non finisce, non finisce mai.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI15 ottobre 2017
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Il Bosco Monumentale del Sasseto è la meta da raggiungere per coloro che amano storia e natura. Natura perché ospita rocce ricoperte da licheni che lo rendono un luogo incantato tanto da esser scelto come una delle ambientazioni per il film “Il racconto dei racconti”; storia perché a esso è legata la vicenda del marchese Cahen.

Siamo a Torre Alfina, frazione di Acquapendente, tappa della Via Francigena, che ospita 345 anime. Un grande castello si erge sulla piccola chiesa di paese e sul bosco. Mi dicono che il castello sia appartenuto a un certo marchese Cahen, un cognome che ha tutta l’aria di essere ebraico. Chiedo di più. Un signore alle prese con il suo albero d’albicocche nota il mio interesse e mi introduce alla storia. Mi dice che dal processo di unificazione alla speculazione edilizia di Roma capitale, dal fenomeno del brigantaggio all’avvento del fascismo e alla seconda guerra mondiale la famiglia Cahen, nelle persone di Joseph Meyer, Edoardo, Teofilo, Rodolfo e Ugo, ben rappresenta le tappe verso una progressiva acquisizione di un’identità italiana.

Della famiglia si hanno diverse notizie: aveva origini belghe, apparteneva a un’élite internazionale legata al mondo della finanza e la sua fortuna aveva avuto inizio con le attività di Joseph Meyer (1804-1881). Gli interessi economici portarono alla creazione di un ramo italiano della famiglia i cui membri investirono nel collezionismo e nella cultura. Uno di questi investimenti fu il castello Monadelschi di Torre Alfina, polo principale della tenuta che Edoardo aveva acquistato nel 1880 dai Bourbon del Monte e restaurato dall’architetto Partini che, attento al gusto neo-medievale, aveva aggiunto una tomba mausoleo in stile neo-gotico nel bosco adiacente. Una storia che ricorda vagamente quella della famiglia Finzi-Contini raccontata da Bassani, con Moisé che decise di costruire una tomba monumentale per la propria famiglia.

La curiosità è grande e il racconto si fa sempre più interessante, voglio raggiungere la tomba del marchese.
Non contenta cerco più informazioni: il marchese Edoardo acquistò anche una villa in Umbria, nel comune di Allerona, nota per i suoi giardini curati da un famoso designer dell’epoca, Achille Duchêne. La vita della famiglia Cahen, il ramo italiano quanto quello francese, si fonde pienamente con i grandi nomi dell’arte del tempo. Una certa Cahen d’Anvers fu menzionata da D’Annunzio nel romanzo “Il piacere” come massimo esempio di eleganza mondana. Per non parlare delle nipoti francesi del marchese dipinte da Renoir, i cui ritratti andranno a confluire nella collezione di Hermann Göring, frutto della spoliazione di opere d’arte avvenuta durante il nazismo.
Il ramo italiano della famiglia terminò con il figlio di Teofilo. Tuttavia sappiamo per certo che nel 1943 il castello di Torre Alfina venne requisito dai tedeschi che ne fecero una sede di comando per poi tornare del vecchio proprietario, il figlio di Teofilo, che lo vendette nel 1959 ad Alfredo Baroli passando poi nelle mani di Luciano Gaucci.
Di storie che legano famiglie ebraiche al paesaggio della bassa Toscana e dell’orvietano ce ne sono molte ma quasi sempre sconosciute. Sarebbe cosa bella tuttavia che l’interesse per un passato ormai sbiadito rinascesse così da dargli nuova linfa: lontano dal non poter regalare più avventure il passato  ha ancora molto da dire, un po’ come i tigli all’entrata del bosco che hanno tutta l’aria di esser lì da molto tempo.

Da Shalom.it

Marta Spizzichino, di Roma, studia filosofia alla Sapienza

Consiglio UGEIConsiglio UGEI3 ottobre 2017
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Bereza Kartuska, lo shtetl natale vicino a Grodno, attuale Bielorussia. Odessa e Kiev, la formazione e l’iniziazione alle lettere. Varsavia tra le due guerre, l’insegnamento, la fioritura intellettuale, l’impegno politico e le poesie. Poi gli Stati Uniti dell’esilio e della salvezza. Gli anni nella neonata Israele, desiderata, amata e non trovata. Infine il ritorno a New York. “Sono una vagabonda” è la raccolta di liriche scelte di Kadye Molodowsky a cura di Alessandra Cambatzu e Sigrid Sohn (Free Ebrei 2017), un titolo che sintetizza la vita e l’opera della grande poetessa yiddish, che attraversa molti dei luoghi dell’anima della cultura ebraica novecentesca. La pubblicazione è anche un omaggio alla memoria di Alessandra Cambatzu, prematuramente scomparsa un anno fa, traduttrice di importanti opere di Moyshe Kulbak, Dov Ber Borochov, Kurt Tucholsky dallo yiddish all’italiano.

Kadye Molodowsky ha lavorato a lungo con i bambini, e sono proprio le poesie e le ballate per l’infanzia a darle una buona notorietà in Israele. Ancora oggi, però, le sue opere pagano il prezzo della lingua in cui sono state scritte, lo yiddish, a lungo identificata come idioma della diaspora, del ghetto, della Shoah – e dunque esclusa a vantaggio dell’ebraico, la lingua dei pionieri e del futuro. Forse è inevitabile, quando si costruisce, demolire quanto edificato da altri prima; ma si tratta pur sempre di una demolizione in cui molto va perduto. Kadye Molodowsky è stata una vagabonda, ha sottolineato Sarah Kaminski durante la presentazione del volume a Torino, eppure per tutta la vita è rimasta fedele alla propria identità, di cui la lingua è componente primaria. E la lingua di Kadye è lo yiddish ovvero, etimologicamente, la lingua degli ebrei.

Quello che più mi colpisce leggendo le poesie è il ruolo da protagonista della natura e dell’ambiente, e il dialogo che si crea tra questi e la poetessa. Nelle prime liriche, un po’ come nelle tele naif di Ilex Beller, la vitalità e il rigoglio della vita sono centrali: “Qui la terra è pettinata dalla neve e dall’oblio, / nessuno scompiglia col passo la strada / riecheggia solo il grido di un venditore: / ‘Arance! Chi vuole delle arance?”.
Evidente è invece lo spaesamento negli anni in America: “Ma come possiamo fare senza Shlominke il fabbro? / (…) Darei tutta New York / per il galoppo familiare del suo carretto”.
“Dio misericordioso, / scegli un altro popolo, / intanto” è il grido all’indomani della Shoah, in cui il mondo della poetessa in esilio viene distrutto.
E ancora: “Il vento ulula tra i nidi distrutti – / ferita e morte. / Le verdi praterie dell’infanzia / le mandrie di pecore – sono distrutte. / È rimasto solo re David, / con la corona in mano”.
Il vento torna nell’ultima raccolta, di incedere elegiaco; non è più il vento sui campi dello shtetl in gioventù, ma quello che si insinua nelle strade della grande metropoli straniera: “Il vento è diventato vecchio / (…) Solo due cose sono rimaste al vecchio vento: / la mendicante nella valle – nella cenere e nella polvere, / e la luna lassù in alto – la bianca, muta colomba”.

Giorgio Berruto

Da Moked.it

Lyonel Feininger, “Gaberndorf II”


UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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