Cultura

Consiglio UGEIConsiglio UGEI19 gennaio 2016
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Da sinistra: Paolo Sciunnach, Roberto Jarach, Yaya Pallavicini
Da sinistra: Paolo Sciunnach, Roberto Jarach, Baykar Sivazliyan, Yaya Pallavicini

Mercoledì 13 gennaio, presso il Memoriale della Shoah al Binario 21 della Stazione Centrale di Milano e organizzato da Accademia ambrosiana, Accademia Isa e Scuola ebraica di Milano, si è svolto un incontro sul tema della Memoria a cui l’Ugei ha partecipato con il presidente Arièl Nacamulli e il sottoscritto.

Ad aprire i lavori, dopo il saluto di Roberto Jarach, l’articolato intervento di rav Paolo Sciunnach “Ricordiamo per vivere nella giustizia: Abramo e l’accoglienza dello straniero”. Commentando un florilegio di citazioni, rav Sciunnach ha insistito sulla presenza costante, nella Torah, della figura dello straniero. Non affliggerai lo straniero – questo il monito ricorrente – perché stranieri voi siete stati nella terra d’Egitto.

Marc Chagall, "Abramo e i tre angeli"
Marc Chagall, “Abramo e i tre angeli”

E’ il viaggio di Abramo – lech lechà, vai verso te stesso attraverso l’abbandono della tua terra, del tuo paese e della casa di tuo padre – che definisce l’ebreo. Ivrì è colui che ha compiuto il passaggio (la’avor significa “passare”, “attraversare”), colui che è stato capace di divenire straniero. Lo stesso Abramo, d’altra parte, si considera “straniero e residente (gher vetoshav) con voi” (Gn, 23:4). Secondo rav Soloveitchick è condizione propria a ciascun ebreo, a qualsiasi latitudine spaziale e storica, quella di residente, ma anche di straniero: un doppio ruolo ineliminabile dettato dall’assunzione di specificità pratiche e valoriali vissute in una terra condivisa con altri. Lo straniero residente protagonista nella Torah permette d’altronde l’instaurarsi di una responsabilità biunivoca: mia verso lo straniero, dello straniero verso di me. E così la creazione di uno spazio di convivenza civile fondato sulla condivisione dei precetti noachici.

Gli armeni sopravvissuti ai massacri ottomani hanno cercato di fare propria questa idea, secondo il prof. Baykar Sivazliyan, presidente dell’Unione degli armeni d’Italia. E’ l’integrazione stessa a promuovere un processo bidirezionale che è un po’ come il tango: si balla in due, e bisogna cercare di non pestarsi i piedi a vicenda.

Anche a Muhammad – similmente ad Abramo – fu ordinato di emigrare dalla Mecca. Il profeta dell’islam, ha ricordato l’imam e vicepresidente della Coreis italiana Yaya Pallavicini, andrà a fondare una città, la “città”: Medina, e il suo gesto ha preso forma ideale nella figura storica e simbolica dell’egira. Come per Abramo, un abbandono a una ricerca, un’apertura e un ritrovarsi, un allontanamento dalla propria terra e un viaggio verso se stesso.
L’identità, ha insistito Pallavicini, è oggi antidoto all’omologazione e a quella psicosi collettiva di massa che è stato fattore decisivo per il determinarsi dell’esperienza storica della Shoah. Solo facendosi portatori di specificità religiose e culturali e di valori forti, a suo dire, è possibile porsi come interlocutori nello spazio pubblico.

Giorgio Berruto ha studiato filosofia a Pavia. Vive e lavora a Torino
Giorgio Berruto ha studiato filosofia a Pavia. Vive e lavora a Torino

Consiglio UGEIConsiglio UGEI19 aprile 2015
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Il Festival del Libro Ebraico che si tiene a Ferrara dal 25 al 28 aprile è un’ottima occasione per incontrare di nuovo libri che hanno dato forma alla tua identità ebraica e che sono ora parte integrante del modo in cui vivi e pratichi il

tuo ebraismo, e conoscerne di nuovi che aggiungeranno altri tasselli a quelli già esistenti. Dopo aver

lavorato anni in una libreria, per me queste manifestazioni sono l’equivalente di un confortevole ritorno a

casa; ecco perché, presa dall’entusiasmo della ormai iper-utilizzata moda di stilare liste, come potrei non

lanciarmi anch’io in un elenco semiserio dei 5 titoli che in un modo o nell’altro hanno cambiato il mio modo

di percepirmi come ebrea? L’ordine è del tutto casuale, di sicuro ci sono altre cento opere che potrebbero

rientrare nell’elenco, ma per oggi accontentiamoci di questi.

“Il ghetto di Varsavia lotta”, M. Edelman: autobiografico, racconto delle discussioni avvenute all’interno

del ghetto di Varsavia che hanno portato alla decisione di mettere in atto la rivolta del 1943 e i giorni stessi

della rivolta attraverso gli occhi di uno dei giovani leader di questa impresa. A colpire sono la forza e la

lucidità mentale con cui i protagonisti di questo momento si approcciano a quella che sarà la loro morte, e

la consapevolezza di star combattendo per qualcosa di più grande rispetto a se stessi. Ogni giovane attivista

dovrebbe leggerlo. E anche quelli un po’ meno giovani.

“Il mio nome è Asher Lev”, C. Potok: non sarebbe letteratura ebraica senza Potok, e non sarebbe Potok

senza la serie dedicata ad Asher Lev. Una storia universale di rivolte generazionali ma anche di prese di

coscienza, di arte e di religione, di distacco e di riavvicinamento (spoiler alert: per quest’ultimo bisogna

leggere il seguito). Appena finito questo, correte in libreria a comprare altre due pietre miliari della

letteratura ebraica americana: “Il commesso” di Malamud e “Chiamalo sonno” di Henry Roth (decidiamo

che aggiungere titoli all’interno di una descrizione non vuol dire contravvenire all’aurea regola dei cinque

titoli che mi sono prefissata?)

“Di notte sotto il ponte di Pietra”, L. Perutz: la magia di Praga rende possibile raccontare questa storia che

vede protagonisti un re pazzo d’amore, una donna in una posizione difficile, e Rabbi Loew -il Golem vi dice

qualcosa?-. Perutz fa rivivere un mondo lontano in cui perdersi per qualche ora.

“Il Sabato”, A.J. Heschel: l’autore ci accompagna in un’analisi sul significato e sull’importanza dello shabbat

che parla a tutti, a prescindere dal grado di osservanza delle mitzvot.

“La promessa dell’alba”, R. Gary: chiunque abbia avuto una yiddish mame può decisamente ritrovarsi nelle

pagine di questo fantastico libro. Ritroviamo la storia del rapporto dell’autore con la propria madre,

partendo da quando da piccolo lei gli assicura che avrebbe conquistato il mondo, come nella migliore

tradizione di ogni madre iperprotettiva che si rispetti. Come ogni libro di Gary, da prendere quasi a scatola

chiusa.

Libro Bonus: “A Dio spiacendo”, S. Auslander: uno dei libri più divertenti pubblicati negli ultimi anni.

Consiglio: se non volete essere “la ragazza pazza che ride da sola in metropolitana senza apparente motivo

davanti a un libro” non leggetelo quando siete in pubblico circondati da sconosciuti. Altrimenti no problem.

Talia Bidussa


Consiglio UGEIConsiglio UGEI3 novembre 2014
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Centocinquanta opere per tre piani.

La mostra  Artiste del Novecento tra visione e identità ebraica (2 giugno / 19 ottobre 2014,  Galleria d’Arte Moderna di Roma Capitale) ha ospitato un ricchissimo repertorio di opere di artiste ebree italiane del secolo scorso, alcune molto note, altre riscoperte con il prezioso lavoro delle curatrici Marina Bakos, Olga Malasecchi e Federica Pirani.

Sono centocinquanta i pezzi distribuiti sui tre piani della sede della Galleria, provenienti in gran numero da collezioni private e, più raramente, da collezioni di enti pubblici, tra i quali il Museo Ebraico di Roma o la stessa Galleria d’Arte Moderna di Roma Capitale.

La questione della provenienza di questi esemplari è tutt’altro che secondaria. Anzi, il fatto stesso che una parte di opere sia conservata da privati – e quindi non fosse mai stata esposta in una occasione simile – invita a riflettere: infatti, seppur molto popolari nel corso della loro attività artistica, in un secondo momento, alcune delle artiste non campeggiarono più da protagoniste sulla scena pittorica del momento e, nonostante il loro merito, furono trascurate.

Proprio per questo, si rivela immediatamente, la natura particolare del percorso che le curatrici hanno allestito e proposto: far conoscere e portare alla luce qualcosa che ha vissuto per decenni nella dimensione domestica e privata significa riflettere e svelare anche il perché di questa “dimenticanza”.

Nel comunicato stampa viene fornito un prezioso spunto di riflessione, che può indicare in che direzione cercare la risposta:

“Penalizzate dall’appartenenza ad una minoranza che di per sé ne condiziona l’emergere sulla scena culturale, esse si vedono accomunate alle sorti delle loro contemporanee non ebree dal pregiudizio, tanto infondato quanto radicato, che l’uomo debba essere il solo depositario della vera professionalità”.

 

Quindici artiste per un secolo.

La mostra si è conclusa da una decina di giorni, ma è possibile trovare sul sito della Galleria d’Arte Moderna, nella sezione dedicata alla mostra, il materiale dedicato all’esposizione.

Dopo aver letto le biografie delle quindici artiste, si riesce a mettere a fuoco una cornice storica di Roma e dell’Italia della prima metà del Novecento da un’angolatura non canonica.

Talvolta, le quindici storie dialogano tra loro : si intrecciano, si scambiano vicendevolmente le protagoniste e i protagonisti e si passano il testimone.

La vicenda delle sorelle Nathan, per esempio, è un crocevia di episodi significativi per la storia delle donne ebree di inizio Novecento.

Liliah e Annie Nathan, figlie del sindaco di Roma Ernesto Nathan, crebbero in un clima familiare pieno di stimoli politici e florido dal punto di vista culturale, che permise loro di sviluppare una cultura personale di rilievo e una partecipazione vivace all’attivismo femminile che in quegli anni andava nascendo. Se Annie si dedicò alla pittura, andando a lezione nello studio del pittore Giacomo Balla nel centro della capitale, Liliah, oltre a dedicarsi alla scultura a un livello più che dilettantesco, con la cugina Amelia Rosselli Pincherle (madre dei fratelli Nello e Carlo Rosselli, nonna della poetessa Amelia Rosselli e zia di Adriana Pincherle, i cui quadri fanno parte dell’esposizione, nonché dello scrittore Alberto Moravia) fondò la cooperativa “Le industrie femminili italiane”, condotta unicamente da donne e finalizzata a promuovere il diritto al lavoro femminile. Inoltre, tenne conferenze presso la scuola femminile Giuseppe Mazzini ed ereditò dalla madre il ruolo di Direttrice dell’Unione Benefica, una casa per accoglienza delle ragazze povere fondata dalla nonna Sara Levi Nathan (per raccontare la storia della quale, come nel caso della stessa Amelia Rosselli Pincherle, sarebbe necessario uno spazio ben più ampio). Ma quella delle sorelle Nathan è solo una delle storie dalle quali si rimane affascinati percorrendo l’iter espositivo: ognuna delle quindici artiste offre una tessera del discorso sul ruolo attivo ed emancipato delle donne ebree nel circuito artistico di quel tempo.

Insomma, chi visita la mostra o chi si accinge a raccogliere il suo messaggio, ritrovandosi ad indagare la vitalità artistica delle donne ebree di questo periodo, non potrà non rimanere abbagliato dall’energia, dal dinamismo e dal fervore che scaturiva da queste giovani.

 

Quindici donne per una memoria ebraica femminile.

Tra le pittrici ci fu chi animò salotti letterari ospitando scrittori e pittori tra i più importanti dell’epoca, chi formò scuole di pittura assieme ad altri artisti, chi girò l’Europa entrando in contatto e assorbendo, rielaborandole, tendenze dei Paesi vicini; infine, chi frequentò les Italiens de Paris. Il merito della mostra è proprio quello di disseppellire questa microstoria fatta di tele, pennelli e ateliers; e, soprattutto, di fare in modo che siano le stesse protagoniste a disvelarla, illuminandola e raccontandola con la luce dei loro colori e delle loro pitture e sculture.

 Gaia Litrico


Consiglio UGEIConsiglio UGEI29 settembre 2014
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Questo libro probabilmente vi toglierà il sonno. Passerete la notte girandovi e rigirandovi, domandandovi quale sia la chiave per risolvere il mistero.

Probabilmente declinerete inviti a cena e vi dimenticherete del vostro smartphone: la vostra priorità sarà finire questo libro.

Sandrone Dazieri non ha nulla da invidiare ai grandi maestri della suspence americani o norvegesi, si può senza dubbio dire che ha scritto il romanzo thriller più avvincente degli ultimi anni.

Il corpo decapitato di una donna viene rinvenuto in parco vicino Roma. Il figlio è scomparso e i primi sospetti cadono subito sul marito. Gli inquirenti si convincono di aver risolto il caso, non è però così per il capo di Colomba Caselli, che la sprona a indagare nonostante lei sia in congedo dopo un’operazione internazionale di polizia finita in tragedia.

Ad accompagnarla nella ricerca del bambino scomparso e dell’assassino della madre c’è Dante Torre, famoso come “il bambino del silos”. Per undici anni è stato prigioniero in un silos, cresciuto e ammaestrato come una bestia da un uomo che si faceva chiamare Padre. L’uomo  si è suicidato dopo la fuga di Dante, ma lui è sempre stato convinto che in realtà non sia mai morto e crede dunque che il bambino scomparso sia nelle sue mani.

Dazieri tiene particolarmente alla descrizione dei caratteri dei personaggi che compaiono nel suo romanzo. Non lascia spazio all’immaginazione del lettore, ogni personaggio da lui descritto è così ben definito che pagina dopo pagina ne conosciamo profondamente il carattere e ne prevediamo le azioni. Ci affezioniamo ai due protagonisti, Colomba e Dante, perché ne conosciamo il passato, le paure e le fobie, le manie e i desideri, persino il caffè preferito. Sono personaggi con una vena tragica, che soffrono a causa di eventi passati che hanno lasciato cicatrici dolorosissime sulle loro esistenze.

Mancano sicuramente della forza e della sicurezza dei protagonisti che occupano le pagine dei thriller, hanno in cambio una profonda sensibilità e un’astuzia che li porteranno a destreggiarsi tra i mille ostacoli alla risoluzione del caso.

Dazieri ha una tecnica di scrittura infallibile: i capitoli sono brevi, terminano sempre con un colpo di scena e non si vede l’ora di leggere quello seguente.

Si è completamente immersi nella storia e, con tensione e curiosità, si viene condotti in un’indagine che tiene con il fiato sospeso per ben 564 pagine.

 

Consigli pratici.

Autore: Sandrone Dazieri

Pagine: 564.

Prezzo: 18 euro.

Casa Editrice: Mondadori.

Astenersi cardiopatici e fifoni, da NON leggersi di notte, in luoghi deserti o orari notturni.

Effetti collaterali: insonnia, fifa nera, voglia di dormire nel lettone con i genitori. Provoca dipendenza e di conseguenza clamoroso calo dei rapporti sociali.

Rebecca Pakin


Consiglio UGEIConsiglio UGEI5 agosto 2014
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Una sciarpa abbondante e una giacca leggera, di pelle nera, bastano per proteggersi dal tiepido freddo di un mite inverno a Tel Aviv. È munita di questi due capi, la ragazza che cammina nel cortile. Ha i capelli rossi, una carnagione chiara, uno sguardo che non si distrae, resta tenacemente  aggrappato a quanto riempie il suo campo visivo. Ha negli occhi azzurri una grande concentrazione e una singolare curiosità, costantemente dissimulata come fa chi sa che con la propria presenza c’è il rischio di alterare la natura di ciò che si sta osservando. Fuma: in un’ora e mezza l’ho vista tirare fuori la confezione di tabacco più volte per fabbricare da sé le sigarette. Ne avrà fumate cinque, forse sei.

Chi è questa ragazza?

Si chiama Yael ed è la protagonista di “Ana Arabia”, l’ultimo film di Amos Gitai.

Incaricata dalla sua redazione di curare un reportage su un borgo alle porte di Tel Aviv,Yael ricostruisce la storia di Hanna, una donna realmente esistita, che ha abitato il villaggio e sulla quale deve indagare e raccogliere informazioni.

Con il taccuino che ospita le sue impressioni, Yael disseppellisce la storia di Hanna Kilbanov, sopravvissuta ai campi di concentramento e che subito dopo la guerra è venuta a vivere in Israele e ha conosciuto il suo futuro marito,Yussuf, un uomo arabo.

Per poter sposare Yussuf Hanna si converte e diventa per tutti ANA ARABIA[1].

La giovanissima Yael, così, si inoltra fisicamente in un esperimento insolito,  un territorio in cui coesistono due culture separate da decenni dall’odio. Durante l’intervista però Hanna è assente – è scomparsa da poco- e a rispondere ai suoi dubbi e perplessità trova i suoi figli, frutto dell’unione che la donna ha stretto con l’uomo che amava. Hanna, o Ana Arabia, diventa sin dalle prime domande un personaggio-pretesto che Yael usa per interrogare la possibilità di un’altenativa allo stato di cose presente, un’alternativa proprio a quella bolla di odio di cui pochi giorni fa,  in un suo articolo, parlava Grossman.

“se rinunciassimo per un momento a considerare le ragioni e le motivazioni con le quali ci proteggiamo da sentimenti di compassione e di semplice umanità verso i moltissimi palestinesi le cui vite sono sconvolte da questa guerra, forse riusciremmo a vederli girare assieme a noi, all’infinito”.

Con la sua singolare storia Hanna si è identificata del tutto con ciò che ha fatto: Hanna è una scelta. Ha lasciato in eredità alla società israeliana una atipica famiglia, che mette insieme più credi, più tradizioni, più lingue. Ha dato vita a un caos pacifico e brulicante di umanità. Un’eredità che mette in discussione stereotipi cristallizatisi in decenni di conflitto e sfida palestinesi e israeliani a conoscere realmente i propri vicini, a una amicizia reciproca. Essenzialmente di questo si tratta: una scelta di umanità. Ed è con questo che Yael dialoga per tutto il film, aiutando Gitai a compiere un’indagine su un’altra realtà possibile. Proprio il regista ha dichiarato che ha un significato importante la scelta di girare il film con un unico piano sequenza: per ottantacinque minuti consecutivi la telecamera ha ripreso gli attori, i loro dialoghi, gli spostamenti all’interno degli edifici e quelli tra cortili, le vie e gli spazi all’aperto del villaggio. Dice Gitai:

“La ripresa continua, e il suo ritmo, vuole anche essere una specie di affermazione politica: i destini di ebrei e arabi di questa terra non saranno spezzati, non saranno separati. Al contrario, sono intrecciati e dovranno trovare un modo pacifico di coesistere, vivendo ognuno la propria vita e insieme nutrendosi gli uni con gli altri”.

Il film, costellato di riflessioni (o forse ammonizioni?), come

“Una volta alla base di tutto c’era il rispetto: non importava essere arabi, ebrei, cristiani o beduini, si stava insieme”,

conduce per mano a percepire la naturalezza che risiede dietro l’abitare una terra insieme, costruendola e curandola in una sorta di comunione solidale, accettando di essere una pluralità di tante voci. Non sembra, forse,  la stessa maniera di scavalcare categorie imposte dagli eventi luttuosi degli ultimi decenni; la stessa maniera di andare oltre dialettiche meramente nazionalistiche; di scansare  quei discorsi che escludono progetti (utopici di sicuro, ma non impossibili) di reale comprensione di “quello che sta dall’altra parte”, per osare affermare che “ebrei ed arabi rifiutano di essere nemici”?

Gaia Litrico

[1]. Traduzione “Io, l’araba”.



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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