Cultura

Consiglio UGEIConsiglio UGEI30 giugno 2016
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Vasilij Grossman
Vasilij Grossman

Vi sono periodi della storia che non sembrano lasciare spazio a ulteriori spiegazioni e altri che si impongono provvisoriamente in un modo e finiscono per essere riformulati in un altro. Alcuni, guardati con gli occhi di chi li vive, sono privi dell’oggettività storica che solo il tempo può dar loro e, se li si interroga a distanza di anni, rispondono a mezza bocca con quel fare un po’ vago e dinoccolato, quasi volessero dire qualcosa di più ma non riescono e, per vergogna, tacciono.

I quarant’anni che seguono la II guerra mondiale sono davvero così “freddi” o lo sono diventati a causa di una retrospettiva storica che li ha congelati? Dobbiamo svalutare anche quel che di buono sono riusciti, loro malgrado, a far emergere? Non rischiamo forse di cedere alla debolezza stessa della distorsione storica, da cui sono colpiti non di rado i contemporanei? Alcuni fiori sono sbocciati d’inverno e morti d’estate, hanno cambiato colore e quasi forma, superando le differenze e, talvolta, sintetizzandole. Così come i fiori esiste un’arte che nasce nel regime, da esso prende vita e pian piano se ne distacca. Mi chiedo se non sia proprio questa a presentarsi come la più piena e completa: ne conosce le differenze, se ne fa testimone e le trasforma in ricchezze.

"Vita e destino", di Vasilij Grossman

"Tutto scorre"

Vasilij Grossman ha fatto questo. È stato osservatore attento dei suoi tempi, li ha visti evolvere e ne ha analizzato il carattere. Nel lontano 1941, all’ombra di una tenda, scrive di soldati macilenti oramai stremati dall’offensiva tedesca ed esalta i sacrifici sofferti dai sovietici. Dopo questo – ma solo cronologicamente – c’è un Grossman più lucido e disincantato che, in dissidio con il regime dopo la campagna antisemita del 1949-1953, racconta il totalitarismo e le sue pene, la violenza e la lotta che i singoli affrontano per sottrarvisi, le enormi ambiguità e contraddizioni del “disgelo” cominciato dopo il 1956, una storia che non mi pare poi tanto distante da quella del nazismo.

"Il lungo freddo": la vicenda di Bruno Pontecorvo raccontata da Miriam Mafai

Accanto a Grossman vi sono stati altri, come il fisico Bruno Pontecorvo, che volontariamente hanno scelto di prendere la via che lo avrebbe portato a vivere nella città di Dubna dove risiedeva l’aristocrazia della fisica sovietica e in cui gli viene affidata la direzione della divisione di Fisica sperimentale del Laboratorio dei Problemi Nucleari. La scelta dell’esilio risiede in motivazioni fortemente ideologiche che lo portano a scagliarsi contro un’America considerata troppo aggressiva nei confronti di una Unione Sovietica “ fin troppo pacifista”. Per molti anni gli è impossibile tornare in Italia, vi riesce solo nel 1978 e si trasferisce a Roma qualche anno dopo. Sono anni difficili per Pontecorvo che, fin dalla permanenza a Parigi, si nutre di ideali comunisti e che ora si ritrova a doverli mettere in discussione. Alla domanda che la giornalista Miriam Mafai gli pone se si fosse pentito di aver intrapreso quel percorso egli risponde di aver pensato molto ma di non esser giunto ad alcuna risposta. Fatto sta che nel 1993 decide di tornare nella sua seconda patria dove morirà a breve.

Vi sono persone che nascono sotto un regime e altre che vi si imbattono per volontà propria. Le riflessioni che la questione pone sono varie: si richiede un’analisi più accorta del presente e del passato, degli effetti che le scelte procurano e l’esigenza di non cedere a un’ottica che risulta fin troppo incantata. Ad esse segue una critica attenta all’approccio adottato nel difendere l’ideale perseguito. È giusto trascurare il dispiegarsi dei fatti storici a favore della causa difesa o risulta necessario cedere loro il passo chinando la testa?

Marta Spizzichino, di Roma, studia filosofia alla Sapienza
Marta Spizzichino, di Roma, studia filosofia alla Sapienza

Consiglio UGEIConsiglio UGEI7 giugno 2016
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Roberto Della Rocca - Con lo sguardo alla luna - Giuntina 2015
Roberto Della Rocca – Con lo sguardo alla luna – Giuntina 2015

Un crocevia di percorsi che si stendono verso molteplici direzioni: questo è “Con lo sguardo alla luna”, il recente libro di rav Roberto della Rocca pubblicato da Giuntina. Quella ebraica è una civiltà lunare, lontana dagli splendori solari di molte altre esperienze che oggi, tramontate ormai da secoli e millenni, trovano spazio nei musei. Perché la civiltà ebraica si sviluppa nel deserto, dalla mancanza, dall’incompletezza, dal negativo che la relazione con l’altro, l’infinito, irriducibile Altro apre.

Quella ebraica prenderà allora le forme di una pratica viva, quotidiana, lontana dall’archeologia, dal monumentalismo museale, dall’immobilità e completezza dell’idolo. Per questo, scrive rav della Rocca, Mosè che rompe le tavole ai piedi del monte Sinai è simbolo di lotta all’idolatria: quelle stesse tavole che, se trasformate in immobile oggetto di adorazione, avrebbero costituito un idolo più forte di un vitello d’oro fuso, una nuova discesa verso le tenebre dell’Egitto.

Disegnodi Stefano Levi Della Torre
Disegno di Stefano Levi Della Torre

Rifuggire la fissità significa anche vivere nel tempo, in quel santuario invisibile perfezionato dalla tradizione rabbinica dopo la distruzione del tempio fisico di Gerusalemme e al cui interno si struttura la pratica quotidiana. Anche in questo caso l’astro notturno ha una parte decisiva nella scansione dei mesi e, insieme al ciclo settimanale, imprime un moto ricorsivo e ascendente in cui trova sviluppo l’intera vita ebraica.

Si scindono in queste e in molte altre direzioni le riflessioni di rav della Rocca, significativamente organizzate in tre sezioni sul significato del tempo, il valore della parola e l’universo dell’etica. Una pluralità di vie che si intrecciano sotto la luce bianca e soffusa della luna.

Su “Con lo sguardo alla luna” anche Michael Sierra ha scritto una breve recensione.

Giorgio Berruto, responsabile di Hatikwà, l'organo dell'Ugei. Vive e lavora a Torino
Giorgio Berruto, responsabile di Hatikwà, l’organo dell’Ugei. Vive e lavora a Torino

Consiglio UGEIConsiglio UGEI5 giugno 2016
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Roberto Della Rocca - Con lo sguardo alla luna - Giuntina 2015
Roberto Della Rocca – Con lo sguardo alla luna – Giuntina 2015

כי לקח טוב נתתי לכם

תורתי אל תעזובו

עץ חיים היא למחזיקים בה

ותומכיה מאושר

דרכיה דרכי נעם

וכל נתיבותיה שלום

השיבנו אליך ה’ ונשובה

חדש ימינו כקדם

Vi ho dato un buon insegnamento

Non rifiutate la mia Torah (Proverbi 2;4)

E’ un albero di vita per chi la tiene

E chi la sostiene godrà

Le sue strade sono piacevoli

E tutte le vie sono vie di pace

Fa che ritorneremo da te Signore e ritorneremo

Rinnova i nostri giorni come nel passato (Eicha 5;21)

Mauricy Gottlieb, Ebrei in preghiera a Yom Kippur, 1878 (Museo d'arte moderna di Tel Aviv)
Mauricy Gottlieb, Ebrei in preghiera a Yom Kippur, 1878 (Museo d’arte moderna di Tel Aviv)

Questi versi che si usa cantare alla fine della lettura della Torah, quando il sefer viene riportato nell’aron, trasmettono per me nel modo più chiaro il messaggio contenuto in “Con lo sguardo alla luna”, del mio maestro rav Roberto della Rocca. La prima frase afferma l’esigenza, spiegata nell’introduzione del libro, di risalire alle fonti tradizionali ebraiche che si basano sulla Torah. La Torah, spiega in seguito il canto (e il libro), si rivela così “viva” e “attuale” per chi la studia. La luna che cresce e l’albero che si sviluppa sono forze della natura e simbolizzano entrambe la saggezza ebraica basata su fonti antiche, capace di rinnovarsi e rimanere sempre attuale. Ma sia il canto sia il libro ci spiegano che non basta solo studiare. Bisogna anche vivere un stile di vita ebraico che può portare alla felicità.

Il legame fra la felicità e la scelta della strada giusta viene approfondito nell’ottavo e nono capitolo del libro, sulla storia del profeta Giona e del re Qohelet. Per continuare lungo la stessa linea, l’ultima frase del canto si collega alla prima parte del libro, “Percorsi del tempo” e anche a un capitolo dell’ultima sezione, “Percorsi dell’etica”, che si intitola: “E’ vecchio chi smette di interrogarsi”.

Per concludere, il libro è una miscela di riflessioni e approfondimenti che nel loro insieme costituiscono un campionario di tanti possibili modi di articolare i rapporti tra pensiero ebraico e tradizione filosofica occidentale, ispirandosi a un ebraismo vivo che si nutre del passato, proiettato verso il futuro, intriso di significati e valori per l’esistenza che ribadisce una tradizione tesa alla pace e al rispetto delle differenze.

Su “Con lo sguardo alla luna” anche Giorgio Berruto ha scritto una breve recensione.

Michael Sierra vive a Gerusalemme. Sta svolgendo il servizio militare
Michael Sierra vive a Gerusalemme. Sta svolgendo il servizio militare

Consiglio UGEIConsiglio UGEI2 marzo 2016
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ghettoIl giorno 7 febbraio al Teatro Eliseo di Roma è stato rappresentato “Ghetto”, uno spettacolo di danza portato in scena dal coreografo e regista Mario Piazza con gli studenti dell’Accademia Nazionale di Danza. Questo è, come già assunto da un articolo di Pagine Ebraiche del mese scorso, uno schiaffo a un razzismo e antisemitismo oramai sempre più dilaganti. Siamo soliti considerare strumenti di divulgazione o conoscenza solo testi scritti o documentari televisivi ma questa volta abbiamo di fronte  un ballo che si rende militante e che tenta di esprimere come può le sofferenze di una vita.

Le tematiche affrontate spaziano dalla persecuzione razziale a quella sessuale e religiosa e al conseguente stato di emarginazione e discriminazione che procurano a chi ne è vittima. Con un sincretismo musicale che vede il compositore serbo Goran Bregović accompagnato da motivi kletzmer l’opera si rende portavoce di una forza vitale profonda e ancestrale. L’intensità dell’ebraismo prorompe in tutta la sua essenza fin dalle prime scene in cui i due ballerini, guidati dall’Hatikwà, si lasciano andare sul palcoscenico.

Mario Piazza
Mario Piazza

Mia intenzione è accennare quel poco che basta sulla struttura e sul messaggio dell’opera, già ben affrontati su Pagine Ebraiche, soffermandomi invece su quali possano essere le ragioni che hanno reso il pubblico così coinvolto. Parte del merito va ai temi trattati in grado di suscitare interesse per un passato che si presenta sempre dietro l’angolo e che mostra radici ben piantate.  Ma al contenuto si unisce la forma che agli occhi risulta spesso gradita. Le gonne colorate delle ballerine, unite al suono della musica, si completano creando perfetta armonia. Le luci proiettano sul muro sagome ben definite creando una strana corrispondenza con i corpi su un palco privo di scenografia.

Ciò che conta è la danza, i colori e il ritmo. Lo spettatore capisce che ciò che ha davanti agli occhi gli appartiene, accomunandolo a colui che gli siede accanto o forse a tutto il pubblico in sala perché, per quanto un’opera possa parlare diverse lingue, ve ne è una capace di dialogare con tutti, indistintamente.

Hatikwà, ovvero la Speranza, è il messaggio che l’opera intende esprimere, valicando ogni confine spaziale o limite temporale. Questa è rappresentata da una ragazza di celeste vestita che si mostra all’inizio e alla chiusura dell’opera, conferendole circolarità. Dove finiscono le parole inizia la musica e dove non arriva questa c’è il ballo. Il tutto termina con ripetuti applausi che fanno ben intendere che il messaggio è stato colto.

Marta Spizzichino, di Roma, studia filosofia alla Sapienza
Marta Spizzichino, di Roma, studia filosofia alla Sapienza

Consiglio UGEIConsiglio UGEI26 gennaio 2016
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primoleviÈ gennaio, il sole va e viene nelle giornate d’inverno. Apri il portone e l’aria gelida ti sfiora il viso, esci la sera e cammini per le vie. Fa freddo e non aspetti altro che tornare a casa per riscaldarti con il tepore che le coperte emanano. Il freddo di città ti gela il naso poi le mani e ancora le caviglie.

Questo è quel che noi conosciamo, un freddo che rimane in superficie e che non tocca stomaco e anima. Ad esso se ne contrappone un altro, quello a cui si riferisce Primo Levi nell’ “Ottobre 1944” di “Se questo è un uomo”. Esso è piuttosto il gelo rigido e senza vita che porta alla morte.

L’inverno e il freddo si presentano come i peggiori nemici per gli uomini del Lager che tentano in ogni modo di aggrapparsi alle ore tiepide del sole chiedendogli di trattenersi in cielo ancora un poco. La luce si è fatta pregare per rimanere con loro, ma non ne ha voluto sapere niente e li ha lasciati lì, portando solo nebbia e desolazione.               Loro lo sanno, se non sarà morte sarà supplizio e chi non morrà sarà costretto a tenere le mani sotto le ascelle per racimolare un po’ di calore. Inverno vuol dire molto di più degli alberi che perdono le foglie e delle nuvole grigie che coprono il cielo. Anche “fame”, “stanchezza”, “paura” vogliono dire altro.  “Esse sono parole libere create e usate da uomini liberi” ed è riduttivo impiegarle così, bisognerebbe piuttosto crearne di nuove. Il freddo è mancanza di stelle e di sole, fame, stanchezza ma anche paura e miseria. Li racchiude tutti ma non ne spiega chiaramente nessuno. Esso vuol dire anche dover mangiare in piedi e avere ferite sulle mani. Irrompe nelle ossa senza chiedere permesso e non se ne va più via.

auschwitzCi sono parole che non possono (o meglio provano e non riescono a) chiarire ed esaurire pienamente dei concetti ed è qui che ci si chiede cosa si debba fare. Bisognerebbe forse inventare un nuovo vocabolario? Come scrive Levi: “Se i lager fossero durati più a lungo, un nuovo aspro linguaggio sarebbe nato.
Come potremmo noi dar vita a nuove parole? Sulle nostre labbra avrebbero altro valore. Così come noi anche l’arte che nasce dalle ceneri di Auschwitz si trova con le spalle al muro non sapendo quale via sia meglio percorrere. Come riferire al mondo ciò che il nazismo ha seminato?

La pittura, la poesia e la musica appaiono mutile e incomplete ora, esse provano a definire un passato prossimo che non è loro e tentano di rappresentarlo munendosi di parole, colori e suoni diversi da quelli di ogni giorno.
Deformare la realtà è menzogna, falsare la verità è reato e creare illusioni è pericoloso. Si potrebbe far appello al silenzio che, privo di forma e materia, è l’unico in grado di racchiudere dentro di sé tutto ciò che ci sarebbe da dire ma che in nessun modo può essere espresso. Esso non è né deve essere sinonimo di oblio e di dimenticanza, ma il mezzo più affidabile con cui si può tentare di definire il tutto.

Marta Spizzichino, di Roma, studia filosofia alla Sapienza
Marta Spizzichino, studentessa di filosofia alla Sapienza


UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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