Alla scoperta di Praga ebraica

Per i turisti che decidono di trascorrere una vacanza a Praga, una delle tappe fondamentali è la visita al quartiere ebraico. Lo Josefov ha una storia secolare che ha inizio nel XIII secolo e ha un aspetto decisamente diverso rispetto alle origini: un incendio nel 1689 distrusse quasi interamente l’area, lasciando illesa solo la Sinagoga Vecchianuova (Staronová). Questa, costruita tra 1270 e 1275, è un simbolo delle origini, ma al contrario delle altre sinagoghe storiche, è ancora attiva e la sua struttura interna, situata leggermente sotto il livello del terreno in segno di umiltà, è particolare e concede una diversa percezione della cerimonia religiosa: la zona principale è divisa in due navate, mentre il matroneo è chiuso con mura spoglie e ha solo strette fessure che permettono una visione estremamente limitata dell’area centrale. Sembra di essere immersi in un’altra epoca.

La comunità si ampliò nel corso dei secoli e fu necessario costruire altre sinagoghe: la Maiselova (il nome rimanda al finanziatore Mordechai Meisel, che diede un grande contributo alla ristrutturazione del quartiere alla conclusione del XVI secolo), la Pinkasova e la Klausova, edificata in stile barocco dopo il grande incendio del 1689, tutte oggi adibite a museo. La sinagoga più recente all’interno del quartiere è la Spagnola (Španĕlská), sulle fondamenta della Scuola Vecchia e costruita secondo uno stile moresco, che nelle sue decorazioni interne ricorda l’Alhambra di Granada.

Sicuramente l’elemento caratterizzante del quartiere è il cimitero monumentale, ricordato anche in numerosi romanzi, tra cui il racconto delle vicende di Simone Simonini narrate da Umberto Eco nel 2010. Immerso in un’ambientazione fiabesca, si estrania dagli edifici circostanti. Ci si immerge in un paesaggio distante dalla vita cittadina, silenzioso e rispettoso, quasi come se la moltitudine dei turisti in visita in una calda giornata d’estate non ci fosse. Le lapidi sono accatastate una sull’altra, a causa delle radici che hanno inclinato il terreno e del tempo che ne ha corroso le incisioni che indicavano nomi e date dei defunti; inoltre sono aggiunti simboli che specificano le origini o la professione: mani benedicenti per i kohanim, brocca e bacinella per i leviim. Sotto di esse, vi sono nove strati di sepolture, di cui la più antica risale al Quattrocento. Nessun ritratto, come da tradizione ebraica, solo i simboli associati al lavoro o alla condizione sociale del defunto. I turisti poggiano sassi e visitano le tombe più note, tra cui di quella Judah Loew ben Bezalel, vissuto tra XVI e XVII secolo, conosciuto come rabbi Löw ed entrato nei racconti leggendari per la creazione del Golem. Il mito di questa creatura creata magicamente ha origini molto antiche e si mischia con le leggende popolari degli ebrei del ghetto, che lo caratterizzavano come servitore in grado di sbrigare le mansioni quotidiane e di proteggere la popolazione dai frequenti pogrom. Secondo il mito, i resti di questi esseri mostruosi di argilla creati dal rabbino Löw si trovano ancora nella soffitta della sinagoga Staronová. La leggenda dei Golem che si moltiplicavano diventando talmente grandi da essere incontrollabili ricorda l’opera “L’apprendista stregone”, la ballata scritta da Goethe e ispirata da uno scritto dell’autore greco antico Luciano di Samosata. Terminata la visita dal sapore quasi mistico, si ritorna immediatamente alla realtà e la leggenda si trasforma in attività commerciale: bancarelle che vendono souvenirs e biscotti a forma del mostro attirano l’attenzione della moltitudine di turisti.

Allontanandosi dal principale centro della Repubblica Ceca non si perdono le tracce ebraiche, nonostante i pogrom e le espulsioni dell’età moderna: vi sono altri sei piccoli centri in Boemia. Uno di questi è nella cittadina di Plzen, che oltre a essere conosciuta per la birra prodotta, ha anche la seconda più grande sinagoga d’Europa, dopo quella di Budapest. La costruzione iniziò nel 1888, proprio nel quarantesimo anno dall’incoronazione dell’imperatore Francesco Giuseppe I d’Austria, e si concluse nel 1893. Ha tre navate, quella centrale conclusa dall’Aron Akodesh, mentre le due laterali sono sovrastate dal matroneo; i soffitti e le vetrate sono decorati in stile moresco, che colorano e illuminano lo spazio. L’esterno, altrettanto prezioso, riprende la divisione interna, ma ricorda anche uno stile misto tra il romanico e il gotico, fatta eccezione per le due cupole delle torri laterali che rievocano quelle delle chiese russe ortodosse. Gli ebrei di Plzen non hanno potuto godere a lungo della sinagoga, chiusa ma sopravvissuta al regime nazista e alla fine della guerra restituita ai pochi sopravvissuti alla Shoah.

Un’ulteriore testimonianza della presenza ebraica nelle altre località boeme si coglie dalle pietre d’inciampo sparse in varie località, si trovano anche nella cittadina di Kutnà Hora: qui sono state volute dalla signora Dagmar Lieblová, ultimo membro vivente della comunità ebraica di Kutnà Hora, ex deportata e sopravvissuta alla Shoah.

Susanna Winkler, romana, studia beni culturali


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