Amnesty International denuncia: gruppi armati palestinesi responsabili di crimini durante la guerra a Gaza nel 2014

Razzi Hamas

Il 26 marzo scorso la nota ONG Amnesty International ha pubblicato un paper intitolato “Unlawful and Deadly. Rocket and Mortar Attacks by Palestinian Armed Groups During the 2014 Gaza/Israel Conflict”. Nelle oltre 60 pagine del documento, la ong individua un’ampia gamma di episodi che testimoniano la violazione sistematica dei diritti umani da parte dei gruppi terroristi palestinesi nel corso del conflitto che li ha visti opposti a Israele l’estate scorsa.
Una ovvietà conclamata? Non tanto, se si pensa che è la prima volta che la celebre organizzazione non governativa dedica una ricerca esclusiva alle attività di terrorismo di Hamas e soci.
Il documento comprova i crimini di guerra compiuti da Hamas tra luglio e agosto 2014, a partire dal lancio indiscriminato di 4.800 missili e di 1.700 colpi di mortaio su aree civili in Israele, e ricostruisce le circostanze in cui gli attacchi hanno avuto esito mortale. Questi attacchi, sottolinea Philip Luther, Direttore di Amnesty per l’area Medio Oriente-Nord Africa, “sono una violazione flagrante della legislazione umanitaria internazionale”. Inoltre, continua Luther, “dimostrano indifferenza per le conseguenze delle violazioni stesse avvenute sia in Israele sia nella Striscia di Gaza”.
Quest’ultimo, i crimini commessi da Hamas nei confronti della stessa popolazione di Gaza, è un altro punto cruciale del resoconto. Amnesty ricostruisce un episodio avvenuto il 28 luglio, quando un proiettile ha causato la morte di 13 persone, tra cui 11 minori. Come da prassi consolidata, Hamas aveva immediatamente accusato Israele dell’accaduto, ma le indagini hanno dimostrato che il proiettile era stato lanciato dall’interno della Striscia di Gaza, e che dunque la responsabilità non poteva essere dell’esercito israeliano. Sappiamo che gli ordigni lanciati da Hamas hanno un elevato margine di imprecisione, per cui episodi come questo possono essere stati molto più frequenti di quanto si pensi e di quanto la stessa ong dichiari.

Il rapporto denuncia anche altre violazioni del codice umanitario da parte dei gruppi terroristi palestinesi: l’utilizzo di abitazioni civili e di scuole dell’Onu come depositi di missili e l’installazione delle rampe di lancio in luoghi densamente abitati.

Ciò detto, il documento presenta numerosi limiti. Gli stessi limiti della ong che lo ha prodotto, che ha da tempo un’agenda politica protesa alla delegittimazione di Israele. Nel rapporto, per esempio, non compare mai il termine “terrorismo” o “terrorista”, mentre si parla di non meglio definiti “gruppi armati palestinesi”. Anche Hamas viene citata di rado, come se gli attacchi lanciati contro Israele non avessero avuto né un soggetto responsabile né una strategia.
Inoltre, e soprattutto, sembra che ogni poche righe i redattori del documento abbiano sentito l’esigenza di affermare e riaffermare la colpevolezza di Israele, già condannata, peraltro, da più di un rapporto di Amnesty nei mesi scorsi. Emblematiche le parole di Philip Luther: “L’impatto devastante degli attacchi israeliani sui civili palestinesi durante il conflitto è innegabile, ma in un conflitto le violazioni di una parte non possono mai giustificare quelle dell’altra parte”.

Bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto? Ciascuno giudichi da sé, ma non dimentichiamo che si tratta del primo documento di Amnesty dedicato precipuamente alle violazioni dei “gruppi armati palestinesi”, mentre di report volti a mostrare i supposti crimini di Israele gli archivi della ong sono colmi.

Giorgio Berruto


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