Cultura

Consiglio UGEIConsiglio UGEI31 agosto 2016
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radio3Oggi, 31 agosto 2016, la recensione a “Eccomi” scritta da Benedetta Grasso per Hatikwà è stata letta e commentata nella trasmissione “Pagina 3”, in onda dalle 9:08 sull’emittente radiofonica culturale più seguita in Italia, Radio 3. Il nuovo libro di Jonathan Safran Foer, in uscita contemporaneamente in Stati Uniti e in Italia e prossimo alla presentazione in numerose grandi città del nostro Paese, si annuncia come uno dei casi dell’anno per la letteratura ebraica.

La registrazione completa della trasmissione è disponibile sul sito www.radio3.rai.it (dall’inizio al minuto 6).

Jonathan Safran Foer
Jonathan Safran Foer

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Consiglio UGEIConsiglio UGEI28 agosto 2016
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Jonathan Safran Foer
Jonathan Safran Foer

Qualche anno fa sotto l’ombrellone tante persone sfogliavano un libro di un ebreo canadese “La versione di Barney”, di Mordecai Richler, un successo inspiegabile in Italia, una moda collettiva, considerando anche che in Nord America il libro ne aveva avuto molto meno. Certo l’autore era conosciuto al punto da farne poi una versione cinematografica, ma rimaneva uno dei centinaia di ebrei americani e canadesi che raccontano le loro famiglie, cantori di una tradizione con i suoi canoni. Lo stesso si può dire di alcuni film di Allen, che inspiegabilmente in un paese dove l’ebraismo non è per niente mainstream come l’Italia, provocano una reazione più viscerale che in USA, più autoriale, dove il genio è indiscusso, ma è parte di un genere più ampio.

Nonostante Jonathan Safran Foer abbia molto successo in America, ha anche lui un rapporto unico con l’Italia, dove infatti il suo ultimo libro “Eccomi”  (come tutti i suoi precedenti) esce in concomitanza con gli Stati Uniti, un evento raro, nel mondo editoriale. Forse si potrebbe dire che in parte goda di un campo libero, di un effetto “novità”. Le miriadi di riferimenti ebraici che Foer inserisce in ogni pagina di “Eccomi”, quasi più che in ogni altra sua opera, da quelli religiosi a quelli laici o culturali, in America sono in parte scontati, già visti da tutti negli sketch TV, come nelle storielle sul “New Yorker”. Allo stesso tempo, dall’altro punto di vista, “Eccomi” ha un sapore pop, attuale, è pieno di occhiolini a trend virali, alla cultura americana degli ultimi 5 anni, che forse per chi non vive lì o non è un millennial sempre connesso, si perderanno come in un film doppiato, senza però togliere nulla al godimento del libro.

foereccomiIn “Eccomi” la famiglia Bloch potrebbe essere una delle tante di miriadi di film e serie TV americane o israeliane, da quelle più filologicamente e religiosamente ebraiche in senso stretto, a quelle dei film di Tina Fey (come dice Safran Foer nel libro, gli ebrei non si capacitano che lei non sia ebrea), a serie controverse come Transparent. Non è il grado di religiosità rappresentato che importa ma come le tematiche di un immaginario ebraico reggano i fili nascosti di queste storie, da un vero rabbino a un giovane reform/laico di “Love” di Judd Apatow o di “Keeping Up with the Steins”, dove anche lì, come in “Eccomi” c’è un bambino non del tutto convinto di voler fare il bar mitzvah, dove sono gli adulti a dover ancora fare un rito di passaggio, dove le nevrosi matrimoniali sono ormai più da “Good wife”, ma con un pizzico di saggezza da shtetl spruzzata qui e là, unita ai commenti taglienti e precisi estremamente quotidiani, sulla vita di tutti i giorni, da social network.

All’inizio e alla fine del libro – molto diversi dal suo fulcro che accumula immagini e intensità, e stratificazioni geologiche… – il protagonista Jacob fa emergere esplicitamente questo parallelo con le serie TV, suggerendo quasi un gioco “meta” in cui lui ne sta scrivendo una, come sceneggiatore, con  personaggi che sono la famiglia disfunzionale classica di quasi tutto il cinema indipendente americano e delle serie moderne. In ogni caso, l’America ha sempre regalato il racconto della normalità, della vita quotidiana con il “filtro” ebraico, i “recurring motifs”, una sensibilità e uno humor ben definito.

La cosa che salta all’occhio è che “Eccomi” è un libro che vuole essere molto più adulto come Sam, il figlio del protagonista che deve fare il bar mitzvah suo malgrado:  l’autore, all’inizio, spinge l’acceleratore sul sesso, sugli sms sconci, sulla crescita maschile. Per dare un’interpretazione da bar, sarebbe facile dire che vuole essere un Philip Roth moderno, un uomo che sfoga fantasie a ruota, ma in realtà Foer vuole essere più adulto in un senso più profondo. Come quando un teenager si accorge che non basta una parolaccia per essere grande. Vuole assorbire tutto un suo precedente immaginario da scrittore adulto.

In “Ogni cosa è illuminata” Foer si rapportava con la Shoah in modo spiazzante ma ancora “alla” Spielberg: certo con più “ironia”, con l’idea geniale di un personaggio che parla con un linguaggio tutto suo sgrammaticato, la guida giovane, ma come ogni ebreo americano voleva raccontare le sue radici e il momento emotivo dello shock, della consapevolezza, di un mondo diviso in buoni e cattivi, dove non si regge la forza di questa cattiveria sovrumana, inafferrabile. In “Eccomi” la Shoah appartiene al passato, non è l’unica chiave per raccontare gli ebrei, ma è tra le righe in un senso metaforico, di senso di colpa, di eterna lotta tra vittimismo e capacità di reagire.

I quattro figli in una Haggadah stampata a Vienna nel 1823
I quattro figli in una Haggadah stampata a Vienna nel 1823

In “Molto forte, incredibilmente vicino”, Foer aveva catturato perfettamente l’infanzia: un bambino precoce, unico, che camminava per NY e collegava i suoi boroughs, di nuovo superando una tragedia “di crescita” come l’11 settembre, ma con le logiche razionali e allo stesso tempo magicamente surreali di un preadolescente, come una caccia al tesoro. Un preadolescente ideale, astratto, intellettualizzato, non sbagliato, anzi in cui tutti si sono identificati, ma di chi non ha ancora avuto figli. In “Eccomi” trapela un vero padre, e uno scrittore consapevole di voler ”parlare da grandi”, che vuole personaggi che come in tutte le serie HBO o Netflix non hanno  censura, ma che dimostra di saper raccontare ancora benissimo i bambini. I tre figli di Jacob, il protagonista, sono fedeli ai bambini ebrei USA di oggi, di Washington DC (dove è ambientata la storia), NY o Los Angeles, iperstimolati, con il mondo a portata di mano, le gite scolastiche per fare le simulazioni ONU, figli di intellettuali delle metropoli con le case piene di libri e la testa intrisa di link, razionali, nativi digitali, alle prese con le tappe della vita immutate, primi incontri importanti nella realtà, ma anche immersi in Youtube, Minecraft (nel libro chiamato “Other Life”), il gioco più popolare d’America, un Lego e un Sims virtuale (in confronto la Beatle-mania è stata un hobby passeggero) che muove miliardi nel mondo dell’entertainment. Questi tre figli però sono anche un “tipico” omaggio ai figli dell’Haggadah. Certo sono tre e non quattro… ma uno è più malvagio, caustico, preadolescente, sull’orlo della perdita dell’innocenza, o come dice Foer sono “uno sull’orlo dell’età adulta”, “uno sull’orlo di un’estrema consapevolezza di sé” (il saggio), “uno sull’orlo dell’indipendenza intellettuale” (il semplice, il più piccolo che ancora non sa, chiede, fa domande, interpreta in modo giocoso o buffo). Forse tra i tanti giochi ebraici nascosti, e tracce di tradizioni millenarie, si possono avere diverse interpretazioni su chi sia il quarto figlio, ma sono come tre colonne portanti. Non così diverse dal racconto che fa Jacob di quando i romani distruggendo il Tempio avevano distrutto tre muri, ma il quarto che rimane su è quello del Pianto… anche se, nel libro, succederà qualcosa di incredibile anche a quello… (Tra l’altro Foer aveva pubblicato una sua versione dell’Haggadah curata con Nathan Englander).

Ci sono scene meravigliose nel libro tra paesi diversi e mondi reali e virtuali: il tredicenne che riceve punti dal cugino israeliano per poter far rinascere il suo avatar, dopo la morte di un bisnonno, la morte di un patriarca, momento tipico anche questo nel cinema indipendente USA, dove “per una magia squisitamente ebraica la transizione dalla vita alla morte aveva trasformato il perennemente ignorato, nel mai dimenticato”.

Dopo 11 anni in cui Foer aveva anche perso un po’ quell’aura del “giovane brillante” dove l’idillio della power couple letteraria di NY, con la moglie scrittrice, sembrava mostrare due persone più idiosincratiche, con qualche snobismo, in “Eccomi” ritorna più maturo e libero.

terremotoIn queste settimane fa venire i brividi leggere di un terremoto devastante immaginario in Medio Oriente, non solo per l’infelice coincidenza di quello nel Centro Italia, e la descrizione perfetta del nostro rapportarci a queste tragedie, delle news consumate fino alla nausea da salotto, delle immagini identiche globali, ma anche per il gioco retorico che il terremoto rappresenta. Il terremoto non è in realtà il colpo di scena, il deus ex machina, o come hanno scritto in alcune recensioni americane, una comoda tragedia, non è neanche solo simbolo della famiglia che si sfascia, in parte: è un artificio retorico, un gioco, per vedere “cosa succederebbe se”, una “cornice interna”, un inciting incident come si direbbe per le sceneggiature, per mostrare i veri istinti, le dinamiche quasi comiche tra i vari paesi, una simulazione ONU per grandi, come fanno i ragazzini del libro,  far vedere le  differenze nel gestire il “dramma” tra la diaspora e gli israeliani veri, l’ebreo americano pieno di senso di colpa che fa donazioni, ma si sente anche distaccato, il cugino israeliano che sa rapportarsi alla Vita vera, goderla, forse, con meno superficialità, ma in cuor suo  scambierebbe la guerra subito per un pomeriggio borghese noioso a Washington DC,  reazioni immaginate come in una commedia surreale o per paradossi assurdi.

La distruzione di Israele per mano della natura, non certo augurata da Foer, ma come spinta a un ritorno a casa, a una ricostruzione globale per ebrei e non ebrei (il Medio Oriente tiene in scacco l’intero mondo e ancora non riusciamo a trovare un “reset button” per sistemare tutto) dopo secoli in cui la distruzione imminente accompagna da sempre l’idea stessa di una nazione ebraica, politicamente e non solo.

Un libro che è bello nella sua specificità di riferimenti linguistici, i giochi di font che Foer ha fatto anche in altre sue opere precedenti, quasi fossero mille commenti talmudici che si accumulano, ogni concetto fondamentale ebraico, dallo tzimtzum, al valore del Seder, alla relazione tra alcune associazioni ebraiche, ai discorsi sentiti mille volte a cena, creeranno sicuramente diversi tipi di lettori e pubblico tra insider di questo mondo e chi noterà altri aspetti. Il libro è forte nel suo stile letterario moderno, asciutto, tra il romantico e il cinico e da ebreo autocritico ma perdutamente innamorato di ogni sfumatura del suo background, che è riduttivo analizzare come l’ennesima fotografia della famiglia borghese, delle coppie che scoppiano, o di tanti altri cliché da sociologi, perché grazie a filtri ebraici e quelli surreali sposta la telecamera nei sottostrati geologici, come prima di un sisma…  Un cartone è nominato in quanto specifico a un contesto preciso, l’ebraismo nel mondo moderno viene catturato con frasi geniali, ma anche da sit-com, come “Dopo che Uber arrivò a prendere la Torah”.

Forse nei terremoti che racconta, oltre a quelli interiori, si vede molto più il mondo in cui viviamo, fatto di scosse globali che percepiamo tutti nello stesso istante, dei messaggi in mondovisione, o meglio in streaming, di forze sotterranee che però allo stesso tempo urlano costantemente, di una generazione senza confini, che rimbalza tra i paesi, di istinti basilari, umani, pulsioni che in parte il virtuale reprime e in parte invece enfatizza, fa esplodere ancora di più, come internet ci isola e ci connette allo stesso tempo. Oggi riuscirebbe a scomparire del tutto una società come nel passato, come nella Bibbia?

Emergono le generazioni, le toledot, i tre figli che finiscono per scoprire da soli quello che i genitori cercano di dire loro per tutto il libro, e lo comprendono per la prima volta da adulti, passando quindi il testimone. La Bibbia che dava istruzioni su “come fare”, come oggi un video di Youtube, la Bibbia (nome tecnico) delle serie TV e delle sceneggiature che Jacob scrive. E’ una famiglia “foeriana”, emanazione in parte di sé e in parte no (come per molti scrittori), di sicuro deve molto al canone degli scrittori israeliani e degli ebrei americani, dove in fondo “emet hi hasheker hatov beyoter”,  la verità è la bugia migliore, una finzione in cui ci si ritrova infatti completamente.

Benedetta Grasso è una sceneggiatrice cinematografica, scrittrice e giornalista che vive a New York dal 2006
Benedetta Grasso è una sceneggiatrice cinematografica, scrittrice e giornalista che vive a New York dal 2006

Consiglio UGEIConsiglio UGEI15 agosto 2016
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viaggio3Quando ci muoviamo per intraprendere un viaggio, ci siamo mai chiesti se è più bello l’arrivo alla meta, o il tragitto percorso per arrivarci? E’ una domanda, però, che con il sempre più frequente spostamento dei viaggiatori tramite l’aereo, è stata resa vana. In un’ora e mezza dall’Italia siamo a Parigi, o a Berlino, in due ore arriviamo a Cracovia, e in tre e mezza addirittura a Mosca.

Eppure, senza bisogno di tornare a 100 anni fa, pensiamo semplicemente a quando viaggiamo in automobile. Personalmente, ho avuto bellissime esperienze di vacanze in macchina raggiungendo città come Budapest, Praga, Vienna, Monaco e anche Parigi. Quando ci spostiamo in aereo ci troviamo catapultati all’improvviso in un’altra realtà, della quale non conosciamo l’ambiente circostante, e non sappiamo davvero come ci siamo arrivati. Viaggiando in macchina, vediamo gradualmente cambiare il paesaggio, e spesso ci si accorge che i confini delle nazioni non a caso coincidono con il cambiamento dell’ambiente. Possiamo godere appieno della natura intorno alla strada che stiamo percorrendo, e della nazione straniera che stiamo visitando apprezziamo dettagli e piccole bellezze che ci sfuggirebbero in un viaggio diretto in aereo. Arrivati a destinazione, abbiamo un senso incredibile di soddisfazione, possiamo dire che in un certo senso la meta finale ce la siamo conquistata e meritata. E allora sì che ne apprezzeremo tutte le particolarità, proprio perché siamo arrivati già preparati, già “nel mood”.

viaggio2Voglio estendere questa riflessione al senso metaforico del viaggio. La meta che raggiungiamo non è altro che la mera forma, quello che appare all’esterno, ma è ciò che abbiamo fatto per raggiungerla che è davvero la sostanza e il contenuto del nostro viaggio.

Immaginiamoci il momento in cui terminiamo il nostro corso di studi: il giorno della cerimonia di proclamazione è solo la fine di questo viaggio, il diploma che otteniamo acquisisce un valore se il viaggio che abbiamo compiuto per ottenerlo è stato davvero approfondito e ricco di soddisfazioni. Eppure, alcune volte, c’è chi, con la sola ossessione di arrivare, sfreccia a 200 km/h, sbandando con l’auto senza nemmeno fermarsi un momento e godere del tramonto della natura, o di una serata in un piccolo villaggio prima di arrivare alla grande destinazione finale. E allora chi arriva alla meta senza tutto questo, è arrivato, ma l’arrivo è un arrivo fasullo, non preparato, che genera spaesamento. L’unico scopo era giungere, ma adesso? Qual è il nuovo obiettivo? Se invece il proposito è quello di viaggiare, allora arriveremo sì a una meta, ma da lì vorremo muoverci per andare alla ricerca di una nuova destinazione, perché il bello è proprio il percorso che compiamo.

viaggio1Altro esempio, forse più lampante: il premio, in senso generale. È proprio il premio che rappresenta qualcosa di buono che si è compiuto. Fare qualcosa con il mero fine del premio in sé e per sé non potrà dare mai soddisfazione, proprio perché il premio dovrebbe rappresentare qualcosa che si compie in modo spontaneo, senza mai smettere di viaggiare.

Quindi, una volta che abbiamo chiara la nostra meta, non pensiamoci con ossessione, ma pensiamo al percorso, e mentre lo attraversiamo godiamocelo. L’arrivo sarà solo la naturale conseguenza, senza accorgercene, di tutto questo.

Simone Bedarida
Simone Bedarida, di Firenze

 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI22 luglio 2016
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kisuiCaro Simone,

ho letto con attenzione il tuo articolo. Lo ho apprezzato per il coraggio con cui ti sei lanciato esprimendo liberamente il tuo pensiero e il tuo disdegno per una realtà che però credo essere più complessa di quella che delinei tu. In generale l’articolo è interessante perché ha vari spunti, ma forse un po’ confusionario perché metti molti elementi in campo.
Mi spiego meglio.
Sei sicuro di quello che scrivi, ovvero che le donne che si coprono il capo nel mondo ebraico lo facciano per una sorta di scelta di “sottomissione”?
Verso la fine dell’articolo ci lasci mandando un messaggio ambiguo: vuoi dire che nel mondo ebraico la donna è trattata come una schiava? Perché a me, la prima volta che l’ho letto, ha lasciato questa sensazione. Attenzione! Di chi stiamo parlando, delle donne ebree o delle donne musulmane?

A una prima lettura, mi sembra che in questo articolo tu non tenga conto di una “divisione” fondamentale interna all’ebraismo stesso: tra la scelta (o non scelta) delle donne harediot di indossare una parrucca e l’usanza del “kisui rosh”, che peraltro è in uso anche tra le donne ebree delle nostre comunità italiane. Posso dire che nei templi di Roma, di Shabbat, sono più le donne sposate che lo indossano che quelle sposate che ne fanno a meno. Ho notato che anche nella comunità di Torino, e in parte in quella di Milano, le donne col kisui rosh al tempio di Shabbat non erano poche. E’ una moda? Forse. O forse no. Sarebbe interessante approfondire ad esempio se quelle stesse donne vanno in giro ogni giorno così o solo di Shabbat. E allora perché lo fanno, di Shabbat e proprio al tempio?
Magari adottano un modo convenzionalmente accettato per dire al resto degli uomini che sono sposate e dunque non libere. Non ci vedo nulla di male!
E poi che differenza c’è tra le nostre donne che mettono un fazzoletto in testa e quelle che invece scelgono di mettere una parrucca?
La differenza è abissale.
kisui2Questo per dirti che le modalità di espressione identitaria religiosa attraverso l’abbigliamento (e dunque il copricapo) sono argomenti complessi, su cui si potrebbe fare una ricerca approfondita ed estremamente interessante a livello antropologico.

Quando vivevo in Israele, girando per le strade di Gerusalemme, ero talmente colpita dalla varietà di modi di esprimersi che avevo proposto al mio professore di antropologia culturale di farne una ricerca: abbigliamento e identità religiosa. A Gerusalemme avrai notato che ci sono moltissimi modi diversi di comunicare attraverso gli abiti. Ci sono i cosiddetti “bacarozzi” (dall’ebraico “jukim”, qualcuno li chiama così in senso giocoso o dispregiativo), che sarebbero i haredim – anche chiamati “shchorim” (“neri”) o “dossim” (termine che imita la pronuncia askenazita della parola “datim”, religiosi). Questi hanno tante altre divisioni al loro interno e vogliono dire qualcosa di ben preciso col proprio abbigliamento. Ma poi ci sono anche i “kippot srugot”, gli uomini vestiti “normali” ma che vanno sempre in giro con la kippà fatta di filo e tenuta sul capo con una molletta, hai presente? Li riconosci anche quando hanno la divisa: la kippà la indossano sempre. Girano col capo coperto in segno di tzeniut (“pudore”) e rispetto verso D-o. Questi sono i rappresentanti di un ebraismo ortodosso più simile al nostro, se vogliamo, ma ancora molto variegato al proprio interno. Ecco, già solo a queste due categorie di uomini corrisponde una controparte di abbigliamento femminile differente, ad esempio rappresentato proprio dalla parrucca per alcune delle donne harediot e l’assenza di essa per le kippot srugot. Le sfumature in quel contesto sono fondamentali, perché raccontano molto delle persone e di quello che ciascuno vuole comunicare di sé agli altri.

Tornando al tuo articolo ho provato un ulteriore disagio. Sembra che tu ignori completamente il testo biblico da cui questa mitzvà deriva. Ti sei documentato, sulla Torah, da dove nasce la discussione su questi aspetti? Visto che nella vita nulla è casuale, il fatto che io abbia letto (in anteprima!) il tuo articolo nella settimana della parasha di Naaso’ mi colpisce particolarmente. In essa, infatti, si parla della sotà, la moglie sospettata di adulterio. A proposito di questo si accenna anche alla questione della tzeniut, legata alla copertura del capo.
La sotà viene portata al Bet Hamikdash, il Tempio di Gerusalemme, per bere l’acqua. Il verso dice (Bemidbar/Numeri 5, 18): “Il Cohen farà stare la donna in piedi di fronte al S-gnore, scoprirà la testa della donna e porrà sulle sue palme l’offerta di ricordo che è un’offerta di gelosia e in mano al Cohen saranno le acque amare, letali”. Rashi commenta dicendo che “scoprirà la testa” vuol dire “scioglierà le trecce dei suoi capelli in modo da farla vergognare”. Rashi aggiunge che da qui si impara che, per le figlie di Israele, stare a capo scoperto è fonte di vergogna.
Dalla fonte del Talmud (Ketubot, 72, 1) in riferimento a questo verso, si evince che quella del kisui rosh è utilizzata addirittura come esempio di ebraismo! E’ scritto nel verso di Bemidbar “e la sua testa è scoperta”. La scuola di Rabbi Ishmael insegna che si tratta di una richiesta di attenzione da parte delle ebree affinché queste non escano con il capo scoperto. Da questo mi sembra che si possa capire che il discorso è capovolto! Infatti sono proprio le donne che hanno fatto questa richiesta. Dunque quanto è lontano tutto ciò dall’idea di sottomissione da cui siamo partiti?

kisui3I maestri del Talmud discutono su alcuni dettagli riguardanti la questione, tra questi mi sembrano di particolare rilevanza i seguenti:
primo: visto che è scritto “non escano con il capo scoperto” ne deduciamo forse che la copertura del capo è d’obbligo solo in luogo pubblico (cioè fuori casa), oppure la donna deve coprirsi anche a casa?
secondo: è possibile usare la parrucca? Perché se il capello è attaccato al corpo è parte della donna, se non è attaccato al corpo no.
terzo: i capelli devono essere coperti del tutto o in parte? E, se in parte, in che misura?
Come tu stesso intuivi, anche la halachà non è indifferente ad altri fattori legati a dove si vive (in Israele o nella diaspora) e a che tipo di comunità si appartiene (comunità ortodosse, comunità chassidiche o altro). La questione è ancora più ampia e questo non è il luogo adatto ad approfondirla ulteriormente, anche in relazione al fatto che il kisui rosh rappresenta solo un aspetto fra le molteplici regole di tzeniut che riguardano sia le donne sia gli uomini e che hanno molto da insegnarci sul rapporto di ciascuno col proprio corpo e con l’altro sesso.

Però il punto più rilevante su cui ci troviamo in disaccordo, caro Simone, credo sia l’idea stessa che c’è dietro il fare una mitzvà. Nel momento in cui scegliamo di “essere” ebrei, e dunque di osservare le mizvot, stiamo aderendo (e non sottomettendoci!) ad alcune regole. Ognuno di noi sceglie di rispettare le mitzvot. Certo, esistono contesti storici e sociali in cui è venuta meno la possibilità di aderire per scelta libera e consapevole a questo sistema di valori. E tuttavia, in ogni epoca, per molti fare una mizvà – ogni mitzva, compresa quella del kisui rosh –  è sinonimo di libertà.

Un’ultima questione su cui vorrei invitarti a riflettere è di non cadere in facili similitudini! Torah e Corano sono due universi molto distinti, fondati su sistemi di ermeneutica profondamente diversi, in cui il rapporto con il Testo scritto e la Verità in esso contenuta, non sono paragonabili. Nel sistema islamico, vale soprattutto la parola scritta. La Torah invece è fondata sull’oralità, e incoraggia il commento e la discussione. Quindi attenzione a quando facciamo parallelismi, sicuramente leciti, ma a volte fuorvianti.

Rinnovo comunque il messaggio iniziale: complimenti per il coraggio con cui hai esposto la tua idea. Ti invito però a mettere in evidenza quali corde profonde ti sono state toccate dalle letture che hai fatto o dalle esperienze che hai avuto. Perché hai voluto dire la tua su questo tema? Quella, secondo me, è sempre la parte più affascinante degli articoli che scriviamo.

Barbara Zarfati

 

 

 

 

 

 

Hatikwà non ha – non deve e non può avere – una linea unica e definita su questo e molti altri argomenti. Quello che vogliamo fare è dare modo alle idee di confrontarsi. Questa articolata analisi esprime l’opinione di Barbara Zarfati, che risponde a un precedente commento di Simone Bedarida. Un giornale aperto al libero confronto delle idee: è questo, insieme agli ovvi corollari del rispetto per le idee altrui e della capacità di esprimere le proprie, l’unico principio formale che vogliamo mantenere costante.
[Giorgio Berruto, direttore Ht]


Consiglio UGEIConsiglio UGEI17 luglio 2016
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Pikajew_a05c76_2904189Non  si parla d’altro: è il caso mediatico di questa estate per tutti i ragazzi tra i 20 e i 25 anni. Si tratta del nuovo revival pokemon per smartphone e tablet, che unisce le nuove tecnologie di geolocalizzazione, di fotocamera ai 150 pokemon originali, quelli della prima serie. Gioco innovativo che stravolge totalmente il concetto di staticità del videogame: quella staticità che ti vorrebbe chiuso in casa, su un seggiolino del bus o del treno a passare il tempo davanti al monitor. La grande innovazione sta proprio nel voler far sì che il giocatore sia costretto a emulare la leggendaria avventura dell’allenatore di pokemon, costringendolo a uscire di casa, muovendosi per tutto il mondo alla ricerca di nuovi pokemon e palestre da battere. Infatti sfruttando le nuove tecnologie di gps il nostro avatar si muoverà su una mappa che riproduce la nostra posizione nei luoghi a noi prossimi proprio seguendo i nostri passi reali.

pokemongo-1024x582Fin qui tutto bello, ma perché parlarne su questo giornale? Ebbene, un’altra parte fondamentale del gioco consiste nel raggiungere delle stazioni prestabilite sparse a centinaia nelle nostre città nelle quali, una volta avvicinatici, potremmo ritirare nuove pozioni o sfere pokeball e qui sta il fatto davvero bello! Questi punti di vista sono i principali monumenti, luoghi di interesse pubblico (ospedali, stazioni, aeroporti, musei), ma anche luoghi di interesse storico come monumenti, targhe commemorative di nascita di persone famose, e perfino pietre d’inciampo di nostri correligionari, lapidi per i partigiani, le sinagoghe e altri luoghi importanti delle nostre comunità, come ghetti, orfanotrofi, scuole e cimiteri.

Insomma un gioco che non solo spinge i ragazzi a uscire di casa, ma anche a far conoscere loro i  propri quartieri, le loro città e le città che si troveranno a visitare. E lo ammetto, sì, quando l’altro giorno passando davanti alla sinagoga ho visto un ragazzo con il cellulare in mano che non stava lì davanti a fotografare il tempio ma a cercare di catturare il pikachu di turno, ci sono rimasto un po’ di sasso, ma ero felice che questo videogioco l’avesse portato in un posto della mia città che forse non aveva finora mai notato: un’altra occasione per farci conoscere.

La sinagoga di Torino
La sinagoga di Torino
Filippo Tedeschi, torinese, è vicepresidente Ugei
Filippo Tedeschi, torinese, è vicepresidente Ugei


UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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