1917-2017: il Secolo Viennese

schoNel centenario della morte, da poco trascorso, celebriamo l’Imperatore Francesco Giuseppe I, che nei suoi 68 anni di regno ricercò la pace e la giustizia per tutti i suoi popoli, proteggendoli dalle persecuzioni politiche, nazionali e religiose che devastarono la Mitteleuropa dopo la dissoluzione degli equilibri culturali, religiosi ed economici dell’Austria-Ungheria. Ancora deve sorgere un progetto politico e umanistico in Europa altrettanto ambizioso e lungimirante.

A un italiano di oggi l’impero asburgico, l’odiato impero reazionario uscito vittorioso dal congresso del 1815 col suo cerimoniale spagnolo, coi suoi riti accumulati in quasi un millennio di storia, il suo conservatorismo, la sua tradizione, potrà sembrare un semplice pezzo d’antiquariato, un soprammobile un po’ retrò da sfoggiare magari negli affettati salotti letterari di Magris per fare snob, o per darsi un’aria un po’ chic, ma soprattutto perché persino in Italia la nobile ed elegante Mitteleuropa ancora vende molto più di qualche paccottaglia risorgimentale. Superato dalla storia, sepolto dal secolo breve, Francesco Giuseppe è per molti italiani il nemico della Grande guerra, il mandante di Radetzky, il baffone che beffardamente scrisse “ai suoi popoli” di combattere i loro fratelli regnicoli – e loro li combatterono. E dopo un secolo e mezzo di astio risorgimentale e di menzogne fasciste, così sarebbe ricordato ancora oggi: il diabolico piano del macellaio Cadorna mieterebbe tuttora le sue ignare vittime, non fosse stato, forse, che per l’indimenticabile film sulla principessa Sissi, che tanta simpatia ha raccolto anche in Italia.

scho2Sospinti dal macabro soffio letterario dei “poeti della decadenza” ebraica della Vienna ormai prossima alla catastrofe, dai Musil, dagli Schnizler, dagli Zweig, e dai tanti altri in quella scia, saremmo tentati di lasciarci trasportare in un mondo mitico, artefatto, in una ricostruzione manieristica che, lungi dalla nostalgia, ci potrà strappare tuttalpiù un ghigno un po’ sadico sulle labbra. E’ vero, quel mondo stava per finire, e gli Ebrei sentivano avvicinarsi la fine in modo più greve e triste di tutti gli altri: dalla sua tragedia gli Ebrei avevano da perdere più di qualsiasi altro tra i popoli dell’impero. Non perché dal dissolvimento dell’impero non avrebbero ricavato uno stato tutto loro – Israele nasce qui, con Herzl – né perché presentissero la Shoà, bensì perché sapevano che avrebbero perso per sempre la dimensione ultranazionale, una dimensione che poteva sussistere solo in un impero vasto, millenario e sovrannazionale come quello asburgico. Scrive Carl Schorkse, il più grande storico del periodo, che gli ebrei erano il “popolo sovrannazionale dello stato multinazionale”: essi svolgevano nella cultura, nell’arte e negli affari il ruolo che precedentemente era appartenuto all’aristocrazia. Gli israeliani di oggi, al confronto, si sentirebbero provinciali e marginali; da turisti, però, si trovano a casa visitando Vienna, il loro prototipo.

Francesco Giuseppe con la consorte Sissi

Francesco Giuseppe con la consorte Sissi

In nessun altro luogo si concentravano, come nella Vienna imperiale, persone, religioni, culture e tradizioni differenti in un crogiuolo fertile e pressoché unico nella storia europea, dando vita a esperienze moderne e innovative che, nel loro complesso, sono rimaste uniche nel panorama mondiale. Contrariamente alle leggende di una corte chiusa, ultraconservatrice e illiberale, il Kaiser aveva emanato una costituzione liberale nel 1867 e, da allora, si era fatto garante di fronte a tutti i popoli del suo variopinto impero del rispetto delle libertà di movimento, di religione, di stampa e dell’uguaglianza dei diritti per i suoi sudditi – comprese le libertà di espressione per tendenze che lui personalmente (e, diremmo, non a torto) aborriva: l’architettura modernista e le istanze nazionali – fintanto che queste non sfociavano nella rivolta e nel terrorismo, si capisce.
flagL’antisemitismo di personaggi quali Lueger e Hitler purtroppo faceva parte del panorama, e portò alla fine dell’idillio. L’impero stava per crollare sotto la scure dell’odio etnico e dei nazionalismi ma, da allora, il retaggio della Vienna imperiale non solo non è morto, ma è sublimato: il potere propulsore di quell’esperienza era troppo grande per esaurirsi con la sconfitta, per fermarsi di fronte all’abbruttimento della guerra e del tradimento. Esso ha travalicato le barriere di ideologie disumane, che pure in qualche misura coesistevano in origine nel suo grembo, si è globalizzato, e oggi tutto il mondo progredito può dirsi erede di quel “grande mondo antico”, per parafrasare Fogazzaro. Dalla psicoanalisi alla statistica, dalla filosofia alla scienza, all’architettura, all’arte, nessun ramo dello scibile umano è esente dall’influenza seminale della Vienna di Franz Josef. Questi 100 anni sono stati tutti un unico, grande “secolo viennese”. Non più per la capitale imperialregia, ma per il mondo nel suo complesso.

Questo carattere ispiratore della Vienna asburgica è certamente un’eredità ebraica, che è destinata a restare viva per sempre. L’unico impero liberista e umanista della storia è caduto sotto i colpi brutali dei totalitarismi e dei nazionalismi ma, al contrario della leggenda popolare che vede la vecchia Vienna morta e sepolta, sono invece le ideologie disumanizzanti dei suoi nemici a giacere oggi, dopo un secolo che ha seminato i suoi cadaveri a milioni, sconfitte e sepolte per sempre sotto le ceneri della storia. Non le rimpiangeremo. Se invece, in futuro, un nuovo ordine dovrà instaurarsi, se un mondo nuovo ci aspetta, non potremo far altro che augurarci che sia l’erede di quello vecchio, di quel mitico mondo viennese tollerante e illuminato, e dei suoi più illustri rappresentanti: il saggio e buon Kaiser Franz Josef e Sissi, l’eternamente splendida imperatrice che ancora oggi regna incontrastata sui cuori di tutti i discendenti dei suoi sudditi.

Edoardo Fuchs


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