A carnevale ogni scherzo vale? Non più (per fortuna)

CarnevaleCarnevale. Le strade romane, colorate di coriandoli, brulicano bambini mascherati e divertiti. Principesse, mostri, pirati e quest’anno anche un piccolo Papa.  In questa atmosfera di festa e divertimento con tante iniziative anche per i più grandi, se si chiudono bene gli  occhi, con un po’ di immaginazione, si può intravedere una Roma diversa: Roma Dove una festa poteva per qualcuno trasformarsi in un vero incubo.

Anche se oggi in Italia il Carnevale più celebre è quello di Venezia, in passato a Roma il Carnevale ha rappresentato uno dei momenti più attesi dell’anno. In questi giorni che precedono la Quaresima, a Roma, come altrove, nei secoli passati, era consuetudine trasgredire le regole.  I romani, liberi di mascherarsi e divertirsi, non esitavano a lasciarsi andare ad eccessi nei festeggiamenti.

In primo luogo si possono ricordare i ‘giochi di Agone e Testaccio’ durante i quali fra i vari divertimenti,  si parla di una sfida in groppa non ad un cavallo bensì ad un ebreo. L’obbligo venne meno  dietro il pagamento di una tassa di 1.130 fiorini annui (la cosiddetta contribuzione di ‘Agone e Testaccio’). Attilio Milano racconta “della tradizione secondo cui negli Statuti di Roma, riformati sotto Paolo II nel 1464, si asseriva che gli ultimi 30 fiorini erano stati aggiunti in memoria dei  30 denari per cui fu venduto Gesù”.  Questa tassa fu riscossa per ben 550 anni e venne impiegata per finanziare le celebrazioni.

Più noto è invece il divertimento costituito dal far rotolare giù per Monte Testaccio uno sfortunato anziano ebreo, chiuso in una botte chiodata, entro la quale spesso moriva.

Nel 1466 fu Papa Paolo II, il veneziano Pietro Barbo, a valorizzare il Carnevale a Roma.
Questi stabilì che i festeggiamenti si sarebbero dovuti svolgere soprattutto lungo via Lata, l’odierna via del Corso (che secondo alcuni fu così denominata proprio con riferimento alle corse che vi si svolgevano). Proprio qui i romani potevano assistere alle corse ‘dei barberi’ e dei bipedi. Si trattava di corse di bellissimi cavalli (appartenenti alle nobili famiglie romane), di giovani ma anche di anziani e di ebrei.

Con il tempo questi ultimi furono costretti a correre svestiti sotto gli sguardi divertiti dei romani in festa e del Papa che assisteva ai festeggiamenti dalla sua residenza, Palazzo di San Marco (presso piazza Venezia).  Alessandro VI invece, avendo cambiato residenza, ordinò che la meta delle corse avrebbe dovuto essere piazza  San Pietro mentre ‘ il punto di scappata’ doveva confluire nel palazzo della Cancelleria (Palazzo Sforza-Cesarini).
Inizialmente gli ebrei che partecipavano alle corse del Carnevale non erano umiliati, anzi vi partecipavano spontaneamente. Con il passare del tempo, invece, come racconta Ademollo nel ‘Il Carnevale di Roma’, l’antisemitismo iniziò a manifestarsi soprattutto nelle corse del Carnevale. Ancora nel 1581 sebbene corressero nudi  erano ancora trattati come gli altri romani ”bipedi” che partecipavano alle corse ..anch’essi svestiti. Come è noto, i trattamenti riservati ai romani di religione ebraica iniziarono a peggiorare notevolmente. Sempre nel ‘Carnevale di Roma’ si racconta del fatto che gli ebrei fossero costretti a correre ‘forzatamente ben pasciuti anzi rimpinzati di cibo perchè fossero più lenti nelle corse’.

Montaigne scrisse nel 1583 ”Lunedì i soliti otto ebrei corsero ignudi il palio loro, favoriti da pioggia vento et freddo degni di questi perfidi mascherati di fango al petto delle grida. (Bandi).” Gli sfortunati iniziarono ad essere bersaglio di umiliazioni venendo colpiti da sassi e fango, lanciati dagli spettatori.

Papa Clemente IX nel 1668 abolì la corsa in cambio del pagamento di un tributo di 300 scudi (che si aggiunsero al precedente tributo di 1130 fiorini che continuò ad essere obbligatorio) e di un umiliante atto di  sottomissione, ‘l’omaggio’,che si sarebbe dovuto svolgere in Campidoglio, da parte dei capi della comunità. Questo atto di ‘omaggio’ fu poi abolito a metà dell’ottocento dopo una brevissimo periodo in cui si svolgeva in forma privata.

Testimonianze di ulteriori mortificazioni sono facilmente individuabili da  editti volti a vietare la possibilità di molestare, umiliare  e infastidire gli ebrei romani.  Cosa che si protrasse sino alla fine del settecento soprattutto con riferimento alle ‘giudiate‘. Queste erano caratterizzate da satire e motteggi contro gli ebrei, si pensi a carri, palchi, da dove si prendevano in giro usi e costumi ebraici, spesso anche con il contributo oltre che del popolino anche di religiosi.
Piazza Navona, Testaccio, Via del Corso luoghi immortalati anche dalla penna di grandi scrittori stranieri quali: Goethe, Montaigne, Gregorovius, Keats, Shelley, Dumas, nei secoli passati furono dunque centro di disprezzo e di umilianti mortificazioni nei confronti di una parte della cittadinanza che sin dal II sec a.C. (con l’ambasceria di Pompeo) aveva contribuito allo sviluppo e alla grandezza di Roma.


Sarah Tagliacozzo

Fonti

Alessandro Ademollo, Il Carnevale di Roma nei secoli XVII e XVIII,   A.Sommurga e C., 1883

Riccardo Calimani, Storia degli ebrei italiani, vol. 1- dalle origini al XV secolo, Mondadori,2013

Attilio Milano, Il Ghetto di Roma, Carucci editore-Roma, 1988.

                                                                      


«

»