Appartenenze complesse e identità con i trattini

René Magritte, “Decalcomania”

Mia nonna Flora mi ha spesso raccontato di uno scambio di battute intercorso tra sua madre Ida, z’l, e un suo amico. “La mamma diceva: – Io sono italiana-ebrea; Raul invece: – Io sono ebreo-italiano”. Così, in una semplice conversazione, si annidano i differenti modi di intendere l’identità ebraica in rapporto a quella nazionale. Come noto nel Talmud Bavli appare il principio Dina de-malkuta dina (La legge del paese è legge). Se le declinazioni halakiche di questo principio sono materia rabbinica è tuttavia possibile riconoscervi la capacità da parte del diritto ebraico di articolare la propria identità di comunità minoritaria in accordo con il profilo della maggioranza ospitante. In tal senso questo principio è stato letto alla luce di Geremia (29, 7) “ricercate la pace della città dove vi ho esiliato (…)” – da cui l’uso, interrotto in Italia a seguito delle Leggi Razziali, di inserire nelle tefillot la preghiera per lo Stato di cui si è cittadini.

Forse anche tali presupposti, in rapporto (non sempre pacifico) con i processi di emancipazione, hanno fatto si che le minoranze ebraiche dell’Europa occidentale partecipassero a pieno titolo a plasmare le rispettive identità nazionali, sia sotto il profilo culturale che politico. Mi pare che tanto nelle parole di Ida quanto in quelle di Raul sia riscontrabile questo non univoco lascito dell’incontro tra principi della tradizione e le istanze dell’emancipazione. Un lascito che continuava a plasmare la percezione di sé da parte ebraica, anche quando questa si era vista tradita dal proprio paese, come era il caso dei protagonisti del dialogo, avvenuto nella Milano dell’immediato dopoguerra.

Mino Ceretti, “Uomo allo specchio rotto”

Quale che fosse l’ordine dei termini (ebreo, italiano) rimaneva che la loro identità ebraica era, come ebbe modo di dire Dewey in riferimento a quella statunitense, un’identità “con il trattino”, costituita da due poli, tra loro in rapporto e tra loro distinti, tale da preservare dalla retorica dell’autenticità, di un’identità univoca e omogenea. Un accidente della storia dovuto a un esilio non scelto. Oppure, un aspetto peculiare a un popolo che si forma nell’esilio e che, come ha indagato in diverse occasioni Donatella Di Cesare, porta tale condizione nella terra affidatagli, dove all’autodeterminazione politica – all’affermazione di sé – si accompagna la consapevolezza, proveniente tanto da racconti familiari quanto dalla coscienza biblica, di esser stati stranieri; di non essere, per quanto sabra, intrinsecamente autoctoni. Ovvero di essere israeliani-ebrei, o ebrei-israeliani.

Cosimo Nicolini Coen

Da Moked.it


«

»